Michael Hoffman recensisce “The Russian Roots of Nazism”

Michael Hoffman recensisce “The Russian Roots of Nazism”

LE RADICI RUSSE DEL NAZISMO[1]

Recensione: The Russian Roots of Nazism: White Emigrés and the making of National Socialism, 19171945 [Le radici russe del nazismo: gli esuli bianchi e la creazione del nazional-socialismo, 1917-1945] di Michael Kellogg (Cambridge University Press, 2005)

Recensito da Michael Hoffman, Gennaio 2006

Questo importante libro dovrebbe essere letto insieme a Why did the Heavens Not Darken? [Perché i cieli non si oscurarono?] di Arno Mayer, che fu uno dei primi saggi in lingua inglese pubblicato da un editore mainstream a sostenere che gli attacchi di Hitler ai giudei tedeschi e dell’Europa orientale furono una vendetta per l’olocausto giudeo-bolscevico perpetrato contro i gentili russi: una motivazione quasi mai presa in considerazione negli studi sulla storia della seconda guerra mondiale[2]. Kellogg mostra che, all’inizio della sua carriera (1920-1923), Adolf Hitler apprezzava il popolo russo[3] e si alleò con una organizzazione – che aveva sede a Monaco – di sopravvissuti russi e anticomunisti dell’olocausto [bolscevico]: l’Aufbau: Wirtschaftspolitische Vereingung für den Osten (“Ricostruzione: Organizzazione economica-politica per l’Est”). L’Aufbau era nata con lo scopo di “combattere l’ebraismo internazionale”. Kellogg sostiene che l’Aufbau non solo finanziò Hitler ma lo ispirò a considerare la componente giudaica del comunismo sovietico come un pericolo apocalittico che “cercava di conquistare il mondo e di portarlo alla perdizione”. Alcune vittime dei sovietici, come il colonnello Feodor Vinberg, “convinsero il Führer che l’Unione Sovietica rappresentava una ‘dittatura ebraica’”.

Il materiale prodotto da Kellogg è spesso profondo e l’autore andrebbe letto per le sue fondamentali rivelazioni archivistiche, invece che in base al presupposto che egli sia un altro revisionista in linea con Arno Mayer o Ernst Nolte, cosa che lui non è. Egli imita a pappagallo una buona dose dell’abituale tiritera sull’”antisemitismo”, e cita brevemente il mistificatore olocaustico Christopher Browning, ma ciò potrebbe trattarsi di una sorta di camuffamento protettivo per tenersi alla larga dallo stesso destino capitato a Ernst Zündel, Germar Rudolf e David Irving.

Il nuovo libro di Kellogg sarà indispensabile agli studiosi della storia, in gran parte negletta, dell’iniziale resistenza russa (“Bianca”) armata alla conquista comunista di territori in precedenza cristiani, dalla Crimea alla Lettonia all’Ucraina. Kellogg getta anche luce sul ruolo in tale battaglia dei futuri leader nazisti, uomini che impararono a disprezzare il giudeo-comunismo sia per esperienze personali che per la testimonianza di sopravvissuti russi dell’olocausto giudeo-bolscevico, come il generale cosacco Piotr Krasnov che, nel suo libro del 1921, Dall’aquila a due teste alla bandiera rossa, descrisse il “terribile segreto” della rivoluzione bolscevica, e cioè che era giudaica e che i giudei avevano sterminato la parte migliore dei gentili russi.

Nelle pagine di Kellogg incontriamo Kirill Romanov, il pretendente al trono russo e la sua ricca moglie Viktoria, figlia del Duca Alfredo di Sassonia Coburgo, che era imparentato alla famiglia reale inglese; ci viene presentata l’”Organizzazione C”, un gruppo paramilitare che appoggiò Hitler e che fu dietro a numerosi omicidi di personalità della repubblica di Weimar, incluso Walter Rathenau, il Ministro degli Esteri tedesco che firmò il Trattato di Rapallo che riconosceva ufficialmente l’Unione Sovietica.

