De Gaulle e lo sterminio degli ebrei. Il generale era un revisionista?

DE GAULLE E LO STERMINIO DEGLI EBREI. IL GENERALE ERA UN “REVISIONISTA”?[1]

Di Jean-Marie Boisdefeu, 1998

Già nel 1984, il professor Faurisson aveva rilevato il fatto che il generale De Gaulle non aveva mai pronunciato le parole “camere a gas” e questo, suggerisce il professore, per la semplice ragione che egli non vi credeva[2]; tuttavia, è solo in occasione del processo Papon che ci si è infine interrogati pubblicamente sull’atteggiamento di De Gaulle di fronte allo sterminio degli ebrei da parte dei tedeschi. Per gli uni, il generale “sapeva” – d’altronde, da Pio XII a Papon, tutto il mondo sapeva – ma egli ha taciuto, al punto di non fare allusione allo sterminio degli ebrei nelle sue Mémoires de guerre; De Gaulle avrebbe quindi dato prova di un’insensibilità imperdonabile che spiegherebbe un antisemitismo quasi atavico. Terrorizzati da queste accuse, in particolare da quella di antisemitismo, gli altri rispondono che il generale non era affatto antisemita, al contrario, ma che “non sapeva”: egli semplicemente ignorava l’esistenza dei campi di sterminio e delle loro camere a gas; aveva conoscenza solo della deportazione degli ebrei e l’ha d’altronde deplorata a più riprese nelle sue Mémoires de guerre.

In realtà, tutto ciò è impreciso, confuso, forse addirittura ipocrita:

  • Di cosa si discute? Cos’è che il generale sapeva o non sapeva? Certuni confondono la deportazione e lo sterminio nelle camere a gas.
  • In quale epoca si situa questa conoscenza o questa ignoranza? Certuni confondono con una leggerezza sbalorditiva il periodo della guerra, quello dell’immediato dopo-guerra e quello dopo i grandi processi mediatizzati (talvolta addirittura pedagogici) organizzati dai vincitori (tra i quali la Francia).
  • Perché il generale aveva l’atteggiamento che certuni gli rimproverano? Perché era antisemita? Perché non sapeva? O semplicemente perché non credeva allo sterminio degli ebrei in camere a gas o mediante ogni altro mezzo, come pensa Robert Faurisson?

Prima di esaminare nel dettaglio gli argomenti degli uni e degli altri, ricordiamo sommariamente la cronologia di certi fatti:

  • Gennaio 1942: Conferenza di Wannsee, segnale dato allo sterminio degli ebrei europei, secondo gli storici ufficiali. Dal secondo trimestre del 1942 comincia la deportazione degli ebrei installati nell’Europa occidentale, in particolare in Francia; destinazione: Auschwitz e le sue camere a gas.
  • A partire dal 1942, le associazioni ebraiche informano gli Alleati dello sterminio sistematico degli ebrei.
  • 1945: capitolazione della Germania e ritorno in Occidente di una piccola percentuale di deportati ebrei (tra i quali, persino prima della fine della guerra, un certo numero di detenuti di Auschwitz).
  • A partire dal 1945: processo dei capi nazisti a Norimberga. Il procuratore francese non è il meno ardente nell’accusa di genocidio. Il giudizio di Norimberga è il riferimento ritenuto nell’emendamento Gayssot destinato a reprimere la contestazione della versione ufficiale della storia in questa materia.
  • A partire dal 1947: processo dei capi SS dei campi di sterminio di Auschwitz e altrove a Cracovia e a Varsavia.
  • 1949: pubblicazione in francese delle Memorie del generale Eisenhower.
  • Dal 1948 al 1954: pubblicazione in francese delle Memorie di Winston Churchill.
  • 1954: pubblicazione del tomo I delle Mémoires de guerre di De Gaulle.
  • 1956: pubblicazione del tomo II delle Mémoires de guerre di De Gaulle.
  • 1959: pubblicazione del tomo III delle Mémoires de guerre di De Gaulle.
  • 1961: processo di Gerusalemme contro Eichmann, il quale viene presentato come il grande organizzatore della Soluzione finale. Va notato che questo processo era già stato istruito da molto tempo dalla stampa.
  • 1963-1965: processo di Francoforte detto altrimenti processo di Auschwitz contro delle SS subalterne di Auschwitz.
  • 1967: dichiarazione di De Gaulle sugli ebrei, “popolo d’elite, sicuro di sé stesso e dominatore”.
  • 1970: le Mémoires de guerre di De Gaulle verranno ripubblicate senza modifiche al testo fino al 1970 almeno, vale a dire fino alla morte del generale.

