La guerra della Israel lobby contro il socialismo (e contro i socialisti)

A distanza di 13 anni dall’uscita dello studio di Walt e di Mearsheimer, la Israel lobby continua a essere un fattore cruciale della politica non solo negli Stati Uniti ma anche in Inghilterra.

La lobby è riuscita infatti a far uscire Jeremy Corbyn dalla scena politica inglese e stava per mobilitarsi per eliminare Bernie Sanders dalla corsa alle presidenziali americane: poi quest’ultimo è uscito di scena prematuramente, eliminato dal disfavore ottenuto presso l’elettorato nero.

Sull’accanita lotta intrapresa dalla lobby in questi ultimi anni contro Corbyn è uscito un interessante articolo sul sito electronicintifada.net. Ne porgerò una sintesi al lettore per poi trattare la vicenda Sanders.

Diciamo subito una cosa: negli ultimi cinque anni il Partito Laburista inglese è stato lo scenario di una feroce “pulizia etnica”, quella a danno della sinistra del partito. Quella autenticamente socialista. E questo sulla base di un presunto antisemitismo. L’accusa di antisemitismo è stata usata come una clava per espellere alcuni degli esponenti più prestigiosi del Labour, a cominciare dall’ex sindaco di Londra Ken Livingstone e per permettere alla destra sionista di prendere il controllo totale del partito.

Ma tutto ciò è avvenuto, e questa è la cosa più grave, con l’attiva collaborazione dello stesso Corbyn, che per salvarsi dalle accuse di antisemitismo si è piegato e ha accettato l’epurazione di tanti suoi sostenitori.

L’articolo di Electronic Intifada si intitola, “Leaks show how Labour sabotaged Corbyn”: “Soffiate mostrano come il Partito Laburista ha sabotato Corbyn”.

Iain McNicol e Jennie Formby, due dei burocrati del Labour protagonisti delle purghe contro i militanti.

Vi si parla di un rapporto interno del partito – a cui hanno lavorato una dozzina di militanti e che è stato segretamente divulgato nei giorni scorsi – che ragguaglia di come alcuni alti burocrati del partito abbiano cospirato per minare la leadership di Corbyn sin da quando costui era diventato capo del partito, arrivando al punto di sabotare persino la campagna elettorale del 2017.

Il documento mostra che gli esponenti della destra del partito, guidati dall’ex segretario generale Iain McNicol, montarono un “clima avvelenato” contro Corbyn.

Sin dal momento in cui, nel 2015, Corbyn divenne leader, gli esponenti della sinistra del partito vennero ossessivamente demonizzati come “trot”: un’espressione gergale per indicare i comunisti. Molti sono stati espulsi o sospesi con delle motivazioni pretestuose: comprese le false accuse di antisemitismo.

Il sabotaggio interno di Corbyn ha visto anche l’utilizzo di un fondo di 280.000 dollari destinato a finanziare la destra del partito: i cosiddetti “moderati”.

Questi esponenti “moderati” erano capeggiati dai dirigenti – Joan Ryan e Jeremy Newmark – delle due principali branche della Israel lobby all’interno del partito: i Labour Friends of Israel e il Jewish Labour Movement.

Jeremy Newmark ed Ella Rose insieme all’ambasciatore israeliano a Londra nell’ottobre 2016

Nonostante questa fronda intestina, alle elezioni del 2017 il Partito Laburista guidato da Corbyn andò molto meglio del previsto, impedendo al Partito Conservatore di conquistare la maggioranza in parlamento.

Questo risultato fece andare su tutte le furie un alto funzionario del Labour, che definì “bastardi” gli elettori che avevano premiato Corbyn.

Il predetto rapporto rivela però anche che Corbyn e la sua collaboratrice Jennie Formby hanno fatto guadagnare terreno alla Israel lobby e alla falsa narrazione di un partito in preda all’antisemitismo, collaborando attivamente alla persecuzione degli elementi di sinistra.

Jennie Formby e Jeremy Corbyn

Stiamo parlando di migliaia di persone sospese e/o espulse dal partito.

