I precursori del revisionismo: risposta a Joe Mulhall (e al Times of Israel)

I PRECURSORI DEL REVISIONISMO: RISPOSTA A JOE MULHALL (E AL TIMES OF ISRAEL)

In Inghilterra è uscito di recente un libro che pretende di regolare i conti con il revisionismo dell’Olocausto. L’autore del libro è un certo Joe Mulhall. Il libro si intitola: British Fascism After the Holocaust: From the Birth of Denial to the Notting Hill Riots 1939-1958. Lo scopo del libro è quello di dimostrare due cose: che i revisionisti dell’Olocausto sono tutti (o quasi) fascisti e che il revisionismo non è nato in Francia o negli Stati Uniti ma in Gran Bretagna, e i suoi iniziatori furono fascisti inglesi.

Joe Mulhall

Secondo Mulhall, il più importante “negazionista” inglese fu Oswald Mosley: Mosley avrebbe inventato il “modello” del discorso “negazionista” che venne poi utilizzato nei decenni successivi da Irving e Faurisson.

Questa lettura degli avvenimenti non è solo speciosamente ideologica ma è anche grossolanamente falsa. La analizzerò nei dettagli esponendo le considerazioni di Mulhall (e del Times of Israel) e commentandole adeguatamente. Lo scopo di questo articolo è infatti quello di mettere in rilievo che il revisionismo, di per sé, non è né fascista né antifascista, ma è nato per correggere (e smascherare) le menzogne della propaganda di guerra.

Gli intellettuali che, nel corso dei decenni, hanno assunto posizioni revisionistiche non erano – e non sono – animati dal fanatismo ideologico ma dall’onestà intellettuale e dal buon senso (e dalla perspicacia).

La seconda guerra mondiale e le camere a gas: lo scetticismo dei servizi segreti (e dei governi)

Innanzitutto una premessa: non ho letto il libro di Mulhall e non intendo leggerlo. A mio giudizio, non vale neppure la pena di acquistarlo, data la povertà e la tendenziosità delle sue tesi. Commenterò invece la sintesi del libro che è stata proposta dal sito web del Times of Israel.

Afferma Mulhall: “La verità è che il negazionismo dell’Olocausto nella sua forma tradizionale non iniziò in Francia o in America, ma in Gran Bretagna”. Vediamo quanto sia fondata questa tesi.

La prima considerazione da fare è la più ovvia: quello che Mulhall bolla come “negazionismo” è lo scetticismo che emerse in Gran Bretagna durante gli anni di guerra e nell’immediato dopoguerra riguardo alle storie di atrocità attribuite ai tedeschi. I primi a essere scettici sulle storie relative alle camere a gas, nel 1943, furono i dirigenti dei servizi segreti inglesi Roger Allen e Victor Cavendish-Bentinck. Quest’ultimo espose in un memorandum diretto al Foreign Office le seguenti considerazioni:

“A mio parere è scorretto descrivere l’informazione polacca concernente le atrocità tedesche come ‘attendibile’. I polacchi, e in misura molto maggiore gli ebrei, tendono a esagerare le atrocità tedesche per aizzarci. Sembra che ci siano riusciti…Penso che indeboliamo la nostra posizione contro i tedeschi dando pubblicamente credito alle storie di atrocità per le quali non abbiamo prove. Queste esecuzioni di massa nelle camere a gas mi ricordano le storie dell’impiego di cadaveri umani durante l’ultima guerra per la fabbricazione del grasso, che fu una grottesca menzogna e che portò a liquidare come semplice propaganda le vere storie delle atrocità compiute dai tedeschi”.

Lo scetticismo di Cavendish-Bentinck non era gratuito ma motivato anche dal fatto che i primi ad aver diffuso dicerie propagandistiche sulle camere a gas, a scopo di disinformazione, erano stati proprio i servizi segreti britannici: esattamente, dal dicembre del 1940 al marzo del 1942, come viene dettagliato nell’importante articolo – da me tradotto a suo tempo – La fabbrica inglese delle dicerie. Dal predetto articolo leggiamo ad esempio:

“Il 3 dicembre 1940 tramite il SOE venne lanciato un ‘sibilo’ secondo cui “il Soprintendente dell’istituto Bethel per gli incurabili era stato mandato a Dachau per essersi rifiutato di permettere che i detenuti venissero messi a morte in camere letali. Nel giro di due settimane venne riferito che questa diceria stava circolando in Svizzera e, il 19 dicembre, che il Vaticano aveva emesso un’ordinanza che condannava l’uccisione di minorati fisici o mentali. La diceria era comparsa in lettere intercettate, e l’ultima domenica il Sunday Express riportava la storia che 100.000 minorati mentali erano stati messi a morte”.

Un altro motivo di scetticismo era dato dal fatto che nelle intercettazioni britanniche dei messaggi in codice tedeschi non c’era traccia di uccisioni mediante gas. Ecco cosa è possibile leggere nel volume di David Irving, Norimberga ultima battaglia[1]:

“Sir Frank H. Hinsley e altri, British intelligence in the second world war, its influence on strategy and operations (Cambridge, 1979-1984), tre volumi, vol. II, appendice, p. 673: “Le intercettazioni dei messaggi provenienti da Auschwitz, il più grande campo che infatti conteneva 20 mila prigionieri, indicavano le malattie come principale causa della mortalità, ma facevano riferimento anche a fucilazioni e impiccagioni. Nessun accenno, nelle intercettazioni, a uccisioni mediante gas”.

Quindi nei messaggi da Auschwitz a Berlino (come pure dagli altri campi di concentramento) gli analisti britannici non trovarono nessuna menzione di “camere a gas”.

Cavendish-Bentinck riuscì quindi a convincere il governo inglese a non menzionare le camere a gas nella dichiarazione congiunta anglo-americana dell’agosto 1943 che condannava “il terrore tedesco in Polonia”, dichiarazione sollecitata dal governo polacco in esilio a Londra.

Victor Cavendish-Bentinck

I dubbi di George Orwell

Ma Allen e Cavendish-Bentinck (e lo stesso governo inglese) non furono i soli britannici a essere scettici sulle camere a gas naziste. Anche il celeberrimo scrittore George Orwell, nel 1945, quando la guerra non era ancora finita, espresse delle considerazioni che, se non scettiche, erano quantomeno dubitative:

“L’indifferenza nei confronti della verità oggettiva viene incoraggiata dai compartimenti stagni nei quali il mondo è diviso, il che rende sempre più difficile scoprire ciò che in realtà sta accadendo. Si possono spesso nutrire seri dubbi sugli avvenimenti più atroci. Ad esempio, è impossibile calcolare i milioni, forse decine di milioni di morti causati dalla guerra in corso. Le calamità che vengono continuamente riportate – battaglie, massacri, carestie, rivoluzioni – tendono a infondere nella gente un senso di irrealtà. Non c’è modo di verificare i fatti, non è certo neppure che accadano; si deve sempre fare i conti con interpretazioni e fonti diametralmente opposte. Dove sta il torto e la ragione nell’insurrezione di Varsavia dell’agosto 1944? Ci sono forni a gas [gas ovens] tedeschi in Polonia? Di chi è la colpa per la carestia nel Bengala? Probabilmente è possibile risalire alla verità ma gli eventi sono presentati in modo così disonesto da quasi tutti i giornali che al lettore medio si può perdonare sia il trangugiare bugie sia il formarsi errati convincimenti”.

Orwell dunque dubitò dell’esistenza delle camere a gas (da lui definite “forni a gas”). Oggi, i revisionisti non dubitano più ma affermano con certezza, in base ad un’ormai imponente mole di argomentazioni, l’inesistenza delle camere a gas omicide naziste. Gli scribacchini come Mulhall – e i politicanti che hanno approvato le leggi che in quasi tutti i paesi d’Europa proibiscono le opinioni revisioniste – vogliono impedire alle persone di coltivare non solo le (revisionistiche) certezze ma persino i dubbi, riportandoci ai tempi bui di quella propaganda bellica che, come scrisse Orwell, presentava i fatti in modo “disonesto”. Questo non dobbiamo dimenticarlo mai.

George Orwell

Lo scetticismo sulle camere a gas nel primo dopoguerra

Passiamo al dopoguerra. Scrive il Times of Israel:

“Come il libro dettaglia, il fascista francese Maurice Bardèche, i suoi compatrioti Paul Rassinier e il prof. René Fabre, e il veterano svedese antisemita Einar Åberg figurano tra coloro che hanno conseguito “l’ignobile distinzione di essere le prime persone a negare dolosamente la validità e l’unicità dei crimini di guerra nazisti””.

A questo proposito osservo quanto segue: il Times of Israel fa, come si dice in questi casi, di ogni erba un fascio. A quanto mi risulta, dei personaggi citati, Bardèche e (forse) Åberg erano fascisti ma certamente Rassinier e Fabre non lo erano. Rassinier era socialista e pacifista, e partecipò alla Resistenza. Fabre non era né fascista né revisionista: era un tossicologo. E soprattutto non negò “dolosamente” la validità e l’unicità dei crimini nazisti. Egli, come scrisse a suo tempo il prof. Faurisson, era il “decano della facoltà di farmacia di Parigi” che, nel dicembre 1945, firmò un expertise “del massimo interesse”: dopo aver esaminato la presunta camera a gas del campo di concentramento di Struthof-Natzweiler e i cadaveri dei presunti gasati, concluse che in entrambi i casi non c’erano tracce di gas venefico[2].

René Fabre

Inoltre, la predetta expertise fu occultata dalle autorità francesi per diversi decenni. Il prof. Faurisson la scoprì solo nel 1981. Quindi, il prof. Fabre, pur avendo firmato un documento di grande importanza non influenzò in alcun modo la nascita del revisionismo. Per quanto riguarda invece lo svedese Åberg, la sua importanza nella storia del revisionismo è decisamente nulla. Quindi, dei quattro “precursori” del revisionismo citati dal Times of Israel solo Rassinier e Bardèche sono stati effettivamente rilevanti (e il socialista Rassinier più del fascista Bardèche).

