Uno storico articolo di Vincenzo Vinciguerra: “OSTREGA, XE’ IL MINISTRO!”

Uno storico articolo di Vincenzo Vinciguerra: “OSTREGA, XE’ IL MINISTRO!”

Si ripubblica qui, con il consenso dell’autore, uno storico testo di Vincenzo Vinciguerra, “OSTREGA, XE’ IL MINISTRO!”, pubblicato a suo tempo sul sito della benemerita Fondazione Cipriani (http://www.fondazionecipriani.it/):

Vincenzo Vinciguerra

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Vincenzo Vinciguerra
“OSTREGA, XE’ IL MINISTRO!”
Dissacrazione dell’inchiesta condotta dal giudice veneziano Felice Casson sull’attentato di Peteano di Sagrado
Stralci da “Strategia del depistaggio”, Il Fenicottero 1993
Per una migliore comprensione della vicenda si consiglia la lettura integrale del volume.

“Boni poliziotti”
(parte terza, p.172 ss.)

Nel processo di Peteano, il 23 marzo 1987, data d’inizio del dibattimento in Corte d’assise a Venezia, dei rappresentanti dello Stato figuravano come imputati: un magistrato, il procuratore capo della repubblica di Gorizia, Bruno Pascoli; un generale (in congedo) dei carabinieri, Dino Mingarelli; due colonnelli dei carabinieri, Antonino Chirico e Michele Santoro; un colonnello del Servizio informazioni difesa, Angelo Pignatelli; un maresciallo dei carabinieri, Giuseppe Napoli; il prefetto, all’epoca dei fatti, di Gorizia, Vincenzo Molinari.
Era, quest’ultimo, l’unico rappresentante dell’amministrazione degli Interni, peraltro imputato del solo reato di ‘falsa testimonianza e reticenza’.
Strano, perché le prove che nelle indagini sull’attentato di Peteano di Sagrado la polizia di Stato aveva rivestito un ruolo centrale e fondamentale, senza l’apporto del quale gli altri apparati di Stato (carabinieri, servizi segreti militari, magistratura) non avrebbero, a loro volta, potuto depistare alcunché, erano sul tavolo del giudice istruttore veneziano dal giugno del 1983.
Al magistrato, la gravità eccezionale delle ‘deviazioni’ della polizia di Stato, a partire dall’insabbiamento delle famose lettere di Mauro Roitero, non era apparentemente sfuggita (Roitero, in seguito deceduto per infarto, con la firma fasulla Antonio Minussi inviò nell’estate-autunno 1972 al prefetto di Gorizia Vincenzo Molinari dette lettere, che portavano ad imboccare la ‘pista nera’ e in particolare alla identificazione di Vincenzo Vinciguerra ndr) :
“La rilevanza enorme delle lettere in questione -scrive- è, infatti, confermata quantomeno dalla circostanza che in relazione alle medesime furono fatti per la prima volta assieme i nomi di Ivano Boccaccio, Carlo Cicuttini e Vincenzo Vinciguerra, legandoli esplicitamente alla strage di Peteano” (F.CASSON, ordinanza di rinvio a giudizio 4 agosto 1986, p.481).

E, con maggiore incisività e aderenza alla realtà:
“Queste lettere avrebbero sbugiardato completamente (nel 1972) carabinieri, servizi segreti, magistratura e organi politici ‘dirigenti'” (F.CASSON, ordinanza 3 gennaio 1989, p.175).

Forte di questa consapevolezza, il primo che il giudice Casson interroga in merito alle lettere Roitero, nel giugno del 1983, è il prefetto (a riposo) Vincenzo Molinari, il quale
“presa visione della lettera 7 giugno 1972 dichiarava che era la prima volta che vedeva ‘questa lettera o comunque una lettera di questo genere’, che secondo lui ‘venivano passate in questura direttamente dall’ufficio di gabinetto’.
In un confronto con il suo capogabinetto, secondo il quale le lettere di quel tipo dirette alla persona del prefetto venivano aperte da costui, ribadisce di non ricordare di averle viste e fa presente che ‘lettere anonime su Peteano in prefettura ne arrivavano a centinaia’, anche in questo smentito dal suo capogabinetto, Vincenzo Carrato e, se è vera l’affermazione del Molinari che tutte le lettere anonime su Peteano venivano trasmesse alla questura, confermata anche dal Sannino, questi al dibattimento ha precisato: ‘Non escludo che tra i vari atti pervenuti alla questura ci potessero essere degli anonimi, ma non certo numerosi, anzi di ridotto numero’.
In un successivo interrogatorio, il Molinari ammette che anche le lettere che non erano indirizzate a lui personalmente e che riguardavano l’attentato di Peteano passavano per il suo tavolo e poi venivano consegnate al questore.
Comunque, sulle lettere in questione nessuno gli ha ‘riferito niente’: né il questore, né il vicequestore, né i carabinieri, benché ricordi di averne parlato quantomeno con il questore il quale ‘avrà affidato la pratica al vicequestore o a un commissario'” (sentenza 25 luglio 1987 citata in G.SALVI, La strategia delle stragi, Roma 1989, p.32).

Casson, che non si accontenta, dice che ‘vuole la verità’ e non accetta la richiesta -veramente assurda- di proscioglimento del prefetto Vincenzo Molinari, avanzata dal pubblico ministero Gabriele Ferrari. Perché -tuona Casson- il prefetto (a riposo)
“doveva spiegare in questa sede perché aveva accolto l’invito ‘da Roma’ (e, in particolare, da chi) di lasciare ‘mano libera’ ai carabinieri, perché tra Mingarelli e De Focatis aveva scelto di ‘buttare a mare’ il De Focatis (che aveva imboccato la strada giusta fin dal 17 luglio 1972), perché il calce a questo rapporto aveva scritto ‘agli atti per ora’ e perché anche le lettere del sedicente Minussi dell’ottobre 1972 continuarono a restare ‘lettera morta’ dopo che pure aveva parlato di ‘estremisti’ e di Cicuttini e Boccaccio” .
Così si legge a pagina 484 della sentenza istruttoria del 4 agosto 1986 firmata da Felice Casson. Giusto: il prefetto (a riposo) Vincenzo Molinari deve parlare.
Ma, ad essere sinceri, il prefetto (a riposo), almeno su un punto fondamentale aveva già parlato: aveva detto che era stato il segretario particolare del capo della polizia ad invitarlo ‘a lasciare mano libera ai carabinieri’ (sentenza 25 luglio 1987 cit, p.12). E l’aveva detto nel luglio del 1983 a Felice Casson.
Possibile che, quando nel luglio del 1986, tre anni più tardi, il Casson scriveva, con aria feroce e fiero cipiglio, che il Molinari (prefetto a riposo) doveva dire a lui (che poi lo avrebbe conciato per le feste) ‘chi’ l’aveva invitato a lasciare campo libero, nelle indagini sull’attentato di Peteano, ai carabinieri, se ne fosse totalmente dimenticato?
Ma no, non lo aveva scordato il ‘giudice Felice’, infatti a pagina 474 della stessa ordinanza si può testualmente leggere che
“su inviti espliciti della segreteria del capo della polizia dell’epoca, era stata lasciata ‘carta bianca’ ai carabinieri”.

Là dove la persona (‘il segretario’) viene trasformata in un ufficio (‘la segreteria’) da Felice Casson che, così facendo, conta sul fatto che chi legge possa essere indotto a pensare dal termine utilizzato chissà quanta gente affollava ‘la segreteria’ del capo della polizia, telefonando a destra e a manca per dire che le indagini su Peteano le dovevano fare i carabinieri e basta.
Aveva ‘parlato’ anche il capo di gabinetto della prefettura di Gorizia, Vincenzo Carrato che, il 18 giugno 1983, in sede d’interrogatorio aveva detto a Casson di non poter escludere
“che in prefettura fossero arrivati ‘inviti’ a tralasciare la pista che conduceva ad estremisti di destra, segnalando tra l’altro di essere stato messo da parte” (ordinanza 4 agosto 1986 cit., p.476).

Felice Casson aveva provvidenzialmente e tempestivamente ‘dimenticato’ anche questa gravissima dichiarazione.
E’ giusto chiedersi, a questo punto, quale sia stato il fattore sconosciuto che ha provocato in Casson una simile amnesia. Uno, semplicissimo: avrebbe dovuto convocare, seduta stante, dopo le ammissioni del prefetto di Gorizia e del suo capo di gabinetto, il capo della polizia dell’epoca ed il suo segretario particolare.
Del secondo non sappiamo se nel 1983 era ancora vivo o morto, perché di lui non c’è traccia negli atti processuali da me consultati, ma il primo, il prefetto Angelo Vicari, era ancora vivo e vegeto e, quel che più conta, era proprio colui che aveva impartito l’ordine di ‘lasciare mano libera ai carabinieri’.
Ebbene, non risulta che questi doverosi atti istruttori siano stati compiuti: non Angelo Vicari né il suo segretario particolare risultano essere mai stati convocati, magari in veste di testimoni, nell’ufficio del giudice istruttore veneziano.
Casson non fa nulla per approfondire la circostanza, anzi fa di peggio: finge di non conoscere ancora, al momento di chiudere l’istruttoria, la verità e ne attribuisce la responsabilità alla reticenza del prefetto (a riposo) Vincenzo Molinari. In questo modo, il giudice Casson blocca le indagini che a quel punto dovevano necessariamente ed obbligatoriamente rivolgersi verso ‘l’alto’, verso i vertici del ministero degli Interni, e le indirizza verso ‘il basso’, verso i vertici subalterni della questura di Gorizia. Che questa scelta corrispondesse ad una precisa strategia processuale del Casson è ampiamente provato.
Dovranno passare un anno e tre mesi circa dall’interrogatorio del prefetto Vincenzo Molinari, perché Casson convochi nel suo ufficio, il 15 ottobre 1984, in qualità di testimone, un dirigente di primo piano della polizia centrale: il prefetto Umberto Federico D’Amato, già direttore del Sigsi (meglio conosciuto come Ufficio affari riservati) del ministero degli Interni, in pratica il capo dei servizi segreti civili.
Non può più fare a meno di compiere questo passo perché ora deve accertare la veridicità di quanto io ho dichiarato sui rapporti che intercorrevano fra un presunto ‘nazista’ di Mestre, tale Delfo Zorzi (recentemente inquisito con riferimento alla strage di piazza Fontana ndr) e un “altissimo funzionario del ministero degli Interni”.
Ignaro che ero io la fonte della notizia, il prefetto D’Amato conferma l’esistenza del collegamento fra i due ed identifica nel viceprefetto Antonio Sampaoli Pignocchi, capo ufficio stampa del Viminale, il funzionario in contatto con lo Zorzi. Anche in questo caso, il Casson rifiuta di svolgere indagini, peraltro doverose, sul conto di questo funzionario in servizio, fra l’altro, nello stesso periodo in cui si verificarono i fatti di Peteano ed i conseguenti depistaggi statali.
A sua attenuante c’è da dire che il prefetto Sampaoli era morto, ma questo non esonerava il giudice istruttore dal compiere accertamenti sul conto della sua figura professionale.
In un mio documento ancora inedito, ho già denunciato questo episodio che vale la pena di riportare anche in queste pagine per l’evidente reiterazione del comportamento ‘omissivo’ del magistrato. Ho scritto che, rifiutando di fare ulteriori indagini, il Casson aveva
“dato così modo alla Corte d’appello d’assise di ascrivere a merito dello Zorzi questa conoscenza, visto che secondo quella Corte, il prefetto Antonio Sampaoli Pignocchi ‘curava una specie di salotto culturale a Roma’: insomma un incontro fra raffinati intellettuali.
Invece, l’alto funzionario del ministero degli Interni si dedicava anche ad altro. Ce lo racconta De Lutiis, il quale scrive che nel 1978 venne arrestato l’ex commissasio di Ps Walter Beneforti e con lui ‘fu arrestato l’ex capo dell’ufficio stampa di Vicari, prefetto Sampaoli. Anche questa volta -sottolinea De Lutiis- lo scandalo, che si preannunciava clamoroso, fu rapidamente messo a tacere e, dopo qualche settimana, sia Beneforti che Sampaoli furono scarcerati’. Il motivo dell’arresto va ricercato in ‘un grosso traffico di riciclaggio di denaro sporco proveniente dai sequestri di persona’. La notizia era di dominio pubblico, ma negli atti del processo di Peteano (due istruttorie) non è mai comparsa, per le omesse indagini del giudice istruttore Felice Casson.
Anche così -concludevo- la magistratura che ‘vuole la verità’ impedisce ad essa di emergere” (V. VINCIGUERRA, La voce del silenzio, p.93).

