Vincenzo Vinciguerra: Nemici della patria V

Vincenzo Vinciguerra: Nemici della patria V

Eugenio Henke, Capo di Stato Maggiore della Difesa dal 1 agosto 1972 al 15 gennaio 1975
QUALE GUERRA? 

Prima di parlare della guerra, è necessario identificare il ne­mico e scoprire con quali armi esso combatte.

Il Partito comunista italiano non è solo portatore di un’ideolo­gia totalitaria che vuole imporre la dittatura di una classe sul­le altre, ma è soprattutto lo strumento politico e militare all’in­terno della Nazione in cui opera di uno Stato estero, l’Unione so­vietica, che non occulta le sue mire espansionistiche da raggiun­gere anche attraverso l’uso spregiudicato dell’arma ideologica.

Il militante comunista, da non confondere con chi si limita a votare per il partito, è uno straniero in Patria che agisce per favorire gli interessi della sola Patria che riconosce come pro­pria, l’Unione sovietica.

Fino al momento in cui l’Unione sovietica affianca come alleate le potenze anglo-sassoni nella guerra contro la Germania nazional­socialista, i comunisti italiani si vedono obbligati a comportarsi di conseguenza, a combattere cioè con gli alleati e per gli allea­ti, con qualche sanguinosa eccezione come a Porzus dove, dal 7 al 18 febbraio 1945, liquidano fisicamente i partigiani “bianchi” del­la divisione “Osoppo” che non accettano la pretesa del compagno ju­goslavo Josip Broz, detto “Tito”, di annettersi Trieste, Gorizia, e buona parte del Friuli Venezia Giulia.

Alla fine della Seconda guerra mondiale, forti del numero e del­la disciplina delle loro formazioni partigiane, i comunisti non nascondono la loro speranza di giungere al potere in Italia, anche con la forza delle armi.

La liquidazione fisica dei loro avversari politici, compiuta man mano che le truppe alleate avanzano verso nord, non giova alla lo­ro causa, ma ci vorrà tempo prima che i dirigenti nazionali del Pci riescano a farlo comprendere ai compagni di base.

Intanto, ammazzano possidenti terrieri, partigiani cattolici, sacerdoti e, ovviamente, fascisti.

In Italia, forse solo Palmiro Togliatti funzionario dell’appara­to sovietico, comprende come la fine del conflitto con la Germania non segna l’inizio della pace ma quello di un’altra guerra, quella fra comunismo e capitalismo, e che in Italia c’è un altro avversario altrettanto temibile dei banchieri americani, la Chiesa catto­lica apostolica romana.

La percezione dell’anticomunismo politico e militare, fondata sull’aggressività non solo verbale dei comunisti e sulla ferocia dei numerosi omicidi commessi, che il Pci non escluda il ricorso all’insurrezione per giungere al potere o, almeno, per ottenere il controllo della parte più industrializzata del Paese, il cen­tro-nord, non è del tutto errata.

Fra i tanti, fantasiosi rapporti finalizzati a denunciare il “pericolo rosso”, uno dei più seri che fotografa, almeno in parte, la realtà in cui si muove il Partito comunista in quel periodo è re­datto dall’agente americano Johnny Negrelli che, l’8 marzo 1946, scrive:

“Nei piani dell’esecutivo comunista, piani notoriamente redatti o vistati da Mosca, vi è la geniale idea di conquistare l’Italia con un grandissimo cavallo di Troia, in questo caso un cavallo democratico foraggiato e allevato con l’ingenuo concorso dei paesi democratici anglosassoni…Occorre interpretare il tutto alla lu­ce della rete clandestina del Pci, che dispone di un’organizza­zione militare con uffici di reclutamento, bande armate, di ser­vizi di staffetta, di collegamenti radio-telegrafici, di depositi d’armi e di centri logistici nel Trentino, nella Venezia Giulia e in Romagna.

Il partito – prosegue Negrelli – trasferisce i suoi militanti a Trieste e in Istria, cerca adesioni fra i membri delle forze armate con incarichi speciali (ad esempio, i radiotelegrafisti), ope­ra in stretto contatto con le missioni militari russe e con gli elementi slavi che hanno costituito una rete di osservatori e di organizzazioni politico militari in alta Italia.

Promuove infine una cauta propaganda mirante a convincere i suoi iscritti che gli obiettivi saranno presto raggiunti. Tutto porta a pensare che il Pci si prepari seriamente a sferrare al momento opportuno, un grandioso colpo di mano per la conquista del potere…Le formazioni militari comuniste avrebbero il compito di agi­re nelle retrovie alleate (con compiti analoghi a quelli dei com­mandos e dei paracadutisti), con il vantaggio di trovarsi già or­ganizzate sul terreno e favorite dall’elemento sorpresa…I comu­nisti cercheranno quindi di aprire il passo alle forze che premo­no da Oriente”.

Non ci sono orde mongole e tartare pronte ad invadere l’Italia, ma i comunisti italiani potrebbero essere appoggiati dalle armate del maresciallo Josip Broz, detto “Tito”, ancora in buoni rapporti con Mosca.

L’ala dura del Pci, capeggiata da Pietro Secchia, non rinuncia all’idea di usare la forza, così nel corso della riunione della direzione nazionale del partito, il 1° dicembre 1947, in prossimi­tà del ritiro delle truppe americane dalla penisola, prevale la tesi, contrastata da Palmiro Togliatti, che sia personalmente Josip Stalin a decidere quale dovrà essere la politica futura del Pci in modo specifico sulla possibilità di passare ad una fase insur­rezionale.

La risposta del dittatore sovietico è data, il 14 dicembre successivo, allo stesso Pietro Secchia, inviato dalla direzione nazionale del Pci nella capitale sovietica per porre il quesito e chiedere, contestualmente, un aiuto finanziario di 600 mila dollari per so­stenere le spese della campagna elettorale che si svolgerà in primavera.

Stalin concede l’aiuto finanziario e, in quanto all’insurrezio­ne, comunica a Secchia che “noi riteniamo che adesso non si debba adottare la linea dell’insurrezione”, ma che bisogna “essere pron­ti, nel caso che il nemico attacchi”.

Consiglia, quindi, di “rafforzare le organizzazioni dei parti­giani italiani, accumulare più armi”, costituire un “servizio d’informazioni che possa procurare notizie sui piani del nemico”, creare una guardia d’élite “perché l’avversario tenterà di uccidere i migliori dirigenti del partito”, dalla quale “in seguito potrà svilupparsi una forza armata, se sarà necessario”, introdurre infine “propri uomini nelle forze armate del governo e nella polizia”.

La direttiva di Josip Stalin è chiara ma non sufficiente a far rinunciare definitivamente ai propositi dell’uso della forza agli estremisti del Pci.

Ancora il 16 marzo 1948, nel corso di una conversazione con l’am­basciatore sovietico Mikhail Kostylev, Secchia fa presente che “se non ci sarà un’iniziativa americana i lavoratori armati riusciran­no a prendere nelle loro mani quasi tutto il territorio dell’Ita­lia del nord e del centro, mentre le forze reazionarie manterran­no Roma e il territorio a sud di Roma”.

Il 23 marzo 1948, fuori dalla sede dell’ambasciata sovietica per ragioni precauzionali, il segretario nazionale del Pci, Palmiro To­gliatti, incontra l’ambasciatore sovietico, Mikhail Kostylev, per un colloquio il cui contenuto il diplomatico sintetizza in un rap­porto al ministro degli Esteri, Mikhail Molotov:

“In maniera pacata e equilibrata Togliatti mi chiede di passare agli amici di Mosca la sua domanda: se si deve, nel caso di una o più provocazioni da parte dei democristiani o di altri reazionari, iniziare l’insurrezione armata del Fronte democratico popolare per prendere il potere”.

