Perché bisogna abrogare la legge Gayssot

Perché bisogna abrogare la legge Gayssot

PERCHE’ BISOGNA ABROGARE LA LEGGE GAYSSOT

Martedì 29 Settembre 2009[1]

Orwell denunciava il totalitarismo e gli attentati alla libertà, in particolare alla libertà di espressione. Oggi, il “politicamente corretto” incarna questo Grande Fratello, gran sorvegliante delle parole e gran vigilante. Il “sistema Gayssot” – iniziato nel 1986 da certi deputati socialisti in nome della difesa della verità – blocca il cammino della conoscenza, secondo l’espressione dello storico François Furet (1), in quanto impedisce di confrontare gli argomenti. Quella che viene chiamata “legge Gayssot”, nel suo articolo 9, altro non è che l’articolo 24 bis della legge del luglio 1881 sulla libertà di stampa. Eccone il primo comma:

“Saranno puniti con le pene previste dal sesto comma dell’articolo 24 coloro che avranno contestato, con uno dei mezzi previsti dall’articolo 23, l’esistenza di uno o più crimini contro l’umanità quali quelli definiti dall’articolo 6 dello statuto del tribunale militare internazionale allegato all’accordo di Londra dell’8 luglio 1945 e che siano stati commessi sia dai membri di un’organizzazione dichiarata criminale in applicazione dell’art. 9 di detta legge, sia da una persona ritenuta colpevole di quei crimini da una giurisdizione francese o internazionale”.

Art. 6 (c) di questa legge: “I crimini contro l’Umanità”: “vale a dire l’assassinio, lo sterminio, la riduzione in schiavitù, la deportazione, e ogni altro atto inumano commesso contro tutte le popolazioni civili prima o durante la guerra, ovvero persecuzioni per motivi politici, razziali o religiosi, allorché questi atti o queste persecuzioni, che abbiano costituito o no una violazione delle leggi interne del paese nel quale sono state perpetrate, siano state commesse in seguito ad un crimine che rientri nella competenza del Tribunale, o che siano collegate con questo crimine”.

Si noti che l’espressione “camere a gas” non compare in nessuno di questi testi. Una società di ampie vedute può difficilmente accettare tali disposizioni che sottomettono il dibattito pubblico alle decisioni di un tribunale militare. La legge del 26 gennaio 1884, articolo 3, comma 1°, riconosce un “principio fondamentale riconosciuto dalle leggi della Repubblica (PFRLR)”: “Il servizio pubblico dell’insegnamento superiore è laico e indipendente da ogni organizzazione politica, economica, religiosa o ideologica; esso tende all’obbiettività del sapere e rispetta la diversità delle opinioni. Deve garantire all’insegnamento e alla ricerca la possibilità di uno sviluppo scientifico libero, creatore e critico”.

Il meccanismo del politicamente corretto è così veloce che queste parole oggi non vogliono dire più niente? Nella cultura occidentale, si deve, per la buona qualità dell’istruzione pubblica, fornire degli elementi oggettivi che stabiliscano fatti scientifici o storici, e spiegare le diverse teorie o le diverse politiche elaborate a partire da questi fatti. Non si può approvare il comportamento inconsulto di 34 storici francesi, che ebbero quello che Paul Thibaud chiamò in seguito “un riflesso da cordone sanitario”; essi annunciarono pubblicamente di rifiutare il dibattito:

“Non bisogna domandarsi come, tecnicamente, un tale sterminio sia stato possibile. È stato tecnicamente possibile poiché ha avuto luogo. […] Non c’è e non ci può essere dibattito sull’esistenza delle camere a gas.” (Le Monde, 21 febbraio 1979).