E sul contenuto delle dichiarazioni rilasciategli dal prefetto Molinari e dal suo capo di gabinetto, prefetto Vincenzo Carrato?
Casson chiede e in risposta si sente dire che
“con l’allora capo della polizia si convenne di non interessarsi direttamente della questione Peteano. Suppongo -dice D’Amato- che sia stata fatta anche un’informale richiesta in tal senso da parte dell’allora Comandante generale dell’Arma dei carabinieri (…). Ho motivo di ritenere -conferma il prefetto- che in conseguenza di ciò sia stata fatta una telefonata in tal senso al questore ed al prefetto territorialmente competenti” (ordinanza 4 agosto 1986 cit., p.474).

Non accade nulla: al prefetto Umberto Federico D’Amato è consentito sia mentire che tacere. L’ex capo dell’Ufficio affari riservati si rivela a conoscenza di tutto, ammette perfino di essere stato partecipe alla decisione di bloccare le indagini della questura di Gorizia sull’attentato di Peteano, ma anche questa ‘confessione’ lascia totalmente indifferente il giudice che su Peteano ‘vuole la verità’.
Non convoca, nemmeno questa volta, il prefetto Angelo Vicari, non mette a confronto il D’Amato con Vincenzo Molinari, non risulta che gli abbia almeno chiesto in quale data i carabinieri avanzarono la loro richiesta: sarebbe servito, per lo meno, a confermare che la telefonata che paralizzò l’attività della questura di Gorizia venne fatta dopo che il suo responsabile, Domenico De Focatis, aveva inviato al Viminale la nota relazione del 19 giugno 1972.
Ma avere agli atti la conferma documentale di questo dettaglio di eccezionale rilevanza non interessa al giudice Casson perché solo così, lasciando tutto nel vago e nell’indefinito, può avallare la tesi della polizia di Stato di essere stata emarginata dai carabinieri fin dall’inizio e di non aver, per questa ragione, indagato com’era suo dovere fare.
Casson può smentire questa tesi. Ha tutti gli elementi per farlo, ma non vuole.
Non c’è, da parte sua, una sottovalutazione degli elementi probatori emersi ed ormai pienamente acquisiti agli atti dell’inchiesta; c’è, al contrario, la deliberata volontà di non coinvolgere il ministero degli Interni nelle ‘deviazioni’ delle indagini sull’attentato del 31 maggio 1972.
Congedato il prefetto Federico D’Amato, Casson lascia trascorrere ancora un anno e un mede e poi cita come teste, il 20 novembre 1985, il ministro degli Interni dell’epoca Mariano Rumor (‘Strage di Peteano, interrogato Rumor’, La Repubblica 21 novembre 1985). Costui, il giudice che -dicono i poliziotti- ‘non guarda in faccia nessuno’, intrattiene in amabile e salottiera conversazione, nulla risultando che gli abbia contestato, pur avendo il dovere di farlo: risale a Mariano Rumor, difatti, la responsabilità, non soltanto politica, del comportamento ‘deviante’ della polizia di Stato nell’inchiesta su Peteano.
Invece, anche in questo caso, nulla emerge, tanto che la notizia e la data dell”interrogatorio’ del senatore democristiano l’ho dovuta ricavare dalla stampa, perché di essa non c’è traccia nell’ordinanza di rinvio a giudizio di Casson.
Ignorato totalmente il capo della polizia, Angelo Vicari, il Casson però non ha trascurato i suoi subalterni che ha continuato ad interrogare: ad esempio, il dottor Pasquale Zappone, primo dirigente dell’ufficio politico della questura di Trieste e, successivamente, questore di Gorizia.
Pasquale Zappone conferma che si è interessato, su richiesta del vicequestore di Gorizia Vincenzo Rovelli, ad almeno una delle lettere di Mauro Roitero: è l’unica mezza verità che costui dirà. E’ Pasquale Zappone ad aver diretto le indagini a Trieste per giungere all’identificazione di Mauro Roitero; è sempre lui ad avere predisposto il servizio all’interno della prefettura il 16 giugno 1972, data dell’appuntamento fra il Roitero ed il procuratore Pascoli; è sempre lui a mentire affermando che mai ha avuto contatti, lui che dirigeva l’ufficio politico della questura giuliana, con Rosario Sannino, che a sua volta dirigeva quello della questura isontina.
Ma non c’è alcun segno di interesse da parte del giudice veneziano verso questo funzionario di polizia che sa e che tace e che mente: nulla, solo silenzio.
Qualche problema il questore Zappone lo ha, in relazione alla denuncia anonima del gennaio del 1976: interrogato insieme ad un sottufficiale che si era occupato di svolgere indagini sullo scritto anonimo, poi ‘scomparso’, rende dichiarazioni che il giudice Casson accetta senza battere ciglio anche se, come lui stesso rileva
“emergeva che nella denuncia anonima il Cicuttini veniva indicato come responsabile della strage di Peteano; la denuncia conteneva il nome di altre persone che avrebbero collaborato con il Cicuttini e che avrebbero organizzato la strage; queste persone non erano conosciute né da Zappone né da Santin e non erano di Gorizia”(ordinanza 4 agosto 1986 cit., p.564).

E’ credibile che i nomi di persone accusate di aver organizzato l’attentato di Peteano, insieme a Carlo Cicuttini, si siano volatilizzati, come i due sostengono, dalla memoria di entrambi che, pure, affermano di aver svolto indagini in merito? E’ possibile che la questura di Gorizia non abbia aperto un fascicolo nel quale inserire la fotocopia dello scritto anonimo ed il rapporto sulle indagini fatte sul suo contenuto?
Felice Casson non si pone queste né altre domande. Non pare sospettare di nulla; in caso contrario, non se n’è accorto nessuno. Strano, molto strano.
Casson si preoccupa, questo sì, del fatto che il Procuratore della repubblica Bruno Pascoli, più accorto dei poliziotti, sulla questione dell”anonimo’, nega tutto.
E allora procede ad un nuovo interrogatorio: il 22 giugno 1985, venivano
“sentiti nuovamente il maresciallo Santin ed il questore Zappone, anche al fine di sottoporli -scrive il magistrato- a confronto con il procuratore Pascoli; ma mentre il primo confermava le proprie dichiarazioni, il secondo cercava di ritrattarle. Sottoposto a rituale procedura monitoria, il dottor Zappone dichiarava: “In data odierna non ho inizialmente fatto quelle dichiarazioni (e cioè confermato le precedenti deposizioni) con l’intenzione di aiutare il procuratore Pascoli. Ero confuso”. Indi -conclude il trionfante Casson- confermava quanto riferito in precedenza, oltre che da lui dal Santin, alla presenza dello stesso procuratore Pascoli, in sede di confronto” (ivi, p.566-567).

Il viso burroso del Casson si distende: che diamine!, anche un questore ha un buon cuore, ed il buon Pasquale Zappone si era impietosito per la sorte del povero procuratore della repubblica e voleva aiutarlo.
Ma Casson è deciso ad andare al fondo della verità e procede, quindi, ad interrogare Rosario Sannino che, per la sua funzione, risultava quello che aveva materialmente diretto le indagini sull”anonimo’ scomparso. Il dirigente dell’ufficio politico della questura di Gorizia, diretto superiore del sottufficiale Santin, che aveva ammesso di aver indagato
“escludeva categoricamente di aver visto anche uno solo dei due scritti anonimi in questione”(ivi, p.566).

Confortato da tali risposte e dalle “chiare e decise affermazioni di Zappone e Santin”(ivi, p.567) che nulla hanno chiarito, il Casson
“in tale situazione di stallo processuale (…) non ritiene di poter rinvenire ulteriori elementi oggettivi idonei a suffragare la tesi accusatoria o quella difensiva e, quindi, sotto il profilo storico-fattuale si ritiene di essere in presenza di un dubbio non superabile né con nuovi accertamenti istruttori né con un eventuale esame da parte del giudice del dibattimento” (ivi, p. 569)

Per Felice Casson, la questione si chiude qui.
Ma i misteri della questura di Gorizia sono tanti e, quindi, il giudice istruttore continua a indagare, procedendo all’esame testimoniale dei funzionari in servizio nell’estate-autunno del 1972. Per esempio, richiama il vicequestore Rosario Sannino, che vuole ascoltare sul quesito principale dell’indagine, le lettere Roitero. Cosa dichiara, a questo proposito, il funzionario al suo implacabile (si fa per dire) giudice?
“Nel suo primo esame del 18 giugno 1983 dichiara di aver saputo “dell’esistenza di quattro o cinque lettere dieci giorni fa a Gorizia, quando l’attuale dirigente (…) mi disse di sottoscrivere la lettera di trasmissione delle lettere indirizzate nel 1972 al prefetto di Gorizia da tale Antonio Minussi. Tali lettere erano state (…) trovate all’interno di un fascicolo che si trovava negli uffici dell’archivio relativo alla strage di Peteano (…). Preciso che queste non le ho mai lette. Prendo ora visione delle scritte in penna rossa apposte sulla prima facciata delle lettere datate 9 ottobre 1972 e 14 luglio 1972.
La sigla ivi apposta in penna rossa è sicuramente quella del questore di allora, dottor De Focatis, morto a Milano da circa un paio d’anni. In effetti sembra che la lettera datata 9 ottobre fosse indirizzata a me dal questore. Confermo però che non ho mai visto lettere di questo genere, tanto è vero che sulla lettera del 9 ottobre non c’è la mia sigla (…). Mi meraviglio moltissimo che siano rimaste ‘da parte’ queste lettere (…). Sicuramente erano nei nostri archivi.
Dopo aver precisato che molti dovevano essere a conoscenza delle lettere (prefetto, questore, capogabinetto, Pisani, Malizia) conclude che non ha mai visto le lettere anche se è sicuro che si trovavano negli archivi della questura” (sentenza 25 luglio 1987 cit., p.34).

