La Chiesa, l’ebraistica cristiana e la polemica contro il Talmud (sec. XIII-XIX)

LA CHIESA, L’EBRAISTICA CRISTIANA E LA POLEMICA CONTRO IL TALMUD

(SEC. XIII-XIX)

(Presentiamo con questo titolo la seconda parte di un saggio dal titolo Talmud, apparso in «Archivio di Letteratura Biblica ed Orientale», Anno VI., N. 2, Febbraio 1884, pp. 45-63)

 

Appena venne conosciuto il Talmud in Europa ben presto si sparse fondata voce contener il medesimo qua e là bestemmie e cose alla religione cristiana grandemente ingiuriose.

I romani Pontefici, animati da savio zelo, come già molti secoli prima l’imperatore Giustiniano, pronunciarono contro di esso sentenza di condanna.

Papa Onorio IV in una lettera all’arcivescovo di Cantorberì, scritta nel 1286, qualificò il Talmud «liber damnabilis» ed origine di ogni male[1].

Anzi ai romani Pontefici non parve sufficiente condannare il libro. Parte «in odium» del contenuto nel famoso libro e parte ancora per ragioni e circostanze speciali al tempo in cui essi governavano credettero cosa conveniente l’ordinarne la distruzione.

Condannavano pertanto ad esser pubblicamente bruciati tutti gli esemplari del Talmud Gregorio IX nel 1230, Innocenzo IV nel 1240, Giovanni XXII nel 1320, Benedetto XIII (antipapa) nel 1395, Giulio III nel 1553-1555, Pio V nel 1559[2].

La bolla dell’antipapa Benedetto XIII relativa al Talmud si conserva manoscritta nella biblioteca vaticana e fu la prima volta data alle stampe da Bartolocci[3].

L’anno 1244 papa Innocenzo IV tra gli altri così scriveva «ad regem Franciae: Talmud magnus liber apud Judaeos in quo sunt blasphemiae in Deum et Christum ac Beatam Virginem … mandes per totum regnum tuum ubicumque reperiri potuerit igne cremari»[4].

Era allora re di Francia S. Ludovico IX. S. Ludovico ubbidì. «Ludovicus IX rex Galliae sanctissimus libros thalmudicos aliosque Judaeorum codices in Christum Dominum et Deiparam Virginem blasphemiis aspersos comburi iusserat»[5]. Anzi due volte in un anno solo 1244 fece consegnar alle fiamme i libri talmudici San Ludovico.

Racconta poi Sisto senese che l’anno 1559 egli stesso fu mandato da S.S. papa Pio V «Cremonam ad abolendos thalmudicos Hebraeorum libros impiae et prodigiosae doctrinae, quos Judaei ex omni fere Italia in eam urbem tamquam in commune iudaicae nationis asylum convexerant» e che per opera sua «decem millia thalmudicorum scriptorum exusta fuerunt»[6].

Anche i Concilii condannarono il Talmud all’incendio, come p. es. il Concilio Tolosano dell’anno 1319[7], quello di Avignone l’anno 1594[8].

Incolparono i nemici del papato cotale persecuzione dei romani Pontefici contro il Talmud, contenendo questo preziose memorie alla scienza utilissime. Ma i Pontefici non sognarono mai di condannare nel Talmud ciò che ha di buono, ma ciò che ha di male, specialmente ciò che contiene contro la religione fondata da N.S. Gesù Cristo, ed i seguaci della medesima.

Giulio III infatti condannava alle fiamme «Ghemaroth Thalmud nuncupatum» unicamente perché «nonnulla indigna contra Christum … et legem divinam orthodoxamque fidem continens»[9].

Così tutti gli altri romani Pontefici.

Un saggio delle dottrine condannabili nel Talmud riferirono Bartolocci[10], Sisto da Siena[11].

