
IL CONTRIBUTO DEGLI EBREI ALLA GENESI DEL CAPITALISMO FINANZIARIO E MERCANTILE IN UNA RECENSIONE DI RICCARDO BACHI
Premessa di Gian Pio Mattogno
Chi ha studiato la genesi e lo sviluppo del capitalismo al di fuori delle narrazioni ufficiali della storiografia liberal-borghese conosce benissimo le terribili devastazioni sociali che esso ha provocato.
Il ruolo degli ebrei nella formazione dell’economia capitalistica è stato analizzato da più parti, a partire da Werner Sombart (Cfr. Henry Sée: Werner Sombart, gli ebrei e il capitalismo, andreacarancini.it).
Per lo più sono state prese in considerazione le aree geografiche dove la rivoluzione industriale ha mosso i primi passi (Inghilterra, Francia, Stati Uniti), meno quelle più periferiche, come ad esempio l’Olanda, dove il capitale ebraico ha nondimeno giuocato un ruolo importante nelle prime manifestazioni moderne del capitalismo finanziario e mercantile, e ciò al di là delle alterne vicende storiche ed economiche, preferendo poi giocare le sue carte in altri scenari geografici, a cominciare dall’Inghilterra.
A colmare questa lacuna storiografica, nel 1937 apparve il volume di Herbert I. Bloom, The economic activities of the Jews of Amsterdam in the seventeenth and eighteenth centuries, Williamsport, Penna, The Bayard Press.
Uno studioso ebreo, Riccardo Bachi, ne scrisse un’ampia recensione sulla rivista «La Rassegna Mensile di Israel» (L’opera economica degli ebrei nella fase di floridezza e in quella di decadenza dell’Olanda, R.M.I., 12 (1937), pp. 70-79).
La riportiamo quasi integralmente come un contributo significativo – di parte ebraica ‒ allo studio della storia della questione giudaica.
L’autore non passa sotto silenzio, anche se solo incidentalmente, il coinvolgimento della comunità ebraica brasiliana nella pratica dello schiavismo (Cfr. su questo stesso sito: Alle origini dell’“accumulazione originaria” del capitale ebraico: gli ebrei e la tratta degli schiavi africani e vari altri articoli al riguardo).
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(…) I due secoli [XVII e XVIII] di storia economica olandese e di opera ebraica rievocati in questo volume presentano un grandissimo interesse, in quanto corrispondono a una delle prime manifestazioni moderne del capitalismo commerciale e bancario.
La vita economica olandese ha trovato un grande impulso nella lunga guerra di indipendenza contro la Spagna, guerra che assicurò, non solo la autonomia politica, ma anche grande possibilità di espansione al movimento degli affari.
La politica economica è decisamente ispirata ai principî del mercantilismo. Forse, le idee mercantiliste, propizie all’incremento della popolazione e all’afflusso dei metalli preziosi, hanno avuto parte non piccola nel determinare da parte dell’Olanda una favorevole accoglienza agli Ebrei perseguitati[1].
Gli Ebrei vennero alle rive dell’Amstel perché l’Olanda era nemica della Spagna: vi trovarono condizioni propizie in quanto erano commercianti, aventi esperienza e conoscenza del traffico internazionale. Ma non si può certo affermare che siano stati gli Ebrei a iniziare la floridezza economica delle Provincie Unite: l’Olanda era il più ricco paese dell’Europa centrale molto tempo prima dell’arrivo dei Marrani: già era divenuta la principale nazione marinara dell’Europa ed aveva estesa la sua influenza alle Indie e alle Americhe.
L’afflusso considerevole dei Marrani ad Amsterdam si è iniziato nell’ultimo ventennio del secolo XVI, dopo che il trattato di Utrecht (1579), costituente le Provincie Unite dei Paesi Bassi, stabilì che nessuno vi potesse essere perseguitato per ragioni religiose: era un principio profondamente rivoluzionario, che iniziava un’era di tolleranza.
