
Nation of Islam Research Group
EBREI E SCHIAVISMO.
UN INTERVENTO DEL RABBINO BERTRAM KORN
(Rabbi Bertram Korn Speaks: Jews in the Slave Trade, noirg.org)
(Nel giugno 1974 il rabbino Bertram W. Korn (1918-1979) tenne un discorso alla Fisk University di Nashville (Tennessee) sul coinvolgimento degli ebrei nella tratta degli schiavi africani.
Il rabbino Korn ‒ una autorità ed una vera «rarity», nonché «già un classico», nel campo della storia degli ebrei in America (M.L. Raphael, Bertram Wallace Korn (1918-1979), «American Jewish History» 69 (1980), pp. 506, 508) ‒ fu introdotto dal presidente Benjamin Quarles, il quale ebbe a sottolineare che il rabbino Korn aveva lavorato per venticinque anni sulla tratta degli schiavi africani verso il Nuovo Mondo, sul rapporto tra gli ebrei e la tratta negriera, e sulla schiavitù africana in America).
In questo lavoro, cui mi sto dedicando da oltre venticinque anni, ho ricevuto molte obiezioni da parte di ebrei, studiosi e laici, inclusa mia moglie, i quali pensano che sarebbe meglio nascondere le cose sotto il tappeto.
Insinuare che qualche ebreo abbia posseduto schiavi o abbia avuto a che fare con la tratta degli schiavi significherebbe mettere un’arma nelle mani del nemico.
Ritengo questo tipo di atteggiamento nei confronti del lavoro accademico a dir poco deplorevole. E penso che, se riusciremo ad ottenere qualcosa nei nostri incontri di questa settimana, almeno inizieremo a comprendere come sono andate le cose.
Gli ebrei non sono nemici dei pregiudizi su sé stessi e non sono immuni dall’ipocrisia. Ho quindi pensato che potessero interessarvi queste tre citazioni con cui inizia la scaletta.
La prima è di Harold Isaacs sul “New Yorker”, citata dall’illustre Horace Mann Bond: «Ho avuto un piccolo, ma vagamente consolatorio pensiero che i miei antenati, qualunque peccato abbiano potuto commettere all’epoca, fossero sequestrati in qualche ghetto dell’Europa orientale e non potessero trovarsi fra gli schiavisti che navigavano su quelle navi».
Ciò potrebbe essere vero per gli antenati di Harold Isaacs, i quali potrebbero essere stati ebrei orientali. Ma la maggior parte gli ebrei presenti nell’emisfero occidentale furono coinvolti nella pratica dello schiavismo.
Un rabbino di Santa Barbara (California) ha scritto con indignazione appena un mese fa: «Perché gli ebrei dovrebbero essere costretti a pagare il prezzo dei danni passati e presenti subiti dai neri? Dopotutto, quanti ebrei possedevano schiavi?», presumendo che gli ebrei non vi fossero coinvolti.
Infine, Max Weitman, che dovrebbe saperne molto di più, afferma in modo abbastanza categorico: «Solo un piccolo numero di ebrei del Sud era coinvolto nella pratica dello schiavismo». Si riferisce agli anni ’50 dell’Ottocento, poco prima della Guerra Civile.
Ora vorrei passare rapidamente in rassegna il materiale che ho raccolto, che è solo la punta dell’iceberg di molto altro materiale presente nei miei archivi. Ma c’è un materiale molto più ampio che non sono riuscito ad utilizzare, e su cui nessuno sembra intenzionato a lavorare.
Durante il periodo coloniale, quasi fin dall’inizio, gli ebrei hanno preso parte all’intero sistema della schiavitù.
L’inventario del patrimonio dell’eminente ebreo di New Amsterdam (New York, quando morì) riportava che possedeva un ragazzo di colore.
Quasi ogni famiglia che risiedeva stabilmente nel Nord o nel Sud, quale che fosse il suo censo, possedeva almeno uno schiavo.