Neppure ordinarono i Papi la distruzione del Talmud per odio personale contro gli Ebrei. Poiché i Papi, ogniqualvolta fa d’uopo, sempre protessero contro gli eccessi della barbarie gli Ebrei oppressi.

Per esempio in favor degli Ebrei Onorio III così prescrivevane nell’anno 1217 «nullus christianus eorum personas sine iudicio potestatis vulnerare aut occidere, vel suas pecunias illis auferre praesumat aut bonas quas habent consuetudines immutare; praeterea in festivitatum suarum celebratione quisquam fustibus vel lapidibus eos nullatenus perturbet, etc[12].

Lo stesso patrocinio verso gli Ebrei mostrarono Urbano V[13], ed altri molti.

Neppure ordinarono i Papi la distruzione del Talmud perché tenessero in poco conto lo studio dei monumenti delle lingue orientali. Poiché tale studio ritengono come inutile tra i Cristiani solamente gli stolti «quorum infinitus est numerus» non i Papi, non la Chiesa, illuminati dallo Spirito santo.

Basti riferire il decreto di Clemente V approvato dal Concilio generale di Vienna composto di oltre a 300 vescovi tenutosi l’anno 1311 vale a dire nel cuor dei tempi detti barbari. «Hoc approbante concilio scolas linguarum (Hebraicae, Graecae, Arabicae, Chaldaeae) ubicumque Romanam Curiam residere continget  nec non in Parisiensi, Oxoniensi, Salamantino studiis providimus erigendas»[14].

Non tutti i Papi si mostrarono egualmente severi contro il Talmud.

Mostrossi più che altro tollerante verso il medesimo papa Leone X, e lo vedremo infra. Il Concilio tridentino poi permise lettura e stampa del Talmud «dummodo sine nomine Thalmud prodierit et sine iniuriis et calumniiis contra religionem Christianam»[15].

Parve aver abrogata la permissione del tridentino «serenissimus dominus Clemens papa VIII per suam constitutionem contra impia scripta et libros Judaeorum sub dat. Romae anno 1592», ma ciò non è. Papa Clemente VIII non abrogò nulla «mens ipsius non est libros Judaeorum etiam sub conditionibus (Concilii Tridentini) nullatenus permittendi».

Clemente VIII volle solo che «impii huiusmodi libri talmudici, cabalistici, etc., omnino damnati maneant et censeantur» nulla di più[16]. Ei fu dietro la permissione concessa dal Tridentino che l’anno 1579 pubblicò a Basilea un’edizione del Talmud il famoso ebraista Marco Marino canonico di Brescia. In tal edizione fu tolto tutto ciò che alla cristiana religione può essere ingiurioso. Essendo poi il trattato Avoda Zara tutto intiero sospetto, tutto intiero pertanto fu omesso da Marco Marino.

Incolparono siffatta omissione i Protestanti e gli Ebrei dicendo esser il trattato Avoda Zara quasi del tutto innocuo «mera incuria Patrum Tridentinorum, sinistraque suspicione damnatum»[17]. Ma esser da scusare Marco Marino risulta da ciò che sebbene in apparenza sembri questo trattato innocente è tuttavia meritamente sospetto; solendo gli Ebrei quando parlano di Cristiani parlarne allegoricamente e sotto velo. È tuttavia innegabile che le emendazioni di Marco Marino avrebbero potuto esser fatte con miglior discernimento.

Lo stesso Bartolocci invece di chiamare il Talmud di Marco Marino emendatum o castigatum lo disse «turpiter resectum»[18]. Ad onta delle sue imperfezioni il Talmud di Marco Marino venne altre volte ancora stampato[19].

Per evitare inconvenienti gli Ebrei deliberarono in un Sinodo di omettere essi stessi nelle edizioni del Talmud tutto ciò che in esso fosse alla religione cristiana maggiormente ingiurioso, lasciando in bianco lo spazio corrispondente. Lo spazio bianco indicherebbe che la cosa la quale dovrebbe ivi essere scritta si ha solo da dire a voce. Fu tal Sinodo tenuto a Cracovia l’anno del mondo 5391, la qual data equivale alla volgare 1633.