Alexander Ratcliffe e il Duca di Bedford

Proseguiamo. Afferma Mulhall:

“…le persone che negavano l’Olocausto in Gran Bretagna erano primariamente fascisti britannici e il fascismo britannico viene spesso visto dagli studiosi che guardano al fascismo più in generale come una sorta di angolo sperduto”. A questo proposito, Mulhall fa i nomi di Alexander Ratcliffe e del Duca di Bedford.

Ratcliffe, come è possibile leggere su Wikipedia, era un nazionalista scozzese visceralmente anticattolico. Tuttavia, non era fascista (era anzi ostile a Hitler e a Mussolini) né ebbe alcuna influenza nella storia del revisionismo: il suo nome non viene mai citato né da Bardèche né da Faurisson. Mulhall gli rimprovera di non aver creduto alle storie di atrocità compiute dai tedeschi nella seconda guerra mondiale e, addirittura, di aver tracciato “un parallelo con le storie propagandistiche inattendibili che avevano inondato il pubblico durante la prima guerra mondiale”. Con ciò, Mulhall dimostra, seppur involontariamente, che lo scetticismo di Ratcliffe non era ingiustificato ma era fondato su un precedente diretto e importante. Sulle atrocità inesistenti attribuite ai tedeschi durante la prima guerra mondiale hanno scritto due libri memorabili Arthur Ponsonby e James Morgan Read.

Alla luce della propaganda a base di atrocità della prima guerra mondiale c’era in effetti motivo per essere, se non scettici, quantomeno prudenti di fronte alle storie propagandistiche propinate all’opinione pubblica durante la seconda guerra mondiale. Una delle eminenti personalità che fecero proprio questo atteggiamento prudenziale fu il Papa Pio XII. Ecco che cosa ha scritto al riguardo il famoso storico (ebreo) Georg Mosse:

“Un esempio è dato dall’atteggiamento, tutt’altro che isolato, di Pio XII. Egli disse: fornitemi una documentazione completa sui fatti, e non esiterò a condannare l’uccisione degli ebrei. E naturalmente nessuno era in grado di fornire una tale documentazione”.

Inoltre, come ha fatto notare Faurisson, il diplomatico americano Harold H. Tittmann, riferendosi alla posizione del Papa, espresse la seguente considerazione:

“Egli [il Papa] asserì di «temere» che vi fosse un fondamento nei rapporti sulle atrocità compilati dagli Alleati ma mi indusse a credere che egli sentiva che vi era stata dell’esagerazione a scopo di propaganda[3].

Il prof. Faurisson ha definito questo atteggiamento prudenziale di Pio XII come “revisionista”. Un atteggiamento che contraddistinse anche i governi britannico e americano i quali, come si è visto, evitarono di menzionare le camere a gas nel loro comunicato dell’agosto 1943. Un atteggiamento che venne poi reiterato nel dopoguerra da Churchill, Roosevelt e De Gaulle i quali, nelle loro voluminosissime memorie postbelliche, non nominarono mai le camere a gas.

Quindi il motivo delle fandonie propagandistiche inventate in tempo di guerra per manipolare l’opinione pubblica è serio e reale e non è una fissazione di pochi estremisti marginali.

Passiamo al Duca di Bedford (Hastings Russell). Il Duca di Bedford è stato effettivamente nominato da Bardèche. Nel libro di Bardèche, Nuremberg II ou les Faux Monnayeurs, viene riportata una citazione tratta dall’opuscolo Failure at Nuremberg (“Fallimento a Norimberga”), pubblicato da un gruppo che aveva alla sua testa appunto il Duca di Bedford. La riporto a seguire nella sua integralità perché mi sembra davvero interessante:

“Poco importa che il nazionalsocialismo tedesco sia stato un movimento politico generoso o condannabile e probabilmente, come la maggior parte delle fragili istituzioni umane, sia stato una mescolanza di bene e di male ma, in ogni caso, ciò che nessuna persona informata o imparziale può negare è che esso fu un movimento politico caratterizzato da una totale sincerità. Inoltre, questa grande, questa magnifica sincerità impregnò profondamente (con l’eccezione di uno o due opportunisti a cui il loro doppio gioco costò la vita) le anime degli accusati di Norimberga, le anime di questi uomini che vennero condannati a morte o alla carcerazione. Che questo movimento abbia attirato un certo numero di mascalzoni, è una cosa troppo naturale (e d’altronde a quale grande partito questo non succede?), ma che si possa spazzare tutte le organizzazioni naziste denunciandole come criminali, questa è una posizione che ogni storico onesto, se esamina le prove contemporanee, non mancherà di rifiutare e di condannare senza alcuna esitazione. Il nazionalsocialismo è morto. L’umanità, tuttavia, non è lasciata senza via d’uscita e verrà il giorno forse in cui degli uomini troveranno il mezzo di realizzare quello che c’era di buono nel nazionalsocialismo senza ricadere nel suo autoritarismo brutale, nel suo fanatismo spietato e nella sua intolleranza. Una cosa, tuttavia, è certa. Questo giorno non è stato reso più vicino dall’assassinio giudiziario di questi vinti che hanno servito il loro paese con amore. Il processo di Norimberga non è l’aurora di un tempo nuovo, è un ritorno ai tempi barbari e alla notte”[4].

Cosa si evince da questa citazione? Si evince, certamente, che il Duca di Bedford era un simpatizzante del nazionalsocialismo ma un simpatizzante tutt’altro che privo di senso critico, che menzionava l’”autoritarismo brutale”, il “fanatismo spietato” e l’”intolleranza” del partito capeggiato da Hitler. Quel senso critico che invece fa totalmente difetto a Joe Mulhall e ai suoi congeneri “antifa”. Tanto è vero che costui denigra Ratcliffe e il Duca di Bedford per non aver creduto all’”evidenza” rappresentata dalle fotografie, diffuse durante e dopo la guerra dagli Alleati, che proverebbero la realtà “incontestabile” delle atrocità naziste.

Hastings William Sackville Russell, 12th duke of Bedford, * 1888 | Geneall.net

Il Duca di Bedford

Udo Walendy e le foto taroccate dalla propaganda alleata

Ora, che molte delle fotografie che proverebbero i crimini nazisti siano in realtà delle foto taroccate, è stato dimostrato già molti anni fa da un articolo del revisionista Udo Walendy.

Lo studio di Walendy è consultabile al seguente link:

https://web.archive.org/web/20120603140227/http://ita.vho.org/valendy/ugo.htm

Walendy divise il materiale oggetto della sua disamina in tre categorie:

  1. Fotografie genuine ma corredate da didascalie false;
  2. Fotografie ritoccate;
  3. Falsificazioni complete: “Se una supposta “prova fotografica” consiste in un disegno fotografato, e/o assemblato con parti di altre fotografie, questo rappresenta una falsificazione completa”.

Walendy nel suo studio commenta 16 casi di fotografie alterate in tutto o in parte, e precisa che gli esempi da lui forniti sono solo alcuni tra le tante falsificazioni compiute dalla propaganda Alleata. Ad esempio, nell’illustrazione 3, Walendy prende in esame una foto pubblicata il 21 maggio del 1945 dalla rivista americana Life, che mostra i “corpi [cadaveri] di più di 3,000 lavoratori-schiavi a Nordhausen”. Ebbene, il famoso storico Martin Broszat, non certo un revisionista, stabilì successivamente che i morti in questione non erano stati uccisi dai nazisti ma erano stati vittime di un raid aereo Alleato.

La foto pubblicata dalla rivista Life

Prima di passare al prossimo paragrafo, torniamo brevemente al Duca di Bedford. Su costui, Mulhall e il Times of Israel si lasciano sfuggire un’ammissione interessante:

“Finanziato dal Duca di Bedford, il pamphlet del British People’s Party Failure at Nuremberg (“Fallimento a Norimberga”) ricevette molta copertura nelle riviste sia di sinistra che di destra dopo la sua pubblicazione nel 1946”.

Dunque il pamphlet del Duca di Bedford ricevette molta copertura sulle riviste di sinistra. Si possono fare a questo proposito due osservazioni:

  1. Evidentemente, le critiche mosse all’epoca al processo di Norimberga erano trasversali agli schieramenti politici.
  2. La sinistra inglese degli anni ’40 non era succube della Israel lobby come quella attuale, in cui hanno assunto un peso sproporzionato le organizzazioni “politicamente corrette” come “Hope Not Hate”, di cui fa parte proprio Joe Mulhall.

Il Times of Israel espone poi la seguente considerazione:

“il Duca di Bedford indicava anche gli eventi nell’Europa centrale e orientale nell’immediato dopoguerra nel tentativo di minimizzare la Soluzione Finale. ‘L’espulsione dei tedeschi da parte dei cechi e dei polacchi, approvata dalla Russia e tollerata dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, si sta svolgendo in condizioni di crudeltà che eguagliano qualunque cosa sia stata mai attribuita alla politica nazista e che, inoltre, viene condotta su una scala molto più grande’, egli scrisse”.

Ma quello del Duca di Bedford non è un punto di vista necessariamente “fascista”. A quanto pare, Mulhall e il Times of Israel ignorano (o fingono di ignorare) che negli stessi anni la famosa scrittrice Freda Utley, di orientamento liberale, espresse analoghe considerazioni. Ecco cosa scrisse Utley nel suo memorabile libro The High Cost of Vengeance (“Il prezzo alto della vendetta”):
“Confrontati con gli stupri e gli omicidi e le ruberie effettuati dalle armate russe alla fine della guerra, con il terrore e lo schiavismo e l’imposizione della fame e le rapine perpetrate oggi nella zona Orientale, e il genocidio praticato dai polacchi e dai cechi, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi dai tedeschi condannati a morte o al carcere a vita a Norimberga appaiono minori nell’estensione se non nel grado”[5].

Questa è una delle tante conferme che il punto di vista revisionistico è trasversale alle convinzioni politiche degli autori che lo esprimono: un dato di fatto decisamente ostico per i fanatici come Mulhall.