In seguito, alcuni di questi storici si opposero a questa “legge Gayssot”, e nessuno storico specialista della seconda guerra mondiale (Henri Amouroux, Henri Michel, René Rémond) figura fra i firmatari. Come scriveva il filosofo Jean-François Lyotard, “Come fare per sapere che l’avversario è in mala fede se non si è cercato di convincerlo e se non ha manifestato con la sua condotta il suo disprezzo per le regole scientifiche?” (2) L’“atteggiamento Gayssot” si era imbattuto nell’opposizione del Senato; questa legge del 13 luglio 1990 non fu controllata dal Conseil Constitutionnel [che in Francia controlla che le leggi siano conformi alla Costituzione] (3); venne deplorata dalla maggioranza degli storici e dei giuristi, come tutte le leggi della memoria (colonizzazione, schiavismo, Armenia):

Appello del 12 dicembre 2005 di “Liberté pour l’Histoire”:
“Colpiti dagli interventi politici sempre più frequenti nel giudizio degli eventi del passato e dalle procedure giudiziarie che colpiscono storici e intellettuali, teniamo a ricordare i principi seguenti: La storia non è una religione. Lo storico non accetta nessun dogma, non rispetta nessun divieto, non conosce tabù. Può dar fastidio. La storia non è la morale. Lo storico non ha il compito di esaltare o di condannare, ma di spiegare. La storia non è schiava dell’attualità. Lo storico non applica al passato gli schemi ideologici contemporanei e non introduce negli eventi del passato la sensibilità di oggi. La storia non è la memoria. Lo storico, in modo scientifico, raccoglie i ricordi degli uomini, li confronta, li confronta con i documenti, con gli oggetti, con le tracce, e stabilisce i fatti. La storia tiene conto della memoria, ma non le è sottomessa. La storia non è un oggetto giuridico. In uno stato libero non sta né al Parlamento né all’autorità giudiziaria definire la verità storica. La politica dello Stato, anche se animata dalle migliori intenzioni, non è la politica della storia. È in violazione di questi principi che leggi successive – in pratica la legge del 13 luglio 1990, quella del 29 gennaio 2001, quella del 21 marzo 2001 e quella del 23 febbraio 2005 – hanno ristretto la libertà dello storico, dicendogli, sotto pena di sanzioni, quello che deve cercare e quello che deve trovare, prescrivendo dei metodi e ponendo dei limiti. Noi chiediamo l’abrogazione di queste disposizioni di legge indegne di un regime democratico.”
I firmatari: “Jean-Pierre Azéma, Elisabeth Badinter, Jean-Jacques Becker, Françoise Chandernagor, Alain Decaux, Marc Ferro, Jacques Julliard, Jean Leclant, Pierre Milza, Pierre Nora, Mona Ozouf, Jean-Claude Perrot, Antoine Prost, René Rémond, Maurice Vaïsse, Jean-Pierre Vernant, Paul Veyne, Pierre Vidal-Naquet et Michel Winock.”
http://www.lph-asso.fr/

Preso dall’emozione per la profanazione di Carpentras, Jacquest Tourbon giudicò questa disposizione nei seguenti termini: “Io sono contrario al delitto di revisionismo, perché io sono per il diritto e per la storia, visto che il delitto di revisionismo fa arretrare il diritto e indebolisce la storia” (4). Il 7 ottobre 1996 l’Académie des Sciences Morales et Politiques, all’unanimità, si era augurata che si rivedesse questa disposizione (Le Figaro, 18 ottobre 1996), molti giuristi francesi avevano espresso le loro perplessità, le loro inquietudini di fronte a questa disposizione totalitaria. Secondo François Terré, professore di filosofia del diritto all’Università di Parigi-II, “Equiparando il revisionismo – che è di per sé aberrante – a reato penale si attenta: a) alla Dichiarazione del 1789: “nessuno deve essere perseguitato per le proprie opinioni […]”, b) alla libera ricerca scientifica, garantita dalle leggi della Repubblica, della quale la libertà di espressione è una manifestazione”. (Le Figaro, 29 giugno 1990, pag. 2)

Alcuni recenti casi (l’invito di Dieudonné, Monsignor Williamson, il “dettaglio” di Le Pen) hanno dimostrato che questa norma è diventata, in nome della lotta contro l’antisemitismo, la chiave di volta della polizia del pensiero. Mi stupisce che Mathieu Kassovitz, nella denuncia per diffamazione che ha recentemente presentato, metta sullo stesso piano Joseph Goebbels – a cui è stato paragonato dal sito internet JDD – e Robert Faurisson (ne parla L’Express – “Kassovitz in Faurisson dell’11 settembre”); mi sembra che l’uno abbia un curriculum piuttosto diverso rispetto all’altro.