Il testo ebraico di siffatta deliberazione fu riferito dall’abate Chiarini[20] e da Carlo Leslie[21]. Una edizione mutilata per ordine della Censura israelitica apparve ad Amsterdam negli anni 1644-48. Un anonimo ebreo pubblicò poscia in un volume senza data e luogo le omissioni delle edizioni di Basilea e di Amsterdam.

Sebbene condannato dalla Chiesa ebbe tuttavia il Talmud anche tra i Cristiani caldi amici, tra i quali il noto Reuchlino nel XVI secolo. Che anzi dopo essere stato il Talmud più volte gettato alle fiamme, poco mancò che per causa di Reuchlino non suscitasse esso in seno alla Chiesa un terribile incendio.

Nacque Giovanni Reuchlino nel ducato di Baden l’anno 1455. Deriva Reuchlin da rauch = fumo e siccome dicesi in greco καπνός, capnos; per questo venne l’uso di chiamar Reuchlino Capnio. È il medesimo meritatamente considerato come uno dei ristoratori degli studi ebraici in Germania, autore di una tra le prime grammatiche ebraiche[22].

Ebbe Reuchlino per maestri in ebraico i rabbini Jechiel Loano medico di Linz e Abdia Seforno domiciliato a Roma[23]. Pagava Reuchlino ben care le lezioni poiché «in singulas horas singulos aureos didactri loco pendebat»[24]. Innamorato della letteratura ebraica sosteneva Reuchlino essere la lettura dei libri ebraici e specialmente del Talmud cosa utilissima trovandosi in esso, a suo giudizio, copiosi materiali per difendere la cristiana religione.

Era comparso in Germania un libro d’un teologo di Colonia detto Pfefferkorn, giudeo convertito, col titolo Speculum manuale contra Judaeos et libros thalmudicos.

Aveva anzi Pfefferkorn ottenuto l’anno 1509 da Massimiliano I un editto con cui gli Ebrei fossero costretti a portar lor libri ad esaminare affinché qualora si fosse trovato in alcuni di essi qualche cosa di anticristiano fossero i medesimi consegnati alle fiamme.

Cercò Reuchlino d’impedire l’esecuzione del regio editto. Scrisse anzi contro lo Speculum manuale un libro col titolo Augenspiegel = speculum oculare, in cui cercava dimostrare l’utilità dei libri giudaici. Espose Reuchlino le sue simpatie per la letteratura giudaica ancora in altri scritti[25].

Si unirono a Pfefferkorn per combattere Reuchlino quasi tutti i teologi di Colonia e specialmente un cotale detto Hogostrat ardente antireuchlinista. Condannato in Germania si rivolse Reuchlino alla facoltà di Parigi, e questa con sentenza pronunciata li 2 agosto 1514 condannava anch’essa lo speculum oculare come pieno di sentenze erronee e temerarie. Riccardo Simon «testatur se vidisse epistolam Reuchlini inter acta facultatis theologicae Parisiensis»[26]. Prima di condannare Reuchlino la facoltà teologica di Parigi tenne nientemeno che 42 sessioni[27].

Dolente per tal discordia l’imperatore Massimiliano I. l’anno 1510 pregò a discutere tal questione l’arcivescovo di Magonza. Ma questi rifiutò l’incarico pregando l’imperatore a rivolgersi a Roma. Regnava allora sulla cattedra di S. Pietro Leone X.

Intanto non paghi i teologi di Colonia di condannare lo Speculum come pieno di falsità lo consegnarono ancora pubblicamente alle fiamme l’anno 1514 sebbene fosse la lite tuttora pendente.

Leone X delegò a studiare la questione il vescovo di Spira. Citati a comparire al giudizio i teologi di Colonia non si presentarono, sospettando che fosse il vescovo di Spira loro contrario. Non essendosi presentati furono i coloniesi teologi condannati in contumacia e nelle spese.