I Marrani vennero in gran numero sia dalla Spagna che dal Portogallo e in parte anche da Anversa dopo la riconquista spagnuola (1585). Molti dei nuovi arrivati mantennero dapprima secreto il loro giudaismo, ma già nel 1597 si ha la costruzione di una sinagoga per gli Ebrei portoghesi e l’arrivo di un rabbino (Joseph Pardo, da Salonicco).
Non ci importa seguire qui ‒ attraverso le minute notizie raccolte dal Bloom ‒ le complesse vicende dell’attività religiosa e dell’ordinamento delle varie comunità ebraiche di Amsterdam, del loro funzionamento, delle diverse istituzioni, lungo i due secoli; solo vogliamo ricordare uno schema di legge sullo stato giuridico sugli Ebrei nell’Olanda e nella Frisia, predisposto nel 1615 da Ugo Grozio, il celebre filosofo e giurista, schema che, per quanto non attuato allora, ha preparato la legale emancipazione degli Ebrei, concessa nel 1796.
L’attività economica degli Ebrei di Amsterdam si è esplicata in varie direzioni: in alcune industrie, nel commercio internazionale, nel traffico coloniale, e nell’opera bancaria e finanziaria.
Le predilezioni ebraiche nella produzione industriale si sono dirette prevalentemente verso merci lussuose. Durante la prima metà del secolo XVII, vi fu una notevolissima fioritura della tessitura serica, con vasti acquisti della materia prima in vari paesi (fra cui l’Italia): vi era stato anteriormente un tentativo, fallito, di istituire una colonia ebraica a Tiberiade, in Palestina, per l’allevamento di filugelli. La funzione industriale ebraica cessò verso il 1650 coll’istituzione di una corporazione per l’arte serica, da cui gli Ebrei restarono esclusi. Gli Ebrei continuarono qualche poco l’attività commerciale e formularono un progetto per la costituzione di una società per la provvista di seta in Italia e nel Levante, onde fare rifiorire l’industria, ma senza successo.
Alquanto più durevole è stata l’opera ebraica nell’industria della raffineria dello zucchero, in base a vasti acquisti della materia prima operata attraverso il Portogallo e mediante la Compagnia delle Indie Orientali: però la produzione ebraica non ha rappresentato una aliquota considerevole sul complesso.
Sono rimaste prevalentemente in mani ebraiche le industrie della gioielleria e quella (ancor oggi fiorente) del taglio dei diamanti. Quest’ultima si è iniziata poco dopo la apertura della via marittima per le Indie, ma ha trovato impulso solo dopo la scoperta delle miniere diamantifere del Brasile (1728).
Erano Ebrei (per lo più portoghesi) i principali industriali e i loro operai erano pure Ebrei provenienti dall’Europa centrale e orientale: più tardi si formò un’estesa maestranza non ebraica e vi fu qualche tentativo per escludere gli Ebrei dall’industria, ma il governo respinse la richiesta affermando che «gli Ebrei avevano introdotto il commercio diamantifero in questa città»; alla metà del secolo XVIII 600 famiglie di Ebrei erano occupate in questa lavorazione.
Floridissima l’industria ebraica della tipografia, fra il secolo XVII e i primordi del XVIII: essa ha tenuto a lungo il posto preminente nella produzione del libro ebraico, dopo la decadenza delle tipografie veneziane; si è svolta una vasta produzione di opere liturgiche, edizioni bibliche, rabbiniche e talmudiche fra cui quella famosa di Emanuel Benveniste (1644-1648) del Talmud, senza le mutilazioni della censura; per talune opere sono segnalate grandi tirature, fin di 10000 copie; talune edizioni di Amsterdam sono celebri per la grande bellezza tipografica. Il Bloom ha raccolto dati interessanti intorno all’estensione assunta dall’industria libraria, ai rapporti economici ad essa relativi, ai costi di produzione e ai prezzi dei libri: sono dati che potrebbero porsi a confronto con quelli analoghi raccolti dal Rooses intorno alla Tipografia Plantiniana[2].
