
SACHA STERN E IL RAZZISMO TALMUDICO
(Jewish Supremacy Details. Talmudic Racism: Goyim as Virtual Animals. Noahide Laws Did Not Make Judaism Universal. GOY Welcome Into Temple Not Universalist. Stern. ‒ Jewish Identity in Early Rabbinic Writings, by Sacha Stern, 1977, jewsandpolesdatabase.org)
[Sacha Stern, un ebreo ortodosso, è docente di Studi Ebraici presso l’University College di Londra, dove dirige il Department of Hebrew and Jewish Studies, nonché ricercatore principale del progetto di ricerca della Fondazione Fritz Thyssen “Qaraite and Rabbanite calendars”]
Nella sua diligente analisi della letteratura rabbinica, Sacha Stern si avvale di fonti talmudiche (Mishnah, Tosefta, Yerushalmi [Talmud di Gerusalemme] e Bavli [Talmud di Babilonia]), di numerosi Midrashim e di altre fonti.
Nella mia recensione di questa e di altre opere correlate, ho consultato regolarmente il Talmud babilonese nella versione online dell’ed. Soncino, ed ho incluso di seguito i rispettivi riferimenti.
Innanzitutto, analizziamo la mia recensione in prospettiva.
Sono stati scritti volumi su volumi da parte di ebrei (ed anche da parte di non pochi non-ebrei) circa la necessità per cristiani e polacchi, ad esempio, di “essere maturi”, di “superare la narrazione eroica”, di “fare i conti col passato”, e persino di “affrontarlo”.
Secondo la mia opinione, gli ebrei dovrebbero fare altrettanto, e il libro di Sacha Stern è un passo verso questa direzione.
Riguardo all’antisemitismo, il lettore deve porsi questa domanda sincera: quali sono le vere cause dell’antisemitismo?
Quello che è effettivamente scritto in certi passi talmudici, oppure la quasi totale assenza di critica da parte degli ebrei per tali passi?
È possibile che argomenti tabù relativi agli ebrei possano favorire la proliferazione della letteratura antisemita, con tutte le sue sgradevoli e non oggettive descrizioni del Talmud e con tutte le sue accuse infondate e spesso bizzarre contro gli ebrei?
Implicazioni del razzismo ebraico
Il razzismo può essere definito come una forte autocelebrazione del proprio popolo e/o come un atteggiamento costantemente sprezzante nei riguardi di altri popoli. Entrambi sono palesemente presenti in questo libro.
Manteniamo tale questione spesso emotiva nella giusta prospettiva.
Il razzismo ebraico e l’universalismo ebraico sono entrambi due cose reali, e l’uno non nega l’altro.
Inoltre, nessuno dei due definisce o rappresenta la totalità dell’ebraismo.
Per uno studio dettagliato dell’universalismo ebraico si veda la mia rec. di Compassion for Humanity in the Jewish Tradition, nonché la mia analisi dell’universalismo ebraico al termine della presente recensione.
I passi talmudici controversi non sono “tradotti male” o fraintesi”. Né sono solo opinioni personali di questo o quel rabbino, e neppure sono “estrapolati” dal Talmud dagli antisemiti.
Al contrario, i passi in questione sono molto numerosi e, per di più, assumono tutti quanti la forma di temi specifici e inconfutabili.
Qui di seguito ne indicherò alcuni. Inoltre, questi temi non “fluttuano” isolati l’uno dall’altro, ma si fondono insieme formando un modello sistematico di denigrazione dei gentili.
Stern impiega effettivamente il termine razzismo in riferimento al pensiero ebraico rabbinico, ancorché fra virgolette:
«A titolo di apologia, possiamo notare che, a differenza di altre forme di “razzismo”, la visione originaria rabbinica di Israele di superiorità rispetto ai non-ebrei non fu quasi mai invocata per giustificare l’uso della violenza o dello sfruttamento» (p. 4).
(Questa è una questione a parte, ed è una questione discutibile. Si veda ad es. la mia rec. di Reckless Rites: Purim and the Legacy of Jewish Violence, jewsandpolesdatabase.org).
Come parte integrante della sua apologia talmudica, Stern sottolinea inoltre che, a suo dire, il pregiudizio “razziale” di questo tipo e il “razzismo” rabbinico (i due termini sono fra virgolette) erano moneta corrente nel Vicino Oriente della tarda antichità (tuttavia, il razzismo di un popolo non giustifica il razzismo di un altro popolo).
