Gian Pio Mattogno: Giuseppe Panonzi e “L’Ebreo attraverso i secoli”

Gian Pio Mattogno 

GIUSEPPE PANONZI E “L’EBREO ATTRAVERSO I SECOLI”

Il 14 settembre 2025 l’occhiuto OSSERVATORIO ANTISEMITISMO pubblica la seguente allarmante “segnalazione”:

«Nota libreria cattolica sita in una zona centrale di Roma, espone in vetrina il testo antisemita di Giuseppe Panonzi “L’ebreo attraverso i secoli” recentemente pubblicato per i tipi di un editore specializzato in opere contro gli ebrei nella collana “La Dittatura delle Potenze Occulte”» (Roma, nota libreria cattolica espone in vetrina testo antisemita appena editato, osservatorioantisemitismo.it).

La Sinagoga prepara le sue truppe d’assalto.

Pochi giorni dopo, un post di Roberto Della Rocca, seguito da altri post dello stesso tenore, sentenzia:

«Un libello antisemita del 1898 ritrova notorietà anche in internet. Puro schifo». Pierluigi Battista, che sente puzza di antisemitismo, commenta, ironizzando, che, per carità, è solo critica al governo israeliano.

Alla fine di ottobre, al puro schifo subentra lo sgomento. Ed ecco lo storico del cristianesimo Alberto Melloni, da bravo e docile Shabbath Goy, rincarare la dose in un altro post:

«In via della Conciliazione una libreria cattolica mette in vendita Panonzi, un classico dell’antisemitismo e dell’odio antigiudaico di fine ottocento: un orrore la riedizione, una tragedia la sua promozione».

Nulla di nuovo sotto il sole.

È lo stesso tono, al tempo stesso vittimistico e arrogante, impiegato all’epoca da certa stampa giudeofila, come ad es. il “Bollettino Bibliografico della Rivista Politica e Letteraria” (1° Aprile 1899, Notizie e note), che annoverava il volume di Panonzi fra le pubblicazioni antisemite «coi soliti titoli petulanti (…) scritte non da Ebrei e che sono solenne monumento di presuntuosa ignoranza e di un odio veramente insano, ben più feroce di quell’ hostile odium, che da Tacito in poi si va rimproverando agli Ebrei».

Così, con un semplice colpo di bacchetta magica, gli odiatori per antonomasia diventavano gli odiati!

La casa editrice in questione che ha destato l’inquietudine della Sinagoga e dei suoi utili idioti è la EFFEDIEFFE, la quale ha riproposto recentemente l’opera di Giuseppe Panonzi L’ebreo attraverso i secoli, la cui prima edizione risale alla fine del XIX secolo (G. Panonzi, L’ebreo attraverso i secoli e nelle questioni sociali dell’età moderna, Treviso, 1898).

Così la EFFEDIEFFE presenta questa operazione editoriale, con le parole dello stesso Panonzi:

«Questa opera, scritta nel 1898, è uno dei libri più completi e meglio documentati che siano stati mai realizzati intorno al problema ebraico. Il suo autore fu un cattolico antimodernista, pertanto il libro è correttamente impostato e denuncia le trame giudaiche sia da un punto di vista storico-teologico, sia a riguardo della nazione, dell’economia o della razza (questioni anch’esse ampiamente trattate dal Panonzi).

«Due fatti grandiosi – scrive l’Autore – si presentano agli occhi di tutti: la crescente preponderanza della razza ebrea, e la crisi terribile che attrista moralmente ed economicamente la società cristiana. I magnati ebrei resi liberi, tranquilli, onorati, volsero tutta la loro attività a dominarci materialmente e moralmente, e quanto salirono essi in alto, tanto scesero in basso gli Stati cristiani. L’ebreo pericoloso non è l’onesto professionista, né il commerciante tranquillo; ma l’ebreo irrequieto, agente provocatore, è l’ebreo mantenitor delle logge, è la Sinagoga corrompitrice della società con le false dottrine, assassina della gioventù con gli scritti appassionati e persecutrice della religione. Il vivo desiderio che tutti i miei fratelli di fede e di patria possano convincersi di tal fatto, e porvi quindi rimedio, m’indusse a scrivere questo libro.

«Difatti l’ebreo ha un’anima tutta propria, tutta ebrea, ben diversa da quella cristiana. La nostra è stata cullata nel presepio di Betlemme e sublimata sulle zolle insanguinate del Golgota; quella dell’ebreo s’è pervertita col tradimento di Giuda e con l’orribile imprecazione al Sangue del Giusto davanti a Pilato, e il prego esecrato “Sanguis Eius super nos et super filios nostros” attirò dal Cielo la maledizione divina.

«Da quel momento arse nell’anima ebrea più terribile che mai l’odio contro il trionfante Messia che aveva distrutto la Sinagoga, e contro tutti i suoi seguaci; e nella loro dispersione e nelle angosce dell’esilio, nell’oriente come nell’occidente, i giudei furono sempre animati e concordi in quest’odio contro Cristo e i cristiani (…).

«Il Panonzi, con ottima erudizione e con un’affascinante sintassi, saprà istruire il lettore su tutte le trame dell’Ebreo, nel suo sogno messianico di mandare ad effetto il grande disegno di seppellire la Croce di Cristo e di piantarvi sopra il tabernacolo del Talmud e farsi padrone materiale del mondo».

Gli argomenti trattati dall’autore sono compendiati nell’Indice:

  1. Prefazione e Semisintesi
  2. L’ebreo attraverso i secoli

III. L’ebreo e il Talmud

  1. L’ebreo ne’ suoi vari aspetti (fisico-etico-civile)
  2. L’ebreo e la Patria
  3. L’ebreo e l’istruzione

VII. L’ebreo e la stampa

VIII. L’ebreo e la famiglia

  1. L’ebreo e l’usura
  2. L’ebreo e la Massoneria
  3. L’ebreo e i riti di sangue

XII. L’ebreo e la ricchezza. Socialismo e Cristianesimo.

Come appare dalle numerose note contenute nel volume e dalle Appendici aggiunte ai vari capitoli, Panonzi si rivela un buon conoscitore non solo della pubblicistica antisemita dell’epoca, ma anche di quella filoebraica.