Il primo ad aver risposto all’accusa portata contro De Gaulle è Henri Amouroux. Nel Figaro-Magazine del 10 aprile 1998 [pp. 30 et 32: “De Gaulle est-il coupable?”] il celebre storico e membro dell’Institut si interroga sull’eventuale responsabilità del generale nell’”ignoranza francese di fronte al genocidio”. Amouroux vi riconosce che la questione del genocidio degli ebrei è stata “affrontata poco o nulla dal generale De Gaulle” nelle sue Mémoires de guerre. Questo si può spiegare, egli dice, con il fatto che lo sterminio e il ruolo di Vichy non erano conosciuti dai francesi nel 1945. E di basarsi sul fatto che nel 1945, dei giornali come Le Monde e Le Figaro non contenevano informazioni sull’argomento.

Questa analisi è veramente sbalorditiva:

  • Innanzitutto, ci si deve domandare: come è possibile che il capo della Francia Libera non era stato al corrente già negli anni 1942/1943 dello sterminio degli ebrei? Questa tesi è d’altronde contraria agli insegnamenti della storia ufficiale.
  • Poi, Amouroux compara due periodi [1945 e 1954/1959, periodo di pubblicazione delle Mémoires de guerre] certo molto vicini ma molto differenti, poiché essi sono separati, come abbiamo visto, da tutta una serie di processi largamente mediatizzati contro i capi nazisti a Norimberga e i capi SS responsabili dei campi di sterminio (senza dimenticare, per quanto riguarda le riedizioni, i processi di Gerusalemme e di Francoforte).

Si deve dunque escludere che De Gaulle non abbia sentito parlare dello sterminio degli ebrei, quando pubblicò le sue Mémoires de guerre dal 1954 al 1959 (ricordiamo che sono state ripubblicate almeno fino al 1970 senza correzione del testo originale).

Rispondendo a Gérard Boulanger, avvocato delle parti civili al processo Papon e che ha fatto rimarcare nel suo libro Papon, un intrus dans la République che, mai, De Gaulle aveva parlato di sterminio degli ebrei nelle camere a gas o mediante altri mezzi (osservazione già fatta dal professor Faurisson come abbiamo visto), Jean Foyer, già ministro del generale De Gaulle e presidente dell’Institut Charles De Gaulle, scriveva nel Figaro-Magazine dell’8 novembre 1997, p. 11, che questo era falso e citava i passaggi seguenti delle Mémoires de guerre del generale (paginazione dell’edizione in formato tascabile presso Plon: 1958 per il tomo 2 e 1961 per il tomo 3):

  • Tomo 2, p. 49: “Nel corso dell’estate [1942], si aggravava la persecuzione degli ebrei, condotta da un ‘commissariato’ speciale di concerto con l’invasore”.
  • Tomo 2, p. 109: “Nel corso dell’inverno [1942], raddoppiava la persecuzione degli ebrei malgrado l’indignazione pubblica, le proteste dei vescovi – come Mons. Saliège a Tolosa, il cardinal Gerlier a Lione – la riprovazione del pastore Boegner, presidente della Federazione protestante della Francia.
  • Tomo 2, p. 209: “Durante lo stesso periodo [primo semestre del 1944], si dispiegano i vergognosi orrori della persecuzione ebraica”.
  • Tomo 3, p. 208: “poiché la lotta fu sporcata da crimini che fanno vergogna al genere umano”.