Tal condanna invece di sedar la tempesta, la fece maggiormente infierire, e fu allora che i teologi cattolici si videro divisi in due schiere reuchlinisti ed antireuchlinisti.

Dicesi che propendessero per dar ragione a Reuchlino i teologi Duacenses[28]. Anche in Italia pare che il vento spirasse per Rechlino favorevole. «Scribunt de Roma quod speculum Johannis Reuchlin est de novo translatus de lingua materna in latinum ex mandato D. Papae et dicunt pro certo quod Romae publice legitur et imprimatur eum Thalmud»[29].

Uno dei più caldi reuchlinisti in Italia era Egidio da Viterbo, il quale scriveva a Reuchlino «defendere Thalmud est defendere Eclesiam»[30].

Anche Erasmo patrocinava con zelo la causa di Reuchlino. «Erasmus Roterodamus manifeste excusat et defendit Johnnem Reuchlinum in dictis et scriptis»[31]. Scrisse anzi Erasmo al papa ed ai cardinali lettere in favor di Reuchlino[32].

Un altro fautore di Reuchlino era Pietro Galatino minorita. Scrisse il dotto frate a Massimiliano I imperatore di aver esso intrapreso lo studio dei libri talmudici e rabbinici «tam ad Catholicae fidei confirmationem quam ad Capnionis causam tutandam» ed aver anzi ciò fatto «quia serenissimi Leonis X pontificis voluntas me ad hoc vel maxime impulit. Quandoquidem non ignorabam Pontificem ipsum tamquam unicum veritatis et sapientiae cultorem summopere cupere Capnionem a calumniis liberari»[33].

Che Leone X dimostrasse per Reuchlino singolare benignità sembra che ne sia ancora una prova la confidenza che in esso riponeva lo stesso Reuchlino avendo avuto questi il coraggio d’indirizzare al grande pontefice il suo libro intorno alla Cabala. L’opera indirizzata a Leone X così comincia: «Leoni X Pontifici Johannes Reuchlinus se supplex commendat.  Italica philosophia, o Leo decime, a Pythagora, etc[34]

Volendo Leone X porre un termine ad una questione che metteva in subbuglio mezzo il mondo teologico, chiamò Reuchlino a Roma perché sottomettesse ad una commissione teologica, da lui nominata, le sue opinioni intorno all’utilità dello studio talmudico e rabbinico.

Tre anni fermossi a Roma Reuchlino, ma la sentenza non fu pronunciata giammai né pro né contro. Stanco di aspettare chiese ed ottenne Reuchlino la facoltà di tornarsene ai proprii lari dove morì l’anno dopo 1521.

Che Reuchlino propugnasse l’utilità della lettura del Talmud e degli scritti rabbinici non per sola passione ma anche per convinzione, noi lo crediamo; ma ciò non toglie che egli riempisse i suoi libri di proposizioni veramente condannabili. Tant’è che i medesimi «iure meritoque» furono inseriti nell’indice del Concilio Tridentino. Fu accusato Reuchlino di simpatizzar per la riforma luterana[35] ma a torto. Avendo infatti saputo che s’era fatto luterano F. Melantone suo nipote ruppe con lui ogni relazione; rivocò anzi il legato fattogli di sua biblioteca[36].

La lite tra Reuchlino ed i teologi di Colonia è il soggetto principale d’un libro diventato famoso, a pochi sconosciuto, intitolato: Epistolae virorum oscurorum[37]. Si disputò assai sull’autore di tali epistole, l’opinione ora comune le attribuisce a Giovanni Jäger (pseudon. Crotus Rubianus)[38]. L’autore anonimo in uno stile barbaro, buffonesco, canzonatorio e non raramente incivile, finge un carteggio di uomini dell’uno e dell’altro partito, in cui si tratta dello stato della questione ma con evidente scopo di far rappresentare dai teologi una parte decisamente comica ed ignorante.