Fino ad oggi la figura di Giuseppe Panonzi (pseud. di Giuseppe Ponzian) non è stata fatta oggetto di studi specifici. Naturalmente il suo nome è presente nelle varie rassegne bibliografiche e nei vari studi sull’antisemitismo cattolico alla fine del XIX secolo, ma si ha l’impressione che molti l’abbiano citato e pochi l’abbiano letto.

A meno che non si tratti di un errore di stampa, nella sua Storia degli ebrei sotto il fascismo (1961) Renzo De Felice scrive “Pananzi”.

Negli anni ’30 una frase tratta dalla sua opera («Gli ebrei sono decompositori sociali, economici, sociali … Nei loro sogni messianici di farsi padroni materiali e politici del mondo istituirono tra le fitte tenebre una setta fosca e losca che loro prestasse forte il braccio») fu utilizzata dalla pubblicistica fascista a sostegno della campagna antiebraica del Regime (Pensieri vivi, «Dottrina Fascista», a. II, n. 10-11, Ag.-Sett. XVI, II,   p. 474), mentre la recensione della «Civiltà Cattolica» venne ripresa dalla «Difesa della Razza». Come è stato scritto, fin dalla sua prima apparizione questa rivista si è sforzata di dimostrare che in materia di antisemitismo la Chiesa cattolica aveva aperto la strada al fascismo (Marie-Anne Matard-Bonucci, Les mises en scène de l’antisémitisme chrétien dans La difesa della razza, in Les racines chrétiennes de l’antisémitisme politique (fin XIXe-XXe siècle), Rome, 2003, pp. 347-368).

In una noticina Tullia Catalan si limita a scrivere che il libro di Arrigo Lattes Fantasie di un antisemita, 1898, fu scritto per confutare le tesi antisemite di Panonzi, ampiamente riprese all’epoca da tutta la stampa clericale accanto a quelle di Drumont e di Rohling (Le reazioni dell’ebraismo italiano all’antisemitismo europeo (1880-1914), in Les racines cit., p. 153, n. 52).

Il nome di Panonzi non compare né nella voce “Per una storia dell’antisemitismo in Italia” (TRECCANI), a cura di Simon Levis Sullam, né tantomeno nel saggio dello stesso I critici e i nemici dell’emancipazione degli ebrei, in Storia della Shoah in Italia, I, Utet, 2010, pp. 37-61.

In compenso, altrove l’autore cita L’ebreo attraverso i secoli, come un’«opera che si serviva sia degli scritti di Drumont che di quelli di Lémann, di cui Ponzian si faceva evidentemente emulo. Del libro di Ponzian si trovava tra l’altro copia nella biblioteca oggi dispersa dello stesso Drumont, con dedica autografa dell’autore allo scrittore francese, per aver “ben meritato della Religione e della Patria”» (Diventare antisemiti: conversione e antisemitismo cattolico nella Francia dell’Ottocento, «Studi Storici» 60 (2019), p. 1013. Questa copia si trova attualmente presso la Harvard College Library).

Altri autori si potrebbero menzionare, ma, a mia conoscenza, le sole pagine d’un qualche spessore dedicate a Panonzi sono quelle di Roberto Mazzetti nel suo lavoro sulla questione ebraica nella cultura italiana del XIX secolo, che vengono qui di seguito riproposte assieme ad alcune delle recensioni, pro e contro, che apparvero all’epoca.

Quale che sia il giudizio generale sull’opera di Panonzi (per la mole degli argomenti da lui trattati e per una replica alla pochezza delle critiche rivoltegli – fra le altre corbellerie che compendiano tutti i luoghi comuni della propaganda filoebraica l’ebreo Arrigo Lattes ha potuto scrivere senza alcun senso del ridicolo che il Cristianesimo deriva dall’Ebraismo biblico-talmudico-cabalistico! ‒ non basterebbe un intero volume), siamo in presenza di materiali storico-bibliografici che sicuramente possono essere d’una qualche utilità per lo studio della questione ebraica in Italia alla fine del XIX secolo.

 

La questione ebraica in un secolo di cultura italiana. Con uno studio introduttivo di Roberto Mazzetti, Modena, 1938, pp. 96-100, 106-107).

 

Giovanni de Stampa e Giuseppe Panonzi (pseudonimo di Ponzian) ripetono, a un di presso, le idee del sedicente Osman Bey. Ma mentre Giovanni de Stampa ripete molti motivi dell’antisemitismo germanico, il Panonzi fa propri prevalentemente molti pensieri dell’antisemitismo francese.

Le accuse antisemitiche del Drumont, della Revue Bleue, del Débats, del Correspondant, della Kreuz-Zeitung, della Rous, della Graydanina, della Germania, della Civiltà Cattolica, e dell’Osservatore Cattolico vengono da lui accolte in pieno.

A mente del Panonzi, «gli Ebrei sono decompositori religiosi, economici e sociali» (p. 7); essi «nei loro sogni messianici … di farsi … padroni materiali e politici del mondo, istituirono tra le fitte tenebre una setta fosca e losca che lor prestasse forte il braccio» (p. 9); essi «spingono l’uomo in un’orgia di errori anticristiani e nelle sentine del vizio» (p. 14). Se la stampa è corrotta, la colpa risale all’ebraismo; se falsa è l’educazione che si impartisce nelle scuole la colpa risale all’ebraismo; in conclusione, i mali dell’Italia sono prodotti dalle perfidie degli Ebrei.

E non è, forse, senza influenza ebraica il naturalismo trionfante nelle opere del Carducci, Guerrini, D’Annunzio, Rapisardi? L’accusa si allarga dagli Ebrei all’Ebraismo: il Talmud viene definito il codice della ferocia, della crudeltà, del delitto, come quello che insegna a esercitare l’usura, il furto, l’ipocrisia, l’immoralità, il mendacio, l’assassinio, il tradimento, l’odio al Goy.

La religione ebraica, poi, viene definita, sia per il cosmopolitismo, sia per il suo spirito esclusivo e primaziale, come la più ripugnante col sentimento della nazionalità.

A parte il tono e molte esagerazioni e confusioni, il Libro del Panonzi non è privo di importanza.

Sì per mole che per contenuto, dopo gli scritti de La Civiltà Cattolica (…) questo libro è il più notevole fra quelli scritti in Italia, alla fine del secolo in senso antiebraico.

