
Gian Pio Mattogno
DIETRO LE QUINTE DEL SISTEMA GIUDEO-PLUTOCRATICO AMERICANO:
I LEGAMI EBRAICI DELLA FAMIGLIA TRUMP
Nonostante le infatuazioni dei “sovranisti” e “patrioti” nostrani, la presidenza Trump costituisce uno spaccato significativo della lunga storia criminale del sistema giudeo-plutocratico americano.
Nulla di nuovo sotto il sole, perché da sempre i presidenti statunitensi non sono che dei fantocci nelle mani dell’oligarchia giudeo-plutocratica dominante e dei suoi interessi capitalistici e imperialistici.
(Cfr. su questo stesso sito, tra gli altri: Il regime giudeo-plutocratico di Donald Trump secondo fonti ebraiche; Come si studia il sistema giudeo-massonico plutocratico americano. Una ricerca esemplare di Henry Coston).
Un interessante articolo di Jose Alberto Nino (It’s in the Blood: the Trump Family’s Multiple Generations of Fealty to Jewish Power, THE UNZ REVIEW, January 9, 2026, unz.com) getta uno sguardo indiscreto dietro le quinte del sistema giudeo-plutocratico oggi rappresentato dalla presidenza Trump.
Nino esordisce sostenendo che tra le giustificazioni ricorrenti fra i sostenitori di Trump per il suo appoggio incondizionato alle politiche imperialistiche di Israele vi è l’affermazione secondo cui durante il suo mandato politico il presidente sarebbe stato influenzato da consiglieri fuorviati (misguided).
E replica, attingendo a fonti ebraiche puntualmente riportate, che tutto ciò trascura una circostanza assolutamente determinante: la storia documentatissima dei legami ebraici della famiglia Trump e del profondo coinvolgimento e sostegno da parte della comunità ebraica americana risalente a oltre 40 anni fa, ben prima del sorgere di una sua qualche ambizione politica.
Prima di Donald, scrive Nino, c‘era Fred.
La figura più influente di questa commistione fra gli interessi capitalistici yankee della famiglia Trump e gli interessi del capitalismo ebraico americano è infatti senza dubbio il padre di Donald, Frederick Christ Trump.
Trump senior era un importante imprenditore immobiliare di Brooklyn, e in questa veste accolse nelle sue proprietà numerosi inquilini ebrei. Ciò gli permise di tessere una serie di relazioni con la comunità ebraica, e Fred divenne un generoso donatore a favore di cause ebraiche e israeliane. Fece donazioni al Long Island Jewish Medical Center, sostenne le obbligazioni israeliane, fu tesoriere di un concerto di beneficenza israeliano. Questo coinvolgimento fu così profondo che alcuni erano convinti che Fred Trump fosse egli stesso ebreo.
Nel 1956 donò un terreno all’istituzione scolastica ebraica Talmud Torah del Beach Haven Jewish Center di Flatbush, New York, attivo ancora oggi. Una targa lo ricorda come un uomo sagace, dotato di spirito umanitario e meritevole d’ogni plauso.
Fred ha coltivato un’amicizia quasi cinquantennale col rabbino Israel Wagner, che chiamava affettuosamente “il mio rabbino”. A metà degli anni ‘50 gli vendette per dieci dollari un terreno e fornì ingenti contributi per la costruzione della sinagoga del Beach Haven Jewish Center, partecipando personalmente alla cerimonia di posa della prima pietra.
Ogni anno partecipava regolarmente alle cene per la raccolta fondi della sinagoga, portando con sé tutta la famiglia, compreso il giovane Donald.
Quando Fred Trump morì nel 1999, il rabbino Wagner e sua moglie erano presenti alla veglia funebre.
Al funerale Donald si avvicinò alla moglie del rabbino Wagner e le disse: “Rabbetzin, sappi che tuo marito non era solo un buon amico di mio padre, ma era anche il suo rabbino”.
Per tutta la sua giovinezza, Donald Trump frequentò la sinagoga. Il figlio del rabbino Wagner ricorda quel “giovane biondo e selvaggio di 14 o 15 anni” che la domenica mattina accompagnava il padre a pregare in sinagoga.
Negli anni ’80 Fred Trump aveva stretto amicizia con Benjamin Netanyahu, a quel tempo ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite a Manhattan. Questo rapporto tra la famiglia Trump e Netanyahu continuò per decenni, svolgendo infine un ruolo significativo nelle relazioni fra Stati Uniti e Israele durante la presidenza di Donald Trump.