In molte altre attività economiche si è affermata lungo i due secoli l’opera ebraica: nell’industria e nel commercio del tabacco, nell’armamento marittimo, in svariatissimi rami del commercio al minuto, malgrado qualche divieto, in varie professioni liberali (medicina, chirurgia, farmacia, avvocatura, ecc.). Un censimento professionale del 1743 mostra una grande varietà di attività e condizioni economiche, molto maggiore di quella che si troverebbe presumibilmente nei contemporanei maggiori centri ebraici d’Italia; in quell’anno la popolazione ebraica di Amsterdam contava 13000 individui (3000 Sephardim e 10000 Ashkenazim), 442 dei quali avevano un reddito annuo superiore a 800 fiorini. Sono numerose le famiglie aventi proprietà immobiliari urbane e alcune poche proprietà rurali.
Gli Ebrei hanno avuto una parte notevole nella formazione del commercio internazionale olandese, specialmente per i rapporti che essi già avevano coi paesi mediterranei e levantini: parecchi storici affermano a dirittura che agli Ebrei sarebbe dovuto l’inizio stesso del traffico. Come è noto, la prevalenza olandese nel movimento marittimo è durata lungo il secolo XVII; poi, il dominio dei mari è passato all’Inghilterra.
Ha avuto un largo sviluppo il commercio ebraico coi paesi barbareschi e specialmente col Marocco, per la grande rilevanza raggiunta dagli Ebrei nella vita economica di quel paese; in questi rapporti campeggia la figura di Samuel Pallache che fu accolto verso il 1610 dagli Stati Generali come ambasciatore del sultano marocchino e stipulò con l’Olanda un trattato sulla navigazione fra i due paesi.
Per il commercio col Levante fu costituita una compagnia senza privilegio monopolistico: nei registri di essa figurano parecchi nomi di commercianti ebrei (per quanto nessuno fra i direttori): la proporzione è del 5% rispetto al numero totale degli importatori ed esportatori designati: non si hanno dati sufficienti per giudicare l’entità relativa sulla cifra degli affari.
Il movimento commerciale con la penisola iberica da parte dei commercianti ebrei ha incontrato ognora gravi difficoltà, malgrado le franchigie dichiarate nei trattati commerciali sia col Portogallo che con la Spagna; la esistenza di maggiori rischi per le merci spedite da Ebrei è provata dalle più alte tariffe previste per l’assicurazione. Le difficoltà e i rischi continuarono anche dopo le speciali trattative diplomatiche condotte con la Spagna nel 1651: avvenivano frequenti catture sia delle navi che del carico di pertinenza ebraica.
Per attenuare i rischi, i mercanti ebrei olandesi assumevano frequentemente dei pseudonimi e effettuavano varie forme di commercio clandestino. Di fronte alle grandi alee, si svolgevano estese operazioni di assicurazione per la navigazione e prestiti di cambio marittimo. Capitali di marrani spagnuoli sfuggivano talora alla confisca dell’Inquisizione ricoverandosi nell’Olanda.
Un notevole commercio si è svolto coi porti italiani ed è durato sino alla caduta della repubblica olandese, più a lungo di altri rami di affari. Le comunità ebraiche di Venezia e di Livorno erano in intimo contratto commerciale coi loro confratelli di Amsterdam: il Bloom cita copiosi dati su operazioni marittime e commerciali svoltesi col porto di Livorno, su controversie derivate da catture operate da pirati barbareschi; gli Ebrei di Amsterdam investivano volentieri fondi in prestiti governativi veneziani.
È stato considerevole il traffico ebraico con i correligionari residenti in Francia, specialmente a Bordeaux, a Rouen, a Bayonne e poi a Parigi; si è svolta una certa migrazione sia di Ashkenaziti che di Sefarditi da Amsterdam a Parigi. Il banchiere olandese Isacco de Pinto, amico del maresciallo duca di Richelieu, ha svolto con questi nel 1762 una felice corrispondenza a favore di numerosi Ebrei affluiti in Francia, espulsi da Avignone.