Il Panonzi, già allievo alla Università di Padova di Francesco Bonatelli, si rivela un moralista spesso di buon senso; egli è un convinto e fervido italiano ed è, e vuol essere buon cattolico aperto anche alle esigenze sociali del suo tempo. Nell’esame della vita italiana a lui contemporanea trova due fatti impressionanti: la crescente preponderanza della razza ebrea e la crisi terribile che attrista moralmente ed economicamente la società cristiana.

Ciò che addolora il Nostro è lo spirito della vita italiana del suo tempo ed è in questo spirito che egli trova soprattutto un’emergenza d’Israele. «I magnati ebrei resi liberi, tranquilli, onorati volsero tutta la loro attività a dominarci materialmente e moralmente, e quanto salirono essi in alto, tanto scesero in basso gli Stati cristiani» (p. IV).

L’antisemitismo è, per lui, sempre la difesa di uno di questi tre principi: religione, patria, umanità: «è una lotta patriottica ed una lotta di classe» (p. 4).

L’ebreo è, infatti, il capitalista tipico, sfruttatore per eccellenza delle classi lavoratrici e, a un modo, il decompositore principale della vita cristiana europea:

«Dopo il millesettecentonovantuno non s’accontentarono gli ebrei di invadere le più belle contrade e di occupare i più sontuosi palazzi delle nostre città, ma diedero pure l’assalto ai nostri pubblici istituti, alle cattedre delle nostre Università, s’impossessarono della stampa, occuparono teatri, invasero le aule dei nostri Parlamenti e le stanze dorate dei Ministeri. E questa insurrezione fu tanto rapida e furente da sbalordire l’Europa. Nella politica e nel reggimento dei popoli s’introducono a forza e s’imbrancano terribilmente.

«La loro agilità politica e la elasticità di carattere li rendono accessibili a qualunque partito, e in tutti i paesi a regime elettivo i prescelti politicanti di sangue ebreo sono quasi sempre sproporzionati immensamente al loro numero: la politica diventa per loro una cuccagna, e danno di sé poco edificante spettacolo e se non si può dir bene di altri, si deve dir peggio degli ebrei» (p. 10).

Nella vita europea ed italiana del secolo XIX gli Ebrei non hanno che avanzato e non hanno che accresciuta la loro ricchezza.

«Le guerre napoleoniche, le rivoluzioni del 31 e del 48, le guerre del 59, del 66 e del 70 non furono certo dannose agli Ebrei, e il prestito di Honduras, il fallimento del Panama, la Banca di Vienna, il Banco di Napoli, il Credito Immobiliare e la Banca Romana, i due miliardi spesi nelle ferrovie italiane, i beni incamerati al clero, le grandi forniture di Stato e tanti Istituti di credito che senza molestie crescono e lavorano nell’ombra, sono veri istituti di indelicatezza, prerogative di elastica coscienza che sottraggono i milioni a danno del pubblico e in conclusione succhiano il sangue che sgorga dai pori dei condannati alle officine e dei mancipi della gleba, ingrassando quasi sempre i magnati del ghetto» (p. 6).

«Gli ebrei un po’ per volta si sono resi padroni di vastissimi fondi e d’intere contrade: l’antico possidente o è fallito o è in mezzo agli intrighi; la piccola proprietà sparisce, l’operaio soffre gravi privazioni e si trova spesso alla miseria; il contadino è tormentato dalla pellagra e dalla fame e spesso l’emigrazione è l’unico mezzo di salvezza che ancora gli resti» (pp. 11 e 12).

Il connubio della massoneria con l’ebraismo ha potuto attrarre nella sua orbita i più potenti maneggiatori delle cose di Stato e combattendo il cristianesimo ha tentato di svellere il sentimento cristiano, surrogandovi la dea ragione, insegnando l’ateismo, inneggiando al progresso. «Per questo quando gli ebrei alleati in Italia anzi immedesimati coi massoni, poterono spadroneggiare nella scuola, fu loro prima cura di abolire l’insegnamento religioso, ed i legislatori e i ministri li servirono a meraviglia» (p. 15). In questo modo «da mezzo secolo il Ghetto e la Loggia impongono dentro e fuori del Parlamento le loro volontà» (p. 18).

Qual forza sospinge mai l’ebreo in questa direzione di condotta e di vita? Interroghiamo la storia: essa ci mostra gli ebrei sempre nemici dei cristiani: divisi fra loro per diverse tendenze culturali e politiche essi, però, si riconoscono tutti e si collegano in un «odio inestinguibile contro il cristianesimo» (p. 74).

Il Talmud, che è il libro dell’anima ebraica, non risulta essere altro che il codice dell’usura, dell’odio anticristiano e dello spirito di vendetta. L’Ebreo tende alla dominazione del mondo; egli non abbandona mai questa aspirazione come non cangia mai nella sua natura e nella sua fede, non si affeziona, non si radica mai spiritualmente nella terra ove vive, perché le sente e le considera straniere.

Un pensiero del Mantegazza che pure si dimostrò contrario all’antisemitismo serve al Nostro a meraviglia. Gli ebrei «non sono membra del nostro corpo europeo, non sono fibre delle nostre membra, vene del nostro sangue; ma sono nodi, escrescenze, tumori sparsi qua e là ad intoppare la libera circolazione dei nostri umori e delle nostre forze. Sono in una parola i parassiti grassi e molesti della vita europea. Se al nostro odio bastasse la mano, vorremmo render loro Gerusalemme e restituirli a un nuovo regno d’Israello» (p. 190).

L’ebreo non ha patria: non può, quindi, assolutamente sentirsi ed essere italiano. «La nazionalità è costituita da più fattori, dalla razza, dalla religione, dalla comunanza di interessi, di tradizioni, di sentimenti, è il prodotto della storia. La razza, le tradizioni, la religione, i sentimenti, gli interessi degli ebrei non sono i nostri, e per questo appunto non sarà mai detto che egli possa o voglia confondersi con noi. Egli non può avere altra nazionalità che la sua religione, e questa idea è in lui così tenacemente incarnata che mutando religione crede cangiar di nazionalità, e non sono pochi gli esempi» (p. 199).