Fin dall’inizio della sua carriera politica, Donald seguì le orme del padre nel sostegno alle cause ebraiche. Tra l’altro, nel 1983 ricevette il premio Tree of Life dal Jewish National Found (JNF) come segno di apprezzamento per il suo “straordinario impegno nella comunità” e per la “dedizione alla causa dell’amicizia tra Stati Uniti e Israele”, naturalmente in vista della “pace” e della “sicurezza umana”.
Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ‘90 Trump sostenne con donazioni lo sviluppo delle infrastrutture in Israele. Una targa col nome di Trump in inglese e in ebraico è affissa su un muro nel Moshav Dekel, nella regione di Eshkol.
A metà degli anni ’80 partecipò attivamente alle raccolte fondi del JNF, e negli anni dopo il 2000 ha continuato a sostenere finanziariamente le organizzazioni ebraiche. Nel 2012 ha donato 25.000 dollari, nel 2014 altri 15.000 dollari, senza contare ulteriori cospicue donazioni a favore di vari enti ebraici americani.
Un portavoce dell’Anti-Defamation League (ADL) ha affermato che a partire dagli anni ’70 Trump ha donato a questa organizzazione ebraica internazionale un totale di 56.000 dollari.
Molte migliaia di dollari sono stati da lui donati sotto forma di contributi finanziari a Israele.
Nel 2015 Trump ha ricevuto il Liberty Award per il suo contributo alle relazioni fra Stati Uniti e Israele (leggi: per il suo contributo all’imperialismo israelo-americano). Quando ha ritirato il premio al “Jewish 100” Gala a NYC, presentato da sua figlia Ivanka, Trump ha dichiarato: “Ho una figlia ebrea. Non era nei piani, ma sono molto contento che sia accaduto”, ed ha aggiunto: “Amiamo Israele. Combatteremo per Israele al 100%, al 1000%. Resterà lì per sempre”. In altre occasioni Trump ha ribadito il suo sostegno alla leadership israeliana.
Nino osserva come la stessa conversione all’ebraismo di Ivanka, sostenuta dal padre sin “dal primo giorno”, abbia rappresentato un aspetto importante nella storia dei legami ebraici della famiglia Trump, rinsaldando ancor più il legame con la comunità ebraica americana e con Israele.
Ma se i Trump furono generosi verso la comunità ebraica, gli ebrei americani non furono da meno nel sostenere la sua ascesa economica prima e la sua carriera politica poi.
L’ebreo Roy Cohn, l’avvocato personale di Trump, figlio di un giudice della Corte Suprema di New York, fu dall’inizio degli anni ’70 sino alla morte il suo consulente legale, ma al tempo stesso il suo mentore e amico, nonché il mediatore legale fra gli uomini più influenti della città che facilitò l’ingresso di Trump nel mercato immobiliare e commerciale di Manhattan, inserendolo nel novero delle reti sociali e politiche più potenti.
Nino ricorda anche che Trump ebbe rapporti con alcuni degli ambienti più loschi dell’ebraismo americano, a cominciare da Jeffrey Epstein.
Quando perciò, conclude acutamente Nino, Trump trasferisce la sede dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, quando ordina attacchi senza precedenti al programma nucleare iraniano (e quando, aggiungiamo noi, la sua amministrazione appoggia e finanzia la politica imperialistica e genocida dell’entità criminale sionista), tutte queste cose non sono frutto di passi falsi influenzati da consiglieri “fuorviati”, ma segni distintivi di una radicata fedeltà di Trump agli interessi ebraici, un servizio che la sua famiglia sta rendendo lealmente da generazioni.
Ma al tempo stesso, sottolinea Nino, Trump non è che un vettore, non è che il portavoce americano per promuovere interessi sionisti.
In altre parole, ribadiamo noi, Trump non è che un arrogante bullo tipicamente yankee piazzato lì dall’oligarchia giudeo-plutocratica per difendere i propri interessi capitalistici e imperialistici, che oggi sembra avere nelle mani i destini del mondo, ma che fra qualche anno ritornerà nella mediocrità dell’anonimato politico, come hanno fatto (e come faranno) tutti presidenti americani dopo aver svolto il loro servizievole ruolo storico.
I presidenti americani passano, il sistema giudeo-plutocratico dominante americano resta.
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