
Gian Pio Mattogno
IL TALMUD IN ITALIANO.
GENESI DI UN’OPERAZIONE CULTURALE TRUFFALDINA
AL SERVIZIO DELLA SINAGOGA
Ho scritto che il nostro disgraziato paese a sovranità limitata, da destra a sinistra, pullula di una multiforme genìa di Shabbath Goyim italioti, i quali non solo si impegnano quotidianamente, come servizievoli cagnolini, in soccorso della Sinagoga, ma, come tutti i buoni servi che si rispettino, spesso addirittura anticipano gli ordini del padrone (Shabbat Goyim italioti in soccorso della Sinagoga, andreacarancini.it).
Così ecco gli Shabbath Goyim nostrani in prima fila nel partorire e diffondere le cosiddette “Linee Guida per il contrasto all’antisemitismo nella scuola” (Come ti erudisco il pupo goy, andreacarancini.it; Sputi controvento, andreacarancini.it), mentre ultimamente li vediamo impegnati alacremente a concepire ulteriori provvedimenti per silenziare a colpi di magistratura ogni forma di dissenso nei confronti degli eletti.
Ma l’attività degli Shabbath Goyim italioti non si limita alla repressione.
No, essi vogliono conferire alla loro battaglia al servizio della Sinagoga anche una spiccata valenza culturale. Ed è proprio in questo contesto che, per compiacere gli eletti, alcuni anni addietro è sorta la brillantissima idea di finanziare una traduzione integrale in italiano del Talmud a spese del povero e ingenuo contribuente goy e cristiano, contro il quale lo stesso Talmud è diretto.
Come usa dire: cornuto e mazziato, col consenso entusiastico di tutta la politica e di tutta cultura italiana, laicista e non, e, ahimè, con la benedizione del giornale dei vescovi e dell’organo ufficioso vaticano.
(Tra parentesi: ma se lo Stato avesse finanziato con diversi milioni degli italiani una nuova traduzione, che so, della Summa di S. Tommaso d’Aquino, quante cornacchie laiciste avremmo dovuto sentire starnazzare?).
Il 21 gennaio 2011 l’Ufficio Stampa del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) pubblica il seguente comunicato:
«Ricerca, accordo per prima traduzione italiana del Talmud. Da Miur 5 milioni di euro.
«Oggi a Palazzo Chigi il ministro Mariastella Gelmini, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, il Presidente del CNR Luciano Maiani, il Presidente dell’UCEI – Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna ed il Presidente del CRI – Collegio Rabbinico Italiano Riccardo Di Segni hanno firmato il Protocollo d’intesa riguardante il “Progetto Talmud”.
«Il “Progetto Talmud” è un accordo tra la Presidenza del Consiglio, Miur, CNR, UCEI e CRI per realizzare una traduzione in lingua italiana del Talmud Babilonese. È finanziato dal Miur con uno stanziamento complessivo di 5 milioni di euro, un milione per ogni anno della durata del progetto, che sarà completato appunto nell’arco di cinque anni.
«Insieme alla Bibbia, il Talmud è il testo fondamentale della cultura ebraica e finora è stato tradotto soltanto in tedesco e in inglese. Si tratta dunque di un progetto di grande importanza per la conoscenza della cultura ebraica in Italia e per la cultura italiana stessa.
«La traduzione sarà basata sul testo originale in lingua aramaica ed ebraica, con un commento originale e testo a fronte e sarà pubblicato in appositi volumi, compreso un volume introduttivo sulla struttura, sui contenuti e la lingua del Talmud.
«Il Progetto vedrà la collaborazione primaria dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), del Collegio Rabbinico Italiano (CRI) e del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), sotto il coordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
«Il CNR sarà il principale referente della gestione scientifica, tecnico-amministrativa e finanziaria del Progetto, al quale parteciperà tramite l’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea e l’Istituto di Linguistica Computazionale “Antonio Zampolli”. Come supporto, parteciperanno gli Istituti afferenti ai dipartimenti “Medicina” e “agroalimentare” e l’Istituto di Studi Giuridici Internazionali (…)
«L’opera completa, 21 volumi da circa 550 pagine l’uno, sarà presentata entro la fine del 2015».
(Ufficio Stampa del Miur, 21 gennaio 2011, hubmiur.pubblica.istruzione.it. Il testo del Protocollo di intesa, costituito da una nota introduttiva e da 8 articoli, con in calce le firme autografe delle parti, è in: cnr.it).