Le idee dell’ebreo Molescot, per cui l’anima è una funzione del sistema nervoso, si presta al Panonzi per documentare e condannare nell’ebreo il tipico libero pensatore dei suoi tempi; le idee materialistiche di altri ebrei italiani e stranieri giovano a lui per documentare e combattere aspramente il triste dominio ebraico nella cultura italiana.

Ora, egli chiede, quali risultati possono produrre una cultura ed una istruzione puramente scientifiche e materialistiche, senza fede, senza Dio, senza alcuna veduta di morale permanente?

È evidente, a questo punto, che anche la stampa italiana, che come il Parlamento egli riteneva «monopolio ebreo», incorra nella sua censura come incorrevano nella stessa legge sul matrimonio civile e i tentativi di legge sul divorzio. «L’ebreo vuol distruggere la famiglia per distrugger Cristo, il Vangelo, la Chiesa e tutte le norme religiose, la Patria e i più santi effetti: ed è logico. Scossa la famiglia è messo in convulsione il mondo» (p. 318).

Ora «spenta la luce della fede e rinnegate le leggi di natura, quale danno piomberà sull’uomo e sulla società?» (p. 320). Il liberalismo, in cui trionfa soprattutto l’ebraismo, conduce la società alla rovina (p. 454). Contro questa incombente rovina non esistono, a mente del Nostro, che due forze, il socialismo e il Cristianesimo.

«Fra il socialismo democratico e l’anarchico, quello della Cattedra e quello di Stato, fra le varie forme di socialismo quello che potrà sostener la lotta col cristianesimo, sarà forse il collettivista, ma alla fine la vittoria sarà indubbiamente della Croce» (p. 467). «I socialisti combatteranno da prima contro l’ebreo e contro ogni capitalista, con la convinzione di salvare l’umanità dalla miseria, ed avranno il sopravvento; ma dopo, quando essi dovranno combattere contro le credenze religiose di metà del genere umano, senza aver credenza alcuna da sostituire invece loro, il trionfo non potrà mancare alla grande famiglia cristiana» (p. 320).

Massoni ed ebrei lottano contro queste due forze, ma non potranno non averne la peggio.

«Difensori aperti ed occulti del massonismo, gli Ebrei si ridevano dapprima dell’antisemitismo: oggi cominciano ad avere paura. Non è da sbalordirsi se un giorno, forse più vicino che non si creda, portasse brutalmente aspre e giuste rivendicazioni! L’infallibile giustizia di Dio, passa attraverso i secoli» (p. 75) (…)

Le idee del Panonzi venivano, poi, confutate da Arrigo Lattes [Le fantasie di un antisemita].

Le idee del Panonzi, circa l’influenza ebraica sul naturalismo della contemporanea letteratura italiana, generiche e inconcludenti, non provano nulla.

Il Panonzi segue il metodo di condannare l’ebraismo perché trova elementi per riprovare alcuni ebrei.

«Io non ho mai pensato, scrive il Lattes, col metodo del dottor Panonzi, che tutti i Cristiani fossero esecrandi perché alcuni di loro furono tali. Fedele alla logica ed al buon senso, non ho mai pensato a fare responsabile il Cristianesimo degli atti di malvagità che alcuni di quelli che lo professano han commesso. E lo stesso avrei voluto che il dottor Panonzi avesse fatto per gli Ebrei nel suo libro. E perché non lo ha fatto?» (p. 18).

E dopo la difesa degli Ebrei, ecco la difesa dell’Ebraismo.

È falso che l’ebraismo moderno, ben lungi dall’essere quello biblico, sia esclusivamente talmudico. Intanto è anche «noto che il Cristianesimo è derivato anziché dal solo Ebraismo biblico, dall’Ebraismo biblico-talmudico-cabalistico. Non basta. Chi non sa che fra gli Ebrei pochi sono quelli che conoscono il Talmud, e fra gli stessi rabbini, rari sono quelli i quali possono dire di conoscerlo pianamente? E come fa adunque il Panonzi ad asserire con tanta sicurezza che gli Ebrei sono infami e crudeli appunto per la profonda conoscenza che hanno del Talmud?» (p. 27).

Le espressioni meno nobili (e quante non ce ne sono anche nei Vangeli, inferiori per purezza morale al Talmud) dei talmudisti si devono alla naturale, umana reazione degli Ebrei oppressi contro gli oppressori: altre non vanno interpretate alla lettera, perché si tratta di frammenti allegorici, agadici. D’altra parte, «l’Ebraismo lungi dal favorire l’usura la condanna recisamente» (p. 36).

«Riassumendo: il metodo ed il criterio che guida il Panonzi nella sua dimostrazione fu da noi confutato, come furono infirmate le infami accuse dirette agli Ebrei. Fu da noi provato come gravemente il dott. Panonzi erri, nel considerare la morale e il dogma dell’Ebraismo talmudico. Ponemmo in luce come i nostri libri tradizionali nulla contengono che osti al patriottismo, quindi difendemmo gli Ebrei dall’accusa di praticare riti di sangue. Perciò – benché il libro del Panonzi si presterebbe ad una confutazione molto più lunga e minuta ‒, facciamo punto e concludiamo:

«No, non s’ingannano gli antisemiti quando affermano la necessità di opporre un riparo ai molti mali che travagliano la società. Essi han piena ragione. Molto infami con la frode, e con azioni disoneste ed indegne acquistano potere e ricchezza, e, sagacemente, senz’ombra di cuore sfruttano il volgo: il popolo giace nella più profonda ignoranza, il sentimento religioso è debole anche nelle persone colte, il parlamentarismo è in decadenza, la stampa è corrotta, l’immoralità trionfa troppo spesso e molti altri mali gravissimi che funestano il mondo.

«Il loro errore però è nel collocare l’origine del male. Essi tutto fanno dipendere dall’influsso ebraico. Noi che studiato l’Ebraismo lo troviamo puro e incontaminato, seriamente lealmente li confutiamo. La malvagità non l’Ebreo, è il nemico che il mondo deve combattere» (pp. 51-52).

 

L’Ebreo attraverso i secoli e nelle questioni sociali dell’età moderna (Rec. in «La Civiltà Cattolica», Anno quarantesimonono, Serie XVII, Vol. II, 21 marzo 1898, pp. 203-205).

