
Wayne Jackson
IL TALMUD GIUDAICO E LA MORTE DI CRISTO
(The Jewish Talmud and the Death of Christ, CHRISTIAN COURIER, christiancourier.com. Nel Talmud si trova un interessante passo che menziona la morte di Cristo. Sebbene scritto da un punto di vista ostile, sottolinea l’autore, questo passo costituisce nondimeno una straordinaria conferma del racconto biblico)
In una delle sue epistole Paolo, citando un passo del libro di Giobbe (5,13, LXX) per sottolineare la stoltezza della saggezza umana in contrasto con quella divina, osservò che Dio «prende i sapienti nella loro astuzia» (1 Corinzi 3,19). Un pescatore «preso nella sua stessa rete» è uno spettacolo patetico. Come ebbe a dire Crisostomo di Costantinopoli (c. 347-407 d. C.), il soldato «viene sconfitto con le sue stesse armi».
Una fazione malvagia all’interno della nazione giudaica influenzò i Romani perché mettessero a morte Cristo. Nessun serio studioso di storia può negare questo dato di fatto.
Questo non significa sminuire la colpevolezza di tutti i peccatori nella morte del Figlio di Dio. Significa semplicemente riconoscere gli eventi storici accaduti nella primavera del 30 d.C. nella città di Gerusalemme.
Per quasi due millenni diversi scrittori ebrei hanno cercato di riscrivere questa storia nel tentativo di razionalizzare il proprio ruolo nella morte di Gesù di Nazareth. In ogni tentativo, si sono penosamente intrappolati da soli. Sarebbe stato meglio se avessero trattato questa terribile storia in modo oggettivo e fossero semplicemente andati avanti.
In questo breve articolo prendiamo in esame un passo del Talmud giudaico che tratta della morte di Cristo. Questo passo cercava di spiegare l’esecuzione di Cristo alla luce della legge giudaica, sostenendo che la morte del Signore fosse stata eseguita in modo del tutto legale. Nondimeno, il risultato è una notevole conferma delle narrazioni bibliche.
Il Talmud babilonese è un commentario alle leggi composto tra il 500 e il 600 d. C. (Neusner /Green, 69). In esso si trova un testo sulla morte di Gesù. Il trattato Sanhedrin 43a contiene questo passo:
«Gesù fu crocifisso la vigilia di Pasqua. Quaranta giorni prima, l’araldo aveva gridato: Viene condotto fuori per la lapidazione, perché ha praticato la magìa, ha sedotto Israele e lo ha indotto all’apostasia. Chiunque abbia da dire qualcosa in sua difesa, venga a dirlo. Poiché nessuno si fece avanti per difenderlo, fu crocifisso la vigilia di Pasqua».
L’analisi di questo passo si rivela estremamente proficua. In primo luogo, bisogna osservare che il testo è scritto dal punto di vista ebraico. Di conseguenza, come prevedibile, è ostile a Gesù e difende la giurisprudenza ebraica. Ciò lo rende ancora più prezioso come documento a sostegno del cristianesimo.
La prima cosa che appare subito evidente è che gli ebrei autori del Talmud babilonese, che avevano ogni motivo per cancellare la figura di Cristo dalla storia, non lo fecero. E questo è significativo, perché viene riconosciuta l’esistenza storica di Gesù.
È una testimonianza significativa, in quanto diversi scettici moderni (in realtà una netta minoranza tra di loro) negano che Gesù sia mai esistito.
G.A. Wells ne è un esempio: egli ha cercato di sostenere che Gesù fosse un personaggio puramente mitologico, eppure anche lui ammette che «quasi tutti gli studiosi contemporanei» non concordano con la sua tesi (Wells, 1.363).
La sua morte avvenne per “impiccagione”. Questa espressione veniva usata per indicare la crocifissione. Si noti la descrizione di Pietro: «Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso, appendendolo ad un legno» (Atti 5,30). Il testo recita letteralmente: «che voi avete ucciso, appendendolo ad un legno». Il participio «avendolo appeso» «coincide con quello del verbo» (Lenski, 225). Cfr. Atti 10,39.
C’è stato un segno divino nella morte di Cristo. Col suo atto di espiazione, egli si fece carico della “maledizione” del peccato, ovverosia delle conseguenze del peccato, potenzialmente applicabili all’intera famiglia umana.
Come poi avrebbe spiegato Paolo: «Cristo ci ha riscattati alla maledizione della legge, essendo diventato una maledizione per noi. Poiché sta scritto: “Maledetto chiunque è appeso ad un legno”» (Galati 3,13. Cfr. Deut. 21,23). Approfondiremo tra poco questo argomento.
Viene indicato il momento generale della sua morte: «La vigilia di Pasqua». L’apostolo Giovanni, presente al momento della morte di Cristo, scrive: «Era circa mezzogiorno della vigilia di Pasqua, ed era circa l’ora sesta. Ed egli [Pilato] disse ai Giudei: Ecco il vostro re!» (19,14).
Per uno studio dei problemi che possono essere associati alla tempistica della Pasqua, al giorno della crocifissione etc. cfr. Geldenhuys (649-670).
Naturalmente questa tempistica si associava perfettamente all’immaginario dell’Antico Testamento, che faceva dell’agnello pasquale un “tipo”, ovverosia un’anticipazione pittorica, della morte espiatoria del Salvatore (Cfr. Giov. 1,29; 1 Corinzi 5,7).