Togliatti, dopo aver premesso che il partito sta preparando le masse all’eventualità di questa reazione, specie nel Nord del Paese, “notava inoltre che in quel caso non poteva escludere che la reazione armata del Fronte popolare potesse portare a una gran­de guerra, alla quale in qualche modo avrebbero partecipato non soltanto i paesi europei, cioè da parte del Fronte popolare la Jugoslavia e gli altri paesi della nuova democrazia e, dalla par­te opposta, gli Usa, l’Inghilterra, la Francia ed altri”.

Kostylev, come suo commento, aggiunge che i comunisti italiani avrebbero potuto ottenere il controllo dell’Italia del nord da so­li ma, in caso di intervento degli Stati uniti, sarebbe necessario “un immediato aiuto militare esterno, in primo luogo dagli jugoslavi”.

Palmiro Togliatti sa perfettamente che l’Unione sovietica, non è in grado di sostenere una nuova guerra mondiale contro un nemi­co che ha il controllo totale degli Oceani e possiede, inoltre, 1’arma nucleare; sa anche che i rapporti fra la Jugoslavia di Tito, la sola che potrebbe inviare rinforzi militari ai comunisti ita­liani, e l’Unione sovietica sono giunti al punto di rottura, quin­di la sua è una domanda retorica posta, probabilmente, per evitare in futuro possibili critiche e rafforzare la sua autorità sul par­tito all’interno del quale Pietro Secchia insidia la sua leadership.

Il 26 marzo 1948, il ministro degli Esteri sovietico, Mikhail Mo­lotov, risponde ai quesiti posti da Palmiro Togliatti, tramite l’am­basciatore Mikhail Kostylev, comunicando le decisioni del comitato centrale del Pcus:

“I comunisti italiani possono reagire con le armi solo se sa­ranno attaccate le sedi del Pci e i rappresentanti sovietici. Per quanto riguarda la presa del potere attraverso un’insurrezione armata consideriamo che il Pci in questo momento non può attuarla in alcun modo”.

Da questo momento, e per tutti gli anni a venire, la possibili­tà già remota che i comunisti italiani possano impadronirsi del potere con un atto di forza, svanisce per sempre.

     I tumulti del 14-16 luglio 1948, poi, daranno la definitiva con­ferma della impossibilità da parte del Pci di organizzare un’in­surrezione generale. E di questa realtà, come abbiamo visto, ne prendono atto sia il governo italiano che quello americano.

Quale sarà, quindi, il tipo di conflitto che le Forze armate italiane saranno chiamate a combattere contro il comunismo?

     Il 3 gennaio 1948, l’ambasciatore italiano a Mosca, Manlio Brosio, che dal 1964 al 1971 sarà segretario generale della Nato, an­nota nel suo diario:

“Segnalo queste parole di T. A. Taraconzic (autore di ‘War and peace in Soviet diplomacy’ – New York, McMillan, 1940 – Ndr) perché sono una più esatta formulazione della mia tesi: i sovietici alla difensiva strategica ed alla offensiva ideologica-politica. Per i sovietici pace e guerra internazionali non sono due fenomeni diametralmente opposti e mutualmente esclusivi, ma due mezzi ugual­mente importanti che si appoggiano l’un l’altro nell’avanzata comunista verso la loro meta rivoluzionaria finale…”.

La tattica del comunismo internazionale, quella che appare esse­re la sua arma vincente è la perfetta fusione fra pace e guerra, ovvero una rivoluzione permanente che ha definitivamente cancella­to il concetto di pace, è quella che gli uomini della Nato, inqua­drati nell’Oas, definiranno nel loro manifesto del 1961, la “guer­ra rivoluzionaria,”.

La stessa sulla quale si soffermeranno i relatori del convegno, svoltosi a Roma dal 24 al 26 giugno 1971, sul tema “Guerra non ortodossa e difesa”, per chiedere più potere per le Forze armate:

“È stato ribadito il concetto che la Difesa va intesa in senso molto più ampio di quanto lo era alla fine della II guerra mondia­le. La realtà odierna richiede riflessi difensivi, i quali oltre ad essere molto agili, sono anche molto più complessi, si debbono estendere in profondità ed orizzontalmente a tutta la vita nazionale, onde poter neutralizzare non soltanto la minaccia di un attac­co militare caratterizzato contro il territorio nazionale, ma an­che per neutralizzare quel tipo di minaccia più estesa, che va sotto la denominazione di ’guerra rivoluzionaria’ oppure, secondo la dizione occidentale, di ‘guerra non ortodossa’. Si tratta di una minaccia più incisiva perché continua, strisciante e multiforme che mira in primo luogo alla disgregazione dello Stato e delle sue strutture…”.

All’inizio, però, gli strateghi militari occidentali la chiama­rono “guerra psicologica” e ne assunsero la direzione.

L’8 marzo 1948, il britannico Ernest Bevin, in un memorandum in­viato a Washington, aveva sostenuto che “il problema del momento non è più tanto essere pronti a un’aggressione esterna, quanto essere pronti all’interno, contro una quinta colonna sostenuta da una potenza straniera”.

Ma già il 4 gennaio dello stesso anno, a Londra, Bevin aveva preannunciato la costituzione dell’Information research department (Ird), destinato a contrastare la propaganda sovietica.

Sul pericolo rappresentato dalla “quinta colonna” sovietica e dalla sovversione interna, concorda anche Pio XII, come riferisce il direttore della Cia, ammiraglio Roscoe H. Hillenkoetter, il 14 febbraio 1949, al presidente Harry Truman in una relazione che riassume il contenuto di una conversazione avuta con Pio XII:

“Il Pontefice ritiene che l’obiettivo dei russi sia rendere la vita difficile ai regimi dei paesi liberi. Minare le loro struttu­re sociali ed economiche, obbligandoli se possibile ad ammettere simpatizzanti comunisti nei loro governi…Potrebbe venirsi a creare una situazione in cui i sovietici non avrebbero che da sfonda­re una porta aperta. L’Urss farà quindi in modo che una minoranza di sinistra ottenga e si assicuri il possesso dell’esecutivo con tutte le conseguenze del caso… Sull’attività della ‘quinta colonna comunista’ in gran parte dei paesi del mondo, il Papa – prose­gue Hillenkoetter – ha manifestato grande apprensione, insistendo particolarmente sulla sua pericolosità. Ha poi aggiunto che l’Urss sembra avere l’intenzione di perseguire i suoi scopi con strumen­ti ‘obliqui’ di cui abbiamo detto piuttosto che con l’azione mili­tare” .

Anche gli Stati uniti predispongono gli strumenti necessari per contrastare la minaccia all’interno dei Paesi colonizzati, così nel mese di marzo del 1949, a Washington, il National security council elabora un rapporto dal titolo “Overt Psychological Warfare”, che sancisce la nascita, della “Interagency foreign information Organization” con compiti informativi e di propaganda sotto la dire­zione del Dipartimento di stato e con la collaborazione del mini­stero della Difesa, della Cia e del Joint Chief of staff. Dopo al­cuni mesi, l’organismo passerà nelle dirette dipendenze del mini­stero della Difesa.

Perché l’arma della guerra psicologica, affidata ai militari, è la propaganda.

Quest’ultima è così definita in una direttiva del National se­curity council del 10 luglio 1950:

“Ogni sforzo o movimento organizzato per diffondere informazio­ni o una particolare concezione mediante notizie, prese di posizio­ni o appelli, pensati per influire sul pensiero e sulle azioni di un determinato gruppo”.

Ma la propaganda non è un’arma da utilizzare in maniera lecita, leale, aperta, per esaltare i pregi della propria politica e denun­ciare i difetti di quella nemica, dichiarando le proprie fonti ed i propri obiettivi.