 

Il 27 settembre 1791 un uomo dal costume antico, un vegliardo dalla barba lunga e bianca, dallo sguardo fisso come quello d’una statua di marmo, stava anelante origliando alla porta dell’Assemblea Costituente in Francia, nell’atteggiamento di chi aspetta con ansiosa speranza che una parola pronunciata in quella sala ponga fine a’ suoi patimenti, e dopo una fatica di duemila anni doni pace alla sua stanca vecchiaia.

Varia e potente è colà dentro la lotta. Finalmente la parola aspettata, repose-toi, echeggia nella gran sala. Ognuno si aspetta dallo stanco Israele riconoscenza ed amore. Ma il vegliardo non benedice, non ringrazia; anzi, gettando sull’Assemblea uno sguardo feroce, appende il suo bastone da errante alla porta, e giura di rispondere al beneficio con l’ingratitudine e con vendetta allegra.

Con questa viva figura, tolta in prestito dal tedesco poeta Wihl, l’egregio dottor Panonzi s’introduce nel campo del suo lavoro, presentandoci Ashvero, l’Ebreo-Errante, che stanco dalla peregrinazione di tanti secoli, aspetta dall’Assemblea francese e ottiene finalmente una parola che lo mette a pari degli altri, concedendogli tutti i diritti del cittadino.

Ebbene, qual è stata la sua riconoscenza?

È passato un secolo, un secolo appena, e noi vediamo i benefattori degli ebrei divenuti schiavi degli ebrei, tanagliati dagli ebrei, derisi e vilipesi dagli ebrei. Ashvero, quel povero vegliardo, tramutatosi in giovine ardimentoso e fiero, ha già compiuto, e tenta ora di raddoppiare la sua vendetta.

Tutto il libro del Panonzi è diretto a dimostrare questa lugubre verità storica. Egli incomincia fino dalla distruzione di Gerusalemme, e giù pel corso dei secoli accompagnando l’Ebreo nelle diverse regioni da lui percorse nel suo tante volte secolare pellegrinaggio, fa toccar con mano come in tutti i tempi e in tutti i luoghi l’ebreo mostrossi sempre nemico dei cristiani.

Poi discendendo alle particolarità, in altrettanti capitoli viene considerando l’ebreo e il Talmud, l’ebreo ne’ suoi aspetti fisico-etico-civile, l’ebreo e la patria, l’ebreo  e l’istruzione, l’ebreo e la stampa, l’ebreo e la famiglia, l’ebreo e l’usura, l’ebreo e la massoneria, l’ebreo e i riti di sangue, l’ebreo e la ricchezza; da tutte lee quali considerazioni scaturisce la crescente preponderanza della stirpe ebrea, e il corrispondente decadimento degli stati cristiani, costretti  a gemere sotto la coloro dominazione.

I fatti che l’Autore cita e spesso anche i giudizi che ne forma, egli appoggia per ordinario alle testimonianze e ai giudizii degli ebrei stessi o dei più noti e valenti amici della famiglia ebrea, con ciò acquistandosi facilmente fede di coscienzioso scrittore.

Non mancano neppure, specialmente nelle appendici aggiunte ad ogni capitolo, particolarità importanti, come sarebbe p. e. lo specchietto che mostra il numero degli ebrei nelle principali città d’Italia, coi nomi dei rispettivi loro Rabbini (p. 23), il congresso de’ Sionisti in Basilea (p. 160), le arti dei Rothschild per arricchire (p. 184), e non pochi altri ragguagli che aguzzano la curiosità del lettore, e conditi colla salsa dello stile, sempre vivo e piccante, fanno di questo libro un cibo molto appetitoso.

Non vogliamo tacere che alcune espressioni, come «questi due grandi partiti a cui volge lo sguardo e la sua fede il popolo sano e fidente, si chiamano Cattolico e Socialista» (p. 18), «Cattolici e Socialisti possono accordarsi benissimo nei mezzi e accomunare i loro sforzi per lavare un giorno le lordure del Governo e abbattere il comune nemico d’Italia» (p. 19), queste, diciamo, e simili espressioni potrebbero dar luogo a qualche grave equivoco; ma chi le consideri nel loro contesto e nello sviluppo che ne fa altrove l’Autore (p. 36, 468) si accorge subito che il suo pensiero è retto e pienamente cattolico.

Nemmeno può affermarsi che questo libro ecciti all’odio di classe, perché in più luoghi fa notare le buone qualità degli Ebrei (p. 26 ecc.), cita nomi onorevoli della loro stirpe (p. 261), e fin dal principio dichiara: «Ebreo pericoloso non è l’onesto professionista, né il commerciante tranquillo; ma l’ebreo irrequieto, agente provocatore, spia dello straniero, aguzzino crudele nell’opificio, ladrone usuraio nella banca, e mezzano di fallimenti nelle grandi imprese; è la Sinagoga corrompitrice della società con le false dottrine, assassina della gioventù con gli scritti appassionati, e persecutrice della religione; è l’ebreo mentitor delle logge, amico del popolo a parole, tiranno a fatti, falsario, egoista, senza patria, senza Dio» (p. V).

Or che questo tipo fra gli ebrei si ravvisi frequentemente, l’Opera tutta a luce meridiana di fatti dimostra.

Perciò l’Autore manda un grido di riscossa, e vuole che tutti sorgano «vendicatori delle vergogne e dell’onta; ma vendicatori con la legalità e col rispetto alle leggi, rimettendo la Religione al suo trono fulgente, e sanando man mano le piaghe politiche, morali e materiali della patria nostra» (ibid.).

Non uno, al certo, dei nostri lettori potrà rimanersi di far eco a questo nobile grido. Chiunque poi voglia scrivere su questo soggetto, od anche solo acquistare una piena conoscenza di esso, non ometterà di ricorrere a quell’emporio che è l’Ebreo del Panonzi.

 

Baldassarre Labanca, rec. in «La Cultura», A. XVIII, n. 6, 15 marzo 1899, pp. 82-83.

 

(…) Dai propagandisti del buddismo e dello spiritismo volgomi al propagandista cattolico Giuseppe Panonzi. Il suo volume ha per titolo: L’ebreo attraverso i secoli. Veramente doveva intitolarsi: L’antisemitismo ed il cattolicismo. L’A. ha molte notizie storiche degli Ebrei; le pone tutte in servigio della sua tesi: che gli Ebrei, per lui tutt’uno coi Massoni, hanno sempre odiata la religione cattolica, adoperandosi alla sua distruzione, e sono stati sempre gli sfruttatori de’ popoli, per diventarne i signori assoluti (IV, 7, 8, 36).