Terminata la questione reuchliniana non terminò però con essa il numero dei reuchliniani. Scriveva infatti al dotto de Voisin mons. Fr. Bosquet vescovo Lodovensis l’anno 1657 «Divinae Providentiae opus singulare agnosco ut eo seculo quo summorum Pontificum decretis et regum edictis superstitiosa aeque ac calumniosa Judaeorum volumina damnabantur Raymundus Martini e medio incendio eripuerit»[39].

Che nei libri talmudici e rabbinici in mezzo alle dottrine condannevolisi trovi anche il buono e l’utile è cosa innegabile. Non pochi tra i Cristiani vuoi Cattolici, vuoi Protestanti lavorarono per estrarre da tal miniera l’oro in essa contenuto.

Circa la metà del secolo XIII «Raymundus a Pennafortimirae sanctitatis vir … ne omnis Judaeorum natio periret obcoecata viros Sacrae scripturae ac divinae scientiae peritos sui instituti (ord. praedicat.) linguarum arabicae, hebraeae, chaldaicae studio applicuit. Inter caeteros frater Paulus Christiani er frater Raymundus Martini»[40].

Essendo poi uscito un decreto del re di Spagna obligante gli Ebrei a consegnar alla revisione i loro libri, caddero per tal motivo nelle mani di Raimondo Martini scritti talmudici e rabbinici in gran numero. Approfittò Raimondo di sì bella occasione e, tratto dai suddetti libri quanto poteva giovare alla causa cattolica ed alla confusione degli Israeliti, compose con ciò un libro a cui diede per titolo Pugio fidei.

Se non che il libro del padre Raimondo per lungo tempo fu come se non fosse. Gli uomini occupati dei loro affari pensavano a se stessi e lasciavano che il Pugio fidei si coprisse di polvere nelle biblioteche.

Quattro secoli dormì sconosciuto il Pugio fidei di Raimondo Martini nelle biblioteche fintantoché scoperto venne risvegliato dal dotto prete spagnuolo Giuseppe de Voisin. Conosciuta costui l’importanza del libro lo pubblicò la prima volta a Parigi l’anno 1651.

Lo stesso lavoro che faceva Raimondo Martini in Spagna facevano in Italia Porchetto detto il Salvatico[41], Pietro Galatino minore osservante[42]. Un lavoro simile a quello di Raimondo Martini compose pure più tardi Riccardo Kidder con un libro pubblicato a Londra l’anno 1726 e di cui noi non conosciamo che il titolo: Dimostrazione del Messia, ecc.

Altri lavori simili compirono parimente più tardi Giuseppe de Voisin[43], G.B. Romani della congregazione di Gesù[44], Dan. Huet[45], Christoph Helvicus[46], Mich. Havemanitus[47], Aug. Pfeifferus[48], Gasp. Calvoerius[49] ed altri molti menzionati da Gerardo Meuschen[50], e da A. Fabricio[51], e specialmente Wagenseil[52], ed Eisenmenger[53]. Era Eisenmenger professor di lingue orientali all’università di Heidelberg; il suo lavoro comparve a Königsberg l’anno 1711.

Accanto a cotesti lavori rivolti a dimostrar la verità della cristiana fede altri ne vennero intrapresi di altra sorta; scritti cioè ordinati a dilucidare i libri santi col sussidio dei libri giudaici specialmente talmudici.

Si distinse in ciò l’inglese Giovanni Lightfoot[54] nato l’anno 1602 e morto l’anno 1675.

Applaudirono i dotti europei all’opera di Lightfoot, non però tutti. Tra gli altri «Richardo Simoni invisus fuit Lightfootius nam ne eius quidem mentionem fecit»[55].