Il 16 maggio 1946, il Secret intelligence americano aveva invia­to a tutti i capi area un “Manuale di intelligence per la propagan­da occulta”, sul conto della quale aveva scritto:

“La propaganda occulta è uno dei mezzi più efficaci a disposizio­ne di un governo, di un’organizzazione o di un gruppo per l’eserci­zio di pressioni segrete che possono assumere forme politiche, eco­nomiche o militari, in patria o all’estero. Dal momento che non agisce alla luce del sole, la propaganda oc­culta viene spesso individuata solo in seguito al raggiungimento dei suoi obiettivi. Tra questi, la fomentazione di disordini, di rivolte e di forme di resistenza, i cambiamenti politici, lo spionaggio commerciale o economico, l’infiacchimento del morale di un esercito o di un popolo. L’esperienza dimostra che la propaganda occulta costituisce un’ar­ma internazionale sia in tempo di pace che in tempo di guerra. La sua diffusione è sviluppata e sostenuta da interessi così potenti da rendere la sua individuazione un’attività specialistica. Ogni metodo di copertura in grado di utilizzare l’applicazione della più avanzata psicologia è utile alla manipolazione delle opinioni e dei comportamenti delle persone, senza che queste ne abbiano co­scienza o possano esprimere la loro volontà in proposito”.

La “guerra psicologica” è, quindi, essenzialmente guerra di pro­paganda che può essere “bianca” quando afferma in modo ufficiale ciò che rappresenta e si propone; “grigia”, quando si ammanta di “oggettività”, come quella esercitata dai quotidiani cosiddetti “indipendenti”; “nera”, quando proviene in apparenza dal campo nemico ed afferma propositi, idee ed obiettivi che, in realtà, non gli appartengono ma che hanno il compito di metterlo in cattiva luce dinanzi all’opinione pubblica e di screditarlo.

Gli esempi non mancano.

Nel giugno del 1952, a Roma, è distribuito gratuitamente un quindi­cinale, “Il Garofano rosso”, edito dalla “Lega internazionale per la difesa dei diritti dell’uomo”, con sede a Parigi, ma in realtà stampato a Milano da Leo Longanesi con la collaborazione di Gio­vanni Ansaldo, Giorgio Torelli e Gaetano Afeltra, per svolgere propaganda anticomunista fra gli operai sotto l’apparenza di un giornale socialista.

Leo Longanesi scriverà a Giovanni Ansaldo che “Il Garofano ros­so” è “pagato in blocco da certi miei amici, i quali giustamente hanno molta paura dell’avvenire”.

Nel mese di gennaio del 1966, i militanti di “Avanguardia nazio­nale”, per conto della divisione Affari riservati del ministero degli Interni, provvederanno ad affiggere in alcune città mani­festi che, negli intendimenti dei promotori, dovranno favorire la nascita di una sinistra extraparlamentare “cinese”, in grado di contrapporsi al Partito comunista.

Il 7 gennaio 1971, a Milano, gli uomini del Mar guidati dal par­tigiano anticomunista Carlo Fumagalli, compiono un attentato in­cendiario nel deposito della Pirelli a seguito del quale, nel cor­so dell’opera di spegnimento delle fiamme, perde la vita l’operaio Gianfranco Carminati.

L’attentato è rivendicato a nome delle “Brigate rosse” sulle qua­li ricade la responsabilità della morte di un operaio.

Informazione e disinformazione, propaganda “bianca”, “grigia” e “nera”, “diversioni strategiche”, sono i mezzi di una guerra senza esclusione di colpi per condurre la quale vengono istituti apposi­ti organismi destinati a dirigere negli anni successivi l’azione anticomunista in tutto il mondo cosiddetto libero.

Il 1° aprile 1951, a Washington, i capi di Stato maggiore riuni­ti inviano una raccomandazione segretissima che sollecita l’avvio di una crociata propagandistica, basata su un “programma di vasta scala di guerra psicologica comprendente operazioni speciali comparabile, nelle proporzioni dello sforzo, al progetto ‘Manhattan’ della seconda guerra mondiale” .

Tre giorni dopo, il 4 aprile 1951, il presidente Harry Truman istituisce con una direttiva segreta, il Psychological Strategy Board (Psb), organismo delegato a “pianificare, coordinare e di­rigere le operazioni psicologiche”.

Il Psb passerà successivamente, al pari del gruppo speciale”Panel 10/2″, sotto il controllo del Nsc, del sottosegretario di Stato, del segretario alla Difesa e del direttore della Cia. Il primo documento emanato da questo organismo, il “Psb D-33/2” è ancora og­gi coperto dal segreto[1].

Degno di interesse è il commento, ad uso interno, che su questo documento redige Charles Burton Marshall, funzionario dello stesso Psb, che scrive:

“Come (può) un governo adottare un proprio sistema dottrinale tanto esteso senza assumere lineamenti totalitari? Il documento non lo indica. In realtà, propone l’uniformità al posto della di­versità. Postula un sistema che prevede ‘un tipo particolare di concezione e struttura sociale’, che comprende ‘un complesso di principi per le aspirazioni umane’ e abbraccia ‘tutti i campi del pensiero umano’, ‘tutti i campi d’interesse intellettuale, dall’an­tropologia alle creazioni artistiche, alla sociologia, alla metodo­logia scientifica”.

È un sistema totalitario che ci contrappone ad un altro e lo combatte usando gli stessi mezzi.

Ed è proprio il Psb, il 6 luglio 1951, ad occuparsi delle misu­re da prendere in Italia contro i Partiti comunista e socialista, fra le quali “il rifiuto di trattare con le organizzazioni filo-comuniste, il divieto di fornire finanziamenti pubblici ai sindacati controllati dai comunisti, la limitazione dei loro diritti politi­ci e la proibizione di trattare anch’essi con le organizzazioni sindacali comuniste; nonché la confisca degli edifici, delle tipografie e del materiale di cui il Pci e  il Psi sono venuti in possesso al termine del conflitto, il blocco infine dei finanziamen­ti alla stampa comunista e socialista.

Tutti provvedimenti che i governi italiani adotteranno in momenti successivi.

In Italia, il compito della propaganda e della contropropagan­da è demandato per legge al ministero degli Interni con compiti difensivi affidati al servizio segreto civile che s’identifica con il controspionaggio.

Come abbiamo visto, però, la conduzione della “guerra psicologi­ca” è affidata agli Stati maggiori delle Forze armate americane ed alleate, compresi di conseguenza quelli italiani.

Il servizio segreto militare, organismo non politico ma dipen­dente dallo Stato maggiore della difesa, il 28 febbraio 1950 re­dige un rapporto di 137 pagine su “L’apparato paramilitare comu­nista”, che sarebbe guidato da Luigi Longo, per il Pci; Alessandro Pertini, per il Psi; Emilio Lussu, per gli azionisti; e dall’ex prefetto di Milano, Ettore Troilo.

Ma l’interesse per lo scritto del Sifar non è riservato alla de­scrizione dell’apparato comunista, al numero di coloro che ne fa­rebbero parte (oltre 120 mila) e ai capi regionali (Gian Carlo Pajetta, Ilio Barontini, fra gli altri), ma alla nota che lo ac­compagna, redatta dal maggiore Giancarlo Carboni, capo dell’Ufficio D (sicurezza interna) che non rispecchia la personale opinio­ne dell’ufficiale ma il convincimento dei vertici militari che resterà immutato fino al crollo dell’impero sovietico.

“L’apparato – scrive Carboni – oggi deve essere considerato al­la stregua di un’organizzazione militare nemica occulta permanen­temente dislocata nello Stato italiano (quinta colonna) e pertan­to nei suoi riguardi debbono essere sviluppate le attività di carattere informativo, offensivo e difensivo che sono normalmente esercitate in tempo di guerra contro le formazioni militari avversarie”.

    I militari non avevano torto nell’individuare nella dirigenza del Partito comunista un corpo estraneo e nemico alla Nazione, e tale lo hanno considerato e trattato nel corso degli anni.

Dal 15 al 24 aprile 1966, in Friuli, si svolge l’operazione “Delfino”, una esercitazione degli appartenenti alla struttura clandestina “Gladio” che, fra l’altro, prevede anche l’attacco ad una sede del Partito comunista considerata una base del nemi­co.