Kellogg offre nuovi particolari sul ruolo dei Freikorps tedeschi nella lotta anticomunista in Lettonia del 1919, a fianco della resistenza autoctona, che Kellogg descrive come una “crociata tedesca contro le forze bolsceviche nella regione del Baltico”. Si trattò di un prolungamento della presenza dell’esercito tedesco in aree come Riga, che i tedeschi avevano preso nel 1917 durante la prima guerra mondiale e dove si diceva che fossero “amati”. Egli documenta l’iniziale eroismo anticomunista di un ufficiale, nonché diplomatico, dell’esercito tedesco: Max von Scheubner-Richter, che venne considerato a Riga come un liberatore e i cui sforzi umanitari arrivarono fino al tentativo di fermare il massacro dei cristiani armeni da parte dei turchi ottomani. “Consapevole che il neonato regime bolscevico non poteva offrire una seria resistenza militare, spronò le forze tedesche ad avanzare fino a Pietrogrado, che allora era la capitale sovietica, per rovesciare il regime bolscevico e per costituire un governo russo nazionalista che fosse amico della Germania imperiale. Ma i negoziati dei tedeschi – sotto la pressione del Ministero degli Affari Esteri e del Reichstag (il Parlamento) – con i rappresentanti bolscevichi a Brest-Litovsk preclusero questo corso degli eventi” (p. 81). In “La bolscevizzazione della Germania”, un articolo che scrisse qualche anno dopo su un giornale nazista, Scheubner-Richter descrisse i negoziati del governo tedesco con i bolscevichi come “folli”.

Vi sono molti altri profili di affascinanti combattenti tedeschi anticomunisti, come il generale Rüdiger von der Goltz, che liberò la Finlandia dai bolscevichi nella primavera del 1918. “Goltz considerava la sua lotta contro i bolscevichi coma una battaglia contro il flagello che minacciava l’Europa tutta. Nelle sue memorie del 1920, Goltz affermò che aveva combattuto contro la ‘Weltanschauung bolscevica della schiavitù asiatica’”.

Nel 1919, gli inglesi e i francesi protestarono contro la presenza in Russia dei combattenti tedeschi anticomunisti tra le forze “bianche”. “…I Bianchi…furono delusi dalla doppiezza negoziale di Inghilterra e Francia e rimasero colpiti dalla volontà dei tedeschi di volerli aiutare”. La “Divisione di Ferro” di Goltz aveva “riunito le forze tedesche/bianche per avanzare nel cuore della Russia bolscevica sfidando sia l’Intesa [Francia e Inghilterra] che il governo tedesco [socialista]”.

Il maggiore Josef Bischoff, capo della Divisione di Ferro in Lettonia, disse alle sue truppe: “Vogliamo aiutare i russi a liberare la loro patria dal flagello dell’umanità”. Queste forze armate civilizzatrici in Lettonia vennero bombardate dal “fuoco amico” delle navi da guerra della flotta inglese (p. 98). A causa delle forti pressioni di Inghilterra e Francia, il governo socialista della Germania costrinse la legione tedesca a ritirarsi dalla Lettonia e chiuse il confine prussiano orientale, tagliando le comunicazioni e i rifornimenti. Uno di quelli che sfidarono il governo tedesco fu l’ufficiale dei Freikorps Gerhard Rossbach che, nell’Ottobre del 1919, accorse in Lettonia dalla Prussia con 1.500 soldati. Rossbach in seguito si unì al partito nazista e fu di valido aiuto nel putsch (rovesciamento) di Hitler contro il governo di Weimar, in cui Max von Scheubner-Richter venne colpito e ucciso [da un proiettile] mentre stava al fianco di Hitler.

Imparare lezioni dai bolscevichi

L’influenza di Scheubner-Richter fu fondamentale su Hitler. In un articolo del Gennaio del 1922, “Cosa possiamo imparare dai nostri nemici!”, egli auspicava l’utilizzo – per una “buona causa” – del metodo bolscevico di centralizzazione e repressione spietate, affermando che “Dio ci concede un dittatore tedesco nazionale con l’energia di un Trotsky!” (pp. 198-199). L’ideologo nazista Alfred Rosenberg assorbì analoghe lezioni: “Mentre aborriva gli ’ebrei bolscevichi’, Rosenberg nondimeno fece propri i metodi spietati di estirpazione dei nemici politici che attribuiva loro” (p. 238). Tutto ciò è in linea con la tesi di Nolte che la gerarchia nazista assorbì la sua spietatezza non da un ethos tedesco autoctono (ancor meno dai luterani o dai cattolici) ma dall’emulazione dello scioccante esempio rivoluzionario dei bolscevichi, che costituiva un nuovo tipo di guerra (vedi Nolte, pp. 21-22).