Contrariamente a quello che pretende Jean Foyer, è ben difficile ammettere che tutti questi passaggi – ammettendo che si applichino tutti agli ebrei – riguardino uno “sterminio” massiccio e programmato degli ebrei. Certo, il generale impiega l’epiteto “orribile” ma si guarda bene dall’impiegare le parole “sterminio” e “camere a gas”; questi passaggi sembrano dunque descrivere piuttosto una “persecuzione” “vergognosa” che prende infine la forma di una deportazione di uomini, di donne e di bambini in condizioni “orribili”; questo discorso è d’altronde assai banale, poiché tutti ammettono, per esempio, che le condizioni regnanti ad Auschwitz nel bel mezzo della deportazione degli ebrei francesi erano pietose.

Da parte sua, basandosi su un articolo di Georges Broussine in Le Point del 20 giugno 1998 (articolo che non apporta nulla al dibattito) e in rottura con la storia ufficiale, Alain Peyrefitte, già ministro e biografo di De Gaulle affermava (Le Point del 27 giugno 1998): “Posso affermare, in base alle sue proprie confidenze, che il generale, che non inventava mai su questo genere di affari [sic] non era informato dell’esistenza dei campi di sterminio. Nel tomo III di C’était de Gaulle, mi propongo di rendere pubbliche queste affermazioni private. Come ne avrebbe conosciuto l’esistenza, mentre Churchill e Roosevelt, apparentemente, l’ignoravano? Perché non hanno reagito?”. Nell’attesa, Peyrefitte protestava contro l’affermazione che il generale abbia “omesso di parlare degli ebrei” nelle sue Mémoires ma basandosi tuttavia solo sui 3 primi dei quattro estratti già citati da Jean Foyer e di cui abbiamo detto che non erano convincenti.

Certuni hanno preso questa promessa di rivelazioni per oro colato e non hanno atteso la pubblicazione del detto tomo 3 per riferirvisi: così, Jean-Louis Crémieux-Brilhac (ex capo del servizio informazioni della Francia Libera a Londra) scrive in La lettre des Résistants et des Déportés Juifs del settembre-ottobre 1999: “Il generale De Gaulle potrà dire 20 anni dopo a Alain Peyrefitte di avere ignorato fino ad una data molto tarda l’esistenza dei campi di sterminio”!

Da allora, come si sa, Alain Peyrefitte ci ha lasciato ma, fortunatamente, ha potuto correggere le bozze del suo tomo 3 [pubblicato da Fayard nel 2000]. Noi ne abbiamo estratto i brani seguenti:

  1. In una “Avvertenza” [p. 8]: “Ricordiamo tuttavia che, soli, possono impegnare il generale de Gaulle i suoi scritti o le sue dichiarazioni pubblicate”. È anche il nostro avviso.
  2. Nel capitolo 3 intitolato “Gli israeliani non hanno nulla da domandarci e noi non abbiamo nulla da dare loro” [da pagina 275 a pagina 283]:
  • [p. 282]: Conferenza stampa del 27 novembre: non ha preso in considerazione, deplora Peyrefitte, che la qualifica degli ebrei di “popolo d’elite, sicuro di sé stesso e dominatore” ma De Gaulle ha anche parlato in questa conferenza stampa delle “abominevoli persecuzioni che essi hanno subito durante la seconda guerra mondiale”. Max Gallo l’aveva già ricordato in Le Point del 20 giugno 1998, senza comprendere che, all’occorrenza, queste precisazioni non facevano che aggravare il caso del generale.
  • [p. 283, nota a piè di pagina]: proprio alla fine di questo capitolo 3, Peyrefitte ha aggiunto una nota a piè di pagina molto lunga che comincia con un ricordo: “Tre mesi prima di questa conferenza stampa, De Gaulle è stato a Auschwitz (cf. ch. 5, p 297): ce ne eravamo dimenticati!”. [A p. 297, Peyrefitte riferisce effettivamente del passaggio di De Gaulle a Auschwitz in occasione di una visita ufficiale in Polonia il 9 settembre 1967: “Noi percorriamo le vestigia del campo di sterminio. Un monumento ricorda la memoria degli 80.000 uomini, donne e bambini di Francia che sono scomparsi qui. Il generale vi depone un mazzo. Sul Libro d’oro del campo, scrive: ‘Che tristezza, che disgusto e, malgrado tutto, che speranza umana!’”]. In secondo luogo, Peyrefitte dice in questa nota a piè di pagina: “Ho avuto l’occasione di sottolineare che, contrariamente a ciò che di solito viene detto o scritto, de Gaulle, nelle sue Mémoires de guerre, non è silenzioso su quella che egli chiama precisamente, le tre volte che ne parla, una persecuzione (…)” e cita, di nuovo, da una parte i 3 estratti già citati delle Mémoires e, d’altra parte, dei testi risalenti al 1940 e, di conseguenza, senza interesse (De Gaulle vi parlava già di “persecuzione”). E Peyrefitte conclude questa nota: “la vera questione, su tutti questi testi, è di sapere perché essi sono stati ostinatamente occultati”. Riassumendo, Peyrefitte non ha mantenuto le sue promesse: non ha fatto che ricordare i passaggi delle Mémoires citati da Jean Foyer, passaggi che non possono, come abbiamo visto, applicarsi ad uno sterminio degli ebrei.