Corbyn, Formby e il loro staff sono ripetutamente intervenuti per velocizzare i provvedimenti disciplinari presi per espellere alcuni esponenti di alto profilo del partito, e questo su richiesta del Jewish Labour Movement.

Ma questo cedimento nei confronti della lobby non ha posto Corbyn al riparo dalle accuse di antisemitismo, tutt’altro: negli ultimi cinque anni è stato attaccato in modo incessante.

Questa campagna diffamatoria alla fine ha vinto: all’indomani delle elezioni del dicembre 2019, segnate dalla sconfitta di Corbyn, la Israel lobby ha cantato vittoria e uno dei suoi esponenti si è vantato che la lobby aveva “massacrato” Corbyn.

L’articolo di Electronic Intifada ribadisce che “Nonostante tutto ciò, e la natura pretestuosa della maggior parte di questi attacchi, Corbyn, a sua rovina, ha abbracciato gli stessi gruppi che avevano promosso le bugie della ‘crisi’” (la crisi relativa al presunto antisemitismo).

Ma questo è ben noto a chi in questi anni ha letto gli articoli di Gilad Atzmon a riguardo, alcuni dei quali tradotti proprio dal sottoscritto su questo blog.

Due di questi gruppi – il Jewish Labour Movement e la Campaign Against Antisemitism – sono riusciti addirittura nell’intento di far mettere il Partito Laburista sotto inchiesta, sempre in base all’accusa di antisemitismo, da parte della Equality and Human Rights Commission (Commissione per l’Uguaglianza e i Diritti Umani).

In tutti questi anni, i gruppi di cui dispone la lobby all’interno del partito hanno esercitato un ruolo chiave nel tenere accesa la “crisi”, come ha rivelato nel 2017 il film realizzato da Al Jazeera The Lobby.

Questi gruppi – il Jewish Labour Movement e i Labour Friends of Israel – hanno da sempre strettissimi legami con l’ambasciata israeliana a Londra.

L’ambasciata israeliana a Londra

Va comunque precisato che il predetto documento non è un documento “neutro” o obbiettivo: esso contribuisce da parte sua ad attaccare, in base alla solita accusa di “antisemitismo”, alcuni importanti sostenitori di Corbyn, come l’ex sindaco di Londra Ken Livingstone, gli attivisti antirazzisti Jackie Walker e Marc Wadsworth, l’ebreo antisionista Tony Greenstein e lo stesso autore dell’articolo di Electronic Intifada, Asa Winstanley.

Rispetto a tutto ciò, il nuovo leader del partito Keir Starmer, un uomo di destra e inequivocabilmente sionista, si è semplicemente detto “preoccupato” per il contenuto e la diffusione del rapporto, preannunciando un’indagine al riguardo.

Keir Starmer, il successore di Corbyn

Ma questo non cambierà di un’unghia la sostanza delle cose: il partito ora è controllato dalla destra sionista, che odia ferocemente il socialismo e i socialisti. E che detesta i palestinesi.

In calce all’articolo di Electronic Intifada citato finora, c’è un commento di una militante del Labour, che se ne è andata dal partito, e che, tra le altre cose, scrive:

“Sono d’accordo sul fatto che le vittime hanno capitolato quando avrebbero dovuto combattere…migliaia di noi sono stati sospesi dal Labour in base ad accuse false…Sono stata presa di mira in modo apparentemente casuale e bollata come antisemita da un gruppo di persone su Twitter…È disperatamente triste che Starmer stia cancellando totalmente ogni speranza che avevamo di un vero partito socialista”.

Un altro militante ha scritto:

“Al suo culmine sotto Corbyn, gli iscritti al Labour erano 600.000. Decine di migliaia di costoro hanno dedicato ore alla militanza. Sono stati sconfitti da un gruppo di burocrati del Grande Fratello che non credono nella democrazia. il livello del tradimento è colossale, e tuttavia tutto quello che Starmer può fare è piagnucolare su un’inchiesta su come [il rapporto] è stato diffuso e sul perché è stato commissionato…E ora, la leadership è stata comprata da Trevor Chinn, un sionista multimilionario, che ha finanziato la campagna di Starmer con la bellezza di 50.000 sterline”.