Rosenberg sarebbe rimasto per i popoli russo e ucraino l’amico costante. Durante la seconda guerra mondiale, deplorò la politica brutale in Ucraina del suo sottoposto nominale, il Reichskommissar Erich Koch. A Rosenberg non venne permesso, come avrebbe desiderato, di trasformare l’Ucraina in un protettorato tedesco semi-autonomo. Rosenberg dovette farsi da parte suo malgrado, mentre le sue idee di stretta collaborazione con gli ucraini e di un approccio relativamente clemente verso gli altri popoli orientali lasciavano il passo alla politica della brutalità…” (p. 263). Il progetto visionario di Rosenberg di utilizzare nel Maggio del 1943 i prigionieri di guerra sovietici per formare un forte esercito anti-bolscevico venne impedito da Josef Goebbels e da altri nazisti di vertice incluso Hitler. Il generale russo Vlassov venne posto a capo di queste forze soltanto nell’Ottobre del 1944, quando era troppo tardi.

L’impatto sui tedeschi dell’olocausto dei russi

Secondo il mito del culto dell’”Olocausto”, l’opposizione della Germania ai giudei fu fondamentalmente irrazionale, quale parte di un Sonderweg (“Percorso speciale”) allo sterminio dei giudei. Questo assassinio della reputazione dei tedeschi si basa sulla nozione dell’irreprensibilità dei giudei. I giudei devono essere sempre visti come coloro che sono “invidiati per il loro successo” o “odiati a causa dell’astio dei cristiani” ecc. Raramente, se non mai, viene contemplata la possibilità che i giudei potrebbero in realtà essere colpevoli di crimini che provocano il castigo o la vendetta. Perciò si ritiene che l’”Olocausto” sia sorto in Germania in funzione del Sonderweg (il fanatismo dei tedeschi, l’invidia dei gentili e poco altro): l’”antisemitismo covato a lungo, pervasivo, virulento, razzista, e sterminatore”, secondo la prosa ampollosa dello storico di Harvard Daniel Goldhagen. Che questo marchio sia esso stesso razzista non viene preso in considerazione.

Così, il mito dell’”Olocausto” decreta che Hitler era un “odiatore degli ebrei” sin dalla giovinezza, in modo commisurato alla diffusa ostilità della società tedesca verso i giudei. Si dice che il suo odio per i giudei emerse dapprima a Vienna, dove visse come un artista in lotta contro la povertà dal 1908 al 1913, e poi si consolidò durante la sua esperienza nell’esercito durante prima guerra mondiale. Ma Kellogg, che cita una storica tedesca dall’interessante nome di Brigitte Hamann, afferma che Hitler a Vienna non era contro gli ebrei, e che Hitler in realtà difese pubblicamente i giudei, con appassionate argomentazioni politiche, contro coloro che li attaccavano[4]. Il libro della Hamann confuta il consenso degli storici secondo cui Hitler maturò “una visione del mondo violentemente antisemita durante il suo soggiorno a Vienna”.

L’opposizione di Hitler ai giudei concide con le notizie sui crimini dei comunisti giudei in Russia dopo il 1917. Per questa ragione, “La corrispondenza e gli scritti privati di Hitler risalenti alla prima guerra mondiale sono privi di passaggi antisemiti. I colleghi di Hitler durante la prima guerra mondiale non rilevarono idee antisemite tra le sue convinzioni. Inoltre, secondo l’aiutante di campo Hans Mend, il diretto superiore di Hitler sul fronte occidentale durante la prima guerra mondiale, Hitler elogiò occasionalmente i giudei…” (p. 4). Quando Hitler venne a sapere dei rapporti spaventosi sullo sterminio dei gentili russi da parte dei comunisti giudei si rivoltò contro i giudei con furia crescente. Conoscendo questo ed altri fatti, il prof. Nolte ha sostenuto che la “paura e il rapporto pieno di odio con il comunismo fu in realtà il centro motore dei sentimenti di Hitler e dell’ideologia di Hitler”. In altre parole, all’inizio della sua carriera, Hitler era soprattutto un anticomunista e fu la sua ostilità verso il comunismo che lo portò all’ostilità verso i giudei e non il contrario. Secondo Henri Rollin, che scriveva nel 1939, “Hitler rappresentava una forma di contro-rivoluzione antisovietica”[5]. Nelle note su uno dei primi discorsi di Hitler, dell’Agosto del 1921, egli fa menzione della fame imposta ai russi dai comunisti: “Fame come potere – (Russia)…Fame al servizio dell’ebraismo” (p. 75).