Entrando nei dettagli, il censimento di Newport (Rhode Island) del 1774, che elencava tutti gli abitanti ebrei, riporta solo due famiglie ebree senza schiavi.
Dei 41 testamenti omologati a New York City fino al 1799, pubblicati dall’American Jewish Historical Society con annotazioni complete, 14 si riferiscono specificatamente agli schiavi, 3 dei quali prevedono la manomissione. Ma questo ovviamente non prova che gli altri ebrei non possedessero schiavi.
Ricordiamo tre ebrei di spicco del periodo coloniale: Jacob Rodriguez Rivera di Newport possedeva 12 schiavi; Levi Sheftal di Savannah 44; Francis Salvador della Carolina del Sud 40. Sheftal e Salvador erano entrambi proprietari di piantagioni, per rispondere ad una domanda che è posta una quindicina di minuti fa.
Degli ebrei erano coinvolti nella tratta degli schiavi.
È difficile dire quanti fossero nello specifico, poiché non è stato condotto uno studio esaustivo su tutti i temi in questione. Cito solo alcuni nomi tipicamente ebraici: Isaac Da Costa e Moses Lindo di Charleston; tre persone di New Yok e, cosa più deludente di tutte, il celeberrimo ebreo di Newport (Rhode Island) Aaron Lopez, forse l’ebreo coloniale più eminente di tutte le colonie, che ogni anno, durante gli anni ’60 del 1700, aveva almeno una nave negriera in mare, e che negli anni ’70 arrivò anche a tre l’anno. Aaron Lopez utilizzava lavoratori neri nella tessitura e nella macinazione del cioccolato, ed in casa aveva sei schiavi domestici. Inoltre aveva clienti neri, sia schiavi che liberi.
Nel complesso, possiamo affermare che gli ebrei del periodo coloniale non hanno mostrato alcuna traccia d’una qualche opposizione ideologica alla schiavitù. Persino una sinagoga, la Shearith Israel di New York, nel 1729 assunse due schiavi da una vedova e si avvalse di altri neri per la costruzione di una nuova sinagoga.
Questa è solo una rapida panoramica del periodo coloniale. Ora entriamo il più velocemente possibile nel periodo nazionale.
Nel censimento del 1790 nella Carolina del Sud c’erano 73 capifamiglia ebrei identificabili. 34 possedevano uno o più schiavi, per un totale di 151. Uno di essi ne possedeva 21.
Nel censimento del 1820, oltre i tre quarti che possiamo identificare a Richmont, Charleston e Savannah possedevano schiavi.
Un ebreo su tre a Baltimora possedeva schiavi. Uno su 18 a New York. Delle 74 case ebraiche identificabili a New York City, 21 includevano neri liberi, per un totale di 29. E uno di coloro che non ne possedevano nel 1820, Jacob Levy Jr., nel 1817 aveva già affrancato sei schiavi.
Fornisco ulteriori dati per i censimenti del 1840 e del 1850 in due comunità in cui ho svolto numerose ricerche, New Orleans e Mobile. Dei 129 testamenti di ebrei del Sud raccolti presso l’American Jewish Archives di Cincinnati, 33 riguardano la proprietà e la destinazione degli schiavi. Ed è molto probabile che altri possedessero schiavi senza menzionarli nei loro testamenti.
Nelle città del Sud qualsiasi ebreo impegnato in un’attività commerciale aveva sicuramente a che fare, in un modo o nell’altro, con gli schiavi.
Come mercanti, vendevano agli schiavi, ai proprietari di schiavi e ai banditori d’asta, che avevano tutti a che fare con gli schiavi, e i mercanti su commissione che agivano per conto dei proprietari delle piantagioni avevano un ruolo importante nel sistema schiavistico.
Alcuni ebrei erano mercanti di schiavi. Posso dire che nessuno di loro era grande quanto i più importanti mercanti di schiavi del Sud, ma alcuni di essi erano piuttosto prosperi. E qui ne cito alcuni nomi, tra cui una famiglia menzionata da Harriet Beecher Stowe.