Andreas Eisenmenger e il suo “Giudaismo svelato”
L’autore è più critico verso le motivazioni di Eisenmenger che non verso le sue conclusioni.
Stern così ironizza:
«I passi che ho già citato danno un’immagine rabbinica xenofoba dei non-ebrei spinta all’estremo. In effetti, le fonti rabbiniche presuppongono, come vedremo nel corso di questo studio, che i non-ebrei siano intrinsecamente malvagi e dediti all’omicidio, ai reati sessuali e all’idolatria (Cfr. sez. I, 3. A). Affermano inoltre che, mentre gli ebrei sono simili agli angeli, i non-ebrei sono simili agli animali (sez. I, 4. A). Gran parte di questo materiale è stato citato da scrittori antisemiti della prima età moderna – non da ultimo da Eisenmenger nel suo “Entdecktes Judenthum” ‒ con l’unico scopo di denigrare gli ebrei e la loro religione … Mentre le sue citazioni dalle fonti originali sono generalmente affidabili, le sue traduzioni e interpretazioni non sempre lo sono. Eisenmenger non fa alcuno sforzo per nascondere la sua posizione e le sue motivazioni antiebraiche» (p. 4).
Ma i fatti sono fatti.
Stern ribadisce la tesi, basata sul libro di Jacob Katz, Exclusiveness and Tolerance: Studies in Jewish-Gentile Relations in Medieval and Modern Times (Scripta Judaica, 3), secondo cui i talmudisti medievali avevano stabilito che le rappresentazioni negative dei non-ebrei riguardavano solo i pagani dell’antichità, e non erano più vincolanti.
Qui però Katz è tutt’altro che convincente. (Cfr. la mia rec. in: jewsandpolesdatabase.org).
La Torah un tempo fu offerta anche ai non-ebrei?
Come fecero gli ebrei a diventare il “popolo eletto”?
Stern, che cita lo studioso israeliano Joseph Heinemann, riferisce che l’insegnamento secondo cui Dio offrì la Torah a molte nazioni, ma alla fine solo Israele la accettò (cfr. ad es. Avoda Zara 2b), fosse stato concepito al solo scopo di respingere le critiche dei gentili circa l’esclusività degli ebrei come popolo eletto da Dio (p. 211).
Gli ebrei e gli scopi divini della creazione
Stern riporta numerose e specifiche citazioni per tutti i punti che solleva:
«Il mondo non potrebbe esistere senza Israele. È stato creato per il bene di Israele e si mantiene soltanto grazie ai suoi meriti. Senza Israele non ci sarebbe né pioggia, né alba. Israele porta la luce al mondo. Tutte le benedizioni del mondo sono dovute a Israele. Questo perché l’Onnipotente si occupa solo di Israele, dal quale il resto del mondo trae un beneficio indiretto.
«Pertanto, le nazioni non potrebbero esistere senza Israele … Questa visione del mondo “etnocentrica”, fortemente egocentrica, conferma fino a che punto gli autori delle nostre fonti siano interessati esclusivamente alla loro propria identità. L’idea che gli “altri” (le nazioni, il mondo) siano subordinate al “sé” (Israele) e solo a lui debbano la loro esistenza, suggerisce una relazione dialettica tra il sé e l’altro in cui l’altro non ha nessun altro scopo e nessun’altra ragion d’essere se non quella di definire e valorizzare l’essenza del sé» (p. 46).
E non è proprio questo il significato di razzismo?
Il passo talmudico «il mondo non può esistere se non per Israele» è tratto da Taanith 3b, mentre gli altri passi sono extra-talmudici. Stern omette di menzionare il passo di Berakhoth 32b, dove si afferma che le stelle furono create per gli ebrei e solo per gli ebrei (Cfr. Talmudic Racism: Exemples. The Creation is For Jews Only.Talmudic Racism: Goyim as Virtual Animals. Cohen, jewsandpoles.database.org).
Per ulteriori implicazioni della convinzione che il mondo sia stato creato esclusivamente per gli ebrei cfr. Jewish Disloyalty 1812 Napoleonic War.Talmudic Racism. Futility of Jewish-Christian and Polish-Jewish Dialogue. Rakeffet-Rothkoff, jewsandpoles.database.org).