Nel settembre 1970, la minaccia viene riproposta in un lungo saggio dal titolo emblematico, “Le ultime 100 ore di libertà”, pubblicato, come inserto, dalla rivista “Aviazione & Marina”, che prevede l’invasione della Jugoslavia dopo la morte del ma­resciallo Josip Broz, “Tito”, un successo elettorale del Pci in Italia, una serie di attentati compiuti da elementi di destra e dai servici segreti, una infiltrazione massiccia di agenti so­vietici in Italia e, infine, a Ferragosto, una vera e propria invasione militare.

Quando non si pongono in evidenza le minacce militare e sovver­siva, rimane sempre, costante ed immutata nel tempo, quella poli­tica, relativa alla posizione dell’Italia nell’Alleanza atlantica, che “sarebbe stata lesa”, recita un telegramma del Dipartimento di stato americano all’ambasciatore a Roma, Richard N. Gardner, “nel caso che i comunisti acquisissero maggior potere nei meccanismi decisionali del governo”.

In una guerra che aumenta, progressivamente, d’intensità nel tem­po, fino a raggiungere il suo apice sul finire degli anni Sessanta, la disinformazione gioca un ruolo fondamentale.

Nei primi anni del dopoguerra, si crea la psicosi del “pericolo rosso”, della minaccia dell’insurrezione comunista ventilata an­che da fonti autorevoli come il capo della polizia, Luigi Ferrari, il 2 ottobre 1945 che denuncia l’esistenza in seno al Pci di “un’or­ganizzazione denominata ‘L’Apparato’ (Comitato di agitazione) che avrebbe il compito di preparare gli scioperi e l’azione rivoluzio­naria” .

L’anno successivo, il 18 agosto 1946, lo stesso capo della polizia conferma al ministro degli Interni, Mario Scelba, “l’esistenza di un piano insurrezionale preparato e diretto da un organismo che ha ben chiara la visione degli obiettivi che deve perseguire”, e consiglia la revisione dei rapporti fra le forze di polizie e militari per ottenere “nei casi di emergenza un solido e agile orga­nismo di tutte le forze della Ps, carabinieri, finanza ed eserci­to” .

Il 31 maggio 1947, dopo l’estromissione dei comunisti dal gover­no, la direzione nazionale del Pci è obbligata ad emettere un comunicato per smentire le voci “diffuse fra le forze di polizia e nei quadri dell’esercito… circa pretesi e assurdi propositi di ricor­so alla violenza e forme di lotta insurrezionali che esisterebbero nel Pci in seguito alla soluzione antidemocratica data alla crisi di governo”.

Il 31 marzo 1948, è personalmente il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, a sostenere, in un colloquio con l’ambasciato­re britannico Victor Mallet, che i partiti comunisti hanno scelto di seguire la via rivoluzionaria:

“Il piano Marshall – afferma De Gasperi – ha costretto il gover­no sovietico ad accelerare il programma di diffusione del comunismo rivoluzionario attraverso tutta l’Europa occidentale, in quanto ha reso evidente che l’unica chance era quella di creare la rivolu­zione prima che la ripresa indotta dagli americani divenisse un fatto compiuto”.

Italiani ed americani si alternano nello scambio reciproco di in­formazioni che amplificano la minaccia comunista e delineano per l’Italia un fosco prossimo futuro di guerra civile o di gravissi­mi turbamenti dell’ordine pubblico.

I vertici politici e militari di entrambi gli Stati sono certi che, per quanto forti sul piano organizzativo ed elettorale, i co­munisti non possono illudersi di giungere nel breve periodo al go­verno di un Paese dove l’anticomunismo cattolico può mobilitare le masse e, come i fatti dimostreranno, vincere nettamente i confron­ti elettorali, tant’è che, il 10 settembre 1946, in un loro rapporto, i servizi segreti americani scriveranno:

“I comunisti hanno la sola prospettiva  della presa violenta del potere, ma la cosa è altamente improbabile”.

Sul piano pubblico, però, ciò che è “improbabile” viene presen­tato come possibile, addirittura certo.

Abbiamo visto come cessato il pericolo “militare”, cioè 1’eventua­lità di un’insurrezione comunista per assumere il controllo dell’I­talia, si passa con estrema disinvoltura alla denuncia dei mezzi insidiosi utilizzati dalla “quinta colonna” comunista per giunge­re al governo con mezzi legali.

Fra le armi utilizzate per contrastarla ci sono anche le “diver­sioni strategiche”.

È un termine militare che indica una mossa tattica per trarre in inganno il nemico ed indurlo a commettere errori.

Una nota informativa del 10 marzo 1947, redatta dai servizi stra­tegici americani, segnala che fra “i movimenti più recenti di ispi­razione reazionaria organizzati in Italia” ci sono il “Partito na­zionale popolare: finge di essere a sinistra, in realtà ha tenden­ze filo-monarchiche. Leader: il conte Battaglia…

Partito comunista indipendente di Paolo Orlando.. .Pur spaccian­dosi per organizzatore comunista è in realtà finanziato dalla de­stra e ha come compito l’inquinamento della propaganda comunista. Orlando è il fondatore della Spes socialista (Studi politici e sin­dacali). Collabora con il ‘Rome Daily American’…”

Non resteranno gli unici.

Nel 1967, saranno creati, con i fondi della Cia, anche gruppi mar­xisti-leninisti che avranno il compito di alimentare il dissenso alla sinistra del Pei ed il disordine nel Paese da attribuire al­la “sovversione rossa”.

Il caso più eclatante di “diversione strategica”, anche se non è stato ancora riconosciuto come tale, è rappresentato dal circolo “22 marzo”, fondato nel mese di ottobre del 1969, a Roma, dal­l’avanguardista Mario Merlino, per conto del servizio segreto ci­vile, per inquinare il movimento anarchico e renderlo responsabi­le di attentati compiuti dai militanti di destra.

L’ingresso dell’Italia nell’Alleanza atlantica, l’ufficiale ri­costituzione dei servizi segreti militari, la riorganizzazione del servizio segreto civile, comportano come prima conseguenza la scom­parsa delle formazioni paramilitari che il potenziamento, in nume­ro e mezzi, delle Forze armate e delle forze di polizia rendono inutili.

Una scomparsa parziale perché, in realtà, si tratta di un travaso di uomini che vengono posti alle dipendenze dei servizi di si­curezza in qualità di informatori e, se necessario, di operativi per azioni che non devono compromettere lo Stato ed i suoi appa­rati.

Sul confine orientale rimane operante il raggruppamento milita­re clandestino denominato “Volontari difesa confini italiani 8°”, che il 6 aprile 1950 assume per decisione dello Stato maggiore del­l’esercito, la denominazione di “Organizzazione O”, forte di 256 ufficiali, 496 sottufficiali e 5.728 uomini di truppa, suddivisi in quattro gruppi al comando del colonnello Olivieri e dipendenti per l’armamento dall’8 reggimento alpini.

Non ci sono solo i servizi segreti italiani.

Ogni apparato segreto alleato crea una propria rete spionistica, dai britannici agli israeliani, ai francesi e, successivamente, ai tedeschi della Germania federale. In prima fila ci sono gli americani.

Sono questi ultimi a controllare e, quasi sempre a finanziare, ì gruppi clandestini anticomunisti senza fare sottili distinzio­ni fra quelli composti in prevalenza da reduci della Rsi o da partigiani liberali, monarchici e democristiani.

Oltre a sovrintendere e dirigere dall’alto del loro potere di vincitori i servizi segreti italiani, gli americani li controlla­no anche trasversalmente e dal basso proprio attraverso i loro uomini infiltrati nelle organizzazioni paramilitari e politiche.

Lo rivela James Jesus Angleton che, in un rapporto del 18 mar­zo 1946, scrive:

“La lotta politica in Italia si svolge soprattutto tra le forze rivoluzionarie e l’estrema destra, che è fanaticamente monarchi­ca, anticomunista, militarista e, per molti versi, neofascista.