Freda Utley

Le prime spiegazioni alternative sulle morie nei campi di concentramento

Un’altra critica di Mulhall (e del Times of Israel) a Ratcliffe merita un’adeguata riflessione (e confutazione). Scrive il Times of Israel:

“Mentre la guerra volgeva al termine nella primavera e nell’estate del 1945, Ratcliffe iniziò a cambiare tattica, non negando più l’esistenza delle atrocità ma cercando di discolparne la macchina omicidiaria nazista. Riferendosi alle immagini che emergevano dai campi, egli chiese: “Questi corpi sono stati fatti morire di fame! E perché questi corpi sono stati fatti morire di fame? Perché non c’era cibo per questi corpi! E chi bisogna incolpare per questo? Direttamente, o indirettamente, gli Alleati””.

Mulhall non riesce a (o non vuole) capire che la posizione di Ratcliffe non era né fascista né antifascista ma semplicemente revisionista. Diversi altri osservatori, che Mulhall ignora, la pensavano come Ratcliffe: non solo Bardèche ma anche uno scrittore celeberrimo (e non esattamente fascista) come George Bernard Shaw, nonché il dr. Russell Barton, un medico inglese che aveva trascorso un mese nel campo di Bergen-Belsen dopo la sua liberazione.

Per far capire come questa posizione fosse dettata dal buon senso e non dal fanatismo politico, riporto a seguire i commenti espressi dai predetti autori (le sottolineature sono mie).

Maurice Bardèche:

“Risulta chiaro che nella versione dei fatti a noi presentata, intervengono elementi accidentali che abbiamo avuto il torto di non mettere in luce. Il più importante di tutti è la ripercussione sulla vita dei campi del disordine pazzesco che la disfatta portò in tutti i servizi. Le norme stabilite per i campi nel 1942 e nel 1943 furono sconvolte, i campi furono d’improvviso sovrappopolati, inondati da detenuti razziati nelle prigioni evacuate, privati di viveri e di medicamenti, abbandonati al caso, al disordine, alla fame che divenne terribile, giacché il vettovagliamento cessò nel momento stesso della maggiore affluenza dei prigionieri. Allora apparvero le epidemie, le morti in massa, la lotta feroce per quel po’ di nutrimento che arrivava al campo: i controlli disparvero o si indebolirono, e il furore della disfatta, la collera dei bombardamenti hanno certo provocato azioni criminali le quali rendevano ancora più gravi le condizioni spaventose di vita create dal disordine. I membri della commissione d’inchiesta americana trovarono i campi in questo stato: credettero che tali condizioni eccezionali rappresentassero la norma, e non vollero sapere altro. Tuttavia, una norma era esistita, i campi erano stati ben altra cosa”[6].

George Bernard Shaw:

“La necessità, per l’autorità repressiva, di personale addestrato e capace è stata dimostrata negli anni passati da terribili lezioni quotidiane. Al momento in cui scrivo schiere di imputati tedeschi prigionieri di guerra, uomini e donne, sono processate con l’accusa di orrende atrocità perpetrate nei campi di concentramento. I testimoni ne descrivono gli orrori; e i giornali bollano gli accusati come diavoli e mostri. Ma pubblicano anche fotografie in cui appaiono come esseri umani ordinari, paragonabili a quelli di ogni altro popolo o esercito. Questi tedeschi dovevano vivere nei campi con i loro prigionieri. Deve essere stato per loro molto faticoso e pericoloso. Ma erano stati incaricati del comando e dell’amministrazione e dovevano organizzare il nutrimento, l’alloggio e l’igiene di migliaia e migliaia di prigionieri accollati loro dal governo centrale. E poiché erano responsabili della custodia dei loro prigionieri dovevano essere armati fino ai denti, e i loro prigionieri completamente inoffensivi. Solo un’eminente leadership, esperienza e talento organizzativo avrebbero potuto gestire una situazione del genere. Bene, costoro semplicemente mancavano di queste qualità. Non erano diavoli in forma umana; ma non sapevano cosa fare con la marea di persone gettate loro addosso. C’era un po’ di cibo; ma non potevano distribuirlo se non come razioni per sé stessi. Non potevano fare altro, con i prigionieri, se non ammassarli in ogni corpo di quattro mura rimasto in piedi, chiuderli dentro e lasciarli morire di tifo. Quando ulteriori assembramenti divennero fisicamente impossibili, non poterono fare altro, con i prigionieri incustoditi, se non ucciderli e bruciare i corpi che non potevano seppellire. E neppure questo riuscirono a organizzare dichiaratamente e in modo adeguato: dovettero far morire le loro vittime di maltrattamento invece che per legge militare. In tali circostanze, qualunque gruppo assortito di uomini armati ne uscirebbe demoralizzato; e la percentuale naturale di duri incalliti tra loro sguazzerebbe nella crudeltà e nell’esercizio del potere irresponsabile, per il proprio interesse. Picchiare l’uomo è uno sport migliore del combattimento dei galli, o anche del picchiare i bambini, di cui alcuni sensazionali casi inglesi sono apparsi sui giornali nazionali, all’epoca. Ci fosse stata un’efficiente gestione della situazione, da parte dell’autorità (ammesso che fosse possibile) nessuna di tali atrocità sarebbe accaduta. Queste accadono in ogni guerra, quando le truppe perdono il controllo[7].

Russell Barton:

“I reporter hanno interpretato la situazione secondo le necessità della propaganda interna. Alcuni funzionari tedeschi mi hanno detto che inviare cibo al campo era stato sempre più difficile. Tutto quello che si muoveva sulle strade diventava un bersaglio. […] Mi sono convinto, contrariamente all’opinione popolare, che non c’è mai stata una politica deliberata di sterminio per fame. Ciò è stato confermato dal gran numero di detenuti ben nutriti. […] La ragione principale della situazione di Belsen dipende dalle malattie, dal sovraffollamento voluto dall’autorità centrale, dalla mancanza di disciplina nelle baracche, e dal rifornimento insufficiente di cibo, acqua e medicine”[8].

Oggi, gli storici riconoscono che Bergen Belsen, Buchenwald e Dachau non furono campi di sterminio. Tuttavia, i media continuano a presentare le immagini riprese in questi campi quando vennero liberati dagli anglo-americani come una “prova” dell’Olocausto. Perché?

Mulhall arriva a sostenere che Ratcliffe e il Duca di Bedford “crearono le “fonti originali” e i “modelli che sono utilizzati dai negazionisti successivi” come David Irving e Robert Faurisson”.

In realtà, Irving e Faurisson non sono stati influenzati affatto dai predetti autori. Irving è stato influenzato, in una certa misura, da Allen e da Cavendish-Bentinck, di cui abbiamo già parlato. Per il resto, non si è mai avvalso delle fonti citate da Mulhall. Irving e Faurisson sono stati due grandi ricercatori d’archivio che hanno maturato le loro convinzioni sullo studio dei documenti, più che sui “modelli” forniti da altri autori.

George Bernard Shaw

Oswald Mosley e Leonard Mosley

I fascisti britannici costituiscono per Mulhall un’autentica fissazione. Ecco cosa scrive di Oswald Mosley, il fondatore delle British Union of Fascists:

“Mosley è una figura più importante di quanto le persone lo abbiano ritenuto”, dice Mulhall. “Tutte le cose che sono diventate i concetti chiave del negazionismo, egli ne parla negli anni ’40. Egli era centrale per il negazionismo nel Regno Unito e creò molti degli argomenti che divennero le basi per il negazionismo internazionale dell’Olocausto”.

In realtà, dalla lettura delle opere di Bardèche, di Irving e di Faurisson, risulta il contrario.

Irving cita Mosley solo due volte, nel suo libro La guerra di Hitler, e mai in relazione all’Olocausto. Faurisson, da parte sua, non lo ha mai menzionato: nemmeno una volta. Quanto a Bardèche, l’unico Mosley che viene menzionato nel suo secondo libro su Norimberga è il giornalista inglese Leonard Mosley, che seguì le truppe americane che irruppero nel campo di concentramento di Belsen, e non il fascista Oswald.

Detto questo, e appurato che Oswald Mosley ebbe un’influenza scarsa o addirittura nulla nella formazione del “negazionismo internazionale dell’Olocausto”, alcune delle sue affermazioni riportate da Mulhall hanno effettivamente una valenza revisionistica.

A questo punto ritengo sia interessante confrontare le considerazioni di Oswald Mosley sui campi di concentramento con quanto constatò personalmente Leonard Mosley quando giunse nel campo di Belsen. Da questo confronto risulta che le opinioni di Oswald Mosley erano tutt’altro che campate in aria.

Oswald Mosley:

“Gli uomini erano pochi, il cibo era scarso, il disordine infuriava poiché tutti i servizi di rifornimento erano crollati sotto gli incessanti bombardamenti. Essi detenevano in prigione o nei campi una popolazione considerevolmente scontenta, alcuni erano tedeschi, ma la maggior parte erano stranieri, che abbisognavano di guardiani e di rifornimenti di buon cibo”.

“Se voi avete degli scoppi di tifo siete costretti ad avere una situazione nella quale dovete usare i forni a gas per smaltire i corpi. Se fossimo stati bombardati qui nelle prigioni e nei campi di concentramento, qualcuno tra di noi sarebbe finito nei forni a gas”.

