Contra Rohling. Una recensione critica filoebraica alla fine del XIX secolo

Materiali storico-bibliografici per lo studio della questione ebraica

 

CONTRA ROHLING. UNA RECENSIONE CRITICA FILOEBRAICA ALLA FINE DEL XIX SECOLO 

 

Premessa di Gian Pio Mattogno

 

Per aver scritto ex professo diversi volumi contro il giudaismo rabbinico-talmudico, August Rohling (1839-1931) è certamente una delle bestie nere della Sinagoga.

E questo al di là degli errori, anche pacchiani, specie riguardo alla questione dell’omicidio rituale (Cfr. V. Manzini, L’omicidio rituale e i sacrifici umani con particolare riguardo alle accuse contro gli ebrei. Ricerche storico-sociologiche, Torino, 1925, pp. 197-206) che può aver commesso nella sua foga polemica, poiché – a dispetto degli sforzi degli apologeti giudei di dimostrare il contrario ‒ l’essenziale delle sue critiche al Talmud è incontestabile.

Questo viene tranquillamente ammesso oggi dagli ebrei più onesti … o più impudenti.

(Cfr. Una “maligna furfanteria” del rabbino Joseph Samuel Bloch contro August Rohling; Ex ore tuo: controindicazioni storico-bibliografiche di parte giudaica per il contrasto al filosemitismo, ed altri articoli sulle strategie truffaldine dell’apologetica giudaica, ma anche sulle confessioni di parte ebraica, in: andreacarancini.it).

Diversi errori contenuti nelle prime versioni tedesche dell’Ebreo talmudista sono stati emendati nelle edizioni successive, specie francesi.

Poiché uno studio serio e scientifico della questione ebraica (come di qualunque altra questione) deve sempre tener conto dell’adagio latino “Audiatur et altera pars” (Sia ascoltata anche l’altra parte), riproponiamo qui di seguito la recensione di un’opera dell’avvocato Joseph Kopp (Zur Judenfrage nach den Akten des Prozesses Rohling-Bloch, Leipzig, 1886), apparsa sul «Bollettino bibliografico della Rivista Penale», diretta da Luigi Lucchini (Seconda serie – Volume unico, 1885-1889, pp. 212-215), la quale, sebbene sfacciatamente filoebraica, costituisce nondimeno un utile contributo allo studio della storia della questione ebraica nel secolo XIX.

Di passata, per comprendere il livello spesso risibile dello scritto di Joseph Kopp, che meriterebbe una confutazione sistematica, basti qui ricordare che nella parte dedicata all’accusa di Rohling secondo cui il non-ebreo è considerato alla stregua di un animale dalla tradizione rabbinica, il nostro avvocato improvvisatosi esperto talmudista scrive testualmente che questa accusa «è così palesemente priva di senso che non varrebbe neppure la pena di confutarla» (p. 107), ignorando, o fingendo di ignorare, tutti quei passi nei quali si dice inequivocabilmente l’esatto contrario!

(Cfr. La non-umanità dei gojim nel Talmud e nella letteratura rabbinica, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 2011).

 

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Augusto Rohling, professore della facoltà teologica all’Università di Praga, è un prete fanatico. Odia liberali e protestanti, ma più odia gli ebrei, ond’è uno dei più imbestialisti fautori dell’antisemitismo.

Le sue pubblicazioni in questa selvaggia lotta furon molte: il Talmudjude, un libro che dal 1870 al 1877 ebbe sei edizioni; le Fünf Briefe über den Talmudismus und das Blutritual der Juden, diffuse nel 1883 in 200.000 copie; Die Polemik und das Menschenopfer des Rabbinismus, e tanti e tanti altri scritti, senza contare gli articoli nei giornali periodici, massime la Tribüne, gazzetta di combattimento del partito czeco contro i liberali tedeschi.

Il Rohling vuol dimostrare che la dottrina di loro religione obbliga gli ebrei a insidiare i proseliti degli altri culti, nella vita, nell’onore, nelle sostanze; che il talmudismo consacra d’ogni maniera infamie contro i cristiani, laonde appellar lo si deve rinnegazione d’ogni legge morale; che i sacrifici di vergini cristiane perpetrati dagli ebrei non sono soltanto fatti di storia passata, ma realtà di vita presente.

Che l’attività letteraria del Rohling fosse una miniera fortunata per il partito antisemita, è facile comprendere. Non era uno dei soliti scribacchini d’occasione; era un prete; era un’autorità scientifica, che corredava le sue affermazioni con citazioni erudite; che appoggiava le sue opinioni con passi di autori ebraici e non ebraici di tutte le età; che, a prova di fedeltà, riproduceva persino nelle sue pagine i testi giudaici; che, in una parola, documentava a profusione tutte le taccie che lanciava sulla corruzione degli israeliti, sulla loro dottrina sanguinaria, sul loro intento di ruba, sulla loro impudenza di spergiuro, e via via.