Insomma, Rosario Sannino si presenta al giudice istruttore per dire che era un investigatore che non investigava, un dirigente che non dirigeva, un funzionario che non ‘funzionava’: uno che nulla sapeva, vedeva, sentiva e ricordava.
C’è da aggiungere che il ministero degli Interni, dopo la scoperta delle lettere di Mauro Roitero, lo aveva inviato nuovamente a prestare servizio nella questura di Gorizia, con una manovra che poneva il funzionario nella condizione di ‘inquinare le prove’ e che avrebbe fatto gridare allo scandalo chiunque ma non lui, l’impareggiabile ‘giudice Felice’.
Congedato il vicequestore Rosario Sannino, incredulo di poter tornare a casa propria invece di vedersi associato alle carceri di Santa Lucia, a Venezia, Casson convoca un secondo funzionario della questura di Gorizia, il vicequestore Leandro Malizia. Costui riferisce che
“delle indagini di Peteano si interessavano il Pisani, il Sannino e di non essere in grado di ricordare se fossero pervenute lettere (anonime o no) fornenti notizie sull’attentato, pur non potendolo escludere. Escludeva comunque di aver mai visto e sentito parlare di queste lettere” (ibidem).

Sannino aveva detto che era stato Malizia ad indagare, questi dice che sono stati Sannino e Pisani, a Casson non rimane che interrogare quest’ultimo.
Il vicequestore Giovanni Pisani è
“l’unico ad ammettere di aver visto una lettera del Minussi, quella che contiene l’invito del procuratore di recarsi alla prefettura di Trieste (…). Forse, ha “visto anche altre lettere, che sicuramente aveva sempre il questore. Le lettere in questione le ha avute senz’altro dal questore (…) o dal vicequestore, dottor Rovelli (…). Successivamente, le indagini passarono del tutto al dottor Malizia, come funzionario addetto alla squadra mobile, perché -conclude- il 26 giugno 1972 andai in licenza e successivamente fui addetto ad altri servizi” “(ivi, p.35).

In conclusione: Rosario Sannino asseriva di essere sempre stato all’oscuro di tutto e indicava in Leandro Malizia e Giovanni Pisani i funzionari che si erano interessati alle indagini sulle lettere di Roitero; Leandro Malizia affermava di non aver saputo nulla in proposito e che, eventualmente, le indagini di Peteano le avevano svolte Rosario Sannino e Giovanni Pisani; quest’ultimo, infine, riconosceva di aver visto una lettera di Roitero e dichiarava che le indagini le aveva svolte Leandro Malizia. Di fronte a tutto ciò che fa il giudice Casson? Nulla.
Cieco di fronte all’evidenza, sordo alle versioni incredibili che i funzionari della polizia di Stato gli forniscono sulla loro attività in relazione all’attentato di Peteano, il giudice Casson tace: muto, paralizzato, inerte. Non un dubbio sembra sfiorarlo, non un commento sullo spettacolo al quale assiste, non un fremito, se non di sdegno almeno di stupore.
Non fa nulla: non prende alcun provvedimento, non sottopone nessuno a procedura monitoria, non fa alcun confronto, non procede ad altri interrogatori. Non sente il dovere di ascoltare almeno il funzionario dell’ufficio politico della questura di Udine del tempo che, pure, era stato interessato proprio dal corrispondente ufficio di Gorizia, nel giugno del 1972, in relazione agli attentati avvenuti in Friuli.
Inutile cercare traccia nelle pieghe della prima istruttoria condotta da Casson, quella conclusasi con l’ordinanza del rinvio a giudizio del 4 agosto del 1986, di una ricerca della verità sui comportamenti della polizia di Stato.
C’è una traccia, viceversa, visibile e chiarissima di una indifferenza che sa di occultamento consapevole e cosciente degli indizi a carico dei rappresentanti della pubblica sicurezza.
L’unico ad essere rinviato a giudizio, come imputato di ‘falsa testimonianza e reticenza’ è il solo prefetto (a riposo) Vincenzo Molinari; degli altri (i D’Amato, i Sannino, i Zappone, gli Alfino) se ne parla come di testimoni, per di più validi; di Pisani e di Malizia neanche si accenna che esistono.
Chi legge le settecento e rotte pagine della sentenza istruttoria che stiamo qui esaminando, ricava esattamente l’impressione che il giudice Casson si proponeva esattamente di fornire sui comportamenti della polizia di Stato nelle indagini sull’attentato di Peteano: omissioni, alcune importanti, altre meno, imputabili però ad un questore morto, ad un vicequestore morto e ad un prefetto a riposo, che lui, Casson, tratta come si merita perché, perbacco, deve parlare.
Una pretesa fasulla, una mascherata, dietro la quale si nasconde la gravissima scelta di Casson di bloccare le indagini in direzione dei vertici del ministero degli Interni.
Un rinvio a giudizio strumentale e, soprattutto, inoffensivo per il prefetto Vincenzo Molinari che, come poi vedremo, in Corte d’assise dovrà solo riconoscere di aver visto le lettere inviategli da Mauro Roitero per uscirne assolto con formula piena e con totale soddisfazione sua, del ministero degli Interni e del Casson.
Per tutti gli altri, alla conclusione dell’istruttoria, non ci sarà nemmeno questo fastidioso, sebbene piccolo problema, e non li avrà salvati il solito ‘potere occulto’, la loggia P2, nazifascisti nascosti nell’ombra dei ‘servizi deviati’: no, sarà stato proprio lui, il giudice Felice Casson, quello che ha ‘scoperto con un po’ di fortuna’ la verità sull’attentato di Peteano e che ‘non guarda in faccia nessuno’.
Intanto, la ‘fortuna’ l’hanno avuta di certo i vertici del ministero degli Interni e i funzionari della questura di Udine, Gorizia e Trieste allora in servizio: quella di aver incontrato sul loro cammino un giudice che, quotidianamente, informa la stampa che lui vuole la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità e che, invece, in queste pagine posso tranquillamente accusare, senza timore di smentite, di averla nascosta, vilipesa e derisa.
Ma non tutti i magistrati somigliano a Casson e per i poliziotti ‘bravi’, ‘sinceri’ e ‘leali’ collaboratori della giustizia cassoniana c’è un appuntamento, nel corso del quale non riusciranno a mantenere integra la loro fama di ‘boni poliziotti’: il processo in Corte d’assise a Venezia, che inizia il 23 marzo 1987.

…………………………………
E’ stato lui: la verità negata
(p.193 ss)

Abbiamo visto quel che il presidente della Corte d’assise di Venezia ha scritto sul conto dei vertici del ministero degli Interni: una disamina, la sua, lucidissima, che doveva, e dovrebbe, servire a quanti, ancorché magistrati, vogliano comprendere la verità su quanto è accaduto e vogliano raggiungerla senza lasciare coni d’ombra in particolare su quel potere politico che pare fatalmente destinato a restare sempre al di fuori dei comportamenti delittuosi dei suoi fedeli servitori.
Non ci sono spazi per interpretazioni diverse da quelle che fornisce il dottor Gavagnin nella motivazione della sentenza di Peteano: l’ordine di ‘insabbiare’ le indagini, di seppellire la verità, di ‘depistare’ e ‘deviare’, agli uomini della polizia di Stato in servizio nelle questure di Udine, Gorizia e Trieste venne impartito dai vertici dell’apparato di appartenenza.
Questa la realtà che Casson doveva rafforzare con l’apporto di ulteriori elementi di verità. Avrebbe potuto, il giudice Casson, cercare di ristabilire la verità, scrollandosi di dosso il sospetto di aver voluto favorire la polizia di Stato; avrebbe potuto seguire la via che la Corte d’assise gli aveva tracciato.
Avrebbe potuto, ma non ha voluto farlo.
Vediamo ora come il giudice Casson analizza i reati commessi dai poliziotti e dai loro superiori gerarchici.
Al ministro degli Interni, Mariano Rumor, il magistrato dedica ben 19 (dicansi diciannove) righe: ostrega, xè il ministro! Che dice Casson sul conto del potente boss democristiano?
“Pur essendo stato oggetto di recente stralcio, va qui fatto cenno alla posizione processuale del senatore Mariano Rumor, che come già risulta dalla nota di questo Ufficio in atti datata 9 maggio 1988, non appare imputabile di testimonianza reticente, in quanto se avesse reso le dichiarazioni secondo quanto richiestogli dalla Corte d’assise di Venezia non avrebbe potuto non essere imputato quanto meno di omissioni d’atti d’ufficio e/o favoreggiamento personale aggravato. Peraltro questi reati sarebbero già ampiamente prescritti” (F.CASSON, Ordinanza 3 gennaio 1989, p.164-165).

Un ragionamento impeccabile: il povero Mariano Rumor doveva necessariamente mentire, perché se avesse detto il vero sarebbe stato incriminato per reati che, però, erano già ‘ampiamente’ (notare l’avverbio) prescritti.
Commenti del Casson sui sudici giochi di potere, sull’arroganza della classe politica, sul comportamento ignominioso di un ministro?
Nemmeno mezzo: ostrega, xè il ministro! Anzi:
“D’altra parte -continua serafico Casson- né il pubblico ministero di Venezia ha ritenuto di dover chiedere l’autorizzazione a procedere né l’imputato -raggiunto da una comunicazione giudiziaria- ha pensato bene di presentarsi spontaneamente al giudice per una dichiarazione ex art.250 c.p.p.” (ivi, p.165).