Ma i due ex ministri del generale non si accontentano di fare delle citazioni che non sono convincenti; più grave, essi omettono di citare dei passaggi ancora più illuminanti su quello che il generale avrebbe potuto pensare della questione:

  • Tomo 3, p. 126: De Gaulle fa il bilancio umano di Vichy senza parlare degli ebrei: “(…) 60.000 persone sono state giustiziate, più di 200.000 deportate di cui appena 50.000 sono sopravvissute. Inoltre, 35.000 uomini e donne si sono visti condannati dai tribunali di Vichy; 70.000 ‘sospetti’ internati; 35.000 funzionari revocati; 15.000 militari, degradati, con l’accusa di essere dei resistenti”.
  • Tomo 3, p. 274: De Gaulle fa il bilancio umano della guerra sempre senza parlare degli ebrei: “Sono morti, a causa del nemico, 635.000 francesi, di cui 250.000 uccisi in combattimento, 160.000 caduti sotto i bombardamenti o massacrati dagli occupanti, 150.000 vittime delle sevizie nei campi di deportazione, 75.000 deceduti come prigionieri di guerra o come richiesti per il lavoro. Inoltre, 185.000 uomini sono diventati invalidi”. Si rileverà che, nella categoria che potrebbe inglobare gli ebrei sterminati, De Gaulle impiega le parole “sevizie” (e non “assassinio” o “sterminio”) e “campi di deportazione” (e non “campi di sterminio”).
  • Tomo 3, pp. 290-291: De Gaulle redige l’atto d’accusa di Vichy e riparla della persecuzione degli ebrei (più precisamente della “consegna” degli ebrei a Hitler e delle “misure antisemite”, parole che non possono applicarsi ad una politica di collaborazione allo sterminio degli ebrei) ma va detto che queste fanno parte di un insieme di fatti “accessori” ai fatti essenziali che erano la capitolazione, l’abbandono degli alleati, la collaborazione con l’invasore; e di deplorare che questi fatti accessori abbiano avuto, nei dibattiti di allora, una priorità che non meritavano: “Tutte le colpe che Vichy era stata spinta a commettere in seguito: collaborazione con gli invasori; lotta condotta a Dakar, nel Gabon, in Siria, in Madagascar, in Algeria, in Marocco, in Tunisia, contro i francesi liberi o contro gli alleati; combattimenti contro la resistenza in collaborazione diretta con le polizie e le truppe tedesche; consegna a Hitler dei prigionieri politici francesi, degli ebrei, degli stranieri rifugiati presso di noi; contributo fornito, sotto forma di manodopera, di materie, di fabbricazioni, di propaganda, all’apparato militare del nemico, derivavano infallibilmente da questa fonte avvelenata. Quindi ero contrariato nel vedere l’Alta Corte, gli ambienti parlamentari, i giornali, astenersi in larga misura dallo stigmatizzare l’armistizio e, al contrario, occuparsi lungamente di fatti che gli erano accessori. Ancora mettevano in rilievo quelli che si rapportavano alla lotta politica, piuttosto che quella del paese contro il nemico esterno. Troppo spesso, i dibattiti prendevano l’aspetto di un processo partigiano, e perfino qualche volta di un regolamento di conti, allorquando l’affare avrebbe dovuto essere trattato solo dal punto di vista della difesa e dell’indipendenza nazionale. Gli antichi complotti della Cagoule, la dispersione del parlamento dopo che questo aveva abdicato, la detenzione dei parlamentari, il processo di Riom, il giuramento preteso dai magistrati e dai funzionari, la carta del lavoro, le misure antisemite, le azioni giudiziarie contro i comunisti, la sorte riservata ai partiti e ai sindacati, le campagne condotte da Maurras, Henriot, Luchaire, Déat, Doriot, etc., prima e durante la guerra, ecco che aveva, nei dibattiti e nei commenti, più spazio della capitolazione, dell’abbandono dei nostri alleati, della collaborazione con l’invasore”.