La persistente supremazia ebraica su tutti gli altri popoli
Stern fornisce ulteriori e specifiche citazioni per tutti i punti che solleva:
«In quanto nazione giusta e angelica, la superiorità di Israele sulle altre nazioni dovrebbe essere oramai evidente. Le fonti rabbiniche non esitano ad affermare che Israele è il popolo eletto fra tutte le nazioni, il popolo migliore, il più grande, il più nobile, il più amato dall’Onnipotente. Un solo ebreo è superiore a tutte quante le altre nazioni messe insieme. Appropriatamente ogni mattina viene recitata la benedizione quotidiana “perché non mi hai reso un non-ebreo”. Si afferma nel Talmud e in altre fonti che questa superiorità dia benefici sostanziali a Israele … Un non-ebreo che colpisce un ebreo è punibile con la pena di morte … “Israele è potente dinanzi alle nazioni”, come Dio, è padrone di tutti gli abitanti della terra … Questa superiorità sembra rappresentare una verità soggettiva, “interna”, che trascende su di un altro piano le esperienze del mondo esterno» (pp. 42-44).
Il passo relativo agli ebrei è tratto da Sanhedrin 58b e quello in cui gli ebrei ringraziano Dio per non averli resi come i gentili (cfr. la preghiera Alenu) è tratto da Menahot 43b. Gli altri passi menzionati in precedenza sono tratti da fonti extra-talmudiche.
Almeno in una certa misura i privilegi ebraici derivano esclusivamente dal fatto di essere nati ebrei.
Ad es., la Presenza Divina (Shekina) rimane su Israele anche quando è impuro (Yoma 56b) (p. 41).
Affrontando la disparità tra questo presunto grande potere ebraico e la effettiva mancanza di tale potere nella realtà, Stern osserva:
«Un tentativo di razionalizzare questa contraddizione può essere trovato nell’affermazione talmudica secondo cui, se non fosse per la Torah che frena gli ebrei, nessuna nazione sarebbe in grado di resistere loro (Betza 25b)» (p. 44).
(Cfr. Tax Cheating By Jews: Talmudic Basis. Talmudic Racism: GOYIM as Virtual Animals. GOY Welcome Into Temple Not Universalist. Porton, jewsandpoles.database.org).
Gli ebrei sono migliori di tutti gli altri (antigoysmo)
Sebbene questo argomento incendiario sia negato nelle discussioni circa l’elezione ebraica, senza il minimo dubbio esso è vero.
Scrive Stern:
«Come vedremo nelle sezioni successive, tutto Israele viene descritto indistintamente come giusto e angelico, esattamente come tutte le nazioni sono malvagie e simili agli animali» (p. 7).
Inoltre, «la rettitudine di Israele è in diretta contrapposizione con la malvagità delle nazioni … La natura di questa rettitudine, tuttavia, è data per scontata più spesso di quanto venga descritta» (pp. 30-31).
Le eccezioni non invalidano il tutto.
Stern menziona gli ebrei “malvagi” e i “giusti fra i non-ebrei”, ma poi sottolinea che «in generale queste eccezioni sono presentate nelle nostre fonti come qualcosa di marginale e non incidono sull’immagine rabbinica generale dei non-ebrei e di Israele» (p. 7).
La contrapposizione tra ebrei e gentili è pressoché assoluta. Israele e le nazioni sono contrapposti come la luce alle tenebre (Pesahim 103b), e questo viene ribadito anche nella letteratura extra-talmudica (p. 2).
Consideriamo ora più in dettaglio l’antigoysmo (il termine è mio).
L’autore così introduce gli insegnamenti rabbinici sull’abietta inferiorità morale dei Goyim rispetto agli ebrei:
«Come vedremo, la malvagità dei non-ebrei nelle nostre fonti è data per scontata piuttosto che riportata e osservata. In questo senso, si tratta di un costrutto puramente “culturale”, “teorico”. Nondimeno, l’immagine rabbinica del non-ebreo assume una realtà propria che costituisce lo sfondo di numerose massime halakhiche» (p. 22).
I gentili sono virtualmente degli animali
Sotto certi aspetti, secondo il Talmud tutti gli esseri umani sono come animali, ed alcune caratteristiche tipiche degli animali possono essere attribuite persino ad Israele (pp. 33-34). Tuttavia, Stern sottolinea che siffatti paragoni sono superficiali sia nella loro portata che nel loro significato (p. 34). Inoltre, il fatto che i paragoni tra uomo e animale non siano sempre dispregiativi (p. 34) ovviamente non significa che non lo siano affatto.
Allo stesso modo, mentre alcuni paragoni tra animali e gentili sono superficiali, altri evidentemente non lo sono, e assumono una valenza particolare.