Milioni di tedeschi ascoltarono le diffuse storie di atrocità sui comunisti giudei che torturavano i russi scuoiandoli vivi, facendoli divorare dai ratti e massacrandoli con le mitragliatrici, mediante impiccagione e in mattatoi utilizzati in Russia per lo “sterminio dei gentili” e per il “massacro della intellighenzia” (pp. 231-232). Di conseguenza, il popolo tedesco vide sé stesso come l’ultimo baluardo contro il tentativo giudaico di sterminare i gentili per mezzo del comunismo.

La Russia cristiana: una fucina di spiritualità

La storia di quest’epoca inizia prima della rivoluzione sovietica, con la Russia cristiana, la fucina di spiritualità immortalata da Fedor Dostoevskij, altrimenti in gran parte sconosciuta in Occidente. I cristiani russi ortodossi erano profondamente consapevoli, a cavallo del ventesimo secolo, di essere bersagli speciali dell’ira giudaica; si era capito che, per fare avanzare a livello esponenziale il male nel mondo, la “Madre Russia deve essere”, secondo le parole del vice (giudaico) di Stalin, Lazar Kaganovich, “abbattuta!”. Questa minaccia derivava dalla paura e dall’invidia giudaiche per quella che Dostoevskij definì l’”invisibilità spirituale del popolo russo”, sconosciuta tra i cristiani dell’Europa occidentale da quando erano stati divisi dalla Riforma del 16° secolo. Dostoevskij credeva che la Russia avesse il potenziale per rinnovare il cristianesimo del mondo intero, per mezzo della regalità di Cristo.

Ma se questa missione della Russia fosse stata impedita, Dostoevskij profetizzava un destino orribile – l’imminente avvento del regno giudaico: “Il loro regno sta arrivando, tutto il loro regno! Sta arrivando il trionfo di idee davanti alle quali il sentimento della filantropia, la sete della verità, il sentimento cristiano, l’orgoglio nazionale e persino popolare dei popoli europei svaniranno di fronte al materialimo, alla brama cieca e lasciva della sicurezza materiale personale”.

Vladimir Solovev predisse nel 1900 che il potere giudaico stava avanzando sotto “una maschera ingannevole dietro cui si nasconde l’abisso del male”. Nel libro di Solovev Tre conversazioni, l’Anticristo giudaico ottiene il potere con l’aiuto dei massoni e di un’organizzazione sul tipo delle Nazioni Unite, il “Comité permanent universel”. Se il governo degli Stati Uniti all’epoca era in gran parte nelle mani dei massoni, il governo zarista della Russia e “la destra radicale russa imperiale in generale tendeva a vedere la battaglia dei cristiani ortodossi contro l’ebraismo e la massoneria come la battaglia finale tra Cristo e l’Anticristo…” (p. 33). Lo Zar Nicola Romanov II era un sostenitore entusiasta dei tentativi dei funzionari governativi – quali il Ministro dell’Interno, Vladimir Purishkevich e il leader dell’aristocrazia, il principe Mikhail Volkonskii – di contrastare in Russia i giudei rivoluzionari che, all’inizio del 1900, comprendevano già (soprattutto a livello di leadership) il 19% del partito (comunista) bolscevico, sebbene comprendessero solo il 4% della popolazione russa.

In nessun altro luogo del mondo il governo e la classe dirigente erano a tal punto alleati contro il giudaismo e la massoneria, con la chiesa ortodossa russa che fungeva da dinamo spirituale dietro tale resistenza. I politici russi erano impregnati di cristianesimo. Uno dei principali gruppi politici impegnati a combattere il giudaismo in Russia e capeggiato da un membro autorevole del parlamento russo era chiamato Russkii Narodnyi Soiuz Imeni Mikhaila Arkhangela (“Unione Arcangelo Michele del Popolo Russo”).