2016: sono trascorsi cinque anni, cioè il tempo stabilito per la realizzazione dell’intero “Progetto Talmud”, ma dei 21 volumi previsti nemmeno l’ombra.
Finalmente, ai primi di aprile, all’unisono tutti i mezzi di informazione, compresi quelli cattolici, annunciano trionfalmente la pubblicazione del primo volume, il trattato Rosh haShanah.
In cinque anni i nostri valenti esperti talmudisti, lautamente foraggiati dallo Stato a spese del contribuente, hanno partorito un solo volume!
Ma si capisce subito di che genere di operazione culturale si tratta.
In un’intervista al “Corriere della sera” il rabbino capo di Roma, rav Riccardo Di Segni, definisce la traduzione del Talmud babilonese «un’impresa titanica», non solo necessaria, ma addirittura indispensabile per tutti gli studiosi «interessati ad approfondire la conoscenza di un universo culturale che nel Talmud ha il suo cuore».
«Nella storia dei rapporti tra cristiani ed ebrei – continua il giornale riportando le dichiarazioni del rabbino Di Segni – il Talmud è stato motivo di dispute feroci. Che spesso si concludevano con il rogo pubblico del testo sacro (il primo nel 1244) o con il sequestro dei volumi trovati nei Ghetti. Questo perché frasi estrapolate dal contesto portavano ad accuse di “perfidia” e di “blasfemia”. Addirittura, siccome in alcuni brani sparsi qua e là (“che messi insieme in totale non fanno più di 2 o 3 fogli, un millesimo dell’opera” spiega rav Di Segni), si parla di un certo “Yeshu” (Gesù) e di una certa “Miriam” (Maria) ‒ con riferimenti molto dubbi ai personaggi del Vangelo – nei secoli il Talmud ha subito censure e autocensure, e dunque le edizioni classiche sono state “espurgate” dei delicati riferimenti.
«Si parlerà di Yeshu nell’edizione italiana? “La nostra versione terrà conto dei testi originali e degli interventi censori, che anch’essi sono parte della storia – conferma il rabbino capo di Roma ‒ E lo studioso, o chiunque sarà interessato, troverà tutti i riferimenti o nel testo o nelle note”» (Il primo Talmud in italiano, ecco il sapere antico degli ebrei, 1 aprile 2016, corriere.it).
Le dichiarazioni del rabbino Di Segni fanno il paio con quelle rilasciate anni addietro al “Giornale” dal rabbino Giuseppe Laras, presidente dell’Assemblea dei rabbini d’Italia.
Alla domanda relativa ai passi talmudici nei quali leggiamo che la Madre di Gesù era una poco di buono e lo stesso Nazareno il figlio illegittimo di un soldato romano, il rabbino Laras replicò:
«Nel Talmud ci sono, talvolta, passi spuri, ai quali non va attribuita attendibilità storica. Ricordo, inoltre, che non è affatto certo che i citati Maria e Gesù siano effettivamente Gesù di Nazareth e sua Madre» (Le offese a Maria e a Gesù? Possono essere omonimi … “Il Giornale”, 29/02/2008).
Al pari di tutti gli altri apologeti giudei, a partire dal primo mentitore professionale, il rabbino Yehiel di Parigi in occasione del processo contro il Talmud del 1240 (di cui mi sono occupato in un volume specifico), i rabbini Di Segni e Laras mentivano sapendo di mentire ‒ naturalmente mipnei darkhei shalom, per amore della pace.
Ed è proprio questa strategia truffaldina mirante a dare degli insegnamenti talmudici un’immagine edulcorata ad uso e consumo dell’ingenuo goy, che, fin dal primo volume, ha ispirato l’intera operazione culturale del “Progetto Talmud”.
In nome del “dialogo” coi “fratelli maggiori” il giornale dei vescovi affida il compito di celebrare questa epica impresa editoriale alla penna della storica ebrea Anna Foa, la quale così conclude la sua recensione:
«Il Talmud è ormai divenuto il bersaglio del moderno antisemitismo. Che il testo del Talmud appaia ora in traduzione italiana, disponibile alla lettura di tutti, o almeno di chi è in grado di comprenderlo, reperibile negli scaffali delle librerie, non è quindi solo un risultato importantissimo dal punto di vista culturale, ma è anche una vittoria definitiva [sic!] sulle accuse che lo hanno colpito dal Medioevo fino a ieri.