Scrive Stern:
«Alcuni passi affermano un’affinità più generale fra non-ebrei e animali … Questi paragoni non si limitano ad una qualche superficiale caratteristica peculiare, ma si riferiscono al non-ebreo nel suo complesso, stabilendo che il non-ebreo, nella sua inferiorità morale (lowliness), è generalmente simile agli animali. Associazioni di questo tipo generali e onnicomprensive sono comuni in riferimento ai cani … È abbastanza chiaro che queste affermazioni mirano a trasmettere la convinzione che i non-ebrei condividono le caratteristiche generali del mondo animale, ed in particolare quelle specifiche dei cani» (p. 35).
Quanto sopra si basa su scritti specifici non talmudici.
L’autore cita Ez. 23,20, ed osserva come questo riferimento agli Egiziani secondo lui sia stato applicato dal Talmud indiscriminatamente a tutti i non-ebrei, come nel caso dei gentili paragonati agli asini (Berakhoth 25b, 58a):
«In effetti, lungi dal considerare questa affinità come una mera metafora figurativa, il Talmud babilonese la considera qualcosa di tangibile e concreto, nella misura in cui presuppone un significato pratico, halakhico» (p. 37).
Evidentemente Stern va oltre la consueta apologetica talmudica sulla paternità secondo la normativa halakhica, la quale sostanzialmente vorrebbe farci credere che l’equazione asino-gentile non fosse altro che un modo elaborato per esprimere disapprovazione per i matrimoni tra ebrei e gentili.
In riferimento a Berakhoth 25b Stern scrive:
«L’idea che nella pratica concreta il non-ebreo possa essere trattato come un essere simile all’asino suggerisce molto di più di una semplice somiglianza metaforica tra di loro. Infine, un passo del Talmud babilonese afferma che, in quanto asini, la fisiologia concreta dei non-ebrei è diversa da quella degli ebrei (Nidda 45a). Qui più che altrove scopriamo che l’affinità dei non-ebrei con gli asini può essere considerata una cosa tangibile e quindi una forma di identità virtuale» (p. 38).
Infine, l’equiparazione dei non-ebrei agli asini ha connotati sessuali.
Ad es., in riferimento a Berakhoth 58a, il rapporto sessuale con donne non ebree equivale a bestialità (pp. 39, 165). Questo naturalmente rafforza ulteriormente il fatto che i gentili sono praticamente degli asini.
Ancora, gli schiavi non ebrei hanno una qualche affinità con gli animali (Kiddushin 22b) (p. 97).
Tuttavia, la discussione precedente è piuttosto accademica. La persistente equiparazione fra Goyim e animali è di per sé razzista, e il razzismo non dipende dal fatto che tale equazione sia letterale, metaforica o una via di mezzo.
A difesa dell’esclusivismo ebraico
Le autorità rabbiniche dell’epoca tendevano a dubitare sia della sincerità che della persistenza delle conversioni dei gentili all’ebraismo (pp. 93-95).
Stern fa riferimento ad alcuni passi rabbinici che invocano l’uccisione o la “allowance for death” dei gentili. Li definisce in vari modi idiosincratici, pesantemente censurati, e tali da consentire ad un ebreo di sfuggire alla punizione per aver ucciso un gentile, ma di permettere ad un ebreo di uccidere un gentile (p.4). Qui Stern non approfondisce ulteriormente.
D’altra parte, il comandamento di giustiziare un gentile che osserva lo Shabbath (Sanhedrin 58b) (pp. 207-208), o anche uno che studia la Torah (Sanhedrin 59a), secondo Stern deriva da quanto segue:
«Ai non-ebrei dev’essere impedito (di osservare lo Shabbath e di studiare la Torah), per timore che ciò comporti un’erosione della specificità di Israele» (p. 215).
Termini talmudici per indicare pagani e cristiani
Avoda Zara (“pagano”, “idolatra” [lett. “culto straniero”]) (p. 9) è un termine utilizzato in tutta la letteratura rabbinica. Stern sostiene infatti che esso venga impiegato in un modo così ampio da essere funzionalmente un sinonimo vago (sebbene preciso) di “non-ebreo” (pp.196-197).
Secondo alcuni passi del Talmud babilonese pesantemente censurati, Avoda Zara può essere applicato ai cristiani (p. 28).
Min/plur. Minim si riferisce, o può riferirsi, ai cristiani (pp. 9, 28, 107-108). Alcuni passi talmudici in difesa della Torah sono, o potrebbero essere, delle polemiche velate anticristiane (pp. 74-75, 210).