Criticarono poi alcuni altri nelle Horae hebraicae di Giovanni Lightfoot citazioni ed applicazioni alquanto sforzate; e ciò con ragione, poiché anche gli amici di Lightfoot confessarono che il medesimo fu «in aliquibus merito reus, in multis tamen excusandus»[56].

Completò il lavoro di Lightfoot il protestante luterano Cristiano Schoettgen il quale affermò nella prefazione del suo libro quanto segue: «tenendum est me quidquid est laboris in timore Domini suscepisse … propterea numquam sine praeviis precibus ipsum adgressus sum»[57].

Nato Schoettgen il 14 marzo 1687, morì il 15 dicembre 1751. Le Horae hebraicae che il Lightfoot aveva limitate ai quattro evangeli furono da Schoettgen aumentate ed estese a tutto il Nuovo Testamento. È composta l’opera di Schoettgen di due volumi in 4°. Non è difficile trovar il primo, ma è difficilissimo trovar il secondo. Per questo l’opera completa è venduta oggidì in Germania ad un prezzo favoloso da 80 a 90 franchi.

Un lavoro molto simile a quelli di Lightfoot e di Schoettgen pubblicarono Gerardo Meuschen a Lipsia[58], ed in tempi a noi più vicini Welstein, Wünsche, Drach, Ilgenfeld, Siegfried ed altri. Non solo costoro non ebbero da tutti approvazione ma acerbe critiche e perfin disprezzo da alcuni.

Si distinsero più o meno nel far poco caso delle illustrazioni del Nuovo Testamento tolte dai libri talmudici Isacco Vossio[59], Giovanni Morino[60], Fortunatus Schaccus[61] ed altri.

Ma di ciò non è a stupire poiché il contentatutti non è ancor nato e non nascerà che dopo il giudizio universale. Tanto più in materia letteraria sia perché per apprezzare il savio bisogna esser savio ed il numero dei savi fu sempre scarso assai, vuoi perché «de gustibus non est disputandum», vuoi ancora perché tutti gli uomini, noi compresi «homines sunt et nihil humani alienum habent».

Eccoti delineata la storia del famoso libro che è ancor oggidì oggetto di studio assiduo all’infelice avanzo d’un popolo che era un giorno il più grande tra i popoli.

Affermano infatti gli Ebrei esservi ancor oggi nelle loro scuole fanciulli a sette od otto anni i quali già posseggono a memoria 100 anche 150 fogli del Talmud[62].

Per agevolare la lettura e lo studio del Talmud sarebbe di un giovamento immenso un libro di cui furono fatte due edizioni a Parma 1882, 1883 col titolo: Oceano delle abbreviature, sigle ebraiche, caldaiche, rabbiniche, talmudiche, cabalistiche, ecc., peccato che sia impossibile farne acquisto non essendo l’opera in commercio per essere le due edizioni di soli 60 esemplari ciascuna. Ne è autore l’abate Pietro Perrau [Perreau] il quale per la sua perizia nella letteratura ebraica è uno di quei sommi di cui in Italia s’è perduto il seme.

[In realtà, l’abate Pietro Perreau (1827-1911), dal 1860 conservatore della Collezione De Rossi e dal 1876 al 1888 direttore della Biblioteca Nazionale di Parma, nonostante le sue competenze in materia fu un aperto filosemita, e di conseguenza non può essere ascritto alla tradizione antitalmudica della Chiesa n.d.r.].

[1] ODOR RAYNALDUS, Cont. Baronii, anno 1286.

[2] SIXT. senensis, in Biblioth. Sancta, II, ed. 1592.

[3] BARTOLOCCI, Bibl. Rabb., III, p. 731.

[4] Bull. Rom., ed. Taurin., III, p. 509.

[5] Pugio fidei, in initio.

[6] SIXT. sen., Bibl. Sanct., I, IV, pp. 310-311.

[7] HARDUINI, Coll. Concil., VII, pp. 1453-1454.

[8] HARDUINI, Coll. Concil., X.

[9] Bull., VI, p. 482.