Leonard Mosley:

“Dopo pochi giorni, osservatori e inquirenti vennero a Belsen e alcuni dei fatti su di esso iniziarono a emergere. Le vittime furono interrogate, e divenne evidente che il campo era stato un luogo di assembramento per uomini e donne ammalati provenienti da altri campi di concentramento in altre parti della Germania. Il personale del campo era stato assai brutale, ma non era stato neanche lontanamente crudele come in altri campi in Germania; e, fino all’offensiva russa, aveva gestito abbastanza bene il suo carico di morti e moribondi. Ma poi, convoglio dopo convoglio di tedeschi ammalati e di prigionieri Alleati, cominciarono a riversarsi nel campo. Migliaia iniziarono a morire ogni giorno; non c’era abbastanza cibo per nutrirli; e i crematori non potevano smaltire l’enorme numero di corpi. Fu allora, quando non fu più possibile alcun servizio di isolamento, con i morti che giacevano in tutte le parti del campo aspettando di essere sepolti, che la situazione finì così completamente fuori controllo che Kramer e il suo personale non cercarono più di gestirla. Il corpo principale delle guardie S. S. se ne andò, prima che i britannici potessero catturarle, lasciandosi dietro solo un personale ridotto al minimo. Subentrarono i soldati di leva della Wehrmacht e ungheresi”[9].

Quindi le considerazioni revisionistiche di Maurice Bardèche, di George Bernard Shaw e di Oswald Mosley vennero confermate dai sopralluoghi del dr. Russell Barton e di Leonard Mosley.

Oswald Mosley

La “scoperta” dei campi di concentramento da parte delle autorità Alleate

Mulhall e il Times of Israel passano poi a esaminare le critiche di Oswald Mosley agli Alleati e alla lobby ebraica, responsabile, ai suoi occhi, di aver scatenato la guerra contro Hitler. Scrive il Times of Israel:

“Insieme agli Alleati, anche gli ebrei furono responsabili del loro destino. ‘La guerra moderna è la fine della moralità. Coloro che sono responsabili di aver iniziato la guerra, sono, anche responsabili di aver fatto finire la moralità’, scrisse Mosley – che aveva ripetutamente deplorato la ‘guerra ebraica’ – nel libro ‘The Alternative’. A questa mistura malsana, egli aggiunse anche l’idea – in seguito ripresa con gusto da negazionisti come Irving – che Hitler non sapesse nulla della Soluzione Finale”.

Non ho letto il libro di Mosley ma quando costui parla della “fine della moralità”, immagino che si riferisca ai crimini di guerra compiuti dagli Alleati. Questi crimini non solo ci furono ma furono giganteschi e all’epoca – questo Mulhall e il Times of Israel non lo dicono – vennero riconosciuti come tali non solo da fascisti marginali come Mosley ma anche da personalità non certo sospette di simpatie per i regimi fascisti, come la scrittrice Freda Utley e come il padre gesuita Salvatore Lener, noto editorialista della rivista La Civiltà Cattolica.

I bombardamenti incendiari compiuti contro le popolazioni civili delle città tedesche e giapponesi e le bombe atomiche sganciate contro Hiroshima e Nagasaki sono esempi eloquenti di questi crimini. Crimini che vennero messi in secondo piano dalla “scoperta” degli orrori, veri o presunti, compiuti nei campi di concentramento tedeschi. Su questo, Maurice Bardèche ha espresso una considerazione che, riletta a distanza di decenni, non ha perso nulla della sua pregnanza:

“Nel gennaio 1945, furono scoperti, con un colpo di fortuna, quei campi di concentramento di cui nessuno sino ad allora aveva sentito parlare, e che diventarono la prova necessaria, il flagrante delitto allo stato puro, il “crimine contro l’umanità” che giustificava tutto. Furono prese fotografie, girati film, fatte pubblicazioni, tutto fu portato a conoscenza con una pubblicità spaventosa, simile ad una marca di stilografica. La guerra morale era vinta. La mostruosità tedesca era provata da quei documenti preziosi. Il popolo che aveva inventate cose simili non aveva il diritto di lamentarsi di nulla. E il silenzio fu tale, il sipario fu levato così abilmente e bruscamente, che non una voce si alzò ad osservare quanto tutto ciò fosse troppo bello per essere vero. Così fu affermata la colpevolezza tedesca, per ragioni diversissime secondo i tempi: l’unica cosa da notare è che tale colpevolezza aumenta a mano a mano che si moltiplicano i bombardamenti. Questo sincronismo è di per sé stesso abbastanza sospetto, e dobbiamo accogliere con cautela le accuse di governi i quali hanno un bisogno così evidente di moneta spicciola”[10].

Immagino che il Times of Israel liquiderebbe questa considerazione di Bardèche come l’illazione di un fascista. In realtà, lo scrittore francese all’epoca aveva toccato un punto nevralgico. Quanto sospettato da Bardèche venne infatti confermato da Freda Utley. Attenzione a cosa scrive costei:

“Un attento professore americano, che ho incontrato a Heidelberg, ha espresso l’opinione che le autorità militari degli Stati Uniti entrando in Germania e vedendo la spaventosa distruzione provocata dai nostri bombardamenti annientatori temevano che la conoscenza di essi avrebbe causato il disgusto dell’opinione pubblica in America, e avrebbe potuto impedire l’attuazione delle politiche di Washington per la Germania risvegliando la compassione per gli sconfitti, e la consapevolezza dei nostri crimini di guerra. Questa, egli crede, è la ragione per cui un’intera flotta di aerei venne utilizzata dal Generale Eisenhower per portare giornalisti, parlamentari e uomini di chiesa per vedere i campi di concentramento; l’idea era che la vista delle vittime fatte morire di fame da Hitler avrebbe cancellato la consapevolezza della nostra colpa. Certamente è andata così. Nessun giornale americano di larga tiratura in quei giorni scrisse sugli orrori dei nostri bombardamenti, o descrisse le condizioni spaventose in cui i sopravvissuti vivevano nelle rovine piene di cadaveri. I lettori americani hanno bevuto a volontà solo le atrocità tedesche”[11].

Operazione Gomorrah, il criminale bombardamento di Amburgo con le bombe al fosforo. Paolo Germani - www.altreinfo.org

Un’immagine del bombardamento di Amburgo

C’è un’altra accusa contro Bardèche che merita di essere confutata a dovere. Scrive il Times of Israel:

“L’impatto dei negazionisti britannici dell’Olocausto è, dice Mulhall, evidente nel libro di Bardèche del 1948 ‘Norimberga ossia la terra promessa’. Egli, anche, mise in discussione le prove fotografiche, che egli definì ‘il set di un film’ e bollò Norimberga come ‘un altro caso Dreyfus’, sostenendo: ‘Crederò nell’esistenza giudiziaria dei crimini di guerra quando vedrò il Generale Eisenhower e il Maresciallo Rossokovsky prendere posto nel tribunale di Norimberga sul banco degli accusati’”.

Ora, è vero che Bardèche ha definito Norimberga come “un altro caso Dreyfus” nel suo primo libro su Norimberga, ma non si è masi sognato di definire le prove fotografiche come “il set di un film”. L’unico altro passo, oltre a quello da me riprodotto in precedenza (“furono prese fotografie, girati film…”) in cui Bardèche cita le fotografie si trova a pagina 63 (dell’edizione italiana). Il contesto è quello della requisitoria del pubblico ministero francese a Norimberga, che Bardèche ritiene molto più faziosa e ingannevole di quella dei pubblici ministeri americano, britannico e sovietico. Se si legge il passo in questione, le osservazioni di Bardèche non hanno nulla di “negazionista” ma si limitano a far rilevare che i metodi dell’accusatore francese provocarono proteste da parte dello stesso tribunale. Un dato che Mulhall si guarda bene dal riprendere.

Sparta e i Sudisti nel pensiero di Maurice Bardèche | Francesco Lamendola

Maurice Bardèche

Infine, Mulhall si permette di sostenere che “in un successivo libro del 1950 [Nuremberg ou les Faux Monnayeurs], Bardèche prontamente riconobbe il suo debito con i suoi camerati oltre il Canale Inglese, nominando il Duca di Bedford, il BPP, Liddell Hart e Belgion, che egli citò estesamente”.

A questo punto mi chiedo: ma qual è la fonte in base al quale Mulhall sostiene che lo storico militare Basil Liddell Hart e lo scrittore Montgomery Belgion erano “camerati”? Mistero. Perché non mi pare che Belgion fosse un fascista. Sicuramente non lo era Liddell Hart. Un’ulteriore conferma della tendenziosità di Mulhall.

Oswald Mosley, Charles Tansill e le origini della seconda guerra mondiale

Mosley riteneva gli Alleati responsabili di aver iniziato la guerra e parla di “guerra ebraica”. Immagino che l’opinione pubblica – bombardata da decenni di propaganda a senso unico – che legga queste affermazioni ne rimanga scandalizzata. Oggi, le Giornate della Memoria che in tutto il mondo commemorano l’”Olocausto” presentano gli ebrei esclusivamente come vittime e Hitler come l’unico responsabile dell’inizio della guerra mondiale. E quindi l’uomo della strada ignora il ruolo della lobby ebraica e dei politici come Roosevelt nello scatenamento della guerra.

Innanzitutto, i media hanno relegato totalmente nell’oblio la dichiarazione di guerra contro la Germania di Hitler lanciata nel 1933 dal giudaismo internazionale (e, in particolare, dal giudaismo americano). Come ha scritto a suo tempo Gilad Atzmon,

“Non sono in molti a sapere che nel marzo del 1933, molto prima che Hitler diventasse il leader indiscusso della Germania e incominciasse a minare i diritti degli ebrei tedeschi, l’American Jewish Congress annunciò una protesta massiccia al Madison Square Garden e fece appello per il boicottaggio americano delle merci tedesche…Il 24 marzo del 1933, il Daily Express di Londra pubblicò un articolo che annunciava che gli ebrei avevano già iniziato il loro boicottaggio contro la Germania e che minacciavano una prossima ‘guerra santa’. Il Daily Express esortava gli ebrei di tutto il mondo a boicottare le merci tedesche e a manifestare attivamente contro gli interessi economici tedeschi”.

Chi mi legge da anni sa che non ho simpatie per Hitler. Però non posso fare a meno di osservare che Hitler non è certo l’unico responsabile dell’inizio delle ostilità. Oggi, la seconda guerra mondiale viene immancabilmente presentata come il frutto perverso dell’intransigenza del cancelliere tedesco. Certamente, l’invasione della Polonia fu una dimostrazione di intransigenza ma, nei mesi e nei giorni che precedettero lo scoppio della guerra, i suoi antagonisti furono almeno altrettanto intransigenti. Le proposte che Hitler aveva fatto per risolvere la crisi polacca vennero respinte senza alcuna discussione[12]: incontrarono il totale rifiuto della Polonia.

