Il generale Soleimani rappresentava la resistenza all’interventismo nel Sud del mondo

IL GENERALE SOLEIMANI RAPPRESENTAVA LA RESISTENZA ALL’INTERVENTISMO NEL SUD DEL MONDO: ANALISTA

sabato 3 gennaio 2026

Secondo un analista malese, il tenente generale Qassem Soleimani è diventato visibile in gran parte del Sud del mondo non solo come un comandante militare iraniano, ma anche come un potente simbolo di resistenza agli interventi unilaterali, alle politiche di cambio di regime e all’applicazione selettiva del diritto internazionale.

Intervenendo sul sito web Press TV, Muhammad Azmi Abdul Hamid, presidente del Consiglio consultivo malese delle organizzazioni islamiche (MAPIM), ha sottolineato il significato duraturo dell’illustre eredità del martire Soleimani per gran parte del Sud del mondo.

“Nel Sud del mondo, l’eredità di Soleimani è spesso interpretata in senso simbolico piuttosto che istituzionale. È arrivato a rappresentare la resistenza contro l’interventismo unilaterale, le politiche di cambio di regime e l’applicazione selettiva del diritto internazionale. Per le società plasmate dall’esperienza coloniale e dalle asimmetrie di potere del dopo Guerra Fredda, questo simbolismo ha avuto una forte risonanza”, ha affermato.

In quest’ottica, la preminenza del generale Soleimani rifletteva “un sentimento più ampio del Sud del mondo: la frustrazione per un ordine mondiale in cui il potere militare è normalizzato per alcuni attori mentre è criminalizzato per altri”.

Questa percezione ha preso forma in modo più visibile durante la lotta contro il gruppo terroristico Daesh, noto anche come ISIL, la cui ascesa è seguita all’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003 e alla destabilizzazione che si è diffusa nell’Asia occidentale dopo il 2011.

Nel 2014, il temuto gruppo terroristico takfiro controllava vaste aree di territorio in Iraq e Siria. La sua campagna di violenza sfrenata e indiscriminata includeva esecuzioni di massa, riduzione in schiavitù e distruzione di infrastrutture, patrimonio culturale e siti religiosi.

Il generale Soleimani, allora comandante della Forza Quds del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), emerse come figura centrale di coordinamento negli sforzi per contrastare il gruppo sul campo.

Mentre le coalizioni internazionali conducevano attacchi aerei ampiamente pubblicizzati, le forze di resistenza regionali, che lavoravano a fianco delle truppe governative irachene e siriane, sostenevano il peso delle operazioni terrestri.

Abdul Hamid ha osservato che questa distinzione è importante per il modo in cui il comandante antiterrorismo viene ricordato al di fuori del mondo occidentale.

L’eredità del generale Soleimani, ha affermato Abdul Hamid, riflette “l’emergere di logiche di sicurezza alternative che hanno rifiutato la dipendenza dalle architetture di sicurezza occidentali”.

Lo stesso generale iraniano segnò la svolta nella guerra contro Daesh in una lettera datata 21 novembre 2017, indirizzata alla Guida della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei. Nella lettera, annunciò la caduta dell’ultima roccaforte di Daesh ad Abu Kamal, dichiarando che la “tempesta devastante” inflitta al mondo musulmano era giunta al termine.

In seguito l’Iran ha proclamato quella giornata come Giornata dell’eroe nazionale, riconoscendo il suo ruolo nel porre fine a uno dei capitoli più oscuri della regione.

La lettera elencava i crimini di Daesh in termini crudi: decapitazioni, uccisioni di massa, violenza sessuale e distruzione sistematica di città e infrastrutture vitali.

Il generale Soleimani attribuì l’ascesa del gruppo a progetti esterni volti a scatenare la guerra nel mondo islamico, un punto ripreso nella risposta dell’ayatollah Khamenei, quando costui ringraziò il generale Soleimani per i servizi resi “non solo ai paesi della regione e al mondo islamico, ma anche a tutta l’umanità”.

Per Abdul Hamid, le giovani generazioni di attivisti e politici in Asia dovrebbero trarre insegnamenti da questo periodo, ma non quelli più comunemente dati per scontati.

“La lezione più rilevante non è il militarismo tattico, ma la chiarezza strategica”, ha affermato. Ha sottolineato l’attenzione del generale Soleimani alle dinamiche locali, alle alleanze e alla pianificazione a lungo termine.

“Riconobbe che non è possibile affrontare efficacemente il terrorismo senza affrontare i vuoti di potere, la frammentazione sociale e la manipolazione esterna”.

Nel contesto asiatico, ha sottolineato Abdul Hamid, la lotta al terrorismo deve allineare le misure di sicurezza alla legittimità politica e alla fiducia sociale. L’approccio del Generale Soleimani, a suo avviso, ha dimostrato l’importanza di una strategia a lungo termine rispetto alla gestione reattiva delle crisi.

Ha inoltre messo in guardia dai limiti della “resistenza militarizzata”, sottolineando che “una pace sostenibile richiede istituzioni, diplomazia e governance inclusiva”.

Questo equilibrio tra resistenza e diplomazia determina anche il modo in cui l’eredità del generale Soleimani continuerà probabilmente a esistere. Abdul Hamid ritiene che la sua influenza continuerà, ma sempre più come “memoria narrativa e strategica piuttosto che come replica operativa diretta”.

“Nell’Asia occidentale, Soleimani è diventato un punto di riferimento nei discorsi di resistenza contro gli interventi degli Stati Uniti e l’occupazione israeliana”, ha affermato.

“Per la Malesia e gran parte dell’Asia, l’influenza della sua eredità è indiretta. Rafforza la tesi dell’autonomia strategica, il rifiuto dei doppi standard e la necessità di un giusto ordine globale che affronti il ​​terrorismo senza riprodurre dominazione o occupazione.”

Dal punto di vista di Kuala Lumpur, ha affermato, la valutazione del generale Soleimani è stata influenzata meno dalla politica della personalità e più dai risultati sul campo, aggiungendo che era ampiamente riconosciuto dai decisori politici e dagli analisti in Malesia come una “figura operativa chiave” nella lotta contro gruppi come Daesh, in particolare in Iraq e Siria.

“Il suo ruolo è stato ritenuto determinante nel prevenire ulteriori collassi territoriali, atrocità di massa e ricadute regionali che avrebbero potuto esacerbare le minacce terroristiche globali, comprese quelle che colpiscono il Sud-est asiatico”, ha osservato.

La vita del generale Soleimani fu stroncata il 3 gennaio 2020, quando un attacco di droni statunitensi nei pressi di Baghdad lo assassinò, circa due anni dopo la sua storica dichiarazione.

Insieme al generale Soleimani venne assassinato anche Abu Mahdi al-Muhandis, vice capo delle PMU[1] e comandante iconico della resistenza irachena, che ha avuto un ruolo altrettanto importante nella decimazione del famigerato gruppo terroristico.

https://www.presstv.ir/Detail/2026/01/02/761736/Soleimani-represented-resistance-to-interventionism-in-Global-South-analyst-says

 

[1] Nota del traduttore: PMU sta per Popular Mobilization Forces (Forze di Mobilitazione Popolare). https://it.wikipedia.org/wiki/Forze_di_Mobilitazione_Popolare.

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