Nelle elezioni del 1906 per la russa Duma (il Parlamento) la parte più lunga del programma del principale partito cristiano era dedicata alla “questione ebraica…la questione fatidica di tutti i popoli civili”. La leadership russa respinse il preteso umanesimo del giudaismo, accusando i giudei di manifestare un’”incredibile misantropia” (odio del genere umano) e un “odio irrimediabile della Russia e di tutti i russi”. Il loro programma elettorale affermava inoltre che “il movimento rivoluzionario in Russia rappresentava un affare quasi esclusivamente nelle mani degli ebrei” (p. 37).

L’alleanza in Russia di Chiesa+Stato+Aristocrazia+Media rappresentava uno degli scogli più formidabili sulla strada della supremazia mondiale giudaica, e per questa ragione tutte le risorse del potere finanziario di New York e dell’ordine massonico vennero gettate nella causa del rovesciamento del governo e dell’aristocrazia cristiani della Russia.

Tuttavia, non si può concedere un credito senza riserve a questa resistenza russa, perché era spesso provinciale e manipolata da infiltrati come l’agente doppio sovietico Mikhail Kommissarov – i cui scritti del 1905 incitavano alla violenza indiscriminata contro i giudei – che contribuì ad influenzare in Germania il nascente movimento nazional-socialista mediante l’organizzazione Aufbau (egli venne smascherato come agente provocatore comunista nel 1920).

La maggior parte dei revisionisti, come Harry Elmer Barnes, riconobbero quasi fin dall’inizio che la prima guerra mondiale era opera del diavolo e questo è nuovamente confermato quando apprendiamo che i più importanti partiti russi erano largamente pro-tedeschi prima di quella guerra. Nel Maggio del 1914, Nikolai Markov asserì alla Duma che una “piccola alleanza con la Germania era preferibile ad una ‘grande amicizia con l’Inghilterra’”. Questo atteggiamento generalmente positivo verso la Germania era riservato anche alla popolazione tedesca all’interno della Russia, in particolare ai tedeschi del Baltico. Il paragrafo 17 degli statuti dell’Unione Arcangelo Michele del Popolo Russo esprimeva una “particolare fiducia nella popolazione tedesca dell’Impero”. In realtà, uno dei protagonisti del movimento Arcangelo Michele in Russia era di origine tedesca: Feodor Vinberg.

Il nazismo e la mossa dei Protocolli da parte della Criptocrazia

Dopo aver raccontato la caduta dello Zar, Kellogg volge la sua attenzione ai gruppi antigiudaici in Germania, analizzando fino a che punto basavano la loro opposizione al giudaismo fondandosi sui controversi Protocolli dei Savi Anziani di Sion, invece che sul Talmud o su studiosi del Talmud del calibro del prof. Johann Andreas Eisenmenger, il cui capolavoro sul giudaismo era stato ristampato a Dresda, in Germania, nel 1896. Il fatto che i principali gruppi di resistenza in Germania avessero fatto di un documento inconsistente come i Protocolli il proprio contrassegno solleva la questione dell’infiltrazione e della segreta manipolazione di questi gruppi.

Questa enfasi sui Protocolli invece che su qualcosa di più solido ha permesso sin da allora alle organizzazioni giudaiche di presentare la resistenza al giudaismo come il prodotto di una mistificazione. Christopher Hitchens ha utilizzato questa linea di condotta nel suo pezzo “Jewish Power, Jewish Peril” [Potere ebraico, Pericolo ebraico] sulla rivista Vanity Fair del Settembre del 2002, in cui ha cercato di screditare il mio bollettino revisionista associandolo ai Protocolli[6].

Nel 2005 è uscito il film di Marc Levin Protocolli di Sion, che vuole mostrare che la resistenza internazionale al giudaismo deriva da una frode letteraria. Kellogg sostiene che i Protocolli non vennero inventati come sostiene la versione ordinaria presentata come autorevole dai media statunitensi mainstream e dagli accademici sionisti. In Warrant for Genocide [Giustificazione per il genocidio] Norman Cohn, celebre storico giudeo, afferma che Piotr Rachkovskii, il capo della direzione esteri della polizia segreta zarista, scrisse i Protocolli in francese a Parigi e poi li trasmise a un monaco russo, Sergei Nilus, affinchè fossero tradotti in russo.