E dietro la Polonia, c’era l’intransigenza della Francia e della Gran Bretagna. E soprattutto, dietro queste due nazioni, c’era l’intransigenza del Presidente degli Stati Uniti.

Tutto ciò è illustrato molto bene dallo storico revisionista americano Charles Callan Tansill, nel suo libro sui responsabili della seconda guerra mondiale[13]. La citazione è un po’ lunga ma vale la pena di essere riportata nella sua interezza (i grassetti nel testo sono miei):

“Ho ricevuto recentemente dal Sig. Verne Marshall, ex-editore della Cedar Rapids Gazette una lettera in cui egli ha dato le seguenti importanti notizie: «Nell’estate del 1939, il Presidente Roosevelt inviò una nota all’Ambasciatore in Francia, William Bullitt, incaricandolo di avvisare il governo francese che qualora, nel caso di un attacco nazista contro la Polonia, la Francia e l’Inghilterra non fossero corse in aiuto alla Polonia, esse non dovevano aspettarsi alcun aiuto dall’America se dal conflitto fosse nata una guerra generale. D’altra parte, se la Francia e l’Inghilterra avessero dichiarato guerra alla Germania (nel caso di un attacco nazista contro la Polonia), esse potevano contare su tutto l’aiuto degli Stati Uniti. Le disposizioni dirette a Bullitt da F. D. Roosevelt erano di mettere al corrente di ciò anche Joe e Tony, cioè l’Ambasciatore Kennedy a Londra e Biddle a Varsavia. Roosevelt voleva che Daladier, Chamberlain e Josef Beck sapessero di queste istruzioni inviate a Bullitt. Bullitt non fece che mandare a Kennedy nella valigia diplomatica da Parigi la nota che aveva ricevuto da F. D. R. Kennedy seguì l’esempio di Bullitt e la spedì a Biddle. Quando i nazisti occuparono Varsavia e Beck si dileguò, essi devono aver trovato la nota di F. D. R. L’uomo che scrisse il rapporto che vi mandai, la vide a Berlino nell’ottobre 1939».

“Dopo aver ricevuto questa lettera dal Sig. Marshall, scrissi immediatamente al Sig. Bullitt per informarlo di questa nota che si attribuisce al Presidente. Egli rispose come segue: «Non ricordo assolutamente di aver ricevuto dal Presidente Roosevelt alcuna nota del tenore di quella citata nella vostra lettera e sono convinto che una simile nota non mi fu mai inviata dal Presidente».

“Il Signor Joseph Kennedy mi mandò una risposta ugualmente negativa riguardo a questa pretesa nota del Presidente, ma il «Diario» di Forrestal mostra che effettivamente Bullitt aveva molto insistito presso Roosevelt perché esercitasse delle pressioni su Chamberlain, e che questi aveva ceduto alle sue pressioni. Il passo qui appresso riportato ha delle vaste implicazioni: «27 dicembre 1945: Oggi ho fatto una partita di golf con Joe Kennedy (Joseph Kennedy era l’Ambasciatore di Roosevelt in Gran Bretagna negli ultimi anni che precedettero la guerra). Mi sono informato circa i suoi colloqui con Roosevelt e Neville Chamberlain a cominciare dal 1938 in poi. Egli ha detto che la posizione di Chamberlain nel 1938 era che l’Inghilterra non aveva con che combattere e che non poteva rischiare di entrare in guerra contro Hitler. Il parere di Kennedy era che Hitler avrebbe combattuto contro la Russia senza alcuna idea di un successivo conflitto con l’Inghilterra, se Bullitt (W. C. Bullitt, allora Ambasciatore in Francia) non avesse insistito presso Roosevelt, nell’estate del 1939, che bisognava imporsi ai tedeschi riguardo alla questione polacca. Né i francesi, né gli inglesi avrebbero fatto della Polonia una ragione di guerra se non fossero stati continuamente spronati da Washington. Bullitt, egli ha detto, ripeteva in continuazione a Roosevelt che la Germania non avrebbe combattuto; Kennedy invece insisteva che lo avrebbe fatto e che avrebbe scorazzato per tutta l’Europa. Chamberlain aveva dichiarato che l’America e gli ebrei del mondo avevano costretto l’Inghilterra alla guerra. […]

“Kennedy è noto per la sua buona memoria ed è assolutamente improbabile che le dichiarazioni da lui fatte al Segretario Forrestal non fossero degne della massima fiducia. Durante il 1939, Bullitt parlava moltissimo ed era considerato il portavoce del Presidente. Nel gennaio 1939, egli ebbe un lungo colloquio con il Conte Jerzy Potocki, Ambasciatore polacco a Washington, e lo lasciò con l’impressione che «egli (Bullitt) aveva ricevuto dal Presidente Roosevelt una dettagliatissima definizione dell’atteggiamento assunto dagli Stati Uniti riguardo all’attuale crisi europea. Egli avrebbe esposto tutto al Quai d’Orsay…Il contenuto di queste direttive…era: 1) La vigorosa politica americana, sotto la direzione del Presidente Roosevelt, condanna severamente e senza ambiguità i paesi totalitari; 2) è ferma opinione del Presidente che la Francia e la Gran Bretagna debbano porre un fine a qualsiasi forma di compromesso con i paesi totalitari».

“Nel febbraio 1939, Bullitt ebbe un colloquio con Jules Lukasiewicz, Ambasciatore polacco a Parigi, ed ancora una volta si ebbe l’impressione che parlasse con autorità. Egli confidò a Lukasiewicz che gli ambienti ufficiali di Washington nutrivano serie preoccupazioni per un eventuale scoppio di una guerra in Europa. «Se la Gran Bretagna e la Francia fossero sconfitte, la Germania rappresenterebbe una minaccia agli effettivi interessi degli Stati Uniti nel continente americano. Per questa ragione si può prevedere senz’altro dall’inizio che gli Stati Uniti entreranno in guerra a favore della Francia e della Gran Bretagna…Una cosa…mi sembra certa, ed è che la politica del Presidente sarà d’ora innanzi diretta ad incoraggiare la resistenza della Francia…ad indebolire in Inghilterra le tendenze per un compromesso».

“Questi brani tratti dai dispacci degli Ambasciatori polacchi a Washington ed a Parigi indicano chiaramente che il Presidente esercitava, attraverso Bullitt, una forte pressione sulla Gran Bretagna e la Francia perché assumessero un atteggiamento di sfida verso la Germania nazista”.

Quindi, secondo l’ex Premier britannico Chamberlain, “l’America e gli ebrei del mondo avevano costretto l’Inghilterra alla guerra”.

Quindi la definizione di “guerra ebraica” adottata da Mosley non è così esagerata (e antisemita) come potrebbe apparire di primo acchito.

A questo proposito c’è da fare un’ulteriore considerazione: gli ebrei di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti erano bene inseriti nel complesso militare-industriale dei rispettivi paesi, un apparato che vedeva nella guerra contro la Germania non solo l’occasione per regolare i conti con l’odiato dittatore tedesco ma anche una favolosa opportunità di profitti.  

Nel 1941 il governo Roosevelt fece un altro passo avanti verso la guerra approvando il Lend-Lease Act (Legge Affitti e Prestiti, che consentiva agli Stati Uniti di fornire materiale bellico ai governi amici o alleati. La legge Lend-Lease, scrisse lo studioso J. R. Pauwels, “dava a Londra la possibilità di accedere ad un credito virtualmente illimitato che avrebbe potuto essere utilizzato per comprare armi, munizioni e prodotti simili di cui avesse urgente necessità. Il valore totale delle esportazioni americane in Gran Bretagna si incrementò in modo spettacolare, passando dai 505 milioni di dollari nel 1939 a 1000 milioni nel 1940, 1600 nel 1941, 2500 nel 1942, 4500 nel 1943 e non meno di 5200 nel 1944. Per il business americano il Lend-Lease fu come un sogno che divenne realtà, perché, d’un colpo, aprì alle esportazioni Usa un immenso mercato[14].

Mulhall e il Times of Israel criticano poi Mosley e David Irving perché costoro, in tempi e in occasioni diverse, hanno sostenuto che Hitler non sapeva nulla dello sterminio degli ebrei. È vero che Irving (e prima di lui Bardèche) hanno sostenuto che il responsabile dello sterminio fu Himmler. Ma a questa conclusione Irving è giunto autonomamente, senza riprenderla da Mosley. E questo per un motivo molto semplice: di solito Irving evita di leggere libri scritti da altri autori. Un metodo storiografico assai discutibile, ma la realtà è questa.

Certo, da un punto di vista revisionista, la posizione di Irving è deprecabile, come hanno più volte argomentato studiosi revisionisti come Faurisson e Jürgen Graf, secondo cui non vi sono più prove per accusare Himmler di quanto ve ne siano per accusare Hitler, ma qui è importante sottolineare che la posizione di Irving non è stata affatto influenzata dai precursori fascisti del revisionismo: semplicemente, come a suo tempo osservò Graf, Irving si rese conto a suo tempo che nessuno degli innumerevoli documenti da lui studiati “provava che Hitler avesse ordinato lo sterminio degli ebrei”.

Dr Charles Callan Tansill (1890-1964) - Find A Grave Memorial

L’indignazione dell’opinione pubblica internazionale contro il processo di Norimberga

Mulhall e il Times of Israel passano quindi a rivolgere la loro attenzione al processo di Norimberga. Secondo costoro gli attacchi rivolti dai fascisti britannici al processo “furono cruciali nel diffondere l’idea di quella che l’americana Deborah Lipstadt definisce “equivalenza immorale”, una tattica che cerca di minare l’unicità dei crimini nazisti paragonandoli a quelli commessi presuntivamente dagli Alleati”.