Dal momento che essa vanta tra le sue fila esponenti delle forze armate italiane, gode quindi del totale appoggio da parte dei ser­vizi di intelligence: il Sis, il Sia e il Sim. È attraverso questi servizi che la destra organizza le sue segrete manovre politi­che. Di conseguenza, la loro infiltrazione (tramite l’X-2) ci con­sente di svelare i piani politici occulti delle forze reazionarie. Per contro la penetrazione nei movimenti neofascisti ci permette di conoscere i nominativi dei loro agenti e le future azioni dei servizi informativi italiani”.

Una conferma sul fatto che i neofascisti – che già il 26 aprile 1945 hanno ripudiato la “Salò nera”, ideologicamente definita, per dichiararsi eredi della “Salò tricolore”, militare ed ideologica­mente eterogenea – si avviano a costituire la destra estrema dello schieramento politico, sopravvivono con il sostegno dei servizi segreti italiani ed alleati e lavorano intensamente per loro e con loro.

Nell’ambito delle operazioni politiche suggerite dalla necessi­tà di ricomporre l’unità delle Forze armate italiane, riunendo i reduci di entrambi gli schieramenti, il repubblicano ed il monar­chico, va inserita la costituzione del Movimento sociale italiano.

Nel mese di ottobre, a Roma, nello studio di Arturo Michelini, che non ha aderito alla Rsi, si era svolta una riunione per esa­minare la possibilità di dare vita ad un movimento non politico ma finalizzato a fiancheggiare le Forze armate e la Democrazia cristiana nello sforzo di ricomporre l’unità del Paese e favori­re la riconciliazione fra le parti, in primo luogo in ambito mi­litare.

Vi avevano preso parte, fra gli altri, Jacques Guiglia, capo dell’ufficio stampa della Confindustria; Bruno Puccioni, amico personale di Pino Romualdi; Nino Buttazzoni, in rappresentanza di Junio Valerio Borghese; il generale Muratori; il principe Valerio Pignatelli; Biagio Pace.

Tutti sono in rapporti con i servizi segreti americani, meno Pa­ce che, però, ha lavorato contro i fascisti della Rsi in qualità di informatore, dall’8 settembre 1943 al 6 giugno 1944, per la struttura clandestina dei reali carabinieri.

Anche il Movimento sociale italiano, con nome e simbolo mutuati dall’omonimo partito politico francese, ufficialmente costituito il 26 dicembre 1946 quando l’Italia è ancora formalmente sotto il regime di occupazione anglo-americana (il Trattato di pace sarà firmato il 10 febbraio 1947), fa parte dell’apparato politico-militare che i governi democristiani, gli Stati maggiori e gli americani stanno creando per neutralizzare negli anni a venire la mi­naccia comunista.

È per questa ragione che il serbatoio umano dal quale i servi­zi segreti italiani e le strutture clandestine militari e paramili­tari create fino agli anni Sessanta trarranno il maggior numero di elementi sarà rappresentato da quel mondo che è ancora oggi, nonostante tutte le evidenze contrarie, definito “neofascista” o, addirittura, fascista.

I servizi segreti americani agiscono in maniera autonoma, con la consapevolezza di operare in un Paese i cui governi hanno ri­nunciato alla rivendicazione della sovranità nazionale.

Il 21 marzo 1949, a Verona, il locale Centro di controspionag­gio informa che Joseph Luongo, capo del Cic a Linz (Austria), sta compilando elenchi di “elementi comunisti giudicati pericolosi per la sicurezza nel caso di torbidi o di guerra”, non limitando le ricerche al solo Alto Adige, ma estendendole all’Italia centrale, a Veneto, Emilia e Lombardia.

Non si fa nulla per opporsi a questa attività illegale compiuta da personale straniero sul nostro territorio, e di cui i servizi segreti militari e civili sono parzialmente a conoscenza.

Si cerca, invece, la sola strada ritenuta praticabile per non ir­ritare il potente alleato americano: collaborare con esso, fingen­do che il nostro ingresso nell’Alleanza atlantica giustifichi la presenza di apparati misti controllati da uno Stato straniero che utilizza per scopi politici, militari e spionistici cittadini ita­liani per i propri esclusivi interessi.

L’8 ottobre 1951, il direttore del Sifar, generale Umberto Broccoli, invia al capo di Stato maggiore della Difesa, generale Efisio Marras, una lettera con la quale richiede la necessaria auto­rizzazione per creare una rete anti-invasione, in modo da precede­re gli americani che ne stanno costituendo una per conto loro.

Broccoli, difatti, scrive che gli “S. u. a. [Stati uniti d’America] dopo aver tentato di organizzare a nostra insaputa qualcosa del genere in Italia set­tentrionale, hanno poi offerto di collaborare attivamente alla nostra organizzazione con apporto di persone, di materiale e forse di fondi”.

Inizia, quindi, la creazione della struttura Stay-behind che ricoprirà un ruolo drammatico nella storia italiana degli anni Sessanta e Settanta.

Si è cercato – ed il tentativo è ancora attuale – di presentare la struttura “Gladio” come dipendente, dal punto di vista gerarchi­co, dal solo direttore del servizio segreto militare, in quanto occultata presso la sezione “R” del Sid (spionaggio).

Si insiste, inoltre, nel presentarla come una struttura predi­sposta a condurre una guerra di guerriglia contro gli invasori so­vietici, verità parziale perché “Gladio” ha partecipato attivamente alla guerra politica in ogni sua fase e in ogni campo.

Tanto più che gli uomini in grado di condurre una guerra di guer­riglia contro 1’Armata rossa in Italia non potevano che provenire dai reparti d’élite delle Forze armate (paracadutisti, sabotatori, alpini paracadutisti, lagunari ecc.) il cui impiego può essere di­sposto dallo Stato maggiore della difesa e non certo dal direttore del servizio segreto militare.

Una struttura, “Gladio”, avente una duplice finalità: quella di operare se si fosse verificata un’invasione militare, rimasta come mera ipotesi; e quella di agire contro il nemico interno, cioè il Partito comunista ed organizzazioni collegate perfino in campo sin­dacale, che è stata condotta sul terreno con le metodologie occul­te tipiche di una struttura clandestina, provvista anche di un pro­prio, autonomo, servizio informativo.

D’altronde, se “Gladio” smantella agli inizi degli anni Settan­ta i depositi di armi al Nord e si sposta verso il Sud seguendo, lo­gicamente, il nuovo dispiegamento delle Forze armate; se giunge a creare a Trapani il centro “Scorpione”, se si predispone a svolge­re, addirittura, azione di contrasto delle organizzazioni mafiose, visto che non si è mai ventilata l’ipotesi di un’invasione libica

o  tunisina dell’Italia favorita da una “quinta colonna” mafiosa, si deve convenire che la struttura ha assolto compiti diversi da quelli ufficialmente dichiarati.

Gli Stati uniti hanno sempre guardato con sospetto i dirigenti politici democristiani ed hanno sempre tenuto in considerazione la possibilità di intervenire in Italia, se non contro di loro, alme­no senza di loro.

Il 21 aprile 1950, a Washington, il National security council suggerisce al presidente Harry Truman che, qualora il Pci fosse entrato nel governo italiano o il governo “avesse smesso di mostrar­si deciso a opporsi alle minacce comuniste, interne o dall’estero …gli Usa dovrebbero prendere misure… intese a prevenire la domi­nazione comunista e a riesaminare la determinazione italiana, di contrastare il comunismo…”.

S’intravedono in queste parole le intenzioni degli Stati uniti di assumere in prima persona, in Italia, la direzione della lotta contro il comunismo e, contestualmente, quella eventuale contro coloro che, a prescindere dagli incarichi che ricoprono, non si mo­strano determinati a contrastare il Pci o si mostrino inclini al compromesso con il “nemico interno”.

In altre parole, gli Stati uniti decidono di istituire un orga­nismo di vigilanza, incaricato di monitorare la politica del gover­no e, se necessario, di intervenire contro di esso per prevenire cedimenti nei confronti del Partito comunista.

Un organismo siffatto, magari frazionato in più strutture e coordinato da una sola centrale, può svolgere un’attività di condizionamento dei governi o passare direttamente all’azione facendo le­va sui politici più affidabili per formare esso stesso governi in grado di affrontare la lotta al comunismo nei modi ritenuti più idonei dagli Stati uniti e dai loro alleati.