Gli Ebrei di Amsterdam hanno certo esercitato notevole influenza sulla riammissione in Inghilterra, sia colla pubblicazione della Spes Israelis di Menasseh ben Israel, sia con contatti vari con l’Inghilterra, che ancora con l’impressione che certamente la loro attività economica ha esercitato su Cromwell[3]. Sono stati assai considerevoli i rapporti fra Ebrei olandesi e inglesi riguardo al mercato monetario e sembra che i primi abbiano avuto qualche azione sulla fondazione della Banca d’Inghilterra. Nel secolo XVIII Londra acquistò una prevalente importanza nel traffico marittimo specialmente per le merci coloniali: molti Ebrei olandesi vi furono attratti e vi hanno organizzato una estesa attività economica.
Sono segnalati considerevoli rapporti commerciali con la Germania e l’Austria, specialmente con le piazze di Amburgo e di Francoforte: è registrata un’attiva partecipazione alle fiere di Lipsia.
Dopo la guerra d’indipendenza, l’Olanda, non potendo più ottenere le merci orientali per la via di Lisbona, iniziò il traffico diretto. Costituì all’uopo varie “compagnie privilegiate” le quali attraverso i secoli XVII e XVIII hanno via via formato il vasto e florido impero coloniale neerlandese: come è noto, queste compagnie hanno avuto estese funzioni politiche e risentito fortemente l’influenza dello Stato.
Per il commercio delle Indie orientali dapprima si ebbero parecchie società spontaneamente formate in diverse città e poi nel 1602 una sola compagnia, con diritti di monopolio.
Sin dai primi anni la partecipazione ebraica è stata considerevole: ne è prova l’imposta istituita dalla Comunità di Amsterdam sui proventi derivanti ai suoi componenti dalla proprietà di azioni della Compagnia: verso la metà del XVII secolo questo tributo era uno fra i maggiori cespiti di entrata; nel secolo successivo, nel periodo di massima speculazione, un quarto degli azionisti erano Ebrei.
Dall’archivio della Compagnia (parzialmente studiato) risulta che il traffico facente capo a ditte ebraiche era di circa l’8% del valore totale nel 1700-1704 e del 7% nel 1724-28: gli Ebrei rappresentavano circa il 3% della popolazione. La partecipazione finanziaria e commerciale è stata già pronunziata per la Compagnia delle Indie Occidentali, ma quel che più conta si è che, mentre nell’Oriente sono limitati, sporadici, i casi di Ebrei insediati nei territori coloniali, molto vasto e sistematico è stato l’afflusso di gente ebraica nelle zone olandesi delle Americhe.
L’attività ebraica è stata specialmente considerevole nel Brasile. Già nei primi tempi dell’occupazione, nel secolo XVI, il governo portoghese, di fronte alle difficoltà della colonizzazione, vi determinò una migrazione coattiva in parte di Ebrei e marrani e una certa deportazione vi fu operata poi dall’Inquisizione spagnuola: l’ambiente risultò propizio e quei primi coloni ebrei vi prosperarono dedicandosi alla coltivazione della canna e raffineria dello zucchero.
Di fronte ai rigori del governo spagnuolo, i coloni accolsero più tardi con molta simpatia la conquista olandese. Il dominio olandese è stato parziale, saltuario, con vicende complesse. Quando nel 1634 gli Stati Generali proclamarono la libertà religiosa, molti marrani incominciarono a professare apertamente il giudaismo e molti Ebrei si rifugiarono nel Brasile da paesi europei e barbareschi.