Quest’ultimo passaggio, ricordiamolo, è estratto dal tomo 3 pubblicato a partire dal 1959 e ripubblicato senza correzioni in seguito almeno fino al 1970. Si può, senza deformare la posizione del generale, riassumerlo in questo modo: la persecuzione degli ebrei alla quale Vichy ha collaborato (il generale, lo abbiamo già detto, si guarda bene dal parlare di sterminio) è stata senza dubbio odiosa e deplorevole ma deve essere considerata un fatto accessorio della stessa importanza dell’affare della Cagoule [sul quale affare, d’altronde, nemmeno un francese su cento potrebbe dire tre parole].

Ci si può ancora riferire ad una scelta – effettuata dal figlio del generale, l’ammiraglio De Gaulle – di allocuzioni e di messaggi dal 1946 al 1969 e pubblicata nel 2000[3]: il solo passaggio interessante si trova in un’allocuzione pronunciata il 30/4/47 a Bruneval all’inaugurazione di un Memoriale di combattenti e che è nello stile di quello che è stato già rilevato nelle Mémoires: “I seicentomila uomini e donne della nostra parte, che sono morti sui campi di battaglia, o ai plotoni d’esecuzione, o nei campi di miseria, sono morti per la Francia e per la Francia solamente”.

Sembra dunque che si possa ragionevolmente concludere da tutto questo che:

  • De Gaulle stentava a riconoscere un carattere particolare alla “misure antisemite” prese da Vichy e dall’occupante.
  • De Gaulle non credeva allo sterminio degli ebrei né nelle camere a gas né mediante altri mezzi e questa sarebbe la ragione per la quale avrebbe avuto cura di non utilizzare mai le parole “sterminio” e “camere a gas”. In una parola, De Gaulle era un revisionista. Le spiegazioni date dagli storici e da coloro che si sono presi l’incarico di difendere la memoria del generale – tradendo il suo pensiero? – non saprebbero soddisfare gli spiriti liberi e critici, stanchi dei dogmi, delle verità ufficiali, del pensiero politicamente corretto e della menzogna[4][5].

 

 

 

    

 

 

 

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://vho.org/F/j/Akribeia/3/Boisdefeu241-245.html

[2] Intervista concessa a M. Mugarza il 18 giugno 1984; vedi anche “Précision sur le détail”, National Hebdo, 1-7 gennaio 1998, p. 15 e “Pires que Le Pen, les révisionnistes Churchill, Eisenhower et De Gaulle”, National Hebdo, 5-11 novembre 1998, p. 17. Si può trovare il testo in “Écrits révisionnistes (1974-1998)”, edizione privata fuori commercio, 1999: vol. II, p. 521; vol. IV, pp. 1843 e seguenti e pp. 1889 e seguenti.  

[3] Charles De Gaulle, “L’esprit de la Ve République”, Plon, 1996, 1163 p. L’estratto citato è a pagina 329.