Si profila la creazione all’interno del Paese di una “guardia pretoriana” che, da un lato, garantisce la stabilità politica e tutela la classe dirigente e, dall’altro, è in grado di intervenire per imporre alla guida dell’Italia gli uomini che essa sceglie sulla base della fermezza nella battaglia contro il comunismo.

Il 18 aprile 1952, a Washington, nel corso di una riunione alla quale prendono parte l’ambasciatore americano a Roma, Bunker, l’ad­detto all’”Italian desk” del Dipartimento di stato William Knight, e il colonnello Richard Hirsch del Psb, viene espressa insoddisfa­zione per le iniziative adottate dal governo italiano contro il comunismo, ritenuto “meno ricettivo alle pressioni politiche (americane) rispetto agli anni passati”, e si stabilisce di adottare anche nel caso italiano le misure di “contro-infiltrazione” effet­tuate con successo in Francia.

Fra queste ultime, con assoluta certezza, vi è il piano “Demagnetize”, il cui varo è stato deciso dal Psb il 21 febbraio 1952.

A Roma, il 4 gennaio 1985, 1’allora presidente del Consiglio, Bettino Craxi, nel suo intervento dinanzi al Comitato parlamenta­re di controllo sui servizi segreti, affermò che non sono mai esi­stiti il piano Demagnetize “o altri piani che ponessero i nostri servizi in posizione di subordinazione rispetto ai servizi di al­tri Paesi”.

Craxi mentiva con la consapevolezza di poter contare sulla com­plicità dell’intera classe politica italiana, comunisti compresi, perché l’esistenza del piano in questione era nota da almeno una decina di anni.

Il piano doveva essere applicato con la collaborazione dei di­partimenti e delle agenzie operanti nel campo in Italia e negli Stati uniti, del Dipartimento della difesa, dell’Esercito, della Marina e dell’ambasciata americana a Roma con funzioni informative, di coordinamento e di collegamento con il governo italiano.

“Demagnetize” non è un piano difensivo. In un memorandum del 7 maggio 1952, S. Berger chiarisce che esso si allontana “dall’assun­to che il potere del Pci alla fine sarebbe stato ridotto dai nostri sforzi per innalzare il tenore di vita…e si concentra sulla ne­cessità di un attacco coordinato contro il potere organizzato dell’apparato comunista”.

Il 14 maggio 1952, il comitato dei capi di Stato maggiore appro­va il memorandum che regola l’applicazione del piano “Demagnetize” (che viene tenuto segreto anche al Saceur perché “limitativo della sovranità” di Italia e Francia), stabilendo anche che 1’”Ambascia­tore può richiedere, ma non dirigere, le azioni militari che si rendessero necessarie a sostegno del piano”.

Il 20 maggio 1952, è inviata al comandante in capo delle Forze armate americane in Europa la direttiva per l’attuazione del pia­no. Al punto a) si legge:

“La riduzione del potere comunista in Francia e in Italia costi­tuisce un obiettivo di primaria importanza; va perseguito con ogni mezzo compatibile con gli scopi degli Stati uniti”.

Il 25 aprile 1947, in un memorandum inviato al Congresso, Al­len Dulles era stato esplicito nel rivendicare agli Stati uniti il diritto di guidare la battaglia contro il comunismo senza condizionamenti esterni:

“Noi non possiamo ragionevolmente limitare la nostra reazione – aveva scritto il futuro capo della Cia – contro la strategia comunista ai casi in cui siamo invitati dal governo al potere. Dobbiamo essere noi a decidere quando, come e dove agire”.

Gli Stati uniti assumono la leadership di una battaglia glo­bale contro l’Unione sovietica ed il comunismo, affidandone la direzione alle proprie Forze armate, non ai servizi segreti civi­li che sono chiamati a svolgere il loro ruolo ma non sono quelli che conducono la guerra.

L’Alleanza atlantica non può certo restare ai margini della “guerra psicologica” perché in Europa la minaccia è rappresentata dalla “sovversione” interna non dall’Armata rossa.

La Nato è un’alleanza militare diretta puntualmente da un gene­rale americano, nata per difendere gli Stati uniti e condurre la sua guerra.

L’articolo 5 del Trattato del nord Atlantico impegna i contraen­ti ad intervenire nel caso che uno o più di essi venga attaccato, comprendendo la risposta anche”l’impiego delle forze armate per ristabilire e mantenere la sicurezza della zona dell’Atlantico set­tentrionale”, ma la formulazione è ambigua perché sfumate sono le mo­dalità della guerra che conducono le Forze armate occidentali.

Più esplicito è l’art. 6 del Patto di Rio de Janeiro, al quale si rifà l’art. 5 del Trattato del nord Atlantico, il quale recita:

“Se l’inviolabilità e l’integrità del territorio, la sovranità e l’indipendenza politica di qualsiasi stato americano saranno mes­si in pericolo da una aggressione che non sia un attacco armato o da un conflitto extracontinentale, o da qualsiasi altro fatto o situazione che possa mettere in pericolo la pace dell’America, l’Organo di consultazione si riunirà immediatamente al fine di definire le misure che in caso di aggressione devono essere prese per soccorrere le vittime dell’aggressione o, in ogni caso, quelle che converrà prendere per la difesa comune e per il mantenimen­to della pace e della sicurezza continentale”.

E sulla base di questo articolo che i litigiosi Stati sudameri­cani daranno il via al “piano Condor”, in funzione anti-sovversiva, la cui esistenza è stata svelata da chi scrive nella speranza, ri­velatasi fallace, che qualcuno comprendesse come questo piano fos­se interconnesso con quelli attuati dalla Nato in Europa, perché la condanna dei regimi militari sudamericani restava confinata al piano politico senza mai avere riflesso alcuno su quello mili­tare e anti-sovversivo.

La diffidenza americana nei confronti dei politici democristia­ni e dei loro alleati nel governo aumenta con il passare del tem­po.

L’11 aprile 1961, a Washington, il Dipartimento di stato redige un documento relativo a “Raccomandazioni politiche sulla situazio­ne in Italia”, nel quale si analizza la situazione politica e, in particolare, il comportamento del Partito socialista.

Nel documento si afferma:

“È necessario sottolineare che la tremenda forza e influenza del Pci si spiega con il fatto che la lotta al comunismo non figuri tra le priorità di chi oggi detiene il potere”.

Dopo 15 anni di strategie difensive, prima quella del “conteni­mento” che, il 25 luglio 1947, George Kennan aveva definito come “l’accorta e vigile applicazione di controforze in una serie di punti geografici e politici che si spostano continuamente…dovun­que essi (i sovietici) mostrino di aver l’intenzione di intrometter­si negli interessi di un mondo pacifico e stabile”, dopo quella del­la cosiddetta “rappresaglia massiccia”, ufficialmente annunciata dal segretario di Stato, John Foster Dulles, il 12 gennaio 1954, che prevede una risposta immediata e distruttiva ad ogni atto osti­le da parte sovietica, con John F. Kennedy alla presidenza gli Sta­ti uniti passano all’offensiva con la strategia della “risposta flessibile” che prevede l’impegno delle Forze armate americane in qualsiasi situazione si profili, “anche solo potenzialmente una qualsiasi forma d’insorgenza” , come recita il “National security act memorandum n. 24” del 18 gennaio 1962.

E, in Italia, il pericolo non è solo potenziale. Difatti, gli americani, come dimostra un documento dell’ottobre del 1962, prendono in considerazione di intervenire, in Italia, per proprio conto con o senza l’accordo del governo in carica.

Su quali alleati interni possono contare gli americani e i Pae­si della Nato nel caso che si profili la necessità di intervenire in Italia, senza un preventivo accordo con il governo in carica?

La risposta è una sola: le Forze armate.