Successivamente giunsero in Brasile vari gruppi di Ebrei dall’Olanda, costituendo parecchie comunità. Il massimo sviluppo del Brasile neerlandese e la massima floridezza fu raggiunta verso il 1642 sotto il governo di Johan Maurits: è stato anche l’istante migliore per la colonia ebraica, col godimento della piena libertà religiosa. Il massimo centro ebraico era la città di Recife, considerevole anche per lo sviluppo intellettuale. Fra gli Ebrei un ristretto numero si dedicò direttamente al dissodamento di terre incolte, parecchi possedevano grandi piantagioni e svolgevano una rilevante attività nell’industria saccarifera: era estesa la loro opera nel piccolo commercio e nel credito.
Il Bloom ricorda degli Ebrei dediti a ricerche minerarie, a costruzioni edilizie, alla professione legale, al commercio fra la colonia e l’Olanda. La considerevole prosperità raggiunta dal gruppo ebraico provocò qualche ostilità verso il 1640 e una domanda di espulsione, che venne respinta.
Gli ultimi tre anni dell’amministrazione Maurits (1641-44) sono stati funestati da uno dei fenomeni caratteristici dell’economia coloniale con eccessiva specializzazione della coltura: si ebbe una successione di cattivi raccolti saccariferi, donde una grave crisi economica, la mancanza di mezzi liquidi, l’arenamento generale degli affari.
Molti piantatori e industriali saccariferi – fra cui gli Ebrei – si trovarono in condizioni precarie: la crisi fu risentita assai duramente anche dalla Compagnia delle Indie Occidentali. È ricordato il caso di un ricco piantatore ebreo Jorgo Homen Pinto, proprietario di 370 schiavi, di un migliaio di bovini, di nove raffinerie di zucchero, che si trovò in una situazione precaria avendo debiti per 938000 fiorini, di cui 700.000 alla Compagnia: questa ne assunse la liquidazione, così come fece rispetto a parecchi altri piantatori e industriali. Alla fine del 1645 i debiti dei colonisti verso la società superavano i 22 milioni di fiorini: i nomi di molti debitori li fanno presumere ebrei.
Le difficoltà economiche – per quanto evidentemente transitorie – provocarono una diffusa reazione contro il dominio olandese, malgrado il grande impulso dato allo sviluppo della colonia. Il governo portoghese favorì secretamente il movimento di rivolta. Gli Ebrei assunsero un atteggiamento favorevole agli Olandesi, recando loro larghi aiuti. Quando alla fine del 1645 si iniziò l’assedio della città di Recife, gli Ebrei vi si trovarono in numero di 5000 e la situazione loro divenne assai difficile. La guerra si protrasse per molti anni e si chiuse con la vittoria portoghese, con la perdita della “Nuova Olanda”, evento che ha impresso un ben diverso indirizzo alla vita politica ed economica dell’America meridionale.
Ha avuto così fine il florido e promettente insediamento di Ebrei nel Brasile: molti di essi ritornarono ad Amsterdam: altri si diressero verso altre plaghe dell’America, recando con sé la loro conoscenza del commercio coloniale e dell’industria saccarifera: i loro rabbini Aboab e Aguilar ripresero la via dell’Olanda.
Il breve periodo di floridezza del Brasile ebraico ha costituito in qualche modo un’anticipazione del successo che doveva trovare due secoli più tardi l’immigrazione semitica negli Stati Uniti. La capacità costruttiva spiegata dagli Ebrei brasiliani non fu perduta per l’Olanda: molti migrarono ad altre colonie neerlandesi e specialmente a Curaçao, St. Eustazio, Essequibo, Cayenna, Surinam, nelle Guyane divenendovi elemento di progresso civile ed economico.
Rinunziando a qualsiasi richiamo sulle vicende di queste singole colonie, notiamo il vasto sviluppo assunto dall’agricoltura ebraica a Surinam, con una particolare organizzazione creditizia. Questi vari nuclei di popolazione israelitica sono rimasti vitali e fattivi lungo vari secoli, pur attraverso vicende politiche complesse.