«L’Ebreo, egli scrive, ha contaminato credenze ed affetti, religione e famiglia; ha invaso tutte le fonti del benessere materiale, e Borse e Banche, strade ferrate e marina, scuole e tribunali, assemblee governative, gabinetti e reggie, esercito e forniture … Questo popolo ha animo basso, insolente; duro col debole, vile coi forti, gonfio d’orgoglio ed ignaro di dignità personale».

Giunge ad eccitare i cattolici d’Italia alla guerra contro gli Ebrei (19, 200). «Come mai sarà permesso agli Ebrei di gridare in tutti i toni: Fronte a Roma, Guerra a tutti i credenti in Cristo, e non sarà lecito, anzi doveroso per noi gridare per la religione de’ padri nostri, per la patria nostra che costò tante lagrime e tanto sangue: Fronte all’invadente ebreo?» (7).

Fra i tanti malanni che abbiamo in casa nostra, ci vuole anche l’antisemitismo, un po’ di quello che addolora e travaglia tanto la Francia!

Noi non iscriviamo pro judaeis. Altri ne hanno scritto. Noi scriviamo pro veritate historiae.

Quale è la storia degli Ebrei di cui si serve principalmente il Panonzi per dimostrare, che essi hanno sentito sempre un odio feroce per la religione cattolica? Dico sempre religione cattolica; perché l’A. allude sempre ad essa, anche quando parla di religione cristiana; e perché l’odierno antisemitismo si confonde con l’antiprotestantismo. In Francia tale confusione dannosa è oggi evidente.

Ciò avvertito, rispondo all’interrogativo. Il documento storico di cui servesi è il Talmud.

Quando vennero riordinati i libri talmudici, o, ch’è lo stesso, i libri di insegnamenti rabbinici? Dopo il cristianesimo, tra i secoli III, IV e V; quando, trionfata la chiesa cattolica, si usavano spesso dai cristiani oppressioni e vessazioni contro gli Ebrei. Sono penosi i consigli e precetti efferati che si davano, in nome della Legge, contro i cattolici. A leggerli, si resta come esterrefatti che una religione osi raccomandare e comandare simili studiate ribalderie contro un’altra religione.

Il tempo della ricomposizione e riordinazione del Talmud spiega il fatto penoso, e lo spiega ancor meglio il fenomeno bene avvertito da Max Müller, che, cioè, le religioni si trattano peggio che non facciano i giudici de’ pessimi delinquenti (Introd. to the Science of Religion, 1873).

Se adunque il Panonzi fosse stato, anziché uno stizzoso polemista e propagandista, uno storico equanime, avrebbe veduta la ragione de’ precetti iniqui, talvolta strani e insulsi, inculcati dal Talmud contro i cristiani. Fa, del resto, non lieta impressione che qualche Ebreo, ad es. B. Soria, dichiari il Talmud: Un tesoro di precetti morali. Sì, questi vi sono, e a gran copia; ma non mai per la religione del loro gran profeta Gesù Cristo.

M’è giunta proprio nuova la notizia, che l’abolizione delle Facoltà teologiche nelle Università sia stata opera degli Ebrei uniti ai Massoni! L’abolizione l’ho più volte deplorata; ma so che per essa votarono liberi pensatori e liberi cattolici, che non furono amanti mai delle persone del Ghetto e delle Logge. Più nuova m’è riuscita la notizia, che la Vie de Jésus del Renan si pagò dall’oro ebreo (50). Fra le tante invettive scritte contro questa biografia in Germania, in Francia e in Italia, ignoravo la più grossa calunnia. Vivo il Renan, si sono fatte in Francia dieciotto edizioni della Vita di Gesù. La prima non ebbe bisogno dell’oro ebraico!

Il dottore Panonzi che possiede, ripeto, molte conoscenze intorno agli Ebrei, poteva meglio riuscire nell’intento, adoperandole a cristiana pacificazione ed ammonizione. Poteva imitare il gran papa Gregorio I (590-604), che raccomanda verso gli Ebrei non la violenza, sì la carità: «La violenza non fa che irritarli, mentre sono attratti dalla dolcezza e dalla carità».

Ai precetti violenti di quell’ammuffato bagaglio giudaico, ch’è il Talmud, è mestiere opporre i precetti benevoli del Nuovo testamento, nuovo di nome e di fatto per la sua efficacia ancor viva e feconda in Europa e in America (…)

La parte storico-politica del volume [D. Castelli, Gli Ebrei. Sunto di storia politica e letteraria, Firenze, 1899] non può servire di risposta al rabbioso e scabbioso antisemitismo del Panonzi, ma ben vi si presta la parte storico-letteraria. Il Panonzi, come si è visto, ha cercato nel Talmud i precetti immorali per gli Ebrei, a dimostrare il loro perenne odio per gli stranieri di religione e di patria. Il Castelli, da storico obiettivo, dichiara il Talmud una selva di piante buone e cattive (374). Aggiunge con verità che in esso «i riti soffocano la vita religiosa» (376).

Contro le accuse spesso ripetute, che il Talmud contiene precetti immorali, non oppone una negativa ingiustificabile, bensì dice quello stesso ch’io ho detto al Panonzi, che, cioè, bisogna badare al vario tempo in cui fu compilato. Aggiunge che si deve leggere per intero, prima di giudicarlo e condannarlo (379).

Gli stessi giudizii impersonali aveva manifestato dal 1869 nelle sue Leggende talmudiche (Pisa, Nistri, 1869). Volgendosi ai detrattori ed ammiratori del Talmud, osserva che si precipita agli estremi con troppo abbassarlo od elevarlo (3). In particolare aggiunge quanto ai detrattori che «hanno tolta da esso squarci isolati, ove si contengono le cose più assurde, e talvolta anche bastantemente immorali» (62) (…)

 

Lattes, Fantasie di un antisemita, Livorno, 1898, pp. 15-52 (in: La questione ebraica in un secolo di cultura italiana cit., pp. 316-322. Una breve recensione laudativa dello scritto del “Pro-Rabbino Lattes” apparve su «Il Corriere Israelitico», A. XXXVII, n. 6, 1898, p. 133).