Questa equiparazione mostra che per Kassovitz, come prima di lui per Val e per Siné, la sola libertà di espressione che conta è la propria: sono pochi quelli che comprendono che la libertà di espressione è una libertà, che la libertà è il primo diritto fondamentale e che l’uguaglianza è un principio di attribuzione dei diritti. Quindi la libertà d’espressione deve valere per tutti e per tutti gli argomenti, altrimenti diventa un privilegio. Questa libertà d’espressione è dal punto di vista della Costituzione la prima fra le libertà (5). La democrazia non è né “chiudi la bocca”, né “sempre a processo”, ma questo spirito voltairiano che fa seguire al disaccordo su di un argomento un rifiuto, se necessario:

“In generale, appartiene al diritto naturale servirsi della propria penna come della propria lingua, a proprio rischio, pericolo e fortuna. Io conosco molti libri che hanno dato fastidio ma non ne conosco nessuno che abbia fatto del male reale. […] Ma sembra che vi siano dei libri le cui idee turbano un po’ le vostre (supponendo che voi abbiate delle idee), o nei quali l’autore prende una posizione contraria alla vostra, o, che è peggio, nei quali l’autore non manifesta nessuna presa di posizione: allora voi urlate al fuoco; è un chiasso, uno scandalo, una baraonda universale nel vostro piccolo angolo di mondo. Ecco un uomo abominevole, che ha scritto che se noi non avessimo le mani non potremmo fare né calze né scarpe (Helvétius, De l’Esprit, I, 1): che bestemmia! I devoti urlano, i dottori impellicciati si assemblano, gli allarmi si moltiplicano di scuola in scuola, di casa in casa; intere categorie si mobilitano e perché? Per cinque o sei pagine delle quali nel giro di tre mesi non si parlerà più. Se un libro non vi piace, rifiutatelo; vi annoia? Non leggetelo”. Voltaire, Questions sur l’Encyclopédie, articolo « Liberté d’imprimer ».

Bisogna ristabilire una libertà di espressione globale, come si augura il Fondatore di Agoravox nel Forum “Liberté de la presse et concentration dans les médias, sito del Nouvel Obs, 21 Febbraio 2007 :

Domanda (in effetti è mia): “L’omertà attorno all’11 settembre è un altro caso interessante da studiare” (risposta ad una domanda precedente) “Lei parla di omertà anche a proposito dell’Olocausto?” Risponde Carlo Revelli: “Non credo di poter associare questi due termini… comunque penso che il fatto che non si possa discutere dell’Olocausto favorisca lo sviluppo “underground” di teorie negazioniste. Io sono per una libertà d’espressione globale”.

Alla domanda di Montaigne: “E’ una cosa che dovete approvare o condannare, che non è possibile considerare ambigua?” (Essais, II, xii, p. 503 de l’édition Villey), Immanuel Kant rispondeva: “Ognuno è, che lo voglia o no, portato a credere ad un fatto come ad una dimostrazione matematica, purché questo fatto sia sufficientemente provato (6)”. Da qui la necessità di poter esaminare liberamente se il fatto è o non è provato. Mancando questo libero esame si viene meno, come notava John Stuart Mill (7) allo sviluppo mentale di quelli che vengono intimiditi con la paura dell’eresia. In questo caso c’è un divieto pubblico, di tipo religioso, dannoso per lo sviluppo intellettuale (come notò Sigmund Freud), e contrario, per i suoi aspetti religiosi, alla laicità, considerata come libertà di coscienza.