Insomma, non c’è verso di obbligare un boss democristiano a dire il vero, anche perché non gli si può chiedere di rivelare i suoi comportamenti delittuosi: lo vieta la legge; non gli si può chiedere di chiarire i comportamenti dei suoi subalterni di alto rango: lo vieta l’omertà; non lo si può obbligare a comparire davanti a un magistrato, anzi nei suoi confronti non viene nemmeno chiesta l’autorizzazione a procedere, però si dice a ‘La Repubblica’ che si è “scoperta la verità su Peteano” con l’aiuto della polizia di Stato, senza arrossire.
Discendendo lungo la scala gerarchica tocca ad Angelo Vicari, capo della polizia dal 1960 al 1973, imputato
“perché deponendo quale testimone, in data 20 maggio 1987, avanti la Corte d’assise di Venezia, sul ruolo svolto e sulle indagini assunte a livello istituzionale, quale capo della polizia, dopo la strage di Peteano, rendeva mendaci e reticenti dichiarazioni, in particolare asserendo di non aver mai avuto conoscenza dell’esistenza e del contenuto di rapporti (o note) riservati trasmessi al ministero degli Interni dal questore di Gorizia, in merito alla strage, alle sue modalità, ai collegamenti con precedenti attentati mediante impiego di ordigni esplosivi, alla matrice politica della stessa; né di aver impartito direttive di sorta al questore di Gorizia, né di essere stato a conoscenza delle formali proteste, trasmesse da quest’ultimo al prefetto, circa l’operato del Comando Legione carabinieri di Udine” (ivi, p. 12).

A costui il giudice Casson dedica 10 (diconsi dieci) righe, per dire che
“risulta pacificamente accertato che egli fu informato del contenuto del citato rapporto del 19 giugno 1972 del questore di Gorizia e che, nonostante ciò, furono date direttive affinché alle indagini provvedessero direttamente e pressocché esclusivamente i carabinieri, nonostante ad un certo punto la pista ‘nera’ fosse emersa in tutta la sua evidenza e nonostante che, altrettanto chiaramente, fosse emerso l”insabbiamento’ della medesima operato materialmente da carabinieri, servizi segreti e magistratura” (ivi, p.167).

E qui emerge platealmente la malafede profusa dal magistrato in queste poche righe, che alterano radicalmente la verità sui comportamenti del capo della polizia.
Infatti, prima di ordinare ai suoi subalterni di lasciare mano libera ai carabinieri nelle indagini su Peteano, Angelo Vicari diede l’ordine di ‘insabbiare’ materialmente i risultati delle indagini che la questura di Gorizia, in collaborazione con quelle di Udine e di Trieste, aveva conseguito e che il questore Domenico De Focatis aveva indicato nella sua relazione ‘riservatissima’ del 19 giugno 1972.
Ma questa successione di tempi, questa direttiva di ‘insabbiamento’ delle indagini, che viene cronologicamente impartita prima di quella di lasciare mano libera ai carabinieri, che di questa appare come una logica conseguenza, non certo come una premessa, il giudice Casson la dissimula, la ‘salta’, così da sollevare Vicari e la polizia di Stato dalla responsabilità di aver partecipato direttamente, alla pari e in accordo con l’Arma dei carabinieri, al ‘depistaggio’ delle indagini.
Felice Casson ci vuole ‘provare’ che i responsabili del ministero degli Interni ed i loro subalterni furono colpevoli solo di aver permesso ai carabinieri di condurre le indagini sull’attentato di Peteano e di depistarlo. Ma questa pretesa cassoniana contrasta con la realtà storica che emerge, chiarissima, dalle carte processuali e che vede la pubblica sicurezza impegnata a fare indagini, serrate e mirate, almeno fino al 20 giugno 1972.
Se Vicari avesse impartito l’ordine di lasciar fare ai carabinieri e di disinteressarsene, come poi è avvenuto, la questura di Gorizia nulla avrebbe fatto, niente avrebbe richiesto a quella di Udine, non si sarebbe interessata con il procuratore Pascoli perché si recasse all’appuntamento con Mauro Roitero il 16 giugno 1972, né quella di Milano avrebbe inviato di rinforzo ai funzionari di Gorizia il commissario Raffaele Valentini; e, per finire, il questore Domenico De Focatis si sarebbe risparmiato la fatica di compilare una relazione -quella del 19 giugno 1972- nella quale indicava proprio una pista ‘nera’ quale quella da seguire per risolvere il caso.
Tutto questo Casson lo sa, ce l’ha scritto nelle sue carte, qualche cosa ha strumentalmente posto perfino in evidenza, maessendo tutto ciò in contrasto con il suo obiettivo di salvare il ministero degli Interni, lo ignora e mente.
Quindi, è con la fiduciosa certezza di chi è consapevole di aver depistato, a sua volta, le indagini, ma non verrà mai scoperto, che il giudice Casson ci informa che il reato commesso dal capo della polizia italiano è stato
“consumato al fine di evitare una possibile incriminazione ex art.328, 361 o 378 c.p. Ne consegue -conclude- la declaratoria di non punibilità ai sensi dell’art.384 c.p.”(ivi, p.166).

Non una parola, infine, viene spesa dal Casson sul famoso segretario del capo della polizia che telefonò materialmente al prefetto di Gorizia per ordinargli di sospendere le indagini: Vicari era il suo diretto superiore ed a lui bisognava chiederne conto, specie dopo aver scritto in una sentenza istruttoria che questo nome si voleva saperlo a tutti i costi. Casson se n’è ‘dimenticato’ o ha preferito ritenerlo un particolare ‘trascurabile’: ciò che conta è che non ne parla più, in spregio alla verità.
Così, dopo il responsabile politico, anche l’uomo che ha materialmente diretto ed ordinato il depistaggio delle indagini sull’attentato di Peteano dal suo altissimo seggio di capo della polizia italiana, esce definitivamente dal processo e dall’inchiesta.
Tocca, poi, ad Umberto Federico D’Amato.
Il capo dell’ufficio Affari riservati è stato imputato
“perché, deponendo quale testimone in data 29 aprile 1987, avanti la Corte d’assise di Venezia, sul ruolo svolto e sulle iniziative assunte a livello istituzionale, quale dirigente l’ufficio Sigsi presso il ministero degli Interni, dopo la strage di Peteano, rendeva mendaci e reticenti dichiarazioni, in particolare asserendo di non aver mai avuto conoscenza del contenuto dei rapporti (o note riservate) trasmessi al ministero degli Interni dal questore di Gorizia in merito alla strage, alle sue modalità, ai collegamenti con precedenti attentati mediante impiego di ordigni esplosivi, alla matrice politica della stessa (…); perché, venuto a conoscenza, tra il 1974 ed il 1978, a seguito di precise informazioni fornitegli da Mario Tedeschi, di gravi indizi di reato, attinenti alla strage e alle successive attività di favoreggiamento dei suoi autori, ometteva di riferire all’autorità giudiziaria, o comunque ad altra tenuta al rapporto” (ivi, p.11-12).

Al direttore dei servizi segreti civili, il giudice Casson dedica ben 28 righe, non perché, secondo lui, meriti costui un trattamento diverso e peggiore rispetto ai due che lo hanno preceduto, ma solo perché, come abbiamo visto, deve rispondere di due reati (ivi, p.165-166). Il prefetto Federico Umberto D’Amato, il dirigente di quello che è stato definito l”ufficio bombe’ del ministero degli Interni, il depositario dei più inviolati ed ignobili segreti dell’Italia delle stragi e delle ‘diversioni strategiche’, delle menzogne e del terrore, può dormire sonni tranquilli: i reati da lui commessi in relazione alle ‘deviazioni’ delle indagini sull’attentato di Peteano sono ‘sicuramente’ -scrive il giudice Casson- caduti in prescrizione. E non è certo dovuto ad una mera casualità il fatto che il giudice istruttore veneziano liquidi nella sua ordinanza di rinvio a giudizio il ruolo del prefetto in ordine ai fatti più gravi (quelli del giugno-ottobre 1972) in sole tre righe e mezzo, dedicando il resto al reato dallo stesso commesso nel 1978.
Il vicequestore Rosario Sannino aveva dichiarato in dibattimento:
“Avevamo allora rapporti continui con la divisione Affari riservati del ministero, i quali quando vennero a conoscenza della svolta delle indagini verso la malavita comune, mi dissero che non era il caso di insistere su altre piste, dato che i responsabili erano già stati individuati e denunciati. In sostanza, la ricerca in campo politico si afflosciò” (sentenza 25 luglio 1987 cit., p.37).

Una diretta ed inequivoca chiamata di correo nei confronti di Umberto Federico D’Amato, solo in apparenza dissimulata, perché il vicequestore Rosario Sannino sa perfettamente che i sette goriziani accusati dai carabinieri furono denunciati dagli stessi all’autorità giudiziaria il 16 febbraio 1973 ed arrestati il 21 marzo successivo. Il ‘consiglio’ di lasciar fare ai carabinieri, dato dai vertici del Viminale alla questura di Gorizia risale, per loro stessa ammissione, al giugno del 1972: otto mesi prima della data indicata dal Sannino.
A quest’ultimo si aggiunge Ugo Laghi, funzionario della questura di Udine che, anche lui al dibattimento (non era mai stato interrogato prima) rivelerà che
“dopo l’episodio di Ronchi dei Legionari, l’ufficio politico della questura di Udine, su richiesta di un non meglio individuato ispettore del ministero dell’Interno, redasse e consegnò l’elenco degli ordinovisti di quella città” (ordinanza 3 gennaio 1989 cit., p.172).

E’ superfluo dire che, da allora, l’elenco è scomparso e, con esso, anche l’ispettore.
Anche in questo caso Casson non pone domande: non risulta, infatti, che abbia chiesto al capo dell‘intelligence della polizia se l’ispettore di cui parla Laghi lo avesse inviato lui ed, eventualmente, a quale scopo.
Per qualsiasi magistrato, le ammissioni parziali del D’Amato e le accuse rivolte all’ufficio Affari riservati dai funzionari di Ps avrebbero costituito un incentivo per andare avanti nella ricerca della verità. Tutto questo, invece, per il giudice che -dice lui- ‘vuole la verità’, ha costituito non il punto di partenza, ma quello di arrivo, il terminale sul quale si arenano le sue indagini sulla polizia di Stato e, in particolare, sui suoi massimi vertici.
Il giudice Casson ‘vuole la verità’ -racconta il Bianchin ai lettori di La Repubblica- e poi non inquisisce uno dei responsabili principali delle tragiche vicende italiane degli ultimi trent’anni.
Non ha nemmeno parole di riprovazione, di sdegno, di amarezza, di sconforto, di fronte ai callidi comportamenti del D’Amato e dei suoi colleghi, lui che pure non esita a sprecare parole ed aggettivi qualificativi duri e sprezzanti nei confronti dei carabinieri e, perfino, dei suoi colleghi magistrati implicati nella vicenda di Peteano. Nulla. Silenzio.
Comunque, anche il direttore dell’ufficio Affari riservati non è punibile -ci rassicura il giudice Casson- per le ragioni per le quali l’hanno fatta franca Mariano Rumor ed Angelo Vicari.
Così, i tre principali responsabili dei ‘depistaggi’ delle indagini sull’attentato di Peteano, tre dei protagonisti della strategia della tensione, tre degli autori dei ‘sudici giochi di potere’, escono definitivamente di scena dall’inchiesta giudiziaria per volontà del magistrato che doveva perseguirli e che si è rifiutato di farlo, che li doveva smascherare di fronte alla nazione ed alla giustizia e che, invece, consapevolmente e volontariamente, ha sancito l’ennesimo atto di ingiustizia a favore dei ‘potenti’ e dei colpevoli.
A disposizione della giustizia, incarnata dal ‘giudice Felice’ rimangono i subalterni dei potenti, coloro che hanno omesso, deviato, depistato, occultato atti giudiziari e verità in obbedienza alle direttive del ministro degli Interni, Mariano Rumor, del capo della polizia, Angelo Vicari, e del direttore del Sigsi Umberto Federico D’Amato….