«Un segnale forte del clima che dal Concilio in poi si è creato nei rapporti tra ebrei e cristiani, ma anche una risposta all’antisemitismo che va crescendo intorno a noi. Il Talmud, uno dei testi fondativi della nostra cultura, non è più solo riservato agli ebrei ma entra a far parte della cultura di tutti» (Religioni. Talmud dal rogo allo scaffale, 5 aprile 2016, avvenire.it).
Eppure, (tralascio qui la secolare polemica antitalmudica cristiana su cui esiste tutta una letteratura, e della quale su questo stesso sito revisionista sono riportati numerosi esempi) non era passato moltissimo tempo da quando l’abate Giuseppe Ricciotti, con tanto di imprimatur ecclesiastico, aveva scritto nella sua classica Vita di Gesù Cristo:
«Troviamo pertanto che, in questi scritti del giudaismo ufficiale [Talmud, midrashim e altro materiale], la persona e l’opera di Gesù sono certamente note, sebbene spesso si alluda ad esse solo indirettamente ed in maniera anonima e velata. Riunendo poi i dati precisi che se ne possono estrarre, si trova che essi non hanno riscontro in nessun altro documento antico, e non senza contraddizioni e incongruenze se ne ottiene il seguente schema biografico.
«Gesù il Nosri (Nazareno) nacque da una pettinatrice di nome Maria; il marito di questa donna è chiamato talvolta Pappos figlio di Giuda e talvolta Stada, sebbene si trovi anche la donna stessa chiamata col nome di Stada. Il vero padre di Gesù fu un certo Pantera; perciò si trova che Gesù è chiamato tanto figlio di Pantera, quanto figlio di Stada.
«Recatosi in Egitto, Gesù studiò colà magia sotto Giosuè figlio di Perachia. Quanto alla cronologia è da rilevare che, mentre questo Giosuè fiorì verso l’anno 100 avanti l’Era volgare, il suddetto Pappos fiorì circa 230 anni più tardi. Tornato in patria e respinto dal suo maestro, Gesù esercitò la magia traviando il popolo. Per tali ragioni fu giudicato e condannato a morte. Prima che la condanna fosse eseguita, si attesero quaranta giorni durante i quali un araldo invitava la gente a esporre qualsiasi giustificazione in favore del condannato. Non essendosi presentato alcuno, il condannato fu lapidato e poi appeso al patibolo a Lydda, il giorno di preparazione alla Pasqua. Al presente egli si trova nella Gehenna, immerso in una melma bollente.
«In relazione con questi fatti, e specialmente con la maniera velata con cui sono esposti, si trova che Gesù è designato con l’indicazione di un tale, o con l’epiteto di Balaam (l’antico mago di Numeri, 22 sgg.), o con appellativi di pazzo, di bastardo, e con un altro anche più obbrobbrioso» (G. Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1952 (14a ed.), pp. 102-103).
Ed ancora nel 1998, in un editoriale apparso sulla rivista dei gesuiti «La Civiltà cattolica», si poteva leggere:
«Non bisogna però nemmeno dimenticare l’atteggiamento degli ebrei verso i cristiani: la preghiera quotidiana comportava la recita delle “Diciotto benedizioni”, di cui la dodicesima era una maledizione contro i minim (eretici) e i nozrim (nazareni, cioè cristiani), per i quali si pregava che “sparissero all’istante e fossero cancellati dal libro della vita”; nel Talmud babilonese (Sanhedrin, 43a), Yeshu ha-Notzri (Gesù il nazareno) veniva presentato come uno stregone che aveva praticato la stregoneria e spinto il popolo di Israele all’apostasia: per tali colpe era stato impiccato alla vigilia di Pasqua.
«Correva poi tra gli ebrei la voce infamante che Gesù fosse nato da un adulterio e che il suo vero padre fosse un soldato romano di nome Pantera o Pandera per cui Gesù in diversi testi rabbinici (Tosefta, trattato Chullin 2,22; Talmud Babilonese, Shabbat, 104a) è indicato con il ben (figlio di) Pandera (in altri testi è chiamato ben (figlio di) Stada» (Apriamo, cristiani ed ebrei, un periodo di nuova fraternità, CC, a. 149, vol. secondo, 1998, p. 6).
Ma appena tre anni dopo, nel documento Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, (vatican.va) a cura della Pontificia Commissione Biblica ed edito nel 2001 dalla Libreria Editrice Vaticana, il Talmud viene menzionato di sfuggita e senza alcuna connotazione negativa.