Un ricordo merita l’insediamento di gruppi ebraici nel territorio lungo la riva dell’Atlantico, che per un istante – fra il 1654 e il 1664 – fu dominio olandese, e si chiamò dei Nuovi Paesi Bassi. Il centro principale assunse allora il nome di Nuova Amsterdam. Il regime olandese fu effimero: la città si chiamò poi New York. Il gruppo ebraico-olandese fu costituito da qualche isolato elemento giunto direttamente dall’Europa e poi nel 1664 da 23 fuggitivi dal Brasile. È questo il nucleo primo dei milioni di Ebrei ora dimoranti negli Stati Uniti. Il gruppo rimase per gran tempo assai smilzo: al tempo della rivoluzione americana nell’intero territorio della Confederazione gli Ebrei erano appena 2000.
La storia dei 10 anni non è lieta per la piccola schiera ebraica di Nuova Amsterdam: il governatore era contrario all’arrivo di Israeliti e cercò di osteggiare presso la Compagnia delle Indie Occidentali qualsiasi nuovo insediamento. Fu vietata la costruzione di una nuova sinagoga, impedita la prestazione del servizio militare, ostacolata l’attività commerciale e posti speciali oneri tributari. Tuttavia, nel decennio, il gruppo realizzò un certo progresso economico.
L’influenza ebraica, per avventura, si è affermata nelle Indie Occidentali e non nelle orientali: così è praticamente quasi cessata col declinare del dominio olandese nelle Americhe: lungo il secolo XIX e ai nostri giorni ha poca rilevanza nell’Impero Neerlandese dell’Insulandia.
Una quarta sezione dell’opera economica degli Ebrei di Amsterdam sta nel movimento monetario, creditizio, finanziario.
Agli inizi del secolo XVII, al momento in cui il nucleo ebraico assumeva un considerevole sviluppo, sorgeva in Amsterdam la Banca famosa, che ha tanta importanza nella storia deli istituti di emissione e nella circolazione monetaria internazionale. La contabilità della Banca offre qualche dato sintomatico sulla rilevanza del movimento economico semitico: nel 1630 mentre l’1% della popolazione aveva conti presso la Banca, per gli Ebrei la proporzione era dell’8,9% e crebbe ancora più tardi; i conti intestati ad operatori ebrei figurano fra quelli che «lavorano» di più. I depositi presso la Banca servirono talvolta di sicuro ricovero per i rifugiati ebrei contro le confische dell’Inquisizione.
I marrani fuggiti dalla Spagna e dalla Fiandra, buoni conoscitori della tecnica bancaria e finanziaria, hanno avuto molta parte nella costituzione e nell’opera della borsa di Amsterdam: al loro successo molto contribuì la facilità di avere notizie sull’andamento dei mercati in grandi centri commerciali forestieri. Risultano numerosi i sensali ebrei, specialmente quelli «non giurati», non soggetti ai vincoli risultanti dall’appartenenza alla ghilda.
I movimenti speculativi sono stati molto vistosi: come è noto, la febbre speculativa si è manifestata ad Amsterdam prima che a Londra e Parigi. Verso il 1720 – in coincidenza con le effervescenze di affari provocate a Parigi dal Sistema di Law e a Londra dalle South Sea Bubbles – si è svolta alla Borsa di Amsterdam una vasta speculazione sulle azioni delle due compagnie coloniali delle Indie, stimolate dalla prospettiva della fusione delle società. Sia in questa speculazione che in altri grandiosi progetti, gli operatori ebrei hanno avuto non piccola parte.
Tanto le speculazioni in Olanda che quelle in Inghilterra hanno causato la rovina di molte famiglie ebree: le perdite sono state accentuate da ciò che nella ferma fiducia negli investimenti nelle due compagnie coloniali, taluni testatori avevano stabilito rispetto agli eredi l’obbligo di mantenere investiti i patrimoni nelle azioni, vincolo che non si poté sopprimere da parte dei discendenti quando si delineò il continuativo movimento ribassista sui titoli delle due Indie.