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E’ stato lui: mai verso l’alto
(p.219 ss.)

Sul tavolo di Casson, l’inchiesta sull’attentato di Peteano giunge nei primi mesi del 1982. Il 28 giugno 1984 io mi assumo la responsabilità dell’attentato; il 29 settembre 1984, la stampa ne rende pubblica la notizia (CECCHETTI G., Luce su Peteano, Il Mattino di Padova, 29 settembre 1984); il 7 novembre 1984 il magistrato veneziano interroga in qualità di testimone il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Napoli, già comandante del nucleo investigativo di Gorizia.
E’ questa la data d’inizio dell’inchiesta sui depistaggi delle indagini sull’attentato del 31 maggio 1972.
L’11 dicembre 1984, Casson ascolta il generale Dino Mingarelli; due giorni dopo, il 13 dicembre, il tenente colonnello Antonino Chirico e il procuratore della repubblica di Gorizia, Bruno Pascoli, tutti e tre in qualità di testimoni. Più di due anni e mezzo sono trascorsi da quando Casson aveva assunto la direzione delle indagini sull’attentato di Peteano di Sagrado.
Gli erano occorsi più di quattro mesi per decidersi a compiere il primo atto formale (l’audizione come testi) nei confronti di coloro che avevano diretto le indagini sull’attentato, dalla data della mia assunzione di responsabilità accompagnata, come deve riconoscere lo stesso Casson, da un preciso atto d’accusa nei confronti degli apparati di Stato.
Il giudice ‘che non guarda in faccia nessuno’, il ‘vero gladiatore’ è in realtà prudentissimo: fin dal primo momento aveva agli atti dieci anni di battaglie giudiziarie condotte dagli avvocati che rappresentavano i sette cittadini di Gorizia che i carabinieri avevano ‘incastrato’, pur conoscendone la totale estraneità ai fatti di Peteano. C’erano, in quelle carte processuali, elementi pesantissimi d’accusa a carico di coloro che avevano condotto le indagini come, ad esempio, la scomparsa dei bossoli ritrovati sul luogo dell’attentato e invano richiesti dagli avvocati di parte civile. Ma lui non fece proprio nulla.
Delle ‘intense e serrate indagini’ condotte con la collaborazione dei suoi ‘preziosi ed intelligenti collaboratori’ della polizia di Stato, fino all’autunno del 1984, per quanto riguarda il capitolo delle ‘deviazioni’ non c’è traccia.
Dagli interrogatori ai quali sottopone il maresciallo Napoli, Casson comincia a trarre elementi di riscontro alle mie dichiarazioni, avvantaggiandosi del fatto che il sottufficiale dei carabinieri crede (come tutti in quel periodo) che io mi stia ‘pentendo’. Qualcosa costui comincia quindi a dire, e altri elementi di riscontro il magistrato li trova nei vecchi atti giudiziari che prima di allora, evidentemente, non aveva esaminato con la dovuta attenzione.
Al termine di questa attività istruttoria si decide, infine, a spiccare i mandati di cattura a carico di Mingarelli e di Chirico per i reati di ‘favoreggiamento, falso e soppressione di atti’. Un passo questo che il giudice Casson compirà il 25 aprile 1985, esattamente -e non certo a caso- il giorno dopo che io nell’aula della Corte d’assise d’appello di Bari avevo, per la prima volta in un pubblico dibattimento, ribadito la mia responsabilità nell’attentato di Peteano di Sagrado.
Un mese più tardi concederà ai due ufficiali gli ‘arresti domiciliari’; e, dopo ancora un mese, rimetterà i due in libertà provvisoria: prima il generale Dino Mingarelli e, una settimana più tardi, il tenente colonnello Antonino Chirico. Un ‘gladiatore’ accorto e cauto, Casson, quando di fronte a lui si erge la potenza di un ‘corpo separato’ come l’Arma dei carabinieri.
Il 4 agosto 1986, il magistrato veneziano chiude la sua istruttoria e deposita la sua ordinanza di rinvio a giudizio: in un anno e dieci mesi di indagini sulle ‘deviazioni’ ha ‘scoperto’ due verbali falsi al posto di uno vero ed una firma falsificata. E’ pochissimo: ma sufficiente per rinviare a giudizio il generale Mingarelli, il tenente colonnello Chirico ed il maresciallo Giuseppe Napoli. Perché il giudice Casson non è andato oltre nella ricerca della verità?
Per la semplice ragione che ha escluso, a priori, la responsabilità del Comando dell’Arma dei carabinieri e ha volontariamente circoscritto l’ambito delle indagini ad un ambiente ristretto nel quale agivano, secondo lui, pochi ufficiali ‘infedeli’ agli ordini di un ‘potere occulto’ che, sempre lui, ha voluto identificare motu proprio nella loggia Propaganda due, diretta da Licio Gelli. Non lo dico io, sulla base di ipotesi, lo ha detto lo stesso Casson nella sua ordinanza di rinvio a giudizio del 4 agosto 1986.
In questa sede infatti il magistrato veneziano si chiede se il colonnello Dino Mingarelli avesse deciso ed attuato da solo il depistaggio delle indagini su un attentato nel quale avevano perso la vita tre carabinieri, e così risponde:
“L’ordine di indagare ‘a sinistra’ e di non indagare ‘a destra’ erano sicuramente pervenuti a Mingarelli attraverso la mediazione di Palumbo e con la collaborazione dei vertici locali dell’Arma e del Sid. Il gioco era troppo pesante e troppo sporco, erano morti dei carabinieri: la strategia che voleva che tutta la violenza e il terrorismo di allora fossero d’origine o ‘dipinti’ di rosso non poteva essere nata in un semplice Comando di legione o di divisione né poteva promanare da questi Comandi territoriali. L’origine degli ‘ordini’ doveva essere ben diversa”(Ordinanza 4 agosto 1986 cit., p.466-467).

La prima impressione, nel leggere queste affermazioni del Casson, è di perplessità: che vuol dire ‘attraverso la mediazione’ di Palumbo quando è naturale, nella gerarchia militare, che gli ordini si trasmettono e non si mediano? E perché ‘ordini’ è scritto fra virgolette?
Il dubbio che Felice Casson si riferisca ad un altro ‘potere’ dal quale il generale Giovanbattista Palumbo poteva ricevere ‘ordini’, diverso da quello rappresentato dal Comando generale dell’Arma dei carabinieri, viene naturale e spontaneo. Ne viene anche la conferma.
Perchè, nella sua ordinanza di rinvio a giudizio del 3 gennaio 1989, nel capitolo primo, dopo due pagine dedicate all”origine del procedimento penale’, si può leggere al paragrafo b:
“Inquadramento generale del procedimento in ordine ai depistaggi oggetto d’indagine. La Loggia massonica P2” (p.34).

Sette pagine, fitte fitte, dedicate a ‘provare’ che anche su Peteano il diabolico Licio Gelli e la sua accolita di indemoniati piduisti, ‘fascisti’ e ‘antidemocratici’, hanno messo le mani dall’inizio alla fine. Ma ora c’è lui, Casson, a smascherarli.
Ci parla del
“gruppo di potere ‘piduista’ formatosi all’interno della Divisione dei carabinieri Pastrengo /e degli/ inevitabili riflessi anche sulla gestione delle indagini che avvenivano nel territorio di competenza del Comando Divisione (ivi comprese -specifica per chi ancora non lo avesse capito- pertanto, quelle relative alla strage di Peteano)” (ibidem).