E il Rohling aveva, sugli altri accusatori, un duplice vantaggio: col suo bagaglio scientifico impressionava i dotti; con lo stile piano e con la forma famigliare rendeva accessibile la sua lettura anche ai non dotti: quindi si spiega la diffusione rapida che gli scritti di lui ottennero e la popolarità che acquistarono, riprodotti o compendiati o diluiti in una miriade di fogli volanti e di giornali e giornaletti del partito.

Per verità sorse chi lo combatté. Francesco Delitzsch, professore della Facoltà teologica di Lipsia, prete protestante venerato per la sua pietà, una delle maggiori autorità scientifiche di Germania, gli contrapponeva un libro intitolato: Rohling’s Talmudjude beleuchtet, in cui dimostrava che il prete di Praga, traducendo dall’ebraico, falsava i testi e ne ricavava deduzioni inesatte ed ingiuste.

Ma la trattazione del Delitzsch, seriamente scientifica, se poteva far presa nel mondo erudito, non poteva competere (appunto per la stessa ragione) nella cultura popolare con le scritture del Rohling. E queste frattanto correvano per le mani di tutti, anche nei centri minori, dove l’ignoranza assai facilmente si allea al fanatismo: e il pericolo si faceva ognor più grave, prova le intemperanze di un meeting popolare celebrato a Vienna nel 1882, dove, col Talmudjude alla mano, si scaldava la moltitudine in guisa, che ne conseguivano lo scioglimento della riunione, operato dalla polizia, ed un processo.

Entrava allora in lizza, scegliendo terreno e metodo diverso, il dottore J.S. Bloch, rabbino a Florisdorf e deputato al Reichsrath austriaco: per campo del suo attacco prendeva le colonne della Wiener Allgemeine Zeitung; e, pur non negligendo il soggetto scientifico, si faceva ad accusare con linguaggio veemente il Rohling di falso e di spergiuro, nella speranza di indurlo a querelarsi innanzi il magistrato e di aprire così una via di giudizio più pratico e più clamoroso.

Anche l’accusa di spergiuro ci stava. Il Rohling non s’era accontentato dell’arringo letterario; nella questione antisemitica aveva portato il peso eziandio della sua individualità giuridica.

In due processi occasionati da polemiche tra semiti e antisemiti, l’uno a Dresda, l’altro a Habelschwert nella Slesia prussiana, il Rohling aveva sostenuto ufficio di esperto-erudito; e, in entrambi i casi, aveva pronunciato parere, confermandolo col giuramento, che tutti gli eccessi rimproverati agli ebrei erano verità di storia antica e di storia contemporanea.

Non basta: quando uno dei suoi libri (le Fünf Briefe) veniva sottoposto dal magistrato di Praga a processo obiettivo di stampa (giova anzi avvertire che se ne pronunciava il divieto di ulteriore diffusione), il Rohling s’era, anche quella volta, dichiarato pronto a giurare che tutte le accuse contenute nel libro, specie sull’omicidio rituale, erano verità sacrosante.

Data la tempra dell’uomo, immaginiamoci se la sua bile non si rinfocolava quando venne in discussione il processo famoso di Tisza-Ezlar!

In un numero del Függetlenseg (il monitore ufficiale antisemitico, come lo chiama il Kopp) indirizzava una lettera al deputato Geza Onody, nella quale narrava di essere venuto in possesso di un’opera ebraica scoperta nel 1868 a Gerusalemme, al tempo delle ricerche del Montefiore; ivi, a pagina 156 (è riferita, s’intende, anche la pagina) insegnarsi che lo spargimento del sangue di una vergine non ebrea è, per gli ebrei, azione santa; questa scoperta addusse una prova diretta, solenne, indiscutibile, della quale fin qua s’era lamentata l’assenza: protestava, nel caso in cui occorresse, di esser pronto a comparire in giudizio per confermare col giuramento la verità della sua asserzione.

Il magistrato di Tisza-Ezlar non tenne in conto alcuno le dichiarazioni del Rohling, ma la costui provocazione era troppo grave perché altri non la raccogliesse. Tornava in iscena il Bloch, e, in quattro articoli inseriti nel Morgenpost con l’epigrafe: “Offerta di spergiuro”, svelava il pericolo cui le turpi calunnie degli avversari espongono la razza ebraica; alla prima scomparsa di un cristiano, fanciullo o adulto (ei diceva), ne saranno accusati gli israeliti! E con violenza nuova aggrediva il Rohling, lo attaccava come uomo, come prete, come scienziato, come funzionario ufficiale, che à giurato scientemente il falso, che si professa pronto a nuovi spergiuri.

Sferzato a sangue, il Rohling diede finalmente querela al Bloch per libello famoso. Era quello che l’altro voleva.

La querela ebbe corso nel 18 maggio 1884. Al suo patrocinio l’imputato delegava l’avv. Kopp; ed allora cominciavano gli studi defensionali. Laborioso il còmpito; bisognava dimostrare che moltissimi libri di cui il Rohling, nelle sue scritture, invocava l’autorità o produceva citazioni, non erano mai esistiti, od altrimenti non contenevano i passi riferiti; la prova negativa con le sue immani difficoltà!