 

[Il Panonzi] fa dell’Ebreo il capo-scuola della moderna letteratura, ne fa la fonte, l’origine prima delle volgarità, delle oscenità, dello scetticismo delle nostre opere letterarie. «Quel naturalismo che gongola rantolando nel fango l’umana natura, quel pessimismo snervante, quella floscia voluttà che inebetisce e delira etc.» sono, secondo lui frutto delle dottrine talmudiche. «Quel puzzo di fradicio, quel lezzo di guasto … che toglie il respiro, rattrista l’anima e opprime il cuore» e che si trova secondo lui (horribile dictu!) in tante poesie del Carducci, del D’Annunzio, del Rapisardi, sono per lui aspirazioni del Ghetto.

Lo Stecchetti per aver scritto la “Annunciazione” vien dichiarato senz’altro ebraizzante, e così via discorrendo. Dalle tragiche invettive, dalla drammatica fierezza di certe accuse, l’autore raggiunge qui altissimo grado di comicità, e desta un riso, se non di schietta ilarità, almeno di disgusto e di commiserazione. E …ab uno disce omnes.

(…)

Talora, ad esempio, a sostegno della sua tesi egli registra una serie di fatti in cui gli Ebrei si condussero iniquamente commettendo azioni infami e dando ampia prova d’ingiustizia, di crudeltà e di odio verso i Cristiani. I fatti che egli cita sono realmente avvenuti? Le fonti da cui egli li attinge sono sempre attendibili? È una questione importantissima, degna di soluzione, ma che qui tralascio di esaminare, disposto a concedere a priori al dott. Panonzi che tutto quanto egli ci riferisce sia perfettamente vero, e perfino, se ciò può fargli piacere, che alcuni Ebrei abbiano commesso infamie maggiori.

Ma si dovrà per questo arguirne necessariamente che tutti gli Ebrei siano malvagi, e, quel che più monta e fra poco ampiamente ribatteremo, che l’Ebraismo sia religione corruttrice? Lascio a tutte le persone di senno giudicare. È logico far responsabili tutti gli Ebrei delle colpe commesse da alcuni di loro? È moralmente lecito far responsabile l’Ebraismo di falli commessi dai suoi più o meno fedeli seguaci?

(…)

Dall’immensa mole talmudica – mole come or vedremo ricca a profusione dei sentimenti morali più nobili, ‒ egli sceglie quello che più confà alla sua tesi, raccoglie or di qua or di là qualche massima incriminabile, senza nemmeno curarsi di ritrarre le circostanze in cui fu enunciata ‒ e, su questa base, alla luce della sua vivace fantasia aguzzata dall’odio profondo che nutre per gli Ebrei, si compiace di fare un quadro terribile delle condizioni morali dell’Ebraismo. E chi vuol persuadersene legga attentamente il suo libro da pagina novanta a pagina cento trentatré, e ci segua nella nostra confutazione.

È vero: a qualche dottore del Talmud, sfugge talora di bocca qualche massima in cui si palesa odio al Goj. Anzi una volta – e questo il dott. Panonzi non l’ha notato – R. Scimhon ben Johai, uno dei più stimati ed autorevoli dottori del Talmud esce nell’apostrofe «uccidi il migliore fra i Gojim». Io non credo che quelle parole di R. Scimhon ben Johai siano state pronunziate ad indicare una regola di condotta: le credo uno sfogo momentaneo provocatogli dal ricordo di quanto i Gojim, i Romani specialmente, fecero ai danni del popolo Ebreo ed a lui in particolare.

Credo ciò e con buon fondamento, tanta è l’altezza morale, e la delicatezza di sentimenti che altrove, e lo vedremo, lo stesso dottore, ci palesa più volte. In ogni modo è quella una frase che con buona giustizia deve esser posta accanto a quella del sommo talmudista Rabbi Johanan «Uccidi un Ebreo come uccideresti un pesce» (Talmud Bavli, Pesahim 49); frasi entrambe dette in momenti speciali.

In ogni modo Gojim ed Ebrei sono trattati nel Talmud alla stessa stregua [sic!!], mentre il Panonzi vuol far credere il contrario.

Togliere da un libro qua e là delle frasi dette in circostanze speciali, e che per essere giustamente valutate hanno bisogno d’imparziale dichiarazione, e pubblicarle nella forma più atta a suscitare l’indignazione del lettore, è indizio sicuro di inettitudine alla critica.

(…)

Ed in ogni modo «pochi testi talmudici non bastano a condannare il giudaismo. Quale religione resisterebbe ad un simile modo di procedere necroscopico? Non ne uscirebbe intatta neppure la virginale purezza della morale evangelica» (Leroy-Beaulieu, Les Juifs et l’antisémitisme, p. 37). Chi dice queste parole è un cristiano, cristiano credente – ed ha mille ragioni. Non si attenti il dott. Panonzi a smentirlo con una di quelle recise e gratuite asserzioni che gli son tanto familiari. Il fatto è vero ed il vangelo parla.

(…)

Alla prima domanda rispondo provando coi fatti che accanto ad usurai Ebrei figurano, e talora sotto aspetto più cupo, usurai cristiani ancor più rapaci. Il Bardinet (Revue historique, 1880, t. XIV) esaminata la questione, coi documenti alla mano, prova matematicamente che più di una volta il Cristiano superò l’Ebreo in crudeltà nell’esigenza del pagamento, ed in rapacità nella gravità dell’interesse imposto.

Nel secolo XV a sud della Francia, mentre gli Ebrei prestavano al nove per cento, i Cristiani Lombardi imponevano il cinquanta per cento. E nel Medio Evo, in Italia, mentre gli ebrei non eccedettero il venti per cento, le banche triestine prestavano anche al quaranta. Per documenti consimili e di valore più che autentico basta leggere la Revue des Études Juives II, 176 e XXVIII 1-20 ove il lettore può trovar citate numerosissime opere nelle quali la questione è studiata, e con conclusioni sempre favorevoli agli Ebrei.