Tutto ciò si sarebbe verificato nell’ambito di un complotto per sostituire l’uomo pio dello Zar, Monsieur Philippe, con lo stesso Nilus. Ma un ricercatore tedesco, Michael Hagemesiter, ha notato nel suo Der Mythos derProtokolle der Weisen von Zion’ che Philippe all’epoca era già morto e Nilus – che non era un monaco – pubblicò inizialmente i Protocolli solo come appendice ad un libro di devozioni uscito nel 1905, Il grande nel piccolo e l’Anticristo come imminente possibilità politica: note di un credente ortodosso. Viene fuori che Cohn fondò il suo resoconto sulle menzogne raccontategli da sua moglie, che era russa, basate sulla di lei relazione con l’esule russo Boris Nikolaevskii. All’inizio degli anni ’30, Nikolaevskii ammise con Vera Cohn di aver nascosto certi fatti sulle origini dei Protocolli, poiché tali fatti, se svelati, avrebbero danneggiato la causa contro Hitler, fondata sulla tesi “che l’Okhrana Imperiale russa [la polizia segreta] aveva fabbricato i Protocolli” (pp. 57-58).

Qualunque sia l’origine dei Protocolli, ogni studente universitario del secondo anno può dirvi che non si fonda una tesi su un’opera la cui origine è sconosciuta, eppure questo è esattamente ciò che fecero pezzi importanti dei movimenti di resistenza russi e tedeschi e tutto ciò puzza di infiltrazione. Questo strattagemma può essere osservato in Russia, dove certi gruppi pseudo-cristiani vennero alla ribalta attaccando i giudei in quanto razza e condannando sia i giudei ortodossi che le persone di origine giudaica che si erano convertite al cristianesimo, il che è in diretta contraddizione con il Vangelo e segno di un’influenza occulta. Possiamo anche notare che lo stesso Sergei Nilus è un personaggio misterioso, a quanto pare mai preso di mira dalla Cheka (la polizia segreta bolscevica) a causa della sua “maestria cabalistica”. Nilus era considerato un cristiano profondamente pio, eppure la sua opera venne pubblicizzata dalla anticristiana Thule Gesellschaft (Società Thule), “dall’antico nome con cui si designava l’Islanda, dove le popolazioni germaniche trovarono rifugio dal cristianesimo” (p. 67).

Il numero di Aprile 1920 del giornale della Società Tule, il Völkisch Beobachter [l’Osservatore del Popolo], promosse i Protocolli in un grande articolo in prima pagina: “I segreti dei savi di Sion”, anche se l’uomo che introdusse i Protocolli presso la Società Thule e li tradusse in tedesco, Ludwig Müller von Hausen, ammise che non disponeva del testo originale e che “gli ebrei contesteranno la loro autenticità”.

C’era abbondanza di solide prove disponibili sul complotto giudaico, dall’esaustivo capolavoro di Eisenmenger Entdecktes Judenthum (“Il giudaismo svelato”), ai contemporanei rapporti di intelligence sulla composizione della classe dirigente che stava attuando in Russia l’olocausto comunista di Lenin. Perché basarsi su un testo controverso il cui contenuto consisteva solo di dicerie, aneddoti e leggende? Tutto ciò è talmente sbalorditivo che puzza di macchinazione.

Quando la Società Thule venne presa di mira dai critici per la sua fiducia nei Protocolli, la sua difesa fu debole: “Anche se le descrizioni non sono storiche nel senso di questo termine…i contenuti del controverso libro sono realistici” (p. 70). I membri della Società Thule non erano degli sprovveduti, dal punto di vista intellettuale, e il fatto che si ridussero a basarsi sui Protocolli fa pensare che fossero, quantomeno, dei gonzi per la Criptocrazia.

Nel 1919 Adolf Hitler era un oscuro agitatore del neonato Deutsche Arbeitpartei (“Partito dei Lavoratori Tedeschi”), che era un’organizzazione collaterale della Società Thule. Hitler dedicò il Mein Kampf al suo mentore, l’attivista della Società Thule Dietrich Eckart. Quest’ultimo mescolava dettagli veritieri sull’olocausto di Lenin contro i gentili russi con passaggi tratti dai Protocolli (p. 73).

Eckart promosse assiduamente i Protocolli in numerosi numeri del suo giornale Auf gut deutsch (In semplice tedesco), che venne fondato dalla Società Thule[7]. Egli difendeva i Protocolli come un documento autentico.