Bisognava d’altro canto ricostruire la versione giusta e interpretare il giusto concetto della letteratura talmudica, nei testi adulterati o svisati, sempre abusati dal Rohling; bisognava risalire alla esatta cognizione della storia giudaica, dalle prime fonti rabbiniche fino ad oggi. Di questa maniera, il processo diventava certo uno dei più singolari, forse uno dei più difficili, che la giurisprudenza mondiale registri nei suoi annali. Bisognava ricorrere a giudizio di esperti nella lingua e nell’erudizione ebraica; e qui altre difficoltà!

Scelti gli interpreti fra gli ebrei, sarebbero stati creduti parziali all’accusato, poiché avrebbero in lui difesa la causa loro propria; scelti fra gli antichi israeliti poi convertiti al cristianesimo, sarebbero stati quasi certamente parziali all’accusatore.

Si fece capo ai dotti della Deutsche Morgenländische Gesellschaft, il sodalizio degli orientalisti tedeschi di fama universale; e, dopo lunghe fasi, furono eletti come periti due dei suoi membri più illustri, il Nöldecke professore a Strasburgo e il Wünsche professore a Dresda.

Ai due fu affidata la versione e l’interpretazione di più che 300 testi della letteratura talmudica e rabbinica dal II al XVIII secolo; in parte, testi citati dal Rohling; in parte, altri che dovevano servire a interpretazione dei primi, mediante la retta definizione delle idee ebraiche in materia di religione, di morale, di diritto.

Altri dotti ancora furono scelti a periti per le opere non ebraiche. Né ancor bastava. La difesa del Bloch acutamente notava che un autore coscienzioso, in commentare gli scritti antichi (massime in temi di teologia), deve giudicarne, non secondo le idee civili del tempo nostro, ma secondo le idee predominanti all’età cui quegli scritti risalgono: e il Rohling, con basso artificio, aveva sempre fatto al rovescio.

Perciò la difesa produceva ben quaranta opere di teologi cristiani delle varie epoche cui rimontavano gli scrittori ebraici citati dal Rohling, onde dimostrare che anche i cristiani avevano pagato l’obolo al tempo loro, insegnando o lodando principî che ai dì nostri sono considerati immorali e crudeli, senza che perciò quegli autori, quelle opere e i cristiani odierni possano condannarsi al vitupero; quando anzi quelle opere trovano ancora ristampe e lettori, senza scandalo e senza riprovazione.

I periti ebraisti spesero nelle loro indagini lunghi mesi, e, sulla fine del giugno 1885, presentarono la loro ponderosa relazione di 190 fogli in grande formato. Tutto il materiale era raccolto; il magistrato aveva anche rinviato il procedimento davanti le Assise per il giorno 18 di novembre. Quand’ecco … il Rohling recedere dalla sua querela!!

Non occorre scaltrezza d’ingegno per trar giudizio da questa fuga del prete di Praga davanti la collezione delle prove avversarie.

[In realtà Rohling ritirò la querela non per paura, ma su richiesta del ministero austriaco e nell’interesse della pace pubblica n.d.r.].

Senonché parve all’avvocato Kopp, e giustamente, che, dopo tanto lavoro, dopo tanta aspettazione, dopo tanto scalpore, fosse opportuno divulgare la storia del processo. E si noti: il Kopp non intende (lo dichiara più volte) portare un contributo alla infausta questione dell’antisemitismo; vuol soltanto portare il contributo dell’uomo onesto alla causa della verità come la si deduce dai documenti ufficiali.

Pertanto egli riferisce le deduzioni dei dotti uomini che al processo intervennero. Le prove raccolte divide in due gruppi; il primo, in quanto le prove derivano da scritture non ebraiche; il secondo, in quanto si ricavano dai testi ebraici.

Il primo gruppo à un’importanza, più che altro, specifica per il giudizio sul Rohling, perocché se ne stabilisce che taluno degli autori citati da lui non esistette mai al mondo, od altrimenti che passi di opere (da lui riferiti con menzione di edizioni e persin di paginatura) non si trovano nei libri relativi.

Ma il secondo gruppo, oltre alla specialità del processo, à un’altissima importanza storica di ordine generale: con la confutazione delle asserzioni del Rohling, desunta dalla indagine critica del Nöldecke e del Wünsche, si spiega l’origine dei libri talmudici e il progresso della letteratura rabbinica; di quelle fonti si svolge l’interpretazione serena, in ordine alle accuse più rilevanti che contro gli ebrei scagliano i loro avversari.

Di questa maniera il libro del Kopp è erudiente a più di un titolo. Oltre al quadro vivace della oscena lotta che si combatte in Germania ed in Austria, presenta agli eruditi un buon contributo di studi storici e linguistici dell’ebraismo.

Ai giuristi offre poi uno studio prezioso, perocché discute con finissimo accorgimento i termini della prova negativa, e segna i modi pratici di provvedere ogni qual volta (e il caso non è tanto raro) una controversia di lealtà letteraria si innesti alla trattazione processuale di libello famoso.

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