Il termine AKUM non compare nei primi manoscritti. A quanto pare è un’invenzione dei censori (p. 9).
Gli ebrei usavano parole in codice per indicare i popoli? Sì. Nella Bibbia Edom si riferiva all’Idumea, ma nel periodo rabbinico fu applicato a Roma (p. 19).
L’altra faccia della medaglia
Le moderne forme di universalismo ebraico insegnano che i gentili possono essere giusti davanti a Dio, per di più su larga scala, solo unicamente sulla base della loro condotta etica; possono farlo cioè liberamente anche al di fuori dell’ebraismo.
Come viene spiegato qui di seguito, il primitivo concetto rabbinico di universalismo era pressoché l’opposto.
Scrive Stern:
«Nella Tosefta, a R. Yehoshua viene attribuita l’opinione secondo cui alcuni non-ebrei eccezionalmente sono giusti (Tzadikim) ed hanno parte nel mondo a venire (mentre R. Eliezer sostiene che nessun non-ebreo vi ha parte) (Sanhedrin 105a)» (p. 30).
L’autore cita poi diversi testi della letteratura rabbinica extra-talmudica per dimostrare che i gentili giusti sono considerati rari e bisognosi di convertirsi all’ebraismo.
«Sembra – conclude – che essere non-ebrei e giusti è una cosa così intrinsecamente contraddittoria che per questi individui eccezionali l’unica opzione praticabile sia la conversione. Ciò che ribadisce il detto: l’eccezione conferma la regola» (p. 30).
I moderni concetti di universalismo ebraico insegnano che le leggi noachide consentono a un gentile di essere giusto obbedendo solo a sette leggi, mentre gli ebrei hanno il dovere di osservare 613 leggi.
D’altra parte, le prime concezioni rabbiniche vedevano questa situazione come qualcosa che non faceva che approfondire il divario tra ebrei e gentili. Ad es. veniva sottolineato che i Goyim erano talmente inferiori agli ebrei da essere incapaci di osservare persino le sette leggi noachide, per non parlare delle 613 leggi che gli ebrei osservano (pp.204-205, 215).
Questo inoltre significava che, con qualche eccezione, i gentili che osservavano le leggi noachide non ricevevano alcuna ricompensa per averlo fatto (Bava Kamma 38a, Avoda Zara 3a) (pp. 205-206).
I passi rabbinici che lodano il gentile che studia la Torah e lo paragonano al Sommo Sacerdote si riferiscono a colui che studia le leggi noachide. Altrimenti questi passi sarebbero in contrasto con quelli menzionati precedentemente, i quali condannano invece lo studio della Torah da parte dei gentili, arrivando persino a considerarlo un crimine capitale (pp. 201, 212-213).
Il culto comune nel Tempio
Passando ad un altro argomento, Stern ritiene un’eccezione l’accettazione dei gentili nel culto pubblico ebraico. Di fatto, era in sostanza l’unica prassi che gli ebrei erano disposti a condividere coi non-ebrei (p. 204). Tuttavia, i successivi Midrashim espressero ostilità verso questa prassi, chiedendo persino all’Onnipotente di non riconoscere le preghiere dei non-ebrei (p. 203).
Altre varie e interessanti osservazioni
La circoncisione non era limitata agli ebrei, e neppure al Medio Oriente. Era praticata anche da alcuni Arabi e dai Gabaoniti (Yebamot 71a) (p. 206).
Taluni commentatori avevano interpretato Sanhedrin 74ab e i rispettivi insegnamenti nel senso che richiedessero agli ebrei di indossare abiti distinti, ma Stern si oppone a questa interpretazione (pp. 191-192).
Riguardo alla resistenza ebraica all’assimilazione, Stern cita il divieto biblico di adottare le usanze delle nazioni (Lev. 20,23). Tuttavia, i divieti halakhici contro specifiche forme di atti che imitassero i gentili erano piuttosto variabili (pp. 186 sgg.).
Il maiale è estremamente abominevole per gli ebrei, al punto che gli ebrei vengono maledetti semplicemente per aver allevato maiali (Baba Kamma 82b) (p. 57).
La Stella di David non ha alcun fondamento nella letteratura rabbinica antica. Viene menzionata in opere cabalistiche medievali e divenne un simbolo religioso e politico ebraico solo alla fine del XVIII secolo (p. 86) (…)
https://www.jewsandpolesdatabase.org/2019/11/04/talmudic-racism-and-universalism-stern/
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