Il Suriname era l’unico luogo dell’emisfero occidentale in cui schiavi neri e neri liberi venivano convertiti all’ebraismo con una certa regolarità. In effetti, questi avevano una sinagoga, probabilmente perché gli ebrei costituivano una grossa percentuale degli abitanti del Suriname.
Al contrario, le costituzioni delle congregazioni ebraiche di Richmond, Charleston e New Orleans limitavano l’appartenenza alla comunità ebraica ai soli ebrei bianchi. Nel Nord, invece, una ragazza nera che era membro della Mikveh Israel fu sepolta nel cimitero della congregazione nel 1838. Abbiamo inoltre un documento di un ebreo nero che frequentava regolarmente le funzioni religiose a Charleston.
Dobbiamo dire, senza cercare di nascondere nulla, che i leader delle comunità ebraiche parteciparono al sistema schiavistico senza alcuna scusante.
Il padre di Judah Touro, cantore della congregazione di Newport durante il periodo coloniale, fece un piccolo investimento in un viaggio di schiavi.
Il rabbino George Jacobs di Richmond, poi di Filadelfia, affittava schiavi solo perché non poteva permettersene la proprietà.
Il rabbino ad interim della congregazione di Columbia (Carolina del Sud), Jacob Levin, possedeva schiavi e li commerciava.
Israel Jones, l’eminente ebreo di Mobile, presidente della congregazione per decenni, quando era nel settore delle aste vendeva schiavi all’asta, e tutto questo senza scusanti e senza spiegazioni.
In altre parole, dobbiamo considerare come un dato di fatto che la maggior parte degli ebrei del Sud prima della Guerra Civile, e la maggior parte degli ebrei del Nord prima della diffusione del movimento di emancipazione, accettarono la schiavitù come il corso naturale degli eventi.
Alcuni ebrei furono attivi all’interno delle società abolizioniste della Pennsylvania e di New York City quasi sin dall’inizio. A Filadelfia, ad esempio, un uomo di nome Benjamim Nones, che possedeva uno schiavo di sua proprietà, lo liberò e nel 1793 divenne un membro attivo della Pennsylvania Society for the Manumission of Slaves e presenziò per dieci volte alle cerimonie di manomissione. In effetti, portò una famiglia di rifugiati ebrei da Santo Domingo alla Society per liberare i loro schiavi. In parte perché la manomissione era nell’aria a Filadelfia negli anni ’80 e ’90 del Settecento, e a New York poco dopo, cosicché anche gli ebrei presero parte a questo movimento.
Moses Judah fu un membro attivo della New York Society, e Rebecca Hart fu una dirigente femminile antischiavista di Filadelfia. Nell’unica situazione del genere che siamo riusciti a trovare, 24 ebrei di Filadelfia inviarono in quanto ebrei una petizione al Senato nel 1838 a favore dell’abolizione della schiavitù nel Distretto di Columbia. D’altro canto, però, nel Sud un uomo come Henry Hyams, che alla fine divenne vicegovernatore della Louisiana, prese parte ad attività antiabolizioniste.
Il movimento abolizionista degli anni ’50 dell’Ottocento era un movimento a forte matrice protestante, e come tale avrebbe dovuto allontanare gli ebrei sia psicologicamente che spiritualmente. Invece alcuni ebrei erano fortemente a favore del movimento abolizionista, e operavano al di fuori delle specifiche società abolizioniste.