Così dall’antitalmudismo senza se e senza ma si è passati allo sdoganamento del Talmud e, con la traduzione in italiano, alla sua piena legittimazione.
Nel 2017 appare il secondo volume (Berakhot), e «L’Osservatore Romano» (sabato 30 dicembre 2017) si affretta a recensire positivamente i primi due volumi, che «accolgono gli insegnamenti di Israele».
Il giornale vaticano ricorda che «l’ebreo pronuncia almeno cento benedizioni ogni giorno». Peccato che dimentichi di informare il lettore che fra queste benedizioni figura anche la maledizione che i “fratelli maggiori” scagliano quotidianamente contro i minim cristiani.
L’anno successivo viene pubblicato il terzo volume (Taa’nit), presentato addirittura all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, e «L’Osservatore Romano» (25 novembre 2018) torna a lodare «la coraggiosa impresa della traduzione del Talmud Babilonese».
Evidentemente, la vocazione suicida al cupio dissolvi della nuova Chiesa conciliare non conosce limiti!
Oltre a Rosh haShanà (Capodanno), Berakhòt (Benedizioni) e Taa’nit (Digiuno), a tutt’oggi (gennaio 2026) sono stati pubblicati dalla Giuntina di Firenze i trattati: Qiddushìn (Matrimonio) (2019); Chaghigà (Sacrificio festivo) (2020); Betzà (Giorno festivo) (2021); Meghillà (Rotolo di Ester) (2022); Sukkà (Capanna) (2022); Mo’èd Qatàn (Giorno semifestivo) (2023); Sotà (Sospetta adultera) (2024); Makkòt (Pene corporali) (2025); Horayòt (Istruzioni) (2025).
Ma se il buon giorno si vede dal mattino, più che “coraggiosa”, questa impresa editoriale ha tutta l’aria di essere un’operazione culturale truffaldina ad usum Judaei e a maggior scorno del povero e ingenuo goy che a sua insaputa l’ha foraggiata, e ciò non tanto per ciò che viene affermato, quanto piuttosto per ciò che viene taciuto e dissimulato.
Il primo volume pubblicato, il trattato Rosh haShanah, è preceduto da una introduzione essenziale, a cura di Riccardo Shemuel Di Segni, che illustra la struttura del Talmud Babilonese e ne ripercorre brevemente la fortuna lungo i secoli.
«Nella storia del testo – scrive Di Segni – è intervenuto un fattore negativo molto rilevante: la persecuzione cristiana. Il pretesto era l’accusa rivolta al Talmud di contenere offese verso il cristianesimo. In realtà le notizie che si possono trovare al riguardo sono pochissime, frammentarie e molto confuse» (p. XX).
Cosicché l’ignaro lettore matura il convincimento che il Talmud non contenga alcunché di ostile a Gesù e ai cristiani, e che «la persecuzione cristiana» non sia che il frutto maligno dei vecchi “pregiudizi” o, come usa dire, della tradizionale “giudeofobia” della Chiesa.
All’ignaro lettore viene altresì dissimulato l’atteggiamento del Talmud verso il non-ebreo in generale.
(Per una introduzione alla questione cfr. Herman De Vries De Heekelingen, L’atteggiamento del Talmud di fronte al non-ebreo, andreacarancini.it, nonché i numerosi scritti su questo stesso sito).
Questa ben studiata strategia esegetica truffaldina appare evidente fin dal primo volume pubblicato.
In un passaggio del fol. 17a del trattato Rosh haShanah apprendiamo che, secondo la scuola di Hillel, i peccatori (= ribelli) di Israele che peccarono con il loro corpo e i peccatori degli altri popoli che peccarono con il loro corpo scendono nel Ghehinnàm (Gehinnom, Geenna, il luogo, inferno o purgatorio, dove le anime vengono purificate dalle colpe commesse durante la loro vita terrena) e lì sono puniti per dodici mesi, dopodiché il loro corpo si annienta, la loro anima si incenerisce e il vento sparge le loro ceneri sotto le piante dei piedi dei giusti.
«Invece – continua subito dopo il Talmud – gli eretici, i delatori e gli apostati, che disprezzavano i Saggi, coloro che rinnegarono la Torà, coloro che negavano la resurrezione dei morti, coloro che si allontanarono dalle norme del pubblico, coloro che disseminarono terrore nella terra dei viventi e coloro che peccarono e portarono anche gli altri a peccare, come Yerovàm bel Nevàt (il re Geroboamo) e i suoi compagni, essi scendono nel ghehinnàm e lì vengono puniti per l’eternità (lett. “generazioni dopo generazioni”) … Il ghehinnàm finirà ma essi non hanno fine».