[4] I difensori autoproclamati di De Gaulle si ridicolizzano e – cosa più grave – tradiscono il generale e – infine – contribuiscono a macchiare la sua memoria. La cosa più semplice e più onesta sarebbe per costoro di adottare l’ipotesi faurissoniana. Ma, ecco, certuni hanno pervertito la nostra morale: oggi, negare il genocidio degli ebrei o semplicemente contestarne le modalità è diventato il più grave dei peccati mortali; per un Jospin, è diventato un crimine, il “crimine del Pensiero”; per un Bensoussan, è il “genocidio continuato”; verrà un giorno, senza dubbio, in cui negare questo crimine sarà anche più grave che essere accusati di averlo perpetrato o di giustificarlo. Per il momento, in ogni caso, appare agli pseudo-gollisti, gente benpensante e politicamente corretta, che sarebbe più opportuno implorare l’ignoranza: il generale non ha detto nulla perché nulla sapeva; certo, ha finito per saperlo lo stesso ma, a quanto pare, troppo tardi: aveva già dato il visto si stampi al suo editore. Tesi assolutamente inverosimile che degli Amouroux, dei Gallet, e altri Gallo si ridicolizzano a esporre. Arriva allora Peyrefitte, confidente di De Gaulle, che ha commesso uno sproposito in più: il generale gli ha effettivamente fatto la confidenza della sua conoscenza tardiva e, lui, Peyrefitte, ne fornirà la “prova” nel suo prossimo libro. Alla lettura del detto tomo 3, si rileva che la morte ha lasciato al povero Peyrefitte il tempo di aggiungere una nota a piè di pagina consacrata a questa questione ma si deve subito constatare che egli ha continuato a divagare e, comunque, non ha potuto mantenere la promessa che aveva fatto; in modo molto leggero, d’altronde: in effetti, a quale data fissare la fine del periodo d’ignoranza del generale? Dopo la pubblicazione dell’ultimo tomo delle Mémoires de guerre, vale a dire nel 1959? Tanto vale affermare che il generale De Gaulle era un ritardato poiché, all’epoca, tutto il mondo “sapeva”. Per non cadere nel grottesco (ma non vi è già caduto?), Peyrefitte non avrebbe potuto fissarla dopo la pubblicazione del primo tomo nel 1954 e, in questo modo, avrebbe messo in evidenza agli occhi dei più ottusi il fatto che De Gaulle aveva scelto di continuare a tacere e aveva deliberatamente cercato di banalizzare una tragedia così spaventosa. Quelli che credono non sarebbero stati allora in diritto di considerare questo De Gaulle un essere vile e spregevole?

[5] A proposito dell’osservazione di Alain Peyrefitte su silenzio dei due altri grandi capi occidentali della coalizione antitedesca, Eisenhower e Churchill.

Robert Faurisson [Peyrefitte si guarda bene dal citare il suo nome!] aveva egualmente già rilevato da molto tempo che questi due eminenti personaggi non hanno detto molto di più del generale De Gaulle.

Il generale Dwight D. Eisenhower in “Croisade en Europe – Mémoires sur la deuxième guerre mondiale”, Robert Laffont, 1949, 593 pagine, parla in una sola occasione dello sterminio ma in termini sbalorditivi; trattando del problema dei profughi, Eisenhower dice nelle pagine 495 e 496: “Tra i profughi, gli ebrei si trovano nelle condizioni più miserevoli.  Per anni sono stati ridotti alla fame, molestati e torturati. Non è stato possibile, neppure trattandoli decentemente, nutrendoli e vestendoli, trarli subito dal loro torpore e dalla loro disperazione. Continuavano ad ammassarsi gli uni su gli altri nella stessa stanza, apparentemente trovando in questo modo un po’ di sicurezza, e attendendo passivamente quello che stava arrivando”. Lo sterminio? Le camere a gas? Eisenhower non ne parla in nessun modo.

Quanto al Primo ministro britannico, Winston S. Churchill, affronta appena l’argomento nelle “Mémoires sur la deuxième guerre mondiale” (12 tomi che Plon ha pubblicato tra il 1948 e il 1954 e che non contano meno di 5.309 pagine); anche lui non utilizza mai le parole “camere a gas”.