Ne ricordo alcuni: il rabbino David Einhorn di Baltimora, che nel 1861 dovette fuggire da Baltimora a causa delle minacce di morte, e si trasferì a Filadelfia, dove divenne uno dei miei predecessori alla Kenneseth Israel congragation; Lewis Naphtali Dembitz di Louisville, zio del giudice Louis Dembitz Brandeis, che tradusse in tedesco “La capanna dello zio Tom”; Isidore Bush, che era un quarantottino e politico del Missouri, nonché uno dei più accesi sostenitori dell’abolizionismo proprio nel Missouri [il rabbino Korn allude ai “forty-eighter”, i leader della fallita rivoluzione tedesca del 1848, che potremmo tradurre appunto con “quarantottini”, espulsi negli Stati Uniti e quivi divenuti attivisti antischiavisti n.d.r.]; Michael Heilprin, anch’egli quarantottino, uno degli autori di una delle grandi enciclopedie del periodo pre-Guerra Civile.
Ma c’erano anche ebrei, come Isaac Mayer Wise, che protestarono contro l’apparente indifferenza dei leader abolizionisti verso le sofferenze degli ebrei.
La più celebre dichiarazione ebraica sul tema della schiavitù fu purtroppo il sermone “La visione biblica della schiavitù” del rabbino Morris R. Raphall di New York, tenuto nel 1861, ampiamente ristampato e citato.
Il rabbino Raphall era un letteralista, un fondamentalista ebreo. Permettetemi di citarne un paragrafo:
«Come osate denunciare la schiavitù come peccato, quando sapete bene che Abramo, Isacco e Giacobbe, gli uomini con cui l’Onnipotente conversava, e ai cui nomi Egli enfaticamente collega il Suo santissimo nome, erano tutti schiavisti? Non vi sembra di essere colpevoli di qualcosa molto prossimo alla bestemmia? E se mi rispondete: “Sì, ma ai loro tempi la schiavitù era lecita, mentre ora è diventata un peccato”, a mia volta vi chiedo quando e con quale autorità tracciate il discrimine. Ditemi il momento preciso in cui la schiavitù cessò di essere permessa e divenne un peccato”».
Cercò di spiegare che la concezione ebraica della schiavitù in epoca biblica era in qualche modo diversa da quella dei proprietari di schiavi del Sud, ma nondimeno, come potete vedere, rimaneva un letteralista e un fondamentalista.
Fu duramente condannato dal rabbino Einhorn di Baltimora. Citerò alcune righe del rabbino Einhorn, il quale si chiese:
«La Scrittura si limita a tollerare questa istituzione come un male da non trascurare, e quindi infonde nella sua legislazione uno spirito mite che ne porta gradualmente alla dissoluzione, oppure la favorisce, la approva, la giustifica e la sanziona nel suo aspetto morale?».
Il rabbino Michael Heilprin fu un altro che attaccò duramente il rabbino Raphall sulla stampa ebraica e laica:
«Già prima avevo letto centinaia di volte simili assurdità. Sapevo che il padre della verità e della misericordia veniva invocato quotidianamente da centinaia di pulpiti in questo paese allo scopo di ottenere la sanzione divina della falsità e della barbarie. Eppure, essendo io stesso ebreo, mi sono sentito estremamente umiliato, direi persino indignato, per le parole sacrileghe del rabbino. Non ne abbiamo forse abbastanza del rimprovero dell’Egitto? Lo stigma dei costumi egiziani deve essere impresso sul popolo d’Israele dalle stesse labbra israelitiche?».
Quindi, come vedete, gli ebrei erano su entrambi i fronti di questo dibattito sulla concezione biblica della schiavitù. Non avremmo avuto bisogno di nessuno, se non di queste figure storiche vissute un secolo fa per sentire citare la Bibbia ai propri fini particolari. Ma il fatto è che pochissime di queste persone parlavano a nome del gruppo ebraico nel suo complesso. All’epoca esistevano solo due importanti organizzazioni ebraiche di carattere nazionale: il Board of Delegates degli israeliti americani e l’Ordine indipendente dei B’nai B’rith, e nessuna delle due rappresentava una visione ebraica unitaria. Credo perciò che dobbiamo capire che a quei tempi nessuno parlava a nome degli ebrei.
Mi dispiace che abbiamo così poco tempo. Vorrei sottolineare brevemente che c’è pochissimo materiale documentario che ci aiuti a capire come i neri percepissero gli ebrei.