(Beugnot, Les Juifs d’Occident, Tomo II, p, 102 ove si legge che nel 1540 quando gli Ebrei furono cacciati da Napoli, gli usurai cristiani ad essi subentrati si mostrarono così rapaci che si dovettero prendere serî provvedimenti. ‒ Decretali di Gregorio  IX del 1179, Libro V titolo XIX, cap. 1-7 ‒ Stobbe, Die Juden in Deutschland p. 105 ‒ Purgolt, Rechtsbuch, VIII cap. 31 ‒ Neumann, Geschichte des Wuchers in Deutschland p. 1-27 ‒ Hebraïsche Bibliographie II, 64 ‒ Paris, Historia maior Anglorum, ad annum 1235 ‒ Depping, Les Juifs dans le moyen-âge p. 203 ‒ Racah op. cit. passim).

Il Berdinet ad esempio, dopo aver dimostrato che i documenti del Medio-Evo non portano serie traccie di un delitto sì spesso rimproverato agli Ebrei, e anzi provano che i loro eccessi di usura furono molto rari, afferma che se talora i Cristiani furono dagli Ebrei ingannati, resero loro più d’una volta la pariglia (op. cit. p. 33), ‒ e nega di ammettere come regola generale che essi abbiano prestato con interessi eccessivi ed illegali (Idem p. 18).

Certo l’avarizia, l’amor dell’oro sono vizi inerenti alla natura umana, quindi gli Ebrei ne saranno stati affetti come tutti gli altri, ma voler generalizzare ed estendere a tutti un’accusa che fu meritata da pochi soltanto, è un’ingiustizia ed una esagerazione in cui la persona colta non dovrebbe cadere. Quando poi si pensi alle condizioni economiche dell’Europa del Medio-Evo, quando si pensi a tutte quelle leggi che impedivano agli Ebrei l’esercizio di diversi mestieri, quando si noti, come è giusto notare, che essi furono quasi costretti dalle circostanze in cui vissero ad esercitare una sì vil professione ‒ e tutto avevano da temere dall’ingiustizia e dalla malafede dei debitori, anche la perdita del capitale ‒ si avranno in loro giustificazione grandissime attenuanti che non mitigano per certo in nulla la colpa degli usurai cristiani i quali un campo sì vasto di studi, di commercio e di guadagno, avevano schiuso dinanzi a loro.

(…)

Un’altra questione dobbiamo risolvere, un’altra accusa dobbiamo ribattere, ed i mezzi atti all’uopo non ci verranno meno.

L’Ebreo formerà sempre un popolo separato in mezzo alle nazioni le quali generosamente lo accolgono e lo proteggono: non solo non amerà la patria, ma ne procurerà i danni con tutti i mezzi che il suo genio malefico gli sa porgere: ebreo e patriota sono due termini incompatibili. Ecco la tesi che – basandosi su esempi storici nei quali gli Ebrei appaiono quali traditori del loro paese – il Panonzi sostiene in un intiero capitolo del suo infelicissimo lavoro.

Questo metodo di dimostrazione già vedemmo usato dal Panonzi, e già nelle prime pagine del nostro lavoro ne ponemmo in luce i difetti: quindi i fatti che egli cita non provano nulla. È opportuno poi notare che il patriottismo non è un sentimento estraneo all’Ebreo come il Panonzi pretenderebbe di far credere: ma, accanto all’Ebreo traditore si trova l’Ebreo amantissimo della patria, come accanto al Cristiano patriota si trova il Cristiano che procura il male del paese in cui vive.

Ed è questa una verità che nessuno può attentarsi a porre in dubbio. Potrei qui citare moltissimi fatti storici a mettere in luce tutte le prove di amor patrio date dagli Ebrei in tutti i tempi ed in tutti i luoghi.

(Però rimando il lettore a Revue des Études Juives XXXI, 15, ai libri ivi citati, fra i quali Die Judenfrage p. 34 ‒ Amador op. cit. II 224, 252 e I 97, 185 ‒ Procopio, De bello Gothico I, 9, p. 45 ‒ Graetz, Storia degli Israeliti IV, 294; VI, 88, 229, 290; VII, 136, 423; IX, 32 ‒ Ervald, Der Geist des Christenthums p. 88 ‒ Grégoire, Motion en faveur des Juifs p. 34 etc. etc.).

Ma, persuaso che ciò a nulla gioverebbe perché minima sarebbe la forza di persuasione di questo genere di prove, passo ad esaminare la questione istessa da un altro punto di vista.

Infatti, il dott. Panonzi potrà ben dirmi: Ti ho dimostrato che alcuni ebrei furono nemici della patria e ciò è vero: tu mi hai accennato che molti la amarono e ciò pure è vero. Ma questi ultimi esempî che tu citi a tua difesa sono eccezioni perché i veri Ebrei sono quelli che osservano i precetti dell’Ebraismo, e l’Ebraismo è incompatibile col patriottismo perché è una religione esclusiva, la quale colla sua speranza messianica, insegna a considerar per patria la sola Palestina.

A questa giusta domanda che sensatamente mi potrebbe essere diretta, la risposta non può esser dubbia. Se l’Israelita aspettasse il Messia da un momento all’altro, l’obbiezione avrebbe almeno apparenza di serietà ‒ ma ciò non è. Ed gli non dovrebbe amare il suo paese perché in un giorno lontano i suoi ultimi pronipoti avranno per patria Gerusalemme? (Tolgo alcuni argomenti che mi guidano in questa confutazione dall’ultima parte del Corso di Teologia del Benamozegh ancora inedito e che vedrà ben presto la luce a Livorno nella Bibliothèque  de l’Hébraisme).

No certo: l’Ebreo difatti si trova nella condizione precisa dei cattolici sparsi nelle diverse nazioni del mondo, i quali, pur amando la patria loro, considerano Roma come metropoli religiosa. Aggiungi che le ebraiche dottrine sul Messianesimo, suonando che in avvenire Gerusalemme sarà il tempio del mondo, e l’Ebreo il sacerdote dell’uman genere ‒ senza dubbio dànno alla religione Israelitica la più mirabile impronta di Cosmopolitismo: quindi in nessun luogo dell’universo, anche dopo la venuta del Messia, l’Ebreo potrà dirsi straniero, come nessuno a qualsivoglia nazione appartenga, potrà dirsi straniero in Palestina [sic!!].

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