Nel corpo delle sue memorie, egli scrive a p. 16 dell’edizione francese: “Sotto la dominazione hitleriana che essi stessi si sono lasciati imporre, i tedeschi hanno commesso dei crimini che non hanno equivalenti per l’enormità e l’iniquità in nessuno di quelli che hanno oscurato il genere umano. Il massacro all’ingrosso, mediante procedimenti sistematici, di 6 o 7 milioni di uomini, di donne e di bambini, perpetrato nei campi di concentramento tedeschi, supera in orrore la macelleria brutale e sbrigativa di Gengis Khan, ridotta nella scala delle mostruosità a delle proporzioni minuscole. Lo sterminio di popolazioni intere è stato meditato e perseguito dalla Germania come dalla Russia, nella guerra all’Est. Il progresso spaventoso realizzato dai bombardamenti aerei delle città aperte – iniziati dai tedeschi, cui hanno risposto gli Alleati, la cui potenza non ha cessato di crescere, con una forza venti volte maggiore – ha trovato il suo parossismo nell’impiego delle bombe atomiche che hanno raso al suolo Hiroshima e Nagasaki”.

Bisogna innanzitutto ristabilire la citazione nel suo contesto. Appare allora che in realtà questo passaggio fa parte di un parallelo tra le due guerre mondiali. Durante la prima guerra mondiale, dice Churchill, le leggi di guerra sono state, grosso modo, rispettate; questo non è stato il caso nel corso della seconda. E di fare la confessione (che l’onora) che gli Alleati non hanno fatto eccezione ma in modo tale con parole (che non li onorano) che si potrebbero riassumere così: gli americani hanno raso al suolo Hiroshima e Nagasaki in seguito a dei precedenti tedeschi ma i tedeschi (e anche i russi) hanno fatto ben peggio e hanno assassinato sistematicamente milioni di civili.

Da una parte, Churchill evoca due crimini americani, cosa che lo dispensa dall’evocare il crimine più personale da lui commesso a Dresda [250.000 morti in 24 ore?]; d’altra parte, se egli parla dei crimini tedeschi e russi in termini di perdite umane, per contro, riduce i crimini alleati a delle semplici distruzioni materiali [vedi, per esempio, la parola “radere al suolo”] e omette dunque di parlarci delle centinaia di migliaia di vittime giapponesi, tutte civili, dei crimini, particolarmente atroci, degli americani. Infine, l’attribuzione della responsabilità dei massacri di popolazioni per via aerea alla Germania è perlomeno eccessiva.

Il richiamo da parte di Churchill dei crimini tedeschi fa dunque parte di un’apologia pro domo e dà dunque a questa meno credibilità. Ma poco importa, direte voi forse, poiché non è questo l’oggetto della questione. Voi avreste ragione ma resta che Churchill non ha creduto buono in questo passaggio:

  • Di scrivere la parola “ebreo” (senza che si possa negare che egli pensava egualmente ad essi) da cui si può tirare la conclusione che egli non vedeva il carattere unico del trattamento che era stato loro riservato;
  • Di scrivere le parole “camere a gas”, l’impiego delle parole “procedimenti sistematici” [al plurale!] sembrando indicare che in questo caso non aveva idee ben definite.

Si trovano ancora negli annessi delle dette Memorie delle lettere nelle quali Churchill parla della deportazione degli ebrei ungheresi e del loro massacro. Questi annessi, osserviamo, sono costituiti da estratti di note di servizio, di lettere e di discorsi che trattano soggetti molto diversi, gli uni manifestamente importanti (come la condotta della guerra), altri apparentemente più futili (come il parcheggio delle biciclette dei funzionari di tal ministero o ancora la penuria delle carte da gioco in Inghilterra); gli elementi che ci interessano figurano negli annessi del Tomo VI consacrato al periodo dal 6 giugno 1944 al 3 febbraio 1945: “Annesso B. Note personali del primo ministro da giugno a dicembre 1944”:

  • Pagina 370: “11 luglio 1944, il Primo ministro al segretario di Stato agli Affari Esteri. Non vi è alcun dubbio, questo affare [la persecuzione degli ebrei in Ungheria e la loro espulsione dal territorio nemico] [Questa precisazione è dello stesso Churchill; ci ritorneremo] costituisce probabilmente il crimine più grave e il più orribile che sia mai stato commesso nella storia del mondo, ed è stato perpetrato con una precisione tutta scientifica da uomini che si pretendono civili, in nome di un grande Stato e di una delle razze dominanti dell’Europa. È ovvio che tutti coloro che avranno partecipato a questo crimine e che cadranno nelle nostre mani, anche quelli che hanno solo obbedito agli ordini procedendo al massacro, dovranno essere giustiziati non appena la loro partecipazione alle uccisioni sarà stata provata. Non posso dunque ritenere che si tratti del genere di affari ordinari sottoposti alla potenza protettrice, come, ad esempio, l’insufficienza del cibo, o delle condizioni sanitarie difettose in certi campi di prigionieri. Di conseguenza, a mio avviso, nessuna negoziazione, di nessun genere, dovrà aver luogo a questo riguardo. Bisognerebbe annunciare pubblicamente che chiunque vi abbia preso parte verrà inseguito e messo a morte.
  • Pagina 372: “14 luglio 1944. Il Primo ministro al segretario di Stato agli Affari Esteri. Evasione degli ebrei fuori della Grecia. Bisogna trattare questa questione con la più grande prudenza. È possibile che degli ebrei ricchi paghino delle somme considerevoli per evitare di essere massacrati dai tedeschi. (…)
  • Pagina 375 a proposito della creazione di un’unità combattente ebraica: “26 luglio 1944. Il Primo ministro al segretario di Stato alla Guerra. (…) 2° L’idea di vedere gli ebrei che cercano di attaccare direttamente gli assassini dei loro correligionari dell’Europa centrale mi piace e penso che essa causerà una viva soddisfazione negli Stati Uniti. (…) 3° (…) Non posso concepire perché questa razza martire, dispersa nel mondo intero e che ha sofferto più di tutte a causa delle congiunture attuali, si vedrebbe rifiutare la soddisfazione di avere una bandiera. (…)”.
  • Pagina 378: “4 agosto 1944. Il Primo ministro al segretario di Stato agli Affari Esteri. Questo affare sembra assai inquietante [il caso degli ebrei ungheresi]. Queste famiglie sventurate, composte soprattutto da donne e da bambini, hanno riscattato la loro vita probabilmente al prezzo di nove decimi delle loro proprietà”.

Riassumendo, dopo la guerra, lontano dal rumore delle armi, delle grida e delle invettive, Churchill ha intrapreso a redigere le sue Memorie, vale a dire a trasmettere alla posterità la sua versione della storia; come tutti i memorialisti Churchill ha dovuto certamente pesare le sue parole e vigilare nel non trasmettere delle affermazioni che, a pensarci bene, gli potessero apparire come delle incongruenze la cui relazione non poteva che offuscare la sua gloria: non ha creduto dunque utile di dire una sola parola nel corpo delle dette Memorie né sulla deportazione e sul massacro degli ebrei ungheresi (che egli ha ridotto in una parentesi introdotta – si può supporre – durante la redazione delle Memorie alla “persecuzione degli ebrei in Ungheria e alla loro espulsione dal territorio nemico”) né sulla deportazione degli altri ebrei europei né sulle camere a gas alle quali, evidentemente, non credeva. Come De Gaulle e Eisenhower.

A proposito del contenuto della detta parentesi: come spiegare quella che bisogna ben chiamare una revisione? Probabilmente allo stesso modo in cui si spiegano oggi i rapporti tra Churchill, Roosevelt e De Gaulle:

  • Da una parte, durante la guerra, i primi due usavano delle espressioni poco gentili nei confronti del terzo, il quale li ricambiava adeguatamente (Roosevelt accusò addirittura De Gaulle di collaborare con i tedeschi);
  • D’altra parte, terminata la guerra, e arrivato il tempo delle Memorie, costoro si sono ricoperti di elogi.

È risaputo che nel fuoco dell’azione, usiamo talvolta delle espressioni che eccedono il nostro pensiero.

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