Alcuni neri sapevano che gli ebrei erano i loro genitori. C’erano ebrei che convivevano con donne nere o mulatte. Il prodotto più notevole di tali unioni, che io sappia fu Frances Cardozo senior, il cui padre era il grande giornalista ed economista della Carolina del Sud, o un suo fratello impiegato alla dogana. Ma Frances Cardozo non scrisse mai di suo padre, che gli fece da tutore per parte della sua infanzia. Non sappiamo come lo percepisse.
Possiamo invece ben immaginare come alcuni neri percepissero gli ebrei che vendevano loro o compravano da loro. Nel 1773 a Charleston un ebreo fu fustigato per aver ricevuto merce rubata da uno schiavo nero, ma per questo lo schiavo nero fu giustiziato.
Sappiamo che alcuni neri impararono canzoni popolari e spiritual che non erano così lusinghieri come quelli citati stamattina:
«Cruel Jews just look at Jesus. They nail him to the cross. They rivet his feet. They hanged him high and they stretch him wide. Oh, the cruel Jews done took my Jesus» (I crudeli ebrei osservano Gesù. Lo inchiodano alla croce. Gli inchiodano i piedi. Lo appendono in alto e lo distendono. Oh, i crudeli ebrei hanno preso il mio Gesù).
Quindi ci sono due lati della percezione degli ebrei da parte dei neri.
C’è però un caso insolito che vorrei portare alla vostra attenzione.
Si tratta del fatto che uno degli ebrei più celebri del periodo pre-bellico, Judah Touro di New Orleans, che lasciò centinaia di migliaia di dollari a ebrei e organizzazioni benefiche non settarie, aveva un impiegato mulatto di nome Pierre Cazenove, che alla fine nominò come uno dei suoi esecutori testamentari.
È una cosa che non ho mai letto su nessun giornale. È il fatto più straordinario che abbia mai trovato sui rapporti fra neri ed ebrei nel periodo pre-bellico. Quest’uomo estremamente ricco in un posto come New Orleans ha avuto il coraggio, “chutzpah” in yiddish, di nominare un mulatto fra i suoi esecutori testamentari, ed ha elargito la generosità della filantropia a ogni tipo di ente ebraico e non ebraico. Questo è l’ebreo come mecenate. Ma non credo che questo suo comportamento sia stato paternalistico.
Vorrei infine concludere brevemente. Chi conosce un po’ la storia ebraica sa che l’ebreo, per gran parte del XVII, XVII e XIX secolo, era così consapevole della propria diversità, così consapevole di come veniva considerato dalla civiltà WASP, che non si riteneva parte della maggioranza.
Non credo che la maggior parte degli ebrei che presero parte al sistema schiavistico si considerasse in alcun modo un oppressore [?].
Al contrario, sospetto che continuassero a considerarsi tra gli oppressi e che semplicemente adottassero i modi e i costumi della società e dell’ambiente di cui erano divenuti parte [??].
Sino alla fine del XIX secolo nell’ebraismo americano non esisteva un’azione sociale o un insegnamento di giustizia sociale, con la sola eccezione del rabbino David Einhorn, cui prima ho fatto riferimento. Emil G. Hirsch, Joseph Krauskopf e Stephen Wise diedero inizio a qualcosa che, grazie a Dio, è cresciuto enormemente: la capacità dell’ebreo di guardare ai problemi della società da un punto di vista profetico ebraico, cosa che non era mai stata fatta prima che il rabbino Einhorn assumesse la sua nota posizione abolizionista, poco prima della Guerra Civile.
È di fondamentale importanza per noi renderci conto che un’enorme quantità dell’energia degli ebrei dell’emisfero occidentale, fino ad oggi, si è trasformata in preoccupazione per le vittime ebree di tutto il mondo. E in particolare, devo richiamare la vostra attenzione sul fatto che nell’isola di Malta c’erano schiavi ebrei sotto i Cavalieri di San Giovanni.
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