È vero che l’Italia pullula di organizzazioni segrete e clandesti­ne, tutte votate con i finanziamenti americani, tedeschi, industria­li, alla lotta contro il comunismo ma né isolatamente né unendo le loro forze queste potrebbero determinare una svolta autoritaria nel Paese se non altro perché più che di guerrieri sono composte da spioni.

Il solo strumento che gli americani e la Nato dispongono nel Pae­se per condizionare, ricattare e, se del caso, utilizzare per favo­rire un ricambio di uomini ai vertici della politica italiana, so­no le Forze armate, ben più potenti del ministero degli Interni.

Non c’è una sola iniziativa assunta in funzione della battaglia contro il comunismo che veda estranee le Forze armate, gli Stati maggiori delle tre Armi e della Difesa, 1’Arma dei carabinieri nella sua duplice veste di arma combattente e corpo di polizia, i loro reparti preposti alla tutela della sicurezza interna con la attività informativa e quella operativa clandestinamente condotta mediante uomini e gruppi dell’estremismo anticomunista.

Dove non compaiono ufficiali in servizio attivo, ci sono quelli in congedo, dove non si registra la presenza palese di uomini dei servizi segreti ci sono, in loro vece, informatori e collaboratori civili.

Se l’organizzazione “O” agisce solo in Friuli Venezia Giulia, per poi essere assorbita dalla struttura “Gladio”, “Pace e libertà” opera sull’intero territorio nazionale, seguita da “Pace e lavoro” di Luigi Cavallo, affiancate dal servizio informativo industriale che agisce sotto la direzione del Sios Aeronautica, e via via in un crescendo turbinoso negli anni Sessanta, con “Ordine nuovo” il cui capo è un dipendente del generale Giuseppe Aloja, capo di Sta­to maggiore dell’esercito e poi della difesa, con il “Fronte nazio­nale” di Junio Valerio Borghese, simbolo e vanto della Marina mili­tare, l’Ordine del combattentismo attivo del generale Mastragostino, le associazioni dei reduci e d’arma, “Europa civiltà” che ha per interlocutore il generale Giuseppe Piechè, “Avanguardia nazionale” con i suoi rapporti con l’Arma dei carabinieri e con il ministero degli Interni, per proseguire con il comitato di “Resistenza demo­cratica” di Edgardo Sogno, la “Rosa dei venti” che si rifà sfaccia­tamente al s imbo1o dell’Alleanza atlantica.

Lo Stato maggiore dell’esercito perde, nel tempo, ogni ritegno tanto da autorizzare, l’11 agosto 1970, lo svolgimento di campo di “parasoccorso” con mezzi militari affidato alla direzione di Sandro Saccucci, squalificata figura dell’estremismo di destra, mentre, nel­lo stesso periodo, organizza altri corsi come quello svoltosi in Friuli nei pressi del lago di Gavazzo.

Le Forze armate s’incaricano di dirigere la “guerra psicologica”, poi denominata “non ortodossa” e, infine, la “guerra a bassa inten­sità” perché sono le uniche a possedere l’organizzazione e la com­petenza tecnica per poterlo fare.

    I politici democristiani anche di alto livello come Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti ed, in seguito, Arnaldo Forlani e Francesco Cossiga sono preparati in altri campi, non in quello militare.

E, a partire dal 12 dicembre 1969, si rendono conto che i mili­tari italiani puntano sui socialdemocratici di Giuseppe Saragat e Mario Tanassi per risolvere una volta per tutte il problema rappre­sentato dal Partito comunista e dalla sua inesorabile crescita elettorale che l’infimo livello morale dei democristiani, ormai sa­crificati parzialmente dalla politica di apertura verso l’Est euro­peo del Vaticano, non riesce ad arrestare.

I socialdemocratici sono laici, non clericali, e hanno sempre goduto delle simpatie degli americani ai quali i baciapile democristia­ni sono sempre stati indigesti, quindi possono rappresentare l’alter­nativa al governo non, almeno inizialmente, per mezzo delle elezio­ni perché Giuseppe Saragat ed i suoi compagni sono poco più di quattro gatti elettoralmente parlando, ma con un governo di emergenza favo­rito dalle Forze armate.

Il “pericolo di destra” denunciato da Arnaldo Forlani, informato da Giorgio Almirante nel mese di ottobre del 1972 – dopo aver appre­so che la matrice dell’attentato di Peteano di Sagrado del 31 mag­gio 1972 non era di sinistra ma fascista, ritenuto un gesto di pro­vocazione contro il Movimento sociale italiano con conseguenze di gravità assoluta per lo stesso e per la sua persona – non era un pericolo “fascista” come, pochi mesi dopo, nella primavera del 1973 inizieranno a dire Paolo Emilio Taviani ed Aldo Moro, ma militare.

Il 29 aprile 1973, sul quotidiano milanese “Il Giorno”, in un articolo a sua firma, Aldo Moro scrive:

“Si è rifatta in questi ultimi tempi evidente la minaccia fasci­sta come per un organico disegno di provocazione rivolto a condi­zionare le libere scelte del Parlamento italiano. Non c’è dubbio che quest’altro segnale di allarme deve essere preso estremamen­te sul serio”.

Il mese successivo, Aldo Moro concede un’intervista al settima­nale “Tempo” al quale rilascia una dichiarazione criptica:

“La vera destra è sempre pericolosa per la sua carica reaziona­ria, per la minaccia che reca inevitabilmente all’ordine democra­tico. Il suo peso è di gran lunga maggiore di quello che risulta dalla consistenza dello schieramento politico e parlamentare che ad essa si richiama. Non si tratta di dichiarazioni, ma di dati politici di fondo”.

A chi si riferisce il politico democristiano? Non al Movimento sociale italiano, il cui segretario nazionale Giorgio Almirante ha dato prova di lealtà “democristiana” informando Arnaldo Forla­ni dell’esistenza di una “congiura internazionale”, tantomeno ai neofascisti di servizio segreto di Ordine nuovo e Avanguardia nazio­nale, bensì al “quarto partito” ed al suo alleato militare.

Il complesso militare-industriale è la sola forza in grado di “condizionare le libere scelte del Parlamento italiano”, contan­do sulle sue complicità internazionali, la forza del denaro e del­le armi.

Il “tintinnare delle sciabole” che, nel 1964, aveva riportato all’ordine Pietro Nenni ora suona sinistro per ammonire i democristia­ni a non procedere sulla strada del compromesso e dell’apertura al Pci.

Il tentativo di uccidere Mariano Rumor, ministro degli Interni, il 17 maggio 1973, dinanzi alla Questura di Milano, da parte di uomini perfettamente integrati nell’apparato bellico anticomuni­sta rafforza nei democristiani il convincimento di essere nel mirino e di dover organizzare la propria difesa per mantenere un po­tere che, per la prima volta dal 10 dicembre 1945, appare seriamen­te minacciato non dai comunisti ma dagli anticomunisti.

Dopo il colloquio segretissimo fra Giorgio Almirante e Arnaldo Forlani dell’ottobre del 1972, il discorso di quest’ultimo a La Spezia del 5 novembre 1972, il 16 gennaio 1973 l’ufficio “D” del Sid al comando del generale Gianadelio Maletti inizia l’indagine sul “golpe Borghese”, incaricando il capitano Antonio Labruna di registrare il suo colloquio con Remo Orlandini, braccio destro di Borghese, informatore del servizio con il criptonimo di “Furiosino”, il quale non si fa pregare per fare i nomi dei militari coin­volti fra i quali spicca quello del generale Francesco Mereu, capo di Stato maggiore dell’esercito.

Inizia una partita pericolosa, fatta di ricatti reciproci, di rivelazioni giornalistiche pilotate, di indagini giudiziarie per­sonalmente dirette, come nel caso del “golpe Borghese”, da Giulio Andreotti tramite il generale Maletti sul piano investigativo e il sostituto procuratore della Repubblica, Claudio Vitalone, su quello processuale.