Alcuni decenni dopo le catastrofi finanziarie determinate dalle speculazioni sui titoli coloniali, altre due memorabili crisi sono scoppiate nelle piazze olandesi: sono quelle del 1763 e del 1773, provocate o accentuate da un abuso in materia cambiaria designato di «cervo volante»: A in Amsterdam trae una cambiale su C in Svezia, B in Amburgo trae su A in Amsterdam, e C in Svezia su B in Amburgo: le tre cambiali sono scontate e così si ricava dal nulla danaro con cui speculare e realizzare profitti.
Un osservatore contemporaneo segnala che ogni corriere postale recava fra Svezia, Amburgo e Amsterdam filze di cambiali, tratte e ritratte col solo scopo di procurar moneta. Al «cambio traiettizio» d’allora, bene si addiceva per quella parvenza di ricchezza il nome di «cervo volante»: oggi, in base alla facilità e al fine dell’espediente, è sottentrato il nome di «cambiali di comodo».
I «cervi» non volavano solo sulle rive dell’Amstel, ma largamente attraverso l’Europa, quale strumento di circolazione internazionale di capitali illusori. Non so se «volassero» più fra finanzieri battezzati o tra finanzieri circoncisi. La pericolosa inflazione creditizia sparse rovine fra gli uni e fra gli altri: le due crisi sono state accompagnate da molti fallimenti della compagnia inglese delle Indie Orientali, compagnia nella quale il capitale olandese era implicato per 40 milioni di fiorini.
La intima conoscenza che i banchieri ebrei olandesi acquistarono allora sulla borsa e sulla banca traspare da due libri notevoli, loro dovuti, che sono documenti pregevoli sulla fenomenologia, la tecnica e la dottrina bancaria del Settecento: sono: Confusion de confusiones di JOSEPH FELIX DE LA VEGA (1688) vivace descrizione critica sulla borsa e il suo funzionamento; e Traité de la circolation et du crédit (1771) di ISAAC DE PINTO, saggio sulla compagnia inglese delle Indie Orientali, sul mercato finanziario e sul movimento bancario. Il secondo libro è ancora oggi ricordato.
Il colpo inferto dalle due crisi fu duramente risentito dai finanzieri ebrei dell’Olanda: fu una catastrofe, dalla quale non si rialzarono più. Fu il tramonto del gruppo sefardita dopo i due secoli di sviluppo e floridezza. Si mantenne invece più saldo il gruppo ashkenazita, originariamente più povero, meno colto, con un diverso orientamento di attività professionale.
Il colpo è stato grave anche per l’economia olandese in genere. La potenza politica e commerciale dell’Olanda sullo scorcio del secolo XVIII stava rapidamente tramontando, battuta dalla vittoriosa concorrenza britannica: le ultime ore del tramonto sono state la guerra con l’Inghilterra del 1780-84, la conquista francese del 1796, le nuove amputazioni all’impero coloniale.
Il gruppo ebraico di Amsterdam offre uno dei primi esempi moderni di convivenza feconda nella civiltà europea, con dignità di vita e presso che senza attriti.
Tale gruppo rimane nella storia economica per il notevole contributo dato allo sviluppo commerciale e industriale dell’Olanda, alla costituzione di uno fra i primi sistemi moderni di economia finanziaria e bancaria. È memorabile nella storia ebraica perché ha svolto nel Brasile e nelle Guyane il primo esteso esperimento di colonizzazione agricola, con larga partecipazione direttiva e organizzativa di elementi ebraici. Ma è soprattutto memorabile perché dal suo grembo sono sorti Baruch Spinoza, il filosofo, e David Riccardo [sic], l’economista, che entrambi schiusero nuovi orizzonti al pensiero umano.
[1] Vedi in proposito ELI F. HECKSCHER, Mercantilism, London 1935, tr. ingl., vol. II, pp. 305-7.
[2] MAX ROOSES, Christophe Plantin imprimeur anversois, Anvers, 1890.
[3] JOSEF KASTEIN, Storia del popolo d’Israele, Tr. it., Milano, p. 405.
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