La prima obiezione da rivolgere a questa ricostruzione è che i crimini commessi dagli Alleati non furono affatto “presunti” ma tragicamente reali. Negare che i bombardamenti incendiari delle città tedesche e giapponesi e che le bombe atomiche furono dei crimini dà la misura del fanatismo ideologico di questi “antifa” (e di quella Deborah Lipstadt che Mulhall qualifica dell’appellativo di “storica”, ma che invece non è nulla di più di un’attivista sionista).

La seconda obiezione è che i fascisti britannici non furono certo i soli a criticare il processo di Norimberga: in realtà, a prendere posizione contro le fondamenta giuridiche (e politiche) di quel processo vi fu un ampio movimento di opinione, a livello internazionale.

Di questo movimento di opinione parlò a suo tempo proprio Bardèche nel suo secondo libro: Nuremberg II ou les Faux Monnayeurs. Nelle pagine iniziali del libro Bardèche enumera, per sommi capi, le personalità, spesso illustri, che nella seconda metà degli anni ’40 criticarono, a volte in modo molto severo, la “giustizia di Norimberga”. Ripercorriamole insieme.

Bardèche nomina innanzitutto il giornale Chicago Tribune, che contro quel processo fece una vera e propria campagna di stampa. Poi le lettere aperte al Times firmate da scrittori e professori universitari inglesi, la campagna del giornale canadese Le Devoir, il “grande intellettuale portoghese” dr. Pimienta, gli articoli della stampa spagnola, “quasi tutta la stampa sudafricana”, “un gran numero di periodici argentini”.

E poi, il senatore americano Taft, il già citato Duca di Bedford, il professore di diritto dell’Università di Londra H. A. Smith, il giornalista e scrittore Montgomery Belgion, il professore portoghese Joâo das Regras, il padre gesuita italiano Salvatore Lener, lo scrittore francese Manuel de Diéguez (il cui saggio La Barbarie commence seulement ricevette il Prix de la Liberté).

E poi, il pastore svizzero Jacques Ellul, i generali Morgan e Fuller, il giornalista inglese F. A. Voigt, il professore H. A. Smith, la scrittrice Freda Utley, lo storico militare Basil Liddell Hart, il professor Gilbert Murray (dell’Università di Oxford), l’editore (ebreo) Victor Gollancz, il deputato (inglese) R. R. Stokes.

E poi, il giudice americano Wennerstrum, della Corte suprema dello stato dello Iowa, il giudice indiano Radhabinode Pal, il vescovo di Chichester, il dr. Dibelius, vescovo di Berlino e del Brandeburgo, e Lord Hankey, uno dei più importanti uomini politici britannici, già Ministro della Corona nel gabinetto Churchill.

Da questo elenco, non certo esaustivo, emerge che l’unica personalità di estrema destra nominata espressamente da Bardèche è il Duca di Bedford. Quindi, attribuire ai fascisti inglesi un ruolo “cruciale” nella messa a punto delle critiche al processo di Norimberga non è solo esagerato ma una vera falsificazione storiografica.

A questo punto vorrei citare, tra le critiche a Norimberga uscite sulla stampa dell’epoca, quelle pubblicate da due giornali tutt’altro che estremisti: il già menzionato Le Devoir, che negli anni ’40 era il più grande quotidiano canadese di lingua francese, e il New Yorker.

Le Devoir:

“Gli storici considereranno con sbalordimento questo grande processo che ha stabilito dei precedenti così spaventosi in materia di diritto internazionale. In virtù del giudizio di Norimberga, resta inteso che i vincitori hanno il diritto di giudicare e di condannare i vinti; di giudicarli e di condannarli in base a «leggi» retroattive promulgate dopo la loro disfatta; i vincitori possono costituirsi sia come accusatori che come giudici; possono anche giudicare i soli atti dei vinti, senza tener conto di tutti gli atti analoghi commessi dai vincitori; infine, il fatto di aver preparato una guerra d’aggressione sarà un crimine per i vinti, poiché sono i vincitori che diranno da che parte sarà venuta l’aggressione (Editoriale del 12 aprile 1948, al momento della pubblicazione del processo di Norimberga)[15].

The New Yorker:

“Sarebbe di grande aiuto se i giuristi incaricati di questi processi chiarissero la situazione con onestà e affiggessero sulla porta del tribunale un cartello con la scritta ex post facto [leggi retroattive]. Sarebbe utile per esempio che la gente capisse che i processi nei confronti di Quisling e di Pétain sono ben diversi da quelli nei confronti di Göring e di Keitel. Quisling è stato processato in Norvegia, in base a leggi norvegesi, accusato di tradimento nei confronti della sua patria. Era una questione perfettamente legale. Göring sarà invece processato in terra di nessuno, in base a nessuna legge, accusato di avere offeso il mondo”[16].

Quindi, le critiche contro il processo di Norimberga da parte di grandi organi della stampa democratica occidentale nascevano da considerazioni oggettive, non dalla presunta “influenza” di qualche fascista britannico. Bardèche aveva ragione a dire che il verdetto di Norimberga “fu denunciato in tutte le lingue del mondo da uomini il cui nome e le cui funzioni li rendevano inattaccabili, e spesso in termini assai violenti”[17].

Ma c’è di più. Nel 1983, l’Institute for Historical Review pubblicò un libro straordinario, intitolato Doenitz at Nuremberg: A Reappraisal (“Doenitz a Norimberga: una riconsiderazione”).

Perché questo libro è straordinario? Perché raccoglie le lettere e i pareri di ben 388 alte personalità che a suo tempo ebbero il coraggio, morale e civile, di prendere posizione contro il processo di Norimberga e, in particolare, contro la scandalosa condanna a 10 anni di carcere del Grande Ammiraglio Karl Dönitz.

Tutti estremisti? Tutti fascisti? No, al contrario: si tratta, in massima parte, di militari di alto grado, generali e ammiragli – soprattutto dell’esercito e della marina americani – ma anche di giuristi, storici e scrittori. Tra di essi, spiccano i pareri dell’allora senatore John Kennedy, del già citato padre gesuita Salvatore Lener, e del celebre poeta americano Thomas Stearns Eliot.

John Kennedy

E spicca anche il parere di William Douglas, che fu giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 1939 al 1975. Come scrive Wikipedia, il suo mandato, durato quasi 37 anni, fu il più lungo nella storia della Corte. Penso sia interessante tradurre a seguire cosa scrisse questo famoso giurista sulla “giustizia dei vincitori”:

“Io pensai all’epoca e penso tuttora che i processi di Norimberga furono senza principi. La legge venne creata ex post facto per seguire la passione il clamore del momento. Il concetto di legge ex post facto non è congeniale al punto di vista anglo-americano riguardo alla legge. Prima che le condanne penali possano essere imposte deve esserci un equo avvertimento che la condotta che si è intrapresa era criminale.

“Non c’è mai stato un codice di diritto internazionale a governare le guerre di aggressione. Così una punizione entro i limiti delle leggi nazionali sarebbe stata intollerabile, e io penso che una nazione debba praticare all’estero ciò che pratica e predica in patria se deve prendere il suo posto tra le nazioni del mondo ed essere ancora fedele ai propri ideali.

“Gli studiosi hanno cercato freneticamente piccoli elementi di prova che dimostrassero l’esistenza di una legge internazionale e hanno messo assieme frammenti che nelle loro menti giustificassero la conclusione che la guerra di aggressione è un crimine internazionale – ma il ragionamento in questi casi è modellato dall’urgente necessità di trovare una giustificazione ex post facto per ciò che è stato fatto”.

Il giudice William Douglas

Un’”equivalenza immorale”?

Davvero i crimini nazisti (che pure vi furono) furono “unici”? Come abbiamo visto, per Mulhall e per il Times of Israel, che riecheggiano Deborah Lipstadt, certamente sì: guai a confrontarli con i crimini compiuti dagli Alleati (che per gli “antifa” non sono nemmeno crimini)! Eppure una disamina onesta dei fatti, di tutti i fatti, non può prescindere dai paragoni e dai confronti, se si vuole emancipare dalle narrazioni manichee. E certamente non è manicheo il punto di vista del gesuita Salvatore Lener. Dobbiamo proprio a lui una delle più articolate confutazioni della dottrina che sta alla base del processo di Norimberga. Questa confutazione è stata espressa nell’articolo pubblicato il 20 luglio 1946 dalla rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica. I lettori interessati possono leggere l’articolo nella sua integralità al seguente link:

https://web.archive.org/web/20120603140420/http://ita.vho.org/021Diritto_e_politica_processo_Norimberga.htm

Dal predetto articolo mi sembra opportuno riprodurre qui il ragionamento conclusivo, per far capire quanto sia faziosa l’accusa di “equivalenza immorale” lanciata dalla Lipstadt e dai suoi congeneri contro i critici del processo di Norimberga:

“Relativamente alle accuse formulate nel count one e nel count two [crimini contro la pace e guerra di aggressione], che gli attuali giudici di Norimberga siano parti in causa, sembra affatto evidente. Invero, di fronte alla netta eccezione degli imputati che la guerra mossa dalla Germania alle potenze giudicanti fu giusta, di una giustizia quanto meno sostanziale, pei torti subiti a Versailles e successivamente, come negare che quelle potenze, chiamate direttamente in causa come accusate (reus in excipiendo fit actor), sian poste nella necessità di giudicare in causa propria? Non asseriamo punto, con ciò, che l’eccezione sia fondata in fatto e in diritto. Soltanto, l’incertezza dei fatti in controversia e il già illustrato imperfetto stadio del diritto internazionale dimostrano che quella eccezione è quanto meno ammissibile; vale a dire, che essa deve essere giudicata. Ora la stessa persona non può cumulare in giudizio le parti del giudice e dell’accusato.