Nel 1923, Alfred Rosenberg, il futuro teorico principe del Terzo Reich, scrisse un libro in cui analizzò i Protocolli: Die Protokolle der Weisen von Zion und die jüdische Weltpolitik, libro ambiguo e – per questa ragione – insufficiente a mettere in guardia i tedeschi dal pericolo di basarsi su di essi. Da un lato, Rosenberg avanzava l’ipotesi che i Protocolli fossero stati scritti in realtà dall’autore sionista Asher Ginzberg, ma dall’altro notava che non c’era “nessuna prova giuridicamente conclusiva”, così che la questione dell’autenticità dei Protocolli rimaneva “aperta”. Rosenberg notava giustamente che altri documenti, dal Talmud ai giornali comunisti come Rote Fahne (Bandiera Rossa), sostenevano, direttamente o indirettamente, le stesse idee dei Protocolli.

Il libro di Rosenberg contribuì a lustrare ulteriormente la reputazione dei Protocolli in Germania ed è alquanto strano che un intellettuale con le sue indubbie capacità non sia riuscito ad argomentare che era la documentazione primaria, come quella contenuta nel Talmud stesso, e i fatti reali dei giudeo-comunisti in Russia a dover fungere da fondamento per la resistenza, mentre i Protocolli avrebbero dovuto essere considerati come folklore secondario, o come una nota a piè di pagina. Fare di questa “nota” il principio primo da cui doveva procedere la resistenza fu un atto di sabotaggio, la collocazione di una bomba ad orologeria auto-accusatoria, una casa costruita sulla sabbia.

Nel Mein Kampf, Hitler sottolineò l’importanza dei Protocolli nella sua Weltanschauung: “Fino a qual punto l’intera esistenza di questo popolo sia basata su una continua menzogna è mostrato in modo incomparabile dai Protocolli dei Savi Anziani di Sion…quando questo libro viene fatto proprio da un popolo, la minaccia ebraica può considerarsi distrutta”.

Il corpus segreto della tradizione giudaica venne documentato, con il rigore erudito per il quale gli accademici tedeschi sono giustamente famosi, dal dr. Eisenmenger, professore di lingue orientali all’Università di Heidelberg, nel suo epocale opus magnum Entdecktes Judenthum, e tuttavia Hitler indirizzò la nazione tedesca non verso Eisenmenger ma verso un oscuro pamphlet le cui origini non possono essere accreditate se non con il metro del razzismo misticheggiante.

Hitler ragionava non per un’elite istruita ma per i semi-analfabeti. Nel Mein Kampf, esprime l’assurda affermazione che il fatto che l’autenticità dei Protocolli venga contestata dimostra che sono autentici! “’Sono basati su una contraffazione’, Il Frankfurter Zeitung brontola e strilla una volta alla settimana: questa è la prova migliore che sono autentici”.

Hitler faceva eco a Eckart, che sui Protocolli aveva scritto anni addietro: “Ciò che non si può confutare lo si attribuisce ad una contraffazione”[8].

Il razzismo occulto che permeava il nazismo era così sovraccarico di misticismo che impedì ai nazisti di ragionare e di analizzare in modo obbiettivo. Anche Rosenberg, il relativamente misurato intellettuale nazista, si impelagò in una retorica incessante sull’”anima” nazionale di un popolo, che fosse l’”anima russa” piuttosto che l’”anima tedesca” o l’”anima ebraica”[9]. Ovviamente, se un popolo ha un’anima nazionale prefissata, data per invincibilmente virtuosa (quella dei tedeschi) o irrimediabilmente malvagia (quella dei giudei), il concetto cristiano di conversione e di redenzione non ha spazio, il che equivale precisamente alla visione talmudica dell’umanità, sia pure con le categorie scambiate.