Il riferimento ad un “araldo” che grida per “quaranta giorni” annunciando la colpa di Cristo sembra essere un palese tentativo di insabbiare le malefatte commesse in relazione al processo e alla morte del Signore.
La procedura legale ebraica prevedeva che, durante il tragitto fino al luogo dell’esecuzione, un “araldo” dovesse annunciare il nome della vittima, indicare il crimine di cui era accusata, fornire i nomi dei testimoni a carico e sollecitare eventuali testimonianze a discarico. Non vi è la minima prova nel Nuovo Testamento che in relazione alla morte di Gesù Cristo tutto ciò sia avvenuto. Cristo non si trovava nemmeno a Gerusalemme fino a cinque giorni prima della sua crocifissione!
Cristo fu accusato di praticare la stregoneria, il che, in fondo, equivaleva a accusarlo di essere in combutta col diavolo.
Il termine stregoneria rappresenta una distorsione della verità riguardo a Gesù. Tuttavia, anche se in modo sottile, si finisce per ammettere che egli compiva cose straordinarie (i suoi miracoli), che erano inspiegabili da un punto di vista strettamente naturale.
Man mano che il sostegno a Gesù andava aumentando, i capi giudei erano in preda al panico.
«Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunivano il sinedrio e dicevano: Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione» (Giov. 11, 47-48).
Il loro stratagemma fu dunque questo: attribuire le sue incredibili opere al diavolo.
Dopo che il Salvatore ebbe guarito un uomo cieco e sordo a causa di una possessione demoniaca, i farisei lo accusarono: «Costui non scaccia i demoni se non in nome di Belzebub» (Matteo 12,24).
Questo è ciò che il Talmud definiva stregoneria. Proprio così, stregoneria! Ma Cristo confutò l’argomentazione dimostrando che, se la loro teoria fosse stata vera, Satana si sarebbe diviso contro se stesso!
Il testo di Sanhedrin riporta che egli fu condotto via per essere “lapidato” (come accadde in seguito a Stefano e Paolo – Atti 7,58; 14,19). La lapidazione era un metodo di esecuzione ebraico. Ciò è sorprendente, in quanto lo stesso testo talmudico afferma che Cristo fu “impiccato”.
Dal punto di vista legale, gli ebrei non potevano giustiziare una persona mediante lapidazione, poiché i Romani avevano tolto loro la possibilità di applicare direttamente la pena capitale (cfr. Giov. 18,31). Riguardo alle esecuzioni, dovevano attenersi al sistema giudiziario romano e, per un non Romano, ciò significava crocifissione.
Questo naturalmente in ultima analisi era frutto del piano divino. Le sue «mani e i suoi piedi» dovevano essere «trafitti» (Sal. 22,16), e la sua «anima» (in ebraico “nefesch”, “vita”, con sede nel sangue, cfr. Lev. 17,11) doveva essere «versata» (o “messa a nudo”, Is. 53,12; cfr. Zacc. 13,1). Il Salvatore in qualche modo doveva morire, con una notevole perdita di sangue. La crocifissione soddisfaceva questo requisito in modo più efficace della lapidazione (Giov. 19,34). È incredibile che il Talmud possa fornire una conferma così involontaria del racconto biblico.
L’affermazione secondo cui Gesù non avesse alcuna “difesa” è degna di nota, in quanto corrobora la profezia di Isaia: «Egli, pur oppresso, nella sua afflizione non aprì bocca, come un agnello condotto al macello, come una pecora muta davanti ai suoi tosatori, così non aprì bocca» (53,7).
Riflettiamo su questa testimonianza dei Vangeli: «E, accusato dai sommi sacerdoti, non proferì parola
… e non gli diede (a Pilato) alcuna risposta, non una parola» (Matteo, 27.12.14; Marco 15,5; Luca 22,67; 23,9). Questi testi rivelano che, sebbene Cristo abbia fatto alcuni brevi commenti nel corso delle sue varie comparizioni in tribunale, non ha offerto alcuna difesa formale della sua innocenza.
Questo documento ebraico menziona anche l’influenza esercitata dal Signore Gesù. Si affermava che aveva traviato Israele verso l’apostasia, una circostanza che i sommi sacerdoti e i farisei temevano (cfr. Giov. 11,48). Si stima che, al tempo del martirio di Stefano (Atti 7,60) la chiesa di Gerusalemme contasse non meno di 20.000 fedeli (Kistemaker, 148). Ciò rappresentava più di un terzo dei circa 55.000 abitanti della Gerusalemme di quel tempo (Jeremias, 83).
Quanto è strano (staremmo per dire “provvidenziale”) che gli scrittori ebrei dell’epoca post-apostolica abbiano finito per fornire prove che non solo non minano i racconti del Nuovo Testamento, ma che anzi involontariamente li confermano!
Bibl. – Geldenhuys, Norval (1956), Commentary on the Gospel of Luke (Grand Rapids: Eerdmans). – Jeremias, Joachim (1969), Jerusalem in the Time of Jesus (London: SCM Press). – Kistemaker, Simon J. (1990), Exposition of the Acts of the Apostles (Grand Rapids: Baker). – Lenski, R.C.H. (1961), The Acts of the Apostles (Minneapolis: Augsburg). – Neusner, Jacob & Green, William Scott Eds. (1999), Dictionary of Judaism in the Biblical Period (Peabody, MA: Hendrickson). – Wells, G.A. (1985), The Historicy of Jesus, The Encyclopedia of Unbelief, Gordon Stein, Ed. (Buffalo, N.Y.: Prometheus Books).
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