[10] BARTOLOCCI, Bibl. Magna, III.

[11] SIXT. sen., Bibl. Sancta.

[12] Bullar., ed. Taurin., III, p. 331.

[13] Bull., ed. Taurin., IV, p. 522.

[14] Constit. CLEM. V, De magistris. ‒ LABBÉ, Concil., tom. X. ‒ CABASSUTIUS, Notit. Eccles. Concil., etc.

[15] Conc. Trid. Ind. Lib. Prohib.

[16] GALLEMART, Concil. Trid., p. 370, Tridenti, 1762.

[17] WAGENSEIL, Tela ignea, pref., p. 59.

[18] BARTOLOCCI, Bibl. Rabb., III, p. 761.

[19] Talmud a M. MARINO recognitum Berolini, Francof. ad od. 1713-28.

[20] CHIARINI, Théorie du Judaïsme, Paris, 1830, I, p. 161.

[21] LESLIE, A short and easy Method with the Jews, London, 1812.

[22] REUCHLIN,  De rudim. hebraicis, Phorcae, 1506.

[23] STEINSCHNEIDER, in Ersch-Grüb. Encycl., II, 27, p. 450.

[24] BUDDAEUS, Introd. Phil. Ebrae., p. 246.

[25] REUCHLIN, Comm. in Psalm. Poenitet, Tubingae, 1512.

[26] BUDDAEUS, L. c., p. 248.

[27] Deutsch. Talmud, p. 12.

[28] RICHARD SIMON, Epist. select., XXIX.

[29] Epist. obscur. virorum, p. 75.

[30] Deutsch. Talmud.

[31] Epist. obscur. virorum, p. 261.

[32] ERASM., Opp. III, ep. 148, 154.

[33] GALATINUS, De arcanis initio.

[34] REUCHLINI, Liber de Cabala.

[35] MAYERHOFF, Reuchlin, p. 234.

[36] GEIGER, Reuchlin, etc., Stuttgard, 1875, p. 466.

[37] Epist., etc. Londini, 1742.

[38] BEARD, Réformation, 1883, p. 65.

[39] Praef. ad Pugion. fidei, Paris, 1651.

[40] BOUSQUET, initio Pugion. fid.

[41] PORCHETTI, Victoria de Judaeis, Paris, 1520.

[42] P. GALATINI, Arcana fidei.

[43] DE VOISIN, Notae ad Pugionem fidei. – Id., Theolog. iudaica, Paris, 1647.

[44] ROMANI, Doctrina Christiana ex Thalmude et Rabbinis comprobata, Romae, 1556.

[45] HUET, Demonst. prop., VII-X.

[46] HELVICUS, Elenchi iudaici, Giessae, 1617.

[47] HAVEMANNUS, Lucerna viae, etc., Jenae, 1663.

[48] PFEIFFER, Theol. Jud., Lipsiae, 1687.

[49] CALVOERIUS, Gloria Christi, etc., LIpsiae, 1710.

[50] MEUSCHEN, N.T. ex Talmude prefat.

[51] Fabric. Bibliogr. antiquaria.

[52] WAGENSEIL, Tela ignea.

[53] EISENMENGER, Entdecktes Judenthum.

[54] LIGHTFOOT, Horae talmudicae in quatuor Evang.

[55] Blount. cens. celebr. auctorum, p. 1041.

[56] SCHOETTGEN, Praef. ad Hor. Hebr.

[57] SCHOETTGEN, Horae Hebr., Dresdae, 1733.

[58] MEUSCHEN, Nov. Test. ex Talmude, etc., illustratum, Lipsiae, 1736.

[59] I. Voss., Respon. ad obiecta crit. sacrae, p. 327.

[60] I. MORINUS, Dissert. Bibl.

[61] SCHACCUS, Thes. Ant., ed. 1725, p. 911.

[62] FISCHER, Talm. Chrestom., p. 226.

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