Così ci chiarisce totalmente il suo pensiero: il generale Palumbo, per conto della P2, aveva impartito al colonnello Dino Mingarelli l’ordine di depistare le indagini sull’attentato di Peteano, cosa che quest’ultimo fa con i ‘vertici locali‘ dei carabinieri e del Sid. Insomma, un affare di famiglia, nel quale Casson esclude perentoriamente che possano aver avuto parte il Comando generale dell’Arma dei carabinieri e quello del Servizio informazioni difesa. Fornisce, Felice Casson, qualche elemento di riscontro, anche labile, labilissimo, indiziario, a suffragio di questa sua tesi accusatoria?
L’avesse avuto avrebbe dovuto indiziare di reato il responsabile della loggia P2, il maestro venerabile Licio Gelli che, viceversa, Casson non ha mai citato nemmeno in qualità di teste. Anche perché non avrebbe saputo cosa chiedergli.
In realtà, il teorema cassoniano altro non è che la riproduzione, adattata alla vicenda di Peteano, di quello proposto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, presieduta dall’onorevole Tina Anselmi, democristiana fedelissima. Un teorema, questo, che individuava nel maestro venerabile, Licio Gelli e nella sua loggia riservata il centro motore di tutte (ma proprio tutte) le malefatte, le ‘trame’, le ‘deviazioni’ avvenute nell’Italia dei misteri, salvaguardando il potere politico e, soprattutto, la classe dirigente democristiana, presentata come la ‘vittima’ dei maneggi di un uomo astuto e senza scrupoli. Questa, però, era una verità politica portata innanzi ed imposta da una commissione parlamentare d’inchiesta che aveva pur sempre il compito di assolvere quel potere del quale era espressione e strumento.
Sul piano giudiziario, viceversa, il Casson aveva il dovere di esaminare tutte le ipotesi formulabili sulla base degli indizi in suo possesso, e non di abbracciare ipotesi politiche da spacciare come ‘verità’ giudiziarie faticosamente acquisite in anni di ‘intense e serrate indagini’ ecc.ecc., con il solo fine di coprire le responsabilità politiche e militari di vertice che si stagliavano chiaramente sullo sfondo del depistaggio delle indagini nell’inchiesta su Peteano. Anche questa è un’accusa che si può dimostrare.
La scelta del generale Giovanbattista Palumbo, comandante della prima Divisione carabinieri Pastrengo e, successivamente, vicecomandante dell’Arma dei carabinieri, come elemento di collegamento tra un ‘potere occulto’ e un ‘gruppo di potere’ militare formato da ufficiali ‘infedeli’, è particolarmente felice, anche -se non soprattutto- per la ragione che l’ufficiale è morto il 16 agosto 1984, due anni dopo che Casson aveva iniziato la sua inchiesta su Peteano. Se quest’uomo rappresentava, come ci dice Casson, il vertice palese del complotto piduista, la sua morte lascia quali unici responsabili il colonnello dei carabinieri Dino Mingarelli e, discendendo lungo la scala gerarchica, i suoi subalterni: Chirico e Napoli. E’ forse per fatalità che le indagini sulle ‘deviazioni’ nell’attentato di Peteano, dirette da Casson, debbano sempre dirigersi verso il basso e mai verso l’alto?
Un questore, debitamente defunto, diviene per il magistrato veneziano l’unico responsabile del comportamento depistante dei funzionari della polizia di Stato di Gorizia; un generale dei carabinieri, tempestivamente deceduto, si trasforma nel solo responsabile dei depistaggi compiuti da alcuni dei suoi subalterni.
Abbiamo visto che questa ‘verità’ di Casson è mendace nel caso del ministero degli Interni e affermo che lo è anche per quanto riguarda l’Arma dei carabinieri ed il Servizio informazioni difesa. La disciplina e l’obbedienza fanno parte, a giusto titolo, della storia e della leggenda dell’Arma dei carabinieri, e sarebbe stato più ragionevole supporre che un generale di Divisione (Palumbo), un colonnello comandante di Legione (Mingarelli), un tenente colonnello comandante di Gruppo (Santoro), un capitano (Chirico) e un maresciallo (Napoli) non si sarebbero esposti al rischio di ‘coprire’ chi aveva ucciso altri carabinieri, se non avessero avuto il consenso e l’autorizzazione –anzi, l’ordine– del Comando generale dell’Arma ad agire come hanno agito.
Casson non ha voluto seguire la strada retta e lineare tracciata non solo dalla logica ma anche dagli elementi oggettivi di riscontro in suo possesso, e ciò che era ragionevole lo ha ignorato, scegliendo strumentalmente ciò che era del tutto irrazionale.
Il 15 ottobre 1984 Casson registra a verbale la dichiarazione del prefetto Umberto Federico D’Amato secondo il quale, nel giugno del 1972, il Comandante generale dell’Arma dei carabinieri Corrado Sangiorgio chiese ed ottenne dal ministero degli Interni mano ‘libera’ nelle indagini sull’attentato di Peteano di Sagrado, considerato un episodio sul quale dovevano indagare solo ed esclusivamente i carabinieri. Un intervento pesantissimo, questo, del massimo responsabile dell’Arma, sul quale Casson aveva il dovere preciso ed imperioso di indagare: non l’ha fatto. Il magistrato doveva chiedere subito, fin da quando ricevette l’incartamento processuale di Peteano, al Comando generale dei carabinieri gli elementi di prova che potevano dimostrare la sua totale ed assoluta ignoranza delle decisioni prese dal generale Giovanbattista Palumbo e dal colonnello Dino Mingarelli nelle indagini sull’attentato del 31 maggio 1972: non l’ha fatto.
Ma, poteva il Comando generale dell’Arma affermare – e dimostrare- che mai si era interessato delle indagini su un attentato che era costato la vita a tre carabinieri? Era questa la prima domanda da porsi e da porre.
Casson rifiuta, anche dopo aver raggiunta la prova che il vertice dei carabinieri aveva sgombrato la via delle indagini al colonnello comandante la Legione di Udine, di formulare questa domanda. La faccio porre io, dal mio legale, nell’aula bunker di Mestre, nel corso del dibattimento di primo grado, al generale Dino Mingarelli: la risposta dell’ufficiale è perentoria, secca, rabbiosa:
“Mai, nemmeno una volta il Comando generale si è interessato delle indagini? Neanche con una telefonata?
No -ribatte Mingarelli- neanche con una telefonata.

Strano e del tutto inattendibile. La controprova che la verità è esattamente contraria a quella che lui afferma in quel momento, la offre lo stesso Mingarelli, quando ricorda alla Corte che lui non voleva arrestare i goriziani. Per difendersi da un’accusa che gli brucia, precisa:
“Rimisi all’autorità giudiziaria il compito di ordinare i fermi. Dopo due o tre giorni ricevetti una telefonata del generale Palumbo che mi ordinava di procedere ai fermi. Io risposi di no. Nello stesso modo detti seguito a un suo ordine scritto. Allora non era facile rispondere in modo negativo a Palumbo e il comandante dell’Arma, generale Mino, mi telefonò per chiedermi se avevo problemi”(Mingarelli: così conducemmo le indagini, Messaggero veneto 9 aprile 1987).

Altro che ‘potere occulto’ e loggia P2! Dino Mingarelli racconta alla Corte che lui, colonnello, si è rifiutato di obbedire ad un ordine impartitogli dal suo comandante di Divisione e che per farglielo eseguire era personalmente intervenuto il Comandante generale dell’Arma, Enrico Mino. Perché questo, né può essere altro, è il significato dell’episodio narrato da Dino Mingarelli, quattro anni fa, nell’aula della Corte d’assise di Venezia.
Nessuno si mosse, tantomeno Casson.
Il generale Corrado Sangiorgio era morto; morto nell’esplosione dell’elicottero sul quale viaggiava, il 31 ottobre 1977, era pure il generale Enrico Mino; morto anche il generale Giovanbattista Palumbo -ma un uomo che sapeva tutto e che tutto poteva spiegare c’era ancora: il generale Arnaldo Ferrara. Le sue note biografiche ci dicono che questi
“nel ’61 assunse il comando dei carabinieri del ministero della Difesa. Nel ’62, colonnello, fu nominato comandante della Legione carabinieri di Roma (…); il 1 novembre 1967 fu nominato capo di Stato maggiore dell’Arma. Mantenne l’incarico per quasi dieci anni, fino al 26 luglio del ’77, quando fu chiamato a coprire l’incarico di vicecomandante generale dei carabinieri. Quando nel 1978 fu eletto presidente, Sandro Pertini lo volle al Quirinale, ritagliando per lui un incarico mai esistito, quello di ‘consigliere per l’ordine democratico e la sicurezza nazionale’, in sostanza il suo consigliere di fiducia sui problemi del terrorismo” (Nemico di De Lorenzo e consigliere di Pertini, La Repubblica 14 dicembre 1990).

Un uomo potente e, soprattutto, vivo, ma Casson non vuole interrogarlo.
Provo io a farlo citare come teste al dibattimento di primo grado ma la Corte, ascoltato il parere negativo del pubblico ministero, dottor Gabriele Ferrari, respinge la richiesta (Peteano:anche Delle Chiaie sarà ascoltato dalla Corte, Messaggero veneto 16 aprile 1987). Era il 15 aprile 1987 e Casson l’inchiesta su Peteano l’aveva da cinque anni, ma un passo, uno solo, in direzione del vertice dell’Arma dei carabinieri per accertare la verità non lo aveva mai compiuto e si rifiutava ancora di compierlo.
Continuerà a rifiutarsi di farlo anche successivamente e concluderà la sua seconda inchiesta su Peteano, il 3 gennaio 1989, blaterando ancora di massoni e P2, piangendo per il fatto che il Comando generale dell’Arma ‘Benemerita’ rifiuta di collaborare con lui. Ma, pur versando lacrime su questa mancata collaborazione che condanna con severità parolaia, non si induce ad ipotizzare che dietro i comportamenti di Mingarelli, Palumbo, Santoro e Chirico, ci sia stato (e ci resti) il vertice dell’Arma dei carabinieri. In particolare quel generale Arnaldo Ferrara che, fatto eccezionale nella storia di un corpo militare, ne aveva ricoperto la carica di capo dello Stato maggiore per ben dieci anni: i più turbolenti, tumultuosi ed oscuri della storia secolare dell’Arma ‘fedelissima’. Le testimonianze in suo possesso (D’Amato e Mingarelli), ben più consistenti delle ipotesi di Tina Anselmi, non sono sufficienti a indurre Casson a compiere il suo dovere di magistrato: il generale Ferrara lui non lo interroga.
Esplode poi, per ‘merito’ di Giulio Andreotti, il caso della struttura segreta Gladio e, il 13 dicembre 1990, il generale Arnaldo Ferrara, il cui ruolo nella vicenda si è ormai delineato, viene interrogato a palazzo San Macuto dai membri della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi. Uno di loro, l’ex lottatore continuo Marco Boato gli pone, infine, la domanda che io avrei voluto fargli da anni e che Casson si è sempre rifiutato di porgli.
Riporto domanda e risposta così come testualmente appaiono nel resoconto stenografico della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi:
Boato. Lei, che era in quel periodo capo di Stato maggiore dell’Arma, si è interessato alla vicenda? E’ rimasto allarmato da questa operazione. sa dire qualcosa rispetto a questo gruppo costituitosi trasversalmente a partire dal vertice della Divisione Pastrengo di Milano, arrivando fino a Mingarelli e Udine, passando anche per altre sedi?”.

Segue una lunga disquisizione di Ferrara sul gruppo di potere piduista costituitosi a sua insaputa che lui vigilava, controllava, spiava tramite
“tanti bravi ufficiali come me sensibili a salvaguardare l’interesse dello Stato”.

Nessuno ride o piange. Non propongono -i parlamentari presenti- neanche il suo arresto, pur disponendo dei poteri di autorità giudiziaria: così Ferrara, rincuorato, può infine formulare la sua risposta sull’attentato di Peteano:
“Abbiamo seguito la vicenda e poiché se ne occupava la magistratura, ci siamo informati attraverso le comunicazioni che giungevano dalla periferia, attraverso la stampa, e doverosamente non abbiamo interferito”(I brani delle audizioni che abbiamo qui riportato compaiono alle pagine 89, 90 e 93 del resoconto stenografico, edizione provvisoria, della seduta della Commissione del 13 dicembre 1990).