“Ma anche in relazione ai delitti contro l’umanità e ai crimini di guerra troviamo avanzata ed ammissibile una eccezione della stessa natura ed efficacia. Il mondo è stato bensì inorridito dai molteplici crimini perpetrati dalle armate naziste; ma lo è stato anche da quelli commessi o comunque addebitati all’altra parte. Già, di delitti contro l’umanità in epoca moderna si è cominciato a parlare precisamente in seguito ai massacri, alle persecuzioni politiche e religiose, alle riduzioni in schiavitù di lavoro verificatesi in uno degli Stati, che ora fa da giudice in Norimberga. Ancora durante la guerra, maltrattamenti di prigionieri si sono avuti dappertutto. In Russia e in Algeria specialmente, la fame ha fatto stragi; e non solo la fame. In certi domini inglesi, l’onore dei prigionieri è stato vilipeso oltre ogni limite umano. E le fosse di Katyn? Qui l’accusa era precisa e documentata. E gli stessi bombardamenti aerei anglo-americani non hanno superato evidentemente ogni limite di rappresaglie? Si pensi alle innumeri città italiane semidistrutte in pretesa rappresaglia dei duecento in efficientissimi apparecchi, che avrebbero dovuto bombardare Londra. Si ricordino i mitragliamenti a bassa quota di civili e persino di fanciulli intenti a giochi innocenti (chi può dimenticare la “giostra” di Grosseto?) e gli aviatori ubriachi e l’ignominia delittuosa di certe truppe di colore (marocchini), e le ruberie e le violenze dei singoli… Ma il colmo atroce dell’inumanità resta fissato nei secoli dalle bombe atomiche lanciate su città popolarissime e civili, quali Nagasaki e Hiroshima (secondo certa stampa, già dopo l’offerta di resa incondizionata e non solo per ragioni militari). Altro che “terra bruciata”, altro che “distruzioni indiscriminate” (capi di accusa contro i tedeschi), altro che mezzi di offesa sproporzionati, non limitabili e perciò vietati dal diritto internazionale bellico e da quello naturale!

“Si parlerà di rappresaglie? Di necessità logistiche e militari? Noi non sappiamo se e come la Storia potrà accogliere questi argomenti, né come i posteri li giudicheranno. Sappiamo solo che a Norimberga gli imputati hanno assunto a difesa gli stessi principii e avanzate in tal senso analoghe eccezioni (diritto di rappresaglia, diritto di necessità oggettiva o determinata da analoga condotta dei nemici). Sappiamo che queste eccezioni pongono direttamente in stato di accusa le stesse potenze giudicanti tal che, secondo i principii generali del diritto, i giudici non sono più giudici ma parti in causa. In queste condizioni, essi non possono giudicare.

“Se taluno o tutti gli accusati rappresentano una minaccia per la pace futura, è lecito ai vincitori adottare contro di essi misure di sicurezza. Ma se si vogliono punire come delinquenti, le parti lese (tutte e prima di tutte la Polonia) facciano magari da accusatori, non da giudici. Per il giudizio, ci si rivolga a un Tribunale di neutri, per esempio all’Alta Corte di giustizia internazionale. Secondo giustizia, però, quelle quattro potenze non possono giudicare, non possono condannare”.

Fin qui, il gesuita Lener. Da parte mia, alle sue (sacrosante) argomentazioni aggiungo una sola osservazione: gli articoli di Civiltà Cattolica vengono regolarmente visionati dalla Segreteria di Stato vaticana prima della loro pubblicazione. Di conseguenza, possiamo tranquillamente ritenere che le critiche di Lener al processo di Norimberga esprimevano il punto di vista del Vaticano, e quindi dello stesso Papa Pio XII. Anche lui influenzato dai fascisti inglesi?

Padre Salvatore Lener

Basil Liddell Hart e l’onore della Wehrmacht

Scrive il Times of Israel:

“Mulhall ha deciso anche di includere nel suo resoconto gli scritti dello storico e teorico militare Capitano Basil Liddell Hart, una figura molto più rispettata e rispettabile di Mosley o della dirigenza del British People’s party. Il suo libro del 1948 ‘I generali tedeschi parlano’, pur ‘non essendo affatto un’opera di scandaloso negazionismo dell’Olocausto’, dice Mulhall, difese fieramente la Wehrmacht e l’Alto Comando militare tedesco e cercò di assolverlo dalla responsabilità per la Soluzione Finale. ‘Quello che è realmente più rimarchevole della sottomissione dei generali a Hitler è il grado in cui essi riuscirono a mantenere nell’Esercito un codice di decoro che fu in costante conflitto con le idee naziste’, scrisse Liddell Hart. Ma come lo storico Graham Macklin ha sostenuto, il libro di Liddell Hart ‘ignorò intenzionalmente la volenterosa complicità della Wehrmacht nella china del genocidio” e ‘colluse attivamente nell’occultare i loro orribili crimini’”.

Qui viene chiamato in causa l’onore della Wehrmacht. A questo proposito, mi limito a riportare un dettaglio riferito da David Irving a proposito del generale Alfred Jodl che mi sembra interessante. Ricordiamo che Jodl, a partire dal 1939, ricoprì l’incarico di capo dell’ufficio Comando e Operazioni dell’Oberkommando der Wehrmacht (il comando supremo delle forze armate tedesche durante la seconda guerra mondiale) e che venne poi condannato all’impiccagione dai giudici di Norimberga. Irving ha riferito che nel 1949,

“l’eminente e universalmente rispettato ex membro del tribunale di Norimberga, professor Donnedieu de Vabres, aveva dichiarato che la condanna di Jodl era stata priva di fondamento e poteva essere definita un oltraggio alla giustizia”[18].

Mi sembra altresì interessante il fatto che, come ricordato dallo stesso Irving,

“Nel 1953, nell’ambito delle procedure di denazificazione, un tribunale tedesco di Monaco liberò l’immagine del generale Jodl da tutte le accuse contro di lui formulate a Norimberga e lo riabilitò”[19].

Apprendo però da Wikipedia che il 3 settembre 1953 la riabilitazione venne annullata “dal ministro della Liberazione Politica della Baviera, il quale aveva il potere legittimo di farlo”. Quindi, questo annullamento fu una decisione politica, e non giudiziaria. Domandiamoci: al servizio di quale politica agiva il ministro della Baviera?

A proposito di Liddell Hart, noto che questo famoso storico militare venne nominato “Sir” nel 1966 dalla regina Elisabetta. Evidentemente, le autorità britanniche la pensavano diversamente da Mulhall e dalla sua fonte Graham Macklin, che risulta essere “Assistant Professor” al “Center for Research on Extremism” dell’Università di Oslo, specializzato in “fascismo e politica di estrema destra in Gran Bretagna, America del Nord e Europa”: un altro “storico” come Deborah Lipstadt.

Basil Liddell Hart

Francis Parker Yockey

Scrive il Times of Israel:

“Similmente, Mulhall osserva che il più conosciuto pioniere americano del negazionismo dell’Olocausto, Francis Parker Yockey, fu pesantemente influenzato dagli scritti di provenienza britannica. ‘L’argomento e il tono del negazionismo di Yockey echeggia il lavoro dei ‘pionieri del revisionismo britannico’, scrive Mulhall. ‘Seppur americano, Yockey era residente in Gran Bretagna, [stava] con i fascisti britannici, verso la fine degli anni ‘40, e la sua opera ‘Imperium’ venne pubblicata dapprima nel Regno Unito, che probabilmente è la causa delle somiglianze con la prima letteratura negazionista britannica’”.

Non ho letto il libro di Yockey, Imperium, e perciò non sono in grado di valutare con precisione le affermazioni di Mulhall. Però, è curioso che in Denying the Holocaust, il libro che Deborah Lipstadt ha dedicato ai revisionisti (per attaccarli) di Yockey non vi sia traccia: si parla di Harry Barnes, di David Hoggan e di Austin App ma su Yockey non c’è nulla.

Comunque su Wikipedia si possono trovare su Yockey alcune informazioni interessanti. La prima è che “Yockey rimase amareggiato da Sir Oswald Mosley dopo che quest’ultimo si rifiutò di pubblicare o di recensire Imperium”.

Forse, la ragione del rifiuto di Mosley sta nel fatto che, come riferisce sempre Wikipedia, Yockey era considerato più un seguace di Otto Strasser che un “vero nazista”: ai fascisti dell’epoca non piaceva la sua intenzione di collaborare con quei governi e quei movimenti comunisti che fossero pure antisionisti.

Molto interessante è anche il fatto che Yockey, all’inizio del 1946, iniziò a lavorare come legale con il United States War Department nella preparazione del processo di Norimberga. Egli iniziò presto a manifestare contrarietà nei confronti dell’occupazione Alleata della Germania e delle procedure del tribunale che avrebbe dovuto giudicare gli sconfitti. Alla fine, venne licenziato nel novembre 1946.

Yockey incontrò al Cairo, nel 1953, il Presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, da lui definito “un uomo grande e vigoroso”. Yockey vedeva l’ascesa dei paesi non allineati del Terzo Mondo, e in particolare in nazionalismo arabo, “come delle significative sfide geopolitiche al potere ebraico-americano”.

Wikipedia riferisce anche che le posizioni espresse da Imperium vennero apprezzate da personalità come il generale tedesco (non nazionalsocialista) Otto Remer, dal professore universitario Revilo Oliver e dall’esoterista italiano Julius Evola.  Insomma, la personalità di Yockey sembra essere più complessa di quella di un mero epigono di Oswald Mosley. Decisamente, Mulhall e il Times of Israel non azzeccano una.

Una informazione sensazionale divulgata da Bardèche

Torniamo per un momento a Bardèche. Mi sono infatti reso conto che i suoi detrattori – ma anche qualche suo sostenitore – tendono a dimenticare un’informazione di grande rilevanza pubblicata nel suo primo libro su Norimberga.