Note:
(1) In Commentaire, n° 80, inverno 1997-98, Ernst Nolte e François Furet furono d’accordo sulla legittimità di un dibattito su questo argomento. Il loro carteggio è stato pubblicato in un volume (Plon, 1998 ; Hachette Littératures, coll. Pluriel, n° 971, 2000). Il 5 settembre 1996, Ernst Nolte scriveva a François Furet : “Bisogna rispondere alle argomentazioni revisioniste con altre argomentazioni e non montando processi […] Io mi sento provocato (dal revisionismo), ma non voglio associarmi a quelli che vogliono mobilitare la polizia e le procure contro di esso. […] Considero un errore fondamentale l’affermazione secondo la quale, se l’essenziale non è contestabile, nessuna altra affermazione avrebbe più bisogno di essere esaminata, e che ogni dubbio venga necessariamente da intenzioni malvagie. Credo invece che si minacci il nocciolo della cosa quando si vuole sottrarre la buccia alla discussione. Non si mette in discussione il nocciolo, ma il ruolo e l’importanza che gli viene accordata”. A questo François Furet rispondeva il 30 settembre 1996: “Non c’è di peggio che bloccare la marcia del sapere, sotto non importa quale scusa, anche se le intenzioni sono le migliori del mondo. È un comportamento che non può essere sostenuto a lungo e che rischia di portare a risultati opposti a quelli che si volevano raggiungere. Per questo motivo approvo la Sua ostilità a trattamenti legislativi o autoritari riguardanti questioni storiche. Purtroppo l’Olocausto fa parte della storia europea del XX secolo. Dovrebbe ancor meno essere oggetto di divieti a priori, visto che molti elementi restano ancora misteriosi e la storiografia su questo argomento è ancora agli inizi”. Va notato che, nelle loro memorie, né Churchill, né de Gaulle, né Eisenhower, né il maresciallo Joukov, hanno menzionato le camere a gas naziste. D’altra parte, chi contesta Faurisson si divide fra chi dice che c’è abbondanza di prove e chi dice che tutte le prove sono state cancellate; occorrerà scegliere.
(2) Jean-François Lyotard, Le Différend, Paris : Minuit, 1983, paragrafo 34.
(3) I professori di diritto pubblico P. Avril, O. Duhamel et J. Gicquel si sono stupiti che questa “Legge Gayssot” non abbia subito delle verifiche di costituzionalità. (Le Monde, 15-16 Luglio 1990 ; Pouvoirs, n° 56, 1991). Ma alcuni parlamentari hanno provocato loro tali intimidazioni da indurli a ritirare l’intenzione di presentare un ricorso. Quando una nuova legge organica avrà definito le condizioni di applicazione del nuovo articolo 61-1 della Costituzione, sarà possibile contestare la costituzionalità della “Legge Gayssot”? o più esattamente l’articolo Gayssot della legge sulla libertà di stampa.

(4) Assemblea Nazionale, terza seduta del 21 Giugno 1991.

(5) “Nessuno deve essere incriminato per le sue opinioni, comprese quelle religiose, sempre che la loro manifestazione non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla legge”. Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, art. 10, proposto da Louis de Castellane e Jean-Baptiste Gobel. “La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo, ogni cittadino può quindi parlare, scrivere, pubblicare liberamente, salvo rispondere degli abusi di questa libertà nei casi determinati dalla legge”. Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, art. 11, proposto dal Duca de la Rochefoucauld d’Enville.

(6) Kant, Qu’est-ce que s’orienter dans la pensée? (1786) ; traduzione di Pierre Jalabert, in Œuvres philosophiques, tomo 2, Gallimard, 1985, coll. Pléiade.

(7) John Stuart Mill, On Liberty, cap. II, « Of the Liberty of Thought and Discussion » (1859).
[1] Traduzione a cura di Andrea Carancini: il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://laconnaissanceouverteetsesdetracteurs.blogspot.com/2009/09/pourquoi-il-faut-abroger-larticle.html

2 Comments
    • Anonimo
    • 8 Ottobre 2009

    La legge Gayssot è stata impèosta da ebrei francesi a tutti i goym francesi,stabilito ciò , non dovrebbe essere poi difficile abrogarla( ammesso che i numeri contino qualcosa ).A volerla mantenere sono soltanto personalità con doppia nazionalità.

    Rispondi
    • Anonimo
    • 9 Ottobre 2009

    Il dibattito tra storici ufficiali e revisionisti è testimonianza che c'è interesse che la verità prevalga. Si è ancora all'inizio di questo processo di cambiamenti radicali, ma tra le maglie di queste accese discussioni coloro che hanno le prove inconfutabili della verità storica, con tutti i mezzi tecnologici a disposizione, facciano sentire la propria voce…
    Emiliano

    Rispondi

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