Chi sono questi “eretici” (nel testo minim) puniti per l’eternità?
Nella nota in calce (n. 6, p. 131) leggiamo che «secondo Rashi gli eretici sono coloro che non credono nelle interpretazioni e negli insegnamenti dei Maestri (TB, Chaghigà 5b) e, secondo Tosafot, distorcono il significato delle parole della Torà».
Ma i nostri esegeti talmudisti si guardano bene dal precisare che questi anonimi eretici hanno un nome ben preciso: sono i cristiani!
Come è noto, il termine minim compare nella letteratura rabbinica anche nel senso di cristiani, e Rashi lo impiega esplicitamente in riferimento ai cristiani del suo tempo.
Nella glossa a Rosh haShanah 17a, Rashi scrive testualmente che i minim in questione «sono i discepoli di Gesù di Nazareth che hanno volto in male le parole del Dio vivente».
Questa glossa, ancorché nota già all’epoca del processo di Parigi del 1240, in seguito è stata espunta dai commentatori talmudici e non compare nell’ed. del Talmud di Vilna (1866), utilizzata dai nostri traduttori.
Che per Rashi i minim fossero anche i cristiani è comprovato altresì dal testo non censurato del suo commento al Salmo 21,2, nel quale afferma che i rabbini interpretarono questo salmo in riferimento al re messia, ma che invece è più appropriato riferirlo a re David, «come un’appropriata confutazione dei minim (= cristiani) che vi trovavano sostegno per le loro credenze eretiche» (Rabbi Marty Lockshin, Rashi on the Torah: What Kind of Commentary Is It?, thetorah.com).
Su tutto ciò non vi è il minimo dubbio, come è stato ampiamente dimostrato dalla ricerca specialistica e ammesso dagli stessi ebrei.
Elazar Touitou (Bar-Ilan University, Israel), riassumendo lo stato dell’arte, scrive a ragione che i commentari di Rashi sono «una risposta ai minim, cioè ai cristiani», e concorda col giudizio di Rosenthal, secondo cui col termine minim Raschi «indica i cristiani del suo tempo» (Rashi’s Commentary on Genesis 1-6 in the Context of Judeo-Christian Controversy, «Hebrew Union College Annual» 61 (1990), pp. 166, 168 e n. 44. Rosenthal fa riferimento anche ai passaggi di Rosh haShanah 17b («I minim sono i discepoli di Gesù di Nazareth che rifiutò le parole del Dio vivente») e Sota 49b («Coloro i quali sono traviati dagli errori di Gesù e dei suoi discepoli sono chiamati minim»), che compaiono nelle edizioni non censurate del Talmud).
Lo stesso autore riporta le preoccupazioni di Rashi che in una eventuale controversia con gli ebrei «i minim (= i cristiani [chiosa di Touitou])» finissero per trionfare (L’oeuvre de Rashi: exégèse biblique et étique juive, «Comptes rendus des séances de l’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres», A. 1990, p. 600).
Cfr.: The Kelipah of Christianity, question.bilvavi.net. ‒ Minim-heretics [who falsify the Torah; early versions of Rashi specify those who turned to Christianity] (Rosh Hashanah 17. Background to the Daily Daf. Prepared by Kollel Iyn Hadaf of Yerushalayim. Rosh Kollel: Rabbi Mordecai Kornfeld, dafyomi.co). ‒ A. Brill, Judaism and Other Religions. Models of Understanding, New York, 2010, p. 156. ‒ Ein Yaacov, The Ethical and Inspirational Teachings of the Talmud. Compiled in the sixteenth century by Rabbi Yaacov Ibn Chaviv. A translation with commentary by Avraham Yaacov Finkel, Rowman & Littlefield Publishers, Inc., 2004, p. 245. ‒ R. Langer, Cursing the Christians? A History of the Birkat Haminim, Oxford University Press, 2012, p. 86. ‒ C. Capelli, Rashi nella controversia parigina sul Talmud del 1240, in Miscellanea in onore di Gian Luigi Prato, Bologna, 2013, p. 446.
Così il lettore cristiano viene tenuto completamente all’oscuro circa il destino di eterna dannazione che il Talmud e la tradizione rabbinica gli riservano nell’aldilà non in quanto generico peccatore, ma in quanto discepolo dell’empio Gesù di Nazareth.
E siamo solo al primo volume!
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