In Norimberga ossia la Terra Promessa, Bardèche parla infatti di “documenti che non avremmo dovuto ignorare”. A cosa si riferisce? Si riferisce ad un bollettino ciclostilato “stampato clandestinamente durante l’occupazione dai nazionalisti ebrei” e che è “il solo organo clandestino della ‘resistenza’ che dia particolari precisi sui campi di deportazione”[20]. Prosegue Bardèche:

“Ecco dunque quel che si legge su Shem, 8 luglio 1944, a p. 78 e seguenti: ‘Informazioni sui campi di deportazione’…Regione Kattowicz-Birkenau-WadowitczLa vita in questi campi è sopportabile, data la prossimità di campi di lavoratori non ebrei; in certi luoghi si lavora in comune. Tale lavoro consiste nella costruzione di strade, ponti e case di civile abitazione nelle città. Di preferenza sono tenuti qui gli artigiani. Il livello morale tra i deportati è generalmente buono ed essi confidano nell’avvenire[21].

Quindi, secondo questo giornale ebraico, la vita nel campo di Birkenau era “sopportabile” e il morale tra i deportati era “generalmente buono”. Ricordiamo che per la storiografia ufficiale oggi imperante, Birkenau costituisce l’epicentro del genocidio ebraico. Qualche pagina prima, l’autore però non aveva escluso la possibilità che in campi come Auschwitz e Majdanek fosse davvero avvenuto uno sterminio. Evidentemente, Bardèche non si era reso conto che Auschwitz era situato in prossimità di Birkenau e che faceva parte della medesima amministrazione. Se la vita a Birkenau era sopportabile e il morale dei detenuti era buono, sembra improbabile che Auschwitz fosse un centro di sterminio.

Bardèche scrisse il suo libro nel 1948. Da allora, quasi tutti gli storici hanno continuato a ignorare il documento citato dallo scrittore francese. Dico quasi, perché l’informazione fornita da Shem è stata ripresa nel nono volume degli Actes et documents du Saint Siège relatifs à la seconde guerre mondiale, e precisamente alle pagine 42 (Introduction) e 395-396 (nota 16).

A p. 42 infatti leggiamo:

“Un esempio tipico dell’incertezza che regnava in questo periodo si vede nei rapporti che il cappuccino francese, il Padre Marie Benoît, presentò al Papa durante un’udienza privata il 15 luglio [1943]. La memoria conteneva delle richieste e delle informazioni che il religioso aveva raccolto per il Papa presso delle personalità ebraiche. Un documento porta il titolo: «Informazioni sui campi dell’Alta Slesia». Si potrebbe pensare che questi fossero campi di lavoro. Sui campi situati su una linea Katovice-Birkenau (Auschwitz)-Wadowicz, si dichiara: «Il morale tra i deportati è generalmente buono e sono fiduciosi nell’avvenire».

I (numerosi) nemici di Bardèche presentano questo scrittore come un estremista e come un “negazionista” che ha negato in toto la realtà dei campi di sterminio. In realtà, la posizione di Bardèche è più articolata. Negò infatti qualsivoglia politica di sterminio nei campi occidentali (in Francia e in Germania). Per quanto riguarda invece i campi orientali (in Polonia) non escluse a priori che lì vi potesse essere stato uno sterminio ma riteneva che la documentazione presentata all’epoca fosse insufficiente. La sua fu una sua posizione ponderatamente dubitativa, più che negazionista a priori.

Paul Rassinier, il pioniere del revisionismo

In questo articolo ci siamo occupati dei precursori del revisionismo. Paul Rassinier è diverso: lui è stato un pioniere. Con la pubblicazione di Le Mensonge d’Ulysse inizia il percorso del revisionismo così come lo conosciamo oggi.

Ricordiamo che Rassinier è stato, anche lui, un sopravvissuto dei campi di concentramento (fu recluso nel campo di Buchenwald e nel sotto-campo di Dora).

Fu il primo sopravvissuto a negare l’esistenza delle camere a gas di Buchenwald (e nel 1960, lo storico tedesco Martin Broszat confermò che non c’erano state camere a gas né a Buchenwald, né a Dachau, né a Bergen Belsen, né in nessun altra parte del vecchio Reich germanico[22]).

Fu il primo a criticare le dichiarazioni dell’ex comandante del campo di Auschwitz Rudolf Höss (e nel 1964 lo storico Helmut Krausnick ammise, nel corso del processo ai guardiani di Auschwitz e poi sulla stampa, che “le informazioni fornite dal primo comandante di Auschwitz Höss non sono attendibili”).

Fu il primo a criticare l’opus magnum di Raul Hilberg La distruzione degli ebrei d’Europa.

Ricordiamo quindi i libri di argomento revisionista pubblicati da Rassinier:

Le Mensonge d’Ulysse (1950);

Ulysse trahi par les siens (1961);

Le véritable Procès Eichmann ou les vainqueurs incorrigibles (1962);

Le Drame des juifs européens (1964);

L’Opération vicaire. Le rôle de Pie XII devant l’Histoire (1965);

Les responsables de la seconde guerre mondiale (1967).

Ricordo anche che al seguente link è possibile leggere i libri e gli articoli di Rassinier in francese:

http://aaargh.vho.org/fran/archRassi/archRassi.html

Paul Rassinier - Wikipedia

Paul Rassinier

Conclusione

Abbiamo visto che le considerazioni di Joe Mulhall e del Times of Israel sulle origini del revisionismo sono ideologicamente tendenziose e storicamente infondate. Ma chi è Joe Mulhall? Mulhall è un dirigente dell’associazione “Hope Not Hate”, che “lotta contro il razzismo e il fascismo in Gran Bretagna”. Apprendiamo da Wikipedia che la vice-direttrice di Hope Not Hate è Jemma Levene, in precedenza “responsabile delle campagne” dell’associazione ebraica SEED e membro della Orthodox Union di New York, che è una delle più grandi organizzazioni ebraiche americane.

Apprendiamo inoltre che Joe Mulhall ha condotto un’indagine, durata tre anni, per monitorare l’associazione Keep Talking, e che quest’indagine è consistita nel partecipare e registrare segretamente gli incontri dell’associazione in questione.

Ricordiamo che Keep Talking è stata fondata nel 2010 dal revisionista britannico Nicholas Kollerstrom per parlare, liberamente e senza tabù, di argomenti quali l’11 settembre, la guerra in Siria, la libertà di parola in Israele, la Palestina, il cambiamento climatico, la Brexit e, certo, anche il revisionismo dell’Olocausto. Argomenti per i quali una libera discussione sui media mainstream è praticamente impossibile. Tra i partecipanti agli incontri tenutisi in questi anni figurano il noto musicista Gilad Atzmon e la cantautrice (e convinta revisionista) Alison Chabloz.

Quindi Mulhall fa parte di quella rete di nemici della libertà di parola (e di spioni) che in questi anni hanno preso di mira persone perbene come Kollerstrom, Atzmon e Chabloz. Abbiamo visto come è andata a finire per quest’ultima: quattro mesi e mezzo di galera per “negazionismo”, anche se in Gran Bretagna una legge che punisca espressamente il revisionismo ancora non c’è.  

In conclusione, le tesi di Mulhall sulle origini del revisionismo non sono il frutto di seri studi ma un’operazione di propaganda politica, per ravvivare il mito della “giustizia di Norimberga” e per fare terra bruciata ad una percezione corretta di coloro che quella giustizia l’hanno criticata e confutata.

 

George Orwell quote: Free speech is my right to say what you don't...

 

[1]David Irving, Norimberga ultima battaglia, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2002, p. 340, nota 34.

 

[2]Robert Faurisson, Écrits révisionnistes, edizione privata fuori commercio, Pithiviers 1999, terzo volume, p. 1230.

 

[3]Robert Faurisson, Le révisionnisme de Pie XII, p. 46 In rete: http://aaargh.vho.org/fran/livres6/RFrevpie12.pdf

 

[4]Maurice Bardèche, Nuremberg II ou le Faux Monnayeurs, p. 41. In rete: http://aaargh.vho.org/fran/livres3/MBNur2.pdf

 

[5]Freda Utley, The High Cost of Vengeance, Henry Regnery Company, Chicago 1949, p. 181.

 

[6]Maurice Bardèche, Norimberga ossia la Terra Promessa, Effepi Editore, Genova 2000, p. 77.

 

[7]George Bernard Shaw, dalla prefazione alla seconda edizione della pièce Geneva, Constable and Company Limited, London 1946, pp. 16-18.

 

[8]Jürgen Graf, Historia Magistra Vitae, I libri del blog Andrea Carancini, Fabriano 2016, p. 215.

 

[9]Leonard Mosley, Report from Germany, Victor Gollancz LTD, London 1945, p. 94.

 

[10]Maurice Bardèche, Norimberga ossia la Terra Promessa, op. cit., p. 19.

 

[11]Freda Utley, The High Cost of Vengeance, op. cit., pp. 182-183.

 

[12]Vedi al riguardo il Comunicato ufficiale del governo del Reich sulla mobilitazione polacca e i sedici punti (31 agosto 1939), in: Gian Pio Mattogno, Il giudaismo internazionale e le origini della Seconda Guerra Mondiale, Effepi Editore, Genova 2012, pp. 214-219.

 

[13]Charles Callan Tansill, I responsabili della seconda guerra mondiale nei documenti segreti della diplomazia, Cappelli editore, Rocca San Casciano 1962, pp. 661-664.

 

[14]Gian Pio Mattogno, op. cit., p. 156.

 

[15]Maurice Bardèche, Nuremberg II ou les Faux Monnayeurs, op. cit., p. 17.

 

[16]David Irving, Norimberga ultima battaglia, op. cit., pp. 164-165.

 

[17]Maurice Bardèche, Nuremberg II ou les Faux Monnayeurs, op. cit., p. 13.

 

[18]David Irving, Norimberga ultima battaglia, op. cit., pp. 394-395.

 

[19]Ibidem.

 

[20]Maurice Bardèche, Norimberga ossia la Terra Promessa, op. cit. p. 79.

 

[21]Ivi, pp. 79-80.

 

[22]Robert Faurisson, Écrits révisionnistes, op. cit., volume I, pp. 9-10.

 

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