Non utilizzo il termine “occulto” alla leggera. La stima di Hitler per Giordano Bruno, il cabalista rinascimentale, parla da sé. Anche l’odio per il Vecchio Testamento è un marchio occulto. Rosenberg seguiva lo gnostico Marcione nel desiderio di sopprimere il Vecchio Testamento: “La Bibbia deve essere tagliata con una spada acuminata (Die Spur, pp. 162-163). Dietrich Eckart riteneva, nel suo pamphlet Il bolscevismo da Mosè a Lenin, che il liberatore e il legislatore veterotestamentario Mosè fosse un comunista dell’antichità. Eppure, è il Vecchio Testamento che contiene molti dei più importanti attacchi agli israeliti infedeli, da parte di Isaia e degli altri [profeti]; esso funge da fondamento profetico per l’apostolato di Cristo, e per la costituzione del diritto consuetudinario anglosassone. Nessuna dittatura occulta può tollerare una società che segue il Vecchio Testamento alla luce del Nuovo. E, per rispondere ad un’obiezione comune, i rabbini di certo non aderiscono al Vecchio Testamento: lo annientano e, nel caso della Cabala, distruggono i suoi insegnamenti riducendoli ad un totem di numerologia clandestina, la cui chiave essi soli possiedono.

Hitler trae dai Protocolli il convincimento che “essi rivelano la natura e l’attività del popolo ebraico”. Eisenmenger, seguendo la tradizione cristiana, distingue tra i giudei comuni, manipolati dai loro leader corrotti, e i leader stessi, mentre Hitler, seguendo la tradizione occulta (la cui radici affondano nel Talmud e nella Cabala) muove guerra contro un’intera popolazione, come fa il giudaismo.

Era tutto ciò a costituire l’utilità dei Protocolli per la Criptocrazia. Uno degli scopi della Criptocrazia è controllare l’opposizione. I rabbini vogliono un’opposizione che non riesca a distinguere tra buoni e cattivi giudei, e che identifichi il popolo giudaico come un tutt’uno con i rabbini. Tutto ciò costruisce un’unità monolitica e non offre ai giudei di buona volontà nulla cui rivolgersi, spingendoli ad abbracciare una gerarchia rabbinica che altrimenti rifuggirebbero.

Data l’agonia del popolo russo in mano alle truppe di Lenin, dalla predominante leadership giudaica, era certo che nell’Europa centrale sarebbe sorto un movimento di opposizione a queste mostruosità comuniste. La Criptocrazia non poteva evitare questa conseguenza inevitabile. Ciò che poteva fare era controllare questa opposizione e introdurvi dei virus spirituali e intellettuali, in modo tale che – nel ventunesimo secolo – il mondo fosse convinto che l’opposizione tedesca ai giudei non era scaturita da un giusto orrore e da un comprensibile desiderio di rivalsa per lo sterminio dei cristiani e dei gentili attuato dai bolscevichi, ma dalla mistica demonizzazione dei giudei ispirata dai Protocolli dei Savi Anziani di Sion.

In parte per questa ragione, lo sterminio di milioni di russi da parte di una leadership comunista a guida giudaica rimane a tutt’oggi oscurato da un mare tenebroso; incompreso, misconosciuto e non compianto, con i tedeschi anticomunisti a portare il peso del marchio storico di perpetratori dell’”Olocausto”, come voleva la Criptocrazia.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è quello tratto da Revisionist History, n°39, Gennaio 2006, richiedibile all’autore visitando il sito http://www.revisionisthistory.org/
[2] Per la versione tedesca di quest’impostazione revisionista vedi la magistrale opera di Ernst Nolte Nazionalismo e bolscevismo. La guerra civile europea 19171945: http://www.ibs.it/code/9788838309120/nolte-ernst/nazionalsocialismo-bolscevismo-la.html
[3] Hitler affermò in un discorso del Luglio del 1920: “La nostra liberazione non verrà mai dall’Occidente. Dobbiamo cercare l’amicizia della Russia nazionale e antisemita”, vale a dire delle masse oppresse non sovietiche. Vedi Kellogg, pp. 142-143.
[4] B. Hamann, Hitler’s Wien: Lehrjahre eines Diktators (Monaco: Piper, 1996).
[5] L’Apocalypse de notre temps (Paris: Gallimard, 1939).
[6] Per la mia risposta a Hitchens e la sua replica vedi http://www.revisionisthistory.org/hitchens.html
[7] Kellogg, p. 71. Kellogg contraddice la tesi smitizzante di Nicholas Goodrick-Clarke, espressa in Le radici occulte del nazismo (SUGARCOEDIZIONI, 1993, p. 307), secondo cui Eckart non fu “mai altro” che un “ospite …della Thule durante il periodo del suo apogeo”.
[8] Eckart, Jewry über alles, in Auf gut deutsch, 26 Novembre 1920.
[9] Rosenberg, Die Spur des Juden im Wandel der Zeiten, 1920.

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