Esistono agli atti processuali le prove delle pesantissime interferenze dell’Arma dei carabinieri, dal giugno del 1972 in poi, nelle indagini e nei processi: Boato li ha letti, li conoscono anche i suoi colleghi, ma nessuno ribatte a Ferrara, troppo potente per loro come per Casson, perché abbiano il coraggio civile di incriminarlo per ‘falsa testimonianza’.
Ma l’emergere, su iniziativa di Dino Mingarelli (forse stufo di essere sempre il solo a pagare) e della documentazione fornita dal Sismi, che il generale Ferrara aveva addirittura ordinato personalmente il primo depistaggio delle indagini sul “Nasco 203” di Duino Aurisina, obbliga Casson ad indiziarlo di ‘falso’ e a citarlo nel suo ufficio per il 15 febbraio 1991. Sono passati nove anni da quando Casson ha avuto l’incarico di condurre l’inchiesta su Peteano e sette da quando gli ho fornito gli elementi per iniziare ad indagare seriamente sul conto degli apparati di Stato.
Ma il generale Arnaldo Ferrara è un uomo potente e amico di potenti e a Casson lo tratta maluccio, senza ricambiare i riguardi che costui ha avuto, invece, nei suoi confronti mantenendolo per callida scelta fuori dall’inchiesta di Peteano per tutti questi anni. Infatti l’ex consigliere militare per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico di Sandro Pertini non risponde alle domande che Casson vorrebbe porgli.
“Un generale dei carabinieri (‘usi a obbedir tacendo’) è rimasto fedele al suo motto -ironizza con lo stile che gli è proprio Marco Nozza- nonostante pendesse su di lui un’accusa di falso. Il generale ha taciuto, obbedendo non si sa bene a che cosa e a chi (…). Ma il generale dei carabinieri ha fatto di più: si è rifiutato di presentarsi davanti al giudice (Casson, naturalmente) che l’aveva convocato per ieri mattina, dopo avergli fatto pervenire un avviso col quale lo indiziava di falso in atto pubblico. Il falso -prosegue Nozza- era stato commesso nel febbraio del lontano 1972, in seguito al ritrovamento del tanto discusso deposito di Aurisina. Reato caduto in prescrizione, quindi. E questa doveva essere una ragione in più -dice Nozza che, come al solito, non ha capito niente- per non rifiutare il confronto col giudice, per non temere il rischio di una giustizia impossibilitata ad intervenire”.

Cosa fa paura al generale Ferrara? Non certo il depistaggio sul “Nasco 203”, per il quale può invocare l’attenuante di aver agito in nome e per conto della ‘sicurezza nazionale’, ma quello sull’attentato di Peteano e sull’incriminazione di sette persone innocenti: decisioni nelle quali l’ex capo di Stato maggiore dei carabinieri ha avuto un ruolo decisivo e fondamentale.
Non soltanto di fronte a Casson rifiuta di presentarsi il generale, ma anche dinanzi alla Commissione parlamentare sul terrorismo e le stragi dove, pure, l’atmosfera nei suoi confronti era stata più che favorevole. Il 10 aprile 1991 la stampa riporta che gli uffici della Commissione parlamentare d’inchiesta
“dovranno ‘sondare’ la disponibilità del generale dei carabinieri Ferrara ad essere messo a confronto con il generale Mingarelli, già inquisito per la strage di Peteano. Oggetto del possibile confronto è la chiarificazione dei rapporti che intercorsero tra servizi segreti e carabinieri, dopo la scoperta del deposito d’armi ad Aurisina. Ferrara ha respinto l’affermazione di Mingarelli su un diretto rapporto tra i due organismi per la gestione dell’episodio, affermando di non aver partecipato a nessuna specifica riunione”(Fateci avere tutto su Gladio, Il Giorno 10 aprile 1991).

Una decina di giorni più tardi, il quotidiano La Repubblica informa che
“intanto il generale Dino Mingarelli, imputato nel processo sulla strage di Peteano, si è rifiutato di deporre davanti alla Commissione stragi. L’audizione di Mingarelli era stata richiesta per accertare se, come risultava da una serie di testimonianze, fosse stato a conoscenza dell’attività della rete Gladio. L’indisponibilità del generale (che si è potuto avvalere della facoltà di non rispondere perché, appunto, imputato nel processo di Peteano), renderà impossibile il confronto tra lo stesso Mingarelli ed il generale Arnaldo Ferrara (ex vicecomandante dell’Arma) a proposito della scoperta del Nasco di Aurisina” (Ci dobbiamo fidare soltanto della parola, La Repubblica 21 aprile 1991).

I due complici si alternano nel frapporre ostacoli per un confronto che nessuno dei due è in grado di sostenere.
Qualche tempo dopo, il 18 luglio, viene resa nota la notizia che “il generale di corpo d’armata, Arnaldo Ferrara, già vicecomandante e capo di Stato maggiore dei carabinieri, dovrà comparire il prossimo 30 luglio, davanti al giudice veneziano Felice Casson che indaga sulla strage di Peteano. Ferrara dovrà rispondere di falso materiale ed ideologico, per le indagini a suo tempo condotte dai carabinieri sull’attentato nel quale morirono tre militari. Secondo Casson, Ferrara avrebbe indotto gli inquirenti a perseguire la pista ‘rossa’ anziché quella ‘nera’, per deviare l’attenzione dai gladiatori e dall’esplosivo del deposito di Aurisina” (Mandato al generale, Il Corriere della sera 18 luglio 1991).
La notizia pare attendibile, perché fornita, secondo la stampa (Nuove domande per Cossiga, L’Arena di Verona 18 luglio 1991) dall’avvocato Livio Bernot che è uno dei rappresentanti legali dei sette goriziani accusati a suo tempo per l’attentato di Peteano.
Felice Casson risponderà di tutti gli anni perduti nel seguire la pista della P2, inventata di sana pianta con una manovra propagandistica da manuale della ‘disinformazione’ da parte del potere politico e militare italiano?
Il generale Arnaldo Ferrara
“napoletano, settant’anni, consigliere personale di Pertini per i problemi della sicurezza interna e del terrorismo (…) è conosciuto soprattutto come l’uomo che ha risanato l’Arma dei carabinieri dopo il tentativo di colpo di stato di Giovanni Di Lorenzo, e come colui che per anni si è opposto al gruppo di potere costituito dagli ufficiali poi risultati affiliati alla P2” (Nemico di De Lorenzo e consigliere di Pertini, La Repubblica 14 dicembre 1990).

Basta leggere queste brevissime note per comprendere le ragioni del depistaggio delle indagini compiuto da Casson, impegnato allo spasimo a tener fuori un personaggio come Ferrara dai sospetti di aver ordinato, per conto del potere politico di cui è stato servitore fedelissimo per tanti anni, i depistaggi delle indagini sull’attentato di Peteano. Non ci sono attenuanti per il Casson, che strilla di aver ‘scoperto’ la verità su Peteano solo perché nessuno ha, fino ad oggi, letto con attenzione gli atti processuali che costui ha prodotto. Il caso contrario, già da tempo si sarebbe scoperto che il Casson ha ‘coperto’ le responsabilità di tutti coloro che riteneva fossero troppo vicini alla classe politica e dirigente democristiana per essere ‘infastiditi’ sia pure con qualche domanda che il dovere gli imponeva di porre. Nove anni, per chiedere al generale Arnaldo Ferrara se e come aveva seguito l’operato dei suoi subalterni nelle indagini per l’attentato di Peteano di Sagrado sono troppi, perché possano essere attribuiti ad una sottovalutazione degli elementi probatori in suo possesso e non, al contrario, alla scelta astuta di un magistrato ben attento a salvaguardare il “terzo livello” della malavita politica democratica, democristiana e atlantica che governa il Paese da un cinquantennio.
Ma anche in campo locale, nell’ambito della Legione carabinieri di Udine, il giudice Casson ha fatto quel poco che l’evidenza delle prove lo ha obbligato a compiere.
Sarà la Corte d’assise di Venezia a rimandargli come imputato il maresciallo dei carabinieri Francesco Valerio, del nucleo investigativo di Gorizia, che lui aveva ascoltato come testimone e tale aveva ritenuto che fosse.
E’ sempre la Corte d’assise di Venezia a condannare per ‘falsa testimonianza’ e ‘autocalunnia’ il sottotenente dei carabinieri in congedo Francesco Spaziani, che lui aveva ascoltato come testimone e tale aveva ritenuto che fosse.
Mentre rimane aperto il capitolo riguardante il ruolo, anche a livello conoscitivo, ricoperto dal tenente colonnello Vinicio Ferrari, a suo tempo comandante del Gruppo carabinieri di Gorizia, che venne esautorato dalle indagini quindici giorni dopo l’attentato, a indagini già concluse, perché dopo la metà di giugno del 1972 non c’era più altro su cui indagare: possibile che il tenente colonnello Ferrari nulla abbia mai saputo dei bossoli? Dei verbali? Delle riunioni? Delle lettere di Mauro Roitero? Io ritengo che questo ufficiale dei carabinieri sa più di quel che ha detto fino ad oggi e che sarebbe il caso di obbligare a rivelare tutto ciò che sa.
Dopo la P2, un’altra ‘bestia nera’ del giudice veneziano, Casson, sembrano essere i servizi segreti militari, contro i quali si accanisce appena ha possibilità (il che accade spesso) di aprire bocca per parlare con qualche giornalista. Anche in questo caso, però, è più apparenza che sostanza, perché la deferenza usata nei confronti dei vertici del Ministero degli interni e dell’Arma dei carabinieri, la ritroviamo puntualmente espressa anche verso i vertici del Sid.
Il 7 dicembre 1975 l’Espresso pubblicava la notizia che il Sid, nei primi giorni di novembre del 1972, ha inviato al comando Legione carabinieri di Udine una nota informativa nella quale esclude la possibilità che a compiere l’attentato di Peteano siano stati elementi ‘di destra’ (R.D.R., Aiutati che il Sid ti aiuta, L’Espresso 7 dicembre 1975). Il 10 maggio 1985, nell’ufficio di Casson ha corso un ‘confronto’ fra il generale Dino Mingarelli ed il colonnello Michele Santoro, ex comandante del Gruppo carabinieri di Trento, sulla notizia -da Mingarelli affermata e da Santoro smentita- che il primo ricevette dal generale Palumbo una ‘velina’ che indirizzava le indagini a sinistra, negli ambienti di Lotta continua di Trento, redatta sulla base di informazioni proprio da Santoro. I due litigano: uno conferma e l’altro smentisce. Alla fine, Michele Santoro sferra un insidioso:
“Io non ho indirizzato proprio nulla -dice- mi pare che il generale Mingarelli si contraddica, chi lo ha indirizzato sulla pista rossa? Io o la velina del generale Palumbo? Non si dimentichi che il generale Palumbo era iscritto alla P2. Sarebbe ora di parlare dell’altra velina che bloccò le indagini a destra. (ordinanza 3 gennaio 1989 cit, p.456).

Tocca ora a Mingarelli negare:
“Non ho mai ricevuto alcun ordine o invito, né scritto né orale, per bloccare le indagini sulla pista nera, ricevetti solo una velina del generale Palumbo che mi indirizzava sulla pista rossa, come ho detto poco fa” (ivi, p.457).