Sir Trevor Chinn

Passiamo ora a Sanders. Al suo ritiro dalla corsa alle elezioni presidenziali ha dedicato un articolo il sito Mondoweiss.net, un articolo che ha per titolo: Sanders’s recent woes have brought joy to the Israel lobby” (“Le recenti disgrazie di Sanders hanno portato gioia alla Israel lobby”).

L’articolo riferisce che Sanders, a causa delle sue critiche alle violazioni dei diritti umani compiute da Israele è diventato un bersaglio per le varie diramazioni della Israel lobby negli Stati Uniti.

Ad esempio, il gruppo Democratic Majority for Israel ha speso 1.4 milioni di dollari con il fine esplicito di ostacolare la candidatura di Sanders.

Sostenitori della Democratic Majority for Israel

E i donatori più ricchi del Partito Democratico si stavano preparando alla creazione di un super PAC per escludere Sanders dalla corsa elettorale ma, per loro fortuna, non ce ne è stato bisogno: la serie di vittorie alle primarie dell’avversario di Sanders, Joe Biden, ha risolto la questione. Anche questa volta, il candidato del Partito Democratico alle presidenziali sarà un acerrimo sionista.

Ricordiamo che Sanders non è certo un nemico di Israele: come ricorda Mondoweiss, costui è un “sionista liberale che sostiene il diritto di Israele a esistere, presumibilmente come stato ebraico”.

E però Sanders aveva nelle settimane precedenti al ritiro della propria candidatura osato pronunciarsi contro l’annuale conferenza dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), dichiarandosi “preoccupato per la piattaforma che l’AIPAC fornisce ai leader che esprimono fanatismo e si oppongono ai diritti fondamentali dei palestinesi”.

Fino a quel momento, nei riti immutabili delle elezioni presidenziali americane, la partecipazione di un candidato alla conferenza dell’AIPAC – che, ricordiamolo, viene definito dalla stessa Wikipedia come “il più potente e influente gruppo di pressione a Washington” – era considerato un appuntamento imprescindibile.

E invece, seguendo l’esempio di Sanders, anche altri tre candidati democratici alle presidenziali avevano annunciato di non voler partecipare alla conferenza.

La presa di posizione di Sanders aveva suscitato, tra le altre, la reazione di ben 300 rabbini statunitensi che avevano definito “scandalosi” i commenti di Sanders sull’AIPAC.

Ricordiamo anche che Sanders definisce sé stesso come un “socialista democratico”: dagli anni ’50, “è stato l’unico membro del Congresso ad autodefinirsi espressamente «socialista» e non genericamente progressista o liberal”.

Immagino cosa abbiano detto i ricchi donatori (ebrei) del Partito Democratico commentando l’eventualità che fosse Sanders il candidato democratico a sfidare Trump il prossimo novembre: questo non solo è socialista, ma parla pure dei diritti dei palestinesi. Quindi, pur essendo ebreo, non è “buono per gli ebrei”.

Bernie Sanders insieme ad alcuni suoi sostenitori

A questo punto mi domando: che fine hanno fatto gli ebrei socialisti e comunisti? Quelli che hanno segnato, nel bene e nel male, buona parte della storia del movimento operaio? Oggi l’ebraismo mainstream, quello che esprime la Israel lobby, condiziona e indirizza l’azione dei governi americano e inglese, un’azione ispirata, tanto nella politica estera che nella politica interna, ad un’ostilità implacabile verso il socialismo e i socialisti.

Un’ostilità che ha preso corpo, in politica estera, nelle guerre scatenate dall’occidente contro Iraq, Libia e Siria – tre paesi socialisti – e che ha provocato una quantità spaventosa di morti e devastazioni.

Gli ebrei che hanno protestato contro tutto questo sono stati rari, molto rari. Persino una personalità “illuminata” e per molti versi pregevole come Noam Chomsky ha finito per dare credito alla propaganda di guerra contro la Siria definendo il regime di Assad “una disgrazia morale”.

Il sionismo non ha solo monopolizzato l’ebraismo. Lo ha proprio isterilito.

Gheddafi e Nasser: odiati dalla lobby

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