La controffensiva democristiana è facilitata da quanto avviene negli Stati uniti dove, il 29 agosto 1973, è decretata la cessa­zione dell’operazione “Chaos”, la stella del potentissimo capo del controspionaggio della Cia, James Jesus Angleton, si avvia al tramonto ed inizia una furibonda lotta sia all’interno che all’esterno della stessa Central intelligence agency, fra le varie agen­zie di spionaggio e controspionaggio americane che si ripercuote sui servizi segreti italiani militari e civili.

L’attentato a Mariano Rumor innesca la risposta democristiana che, dopo l’inchiesta sul “golpe Borghese”, si concretizza in quel­la sulla “Rosa dei venti” sul conto della quale la Questura di Pa­dova stila, il 18 luglio 1973, il primo rapporto.

Le inchieste giudiziarie non sono promosse per ingraziarsi il Partito comunista, ma per salvaguardare il sistema di potere del­la Democrazia cristiana messo in serio pericolo dall’assedio militare.

Tre inchieste, a Roma sul “golpe Borghese”, a Padova sulla “Ro­sa dei venti”, a Torino sul “golpe Sogno”, puntano diritte sulle Forze armate, anche se ufficialmente i magistrati sono impegnati a svelare le “trame nere” e a salvare la democrazia dalla congiu­ra fascista.

Il tintinnio delle sciabole si fa, però, minaccioso: nel mese di dicembre del 1973, a Bergamo, si svolge un’esercitazione militare con pattuglie motorizzate che simulano, nel corso della notte, la occupazione della Prefettura, del Municipio e di altri centri vi­tali nonché la ricerca delle abitazioni di amministratori locali, politici, sindacalisti cronometrando il tempo necessario per accom­pagnarli al comando.

Bergamo non è Bologna la rossa, quindi difficilmente si può ipo­tizzare che la simulazione di un’operazione golpista (ordinata da chi?) sia rivolta come minaccia al Partito comunista. È più logico ritenere che l’avvertimento sia diretto al governo ed ai democri­stiani che stanno manovrando a loro piacimento la magistratura, sfiorando santuari intoccabili come le strutture della Nato.

Del resto, a confermare la lungimiranza di Arnaldo Forlani che aveva lanciato il suo avvertimento mafioso da La Spezia, è proprio da questa città che giunge 1’impulso decisivo per l’inchiesta sulla “Rosa dei venti” con le dichiarazioni di Giampaolo Porta Casucci, accusato da Carlo Maria Maggi, peraltro non coinvolto nelle inda­gini, di essere un “mitomane”.

Il    21 gennaio 1974, è emesso un mandato di cattura a carico del generale della riserva Francesco Nardella, già responsabile del re­parto di “guerra psicologica” che faceva capo alla Nato.

Due giorni più tardi, il 23 gennaio, scatta l’allarme nelle ca­serme del Friuli Venezia Giulia, Milano, Pavia, Brescia, Monza, Ce­sena, Bologna, Pisa e nelle basi della Nato del centro-nord.

Non saranno mai date spiegazioni sull’episodio, come non ne sa­ranno date sulla destituzione, il 31 gennaio 1974, del capo di Sta­to maggiore dell’Aeronautica, generale Vincenzo Lucertini.

Il 1974 è l’anno di due stragi, ma è anche quello in cui la fi­brillazione nel mondo militare giunge al culmine e in cui si giun­ge alla resa dei conti all’interno del Sid e fra quest’ultimo e la divisione Affari riservati del ministero degli Interni.

Il Sid liquida il Movimento di azione rivoluzionaria, diretto da Carlo Fumagalli, da sempre braccio operativo del servizio segreto civile, e contestualmente fa circolare la voce che “Ordine nero” è una provocazione del ministero degli Interni.

All’interno del servizio segreto militare si scontrano sul “gol­pe Borghese”, il direttore del Sid, Vito Miceli, e il responsabile della “sicurezza interna” Gianadelio Maletti.

A sgomberare il campo da ogni grottesca ipotesi sul “pericolo fa­scista” che stava allestendo “golpe” per distruggere la democra­zia, giunge la riunione che il 14 luglio 1974 si svolge presso il centro studi Lazio per esaminare il rapporto preparato dal reparto “D” del Sid sul “golpe Borghese”.

La riunione è presieduta dal ministro della Difesa, Giulio Andreotti, e vi prendono parte il capo di Stato maggiore della dife­sa, ammiraglio Eugenio Henke, il comandante dell’Arma dei carabinie­ri, generale Enrico Mino, il comandante della Guardia di finanza, generale Emanuele Borsi di Parma, il direttore del Sid, generale Vito Miceli, e il capo dell’ufficio “D” del servizio segreto mili­tare, generale Gianadelio Maletti.

La singolarità è rappresentata dal fatto che il ministro della Difesa e i vertici militari non si riuniscono nella sede propria, al ministero della Difesa, ma per ragioni di sicurezza in quella del centro studi Lazio.

Cosa teme Giulio Andreotti? Non certo l’arrivo del “Caccola” con “er panza” e il “pippone”!

Se la percezione della minaccia giunge al punto da obbligare i massimi vertici militari ed il ministro della Difesa a riunirsi in un luogo diverso da quello istituzionalmente preposto, vuol dire che questa proviene da forze molto potenti, nazionali ed in­ternazionali, che agiscono nell’ambito dell’Alleanza atlantica e non fuori di essa.

La minaccia militare nei confronti della Democrazia cristiana è presente anche in un memorandum che il segretario di Stato, Hen­ry Kissinger, invia il 6 maggio 1974, al presidente Richard Nixon:

“Elementi delle forze armate italiane – scrive Kissinger – sono probabilmente preoccupati della maggiore influenza potenziale dei comunisti, ma per il momento non sembrano avere piani concreti di azione. Questa situazione tuttavia può cambiare se si ritiene che

i comunisti siano sul punto di avere un ruolo maggiore di gover­no nell’immediato futuro”.

Questa volta, però, l’obiettivo, a differenza del luglio 1960, non è il Partito comunista ma la classe dirigente democristiana che un poco alla volta gli apre le porte per entrare nella maggioranza di governo.

Forse, se Richard Nixon fosse stato saldo al potere le cose in Italia nell’estate-autunno del 1974 avrebbero potuto prendere un corso diverso, ma per il presidente americano l’ora dell’abbando­no del potere era prossima, travolto dallo scandalo Watergate e, senza il protettore, i “soldati perduti” italiani non sono stati in grado di portare a termine quanto avevano in animo di fare.

L’arma giudiziaria si rivela decisiva per riportare all’ordine i riottosi militari italiani per i quali la carriera e la pensio­ne rimangono gli obiettivi prioritari di una vita.

La tragedia si volge in  farsa quando la governativa magistratura italiana dopo aver tuonato contro gli ufficiali “infedeli”, i servizi “deviati”, i traditori in divisa che hanno complottato con le orde nazifasciste per abbattere la democrazia, assolve tutti i militari, perfino Amos Spiazzi che ha confessato di aver partecipa­to a tutti i complotti, dal “golpe Borghese” alla “Rosa dei venti”, salvo concludere la sua carriera non in galera ma con il grado di generale di brigata e la pensione assicurata.

Rimangono le ferite della guerra “psicologica”, “non ortodossa”, “a bassa intensità”, che lo Stato maggiore della difesa, coadiuva­to dagli Stati maggiori delle tre Armi, ha condotto in Italia per oltre mezzo secolo.

    Le Forze armate sono riuscite sempre a restare ai margini delle ricostruzioni storiche che, quasi sempre, si sono basate sulle ricostruzioni, spesso farsesche, della magistratura, ma è giunto il momento di citarle dinanzi al Tribunale della storia.

Arnaldo Ferrara (a sinistra), Capo di Stato Maggiore dell’Arma dei Carabinieri dal 1 novembre 1967 al 26 luglio 1977
[1] In realtà, è attualmente disponibile in rete agli indirizzi: http://www.foia.cia.gov/best-of-crest/CIA-RDP80R01731R003200050006-0.pdf (prima versione, del 5 maggio 1953) e http://www.foia.cia.gov/docs/DOC_0000828433/DOC_0000828433.pdf (seconda versione, del 29 giugno 1953).

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