Il colonnello Michele Santoro non è un giornalista, è un ufficiale dei carabinieri che si è trovato implicato in varie oscure vicende di ‘terrorismo’ e di ‘coperture’, che godeva della fiducia del generale Giovanbattista Palumbo e che non poteva certo inventarsi, su due piedi, per puro spirito polemico, l’esistenza di una ‘velina’ che ha bloccato le indagini a destra, nell’autunno del 1972. Inoltre, il colonnello Santoro parlava con piena cognizione di causa, perché, oltre ad essere nell’organico dell’Arma dei carabinieri, apparteneva anche al Servizio informazioni difesa. Era, cioè, un ufficiale con doppio ruolo, come tanti altri suoi colleghi che svolgono il loro servizio nell’Arma territoriale e, contemporaneamente, sono inquadrati alle dipendenze dei servizi segreti militari.
Casson non l’ha mai ‘scoperto’, eppure la notizia è di dominio pubblico fin dalla primavera del 1986, da quando cioè il generale Ambrogio Viviani, già capo del controspionaggio italiano, ha scritto un libro nel quale, fra l’altro, si può leggere che il Santoro era un ‘agente’ del Sid (A.VIVIANI, Servizi segreti italiani, Roma 1986, II, p.133) che aveva operato egregiamente in Alto Adige, in compagnia del colonnello Angelo Pignatelli. Un’informazione preziosa, visto che proprio con Pignatelli Santoro verrà incriminato per la sua partecipazione ai depistaggi sull’attentato di Peteano: Casson nonl’ha mai saputo.
Ma, dal confronto Pignatelli-Santoro, sapeva oramai che la notizia pubblicata a suo tempo da L’Espresso sulla velina del Sid che bloccava le indagini a destra era ufficialmente confermata.
Le ‘veline’ agli ufficiali subalterni le mandano i comandi superiori ma, come abbiamo visto, per Casson al depistaggio delle indagini sull’attentato di Peteano parteciparono solo i ‘vertici locali‘ del Sid e, di conseguenza, il generale Vito Miceli, all’epoca dei fatti direttore del Servizio, lui non lo interroga.
Casson parla (tantissimo) e scrive che i ‘vertici locali’ del Sid, in Friuli, hanno deviato ma non ci dice quali, visto che non uno degli appartenenti al Servizio operanti in quella zona è stato incriminato o, almeno, indiziato di reato. Sia il tenente colonnello Elio Bucci che il suo dipendente, il maresciallo Luciano Soragni, sono stati ascoltati sempre e soltanto come testimoni.
Conosceva, Casson, altri elementi indiziari sul coinvolgimento dei servizi segreti militari nella vicenda di Peteano, ma non li ha valorizzati né utilizzati.
Ha fatto in modo, ad esempio, di escludere dall’indagine che stava conducendo l’episodio di Camerino, un’operazione che il Sid condusse nell’autunno del 1972, per dimostrare all’opinione pubblica che il pericolo per le istituzioni democratiche veniva solo da sinistra.
Il 6 ottobre 1972 ha luogo a Ronchi dei Legionari, presso Gorizia, il dirottamento aereo che si concluderà con la morte di Ivano Boccaccio e che, per il rinvenimento della pistola e dei bossoli cal.22 usati a Peteano, darà il via alla vera e propria opera di manipolazione delle prove delle indagini su quell’attentato.
“Il 7 ottobre i carabinieri di Roma segnalano a quelli di Camerino di essere venuti a conoscenza -così si legge nella sentenza della Corte d’Assise di Macerata del 7 dicembre 1977- tramite un informatore che in una casa disabitata (…) erano nascoste armi, munizioni, esplosivi ed altro materiale di guerriglia. In una perquisizione operata dai carabinieri di Camerino soltanto il 10 novembre 1972, in un casolare di proprietà di tale Micozzi (…) celate nella soffitta si rinvenivano una mitragliatrice tedesca, due moschetti” (sentenza 25 luglio 1987 cit., p.120)

ed altro materiale che qui è inutile citare.
L’ ‘operazione Camerino’ ha inizio, quindi, il giorno dopo l’evento di Ronchi ma, stranamente, si blocca: per ben trentadue giorni i carabinieri non danno seguito alla segnalazione e la singolarità del fatto non sfugge alla Corte d’assise di Macerata e, nemmeno, a quella di Venezia, che cita i passi salienti della sentenza emessa dalla prima.
” Pure da rilevare -scrivono i giudici di Macerata- il fatto che i carabinieri tardarono ben trentadue giorni da quello della segnalazione romana prima di effettuare le ricerche che condussero, del resto in brevissimo tempo (nello spazio cioè di un paio di ore) al rinvenimento dell’arsenale” (ibidem).

C’è una connessione temporale evidentissima fra il temporaneo arresto dell’ ‘operazione Camerino’ e gli avvenimenti di Udine, che sono quasi certamente all’origine di questo rinvio di ben trentadue giorni, viste le difficoltà nelle quali venne a trovarsi il Sid a seguito dell’emergere delle prove certe della ‘pista nera’ nell’attentato di Peteano: prove che dovevano essere eliminate ma che, in attesa che questa operazione venisse completata con successo, consigliavano al Sid di non varare il ritrovamento del deposito di armi e munizioni di Camerino da attribuire alla sinistra.
C’era, oltre quella temporale, anche una connessione negli uomini che l’ ‘operazione Camerino’ conducevano: il capitano Antonio Labruna, Guido Giannettini, Massimiliano Fachini, Guido Paglia. A completare il quadro indiziario si aggiungeva, ancora, un’altra coincidenza: l’8 novembre 1972, il colonnello Dino Mingarelli presentava il rapporto con il quale si dava ufficialmente avvio all’incastro dei sette goriziani e, contemporaneamente, si escludeva di fatto la responsabilità di elementi di destra nell’attentato di Peteano; il 10 novembre, due giorni più tardi, i carabinieri di Macerata trovarono in sole due ore l’arsenale dei ‘brigatisti rossi’. Ma non è finita: qualche giorno prima, come abbiamo visto, era pervenuta a Mingarelli la nota informativa del Sid che gli assicurava che, dalle indagini svolte dal servizio, nulla era emerso a carico di elementi ‘neofascisti’ con riferimento a Peteano.
C’era, a quanto si vede, materiale per indagare ed approfondire gli episodi e le circostanze e le ‘coincidenze’, non solo di carattere temporale, che collegavano con un unico filo l’operato del Sid e dei carabinieri dal depistaggio per Peteano, alla ‘provocazione’ di Camerino, passando da Ronchi dei Legionari. Casson conclude, però, la sua prima ordinanza di rinvio a giudizio, senza nulla aver ritenuto di dover fare – o dire- in merito.
Poi il 20 ed il 21 agosto 1986 si reca in Sud Africa ad interrogare il generale Gianadelio Maletti da tempo oramai residente in quella nazione. Fra le altre cose costui conferma i rapporti Fachini-Labruna e anche che
“dell’operazione ‘armi Camerino’ era stato incaricato il capitano Labruna (si trattava -spiega Casson- di armi della destra che con opera di provocazione more solito erano state attribuite dal Sid alla sinistra, così come riferito anche da Stefano Dalle Chiaie il 22 maggio 1987” (ordinanza 3 gennaio 1989 cit., p.149).

Tutto qui.
Il generale Gianadelio Maletti, già capo del reparto D del Sid, confessa di essere uno dei mandanti di Camerino, ma questo non turba il Casson, che proscioglie per prescrizione del reato il capitano Labruna, che era stato imputato esclusivamente sulla base delle mie dichiarazioni regolarmente confortate da precisi riscontri e chiude per sempre il discorso.
Il passo successivo avrebbe dovuto essere quello di citare nel proprio ufficio il generale Vito Miceli, direttore del Sid e, in quanto tale, responsabile diretto dell’operato dei suoi uomini, per interrogarlo su quanto era emerso fino a quel momento, anche in diretta relazione con l’attentato di Peteano. Non aveva forse dichiarato il generale Maletti che su questo episodio il Sid
“stava raccogliendo informazioni sull’estrema destra (…) e che le informazioni relative dovevano trovarsi negli archivi del Servizio”(ivi, p.148)?

Ma, come già riscontrato nel caso del capo della polizia, Angelo Vicari, e del capo di Stato maggiore dell’ Arma dei carabinieri, Arnaldo Ferrara, anche in quello del generale Vito Miceli, il Casson si ferma. Non procede nemmeno a fare un atto formale come quello di interrogare un teste, non sulla base di evanescenti voci ma di elementi indiziari di una certa serietà e di dichiarazioni pesantissime rilasciate da un alto ufficiale del servizio come il generale Gianadelio Maletti. E’ doveroso chiedersi: perché?
Felice Casson che, senza portare un solo elemento di riscontro, non esita ad indicare nei “vertici locali” del Sid in Friuli Venezia Giulia i protagonisti, insieme ai carabinieri, del depistaggio sul quale indaga, quando ha sufficienti elementi per interrogare il responsabile nazionale del servizio, rifiuta di farlo: è un fatto provato negli e dagli atti processuali. Per Casson, insomma, nessuna strada porta a Roma, al massimo a Trieste, Milano, Arezzo, ma nella capitale no, mai e poi mai.
Anche per il generale Vito Miceli si ripete il medesimo copione che per Ferrara: emerso il caso Gladio e quello del Nasco di Aurisina, Casson lo interroga come testimone su quei fatti e quando vengono alla luce le prove della sua partecipazione a quel depistaggio è ormai troppo tardi: Vito Miceli muore, portando anch’egli, come altri prima di lui, i suoi segreti nella tomba.
Dei vertici locali del Sid è morto anche il tenente colonnello Elio Bucci, responsabile del Centro controspionaggio di Trieste, competente per tutta la regione Friuli Venezia Giulia. Così è rimasto in vita dei protagonisti di quel tempo e di quegli eventi, fra quelli conosciuti, il solo maresciallo Luciano Soragni. Può servire o bisogna attendere che muoia anche lui?
Inutile dire che avevo chiesto prima in sede di istruzione, poi in Corte di assise, l’audizione come teste del generale Vito Miceli: esattamente come già accaduto per la citazione del capo dello Stato maggiore dei carabinieri, generale Arnaldo Ferrara, la risposta è stata negativa in entrambi i casi. (Peteano:anche Delle Chiaie ecc.cit.).
Nove anni passati ad ascoltare Casson che strepita contro i servizi segreti, ma che non ha saputo e non ha voluto trovare un solo straccio di prova nei confronti di costoro.
La ‘verità’ su Peteano, racconta prima al Bianchin, corrispondente veneziano di La Repubblica e poi a Sandra Bonsanti, giornalista dello stesso quotidiano, che lo intervista in televisione
“l’ho scoperta con parecchi anni di lavoro, l’aiuto di pochi ma preziosi ed intelligenti collaboratori e…un po’ di fortuna” (Bianchin R., Il giudice Felice, Venerdi di repubblica, supp. a La Repubblica 12 aprile 1991).

Ma andiamo!

One Comment
  1. Sei riuscito a recuperarlo…complimenti. E.

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