Lo stato italiano: stragista dei suoi cittadini e bombardatore dei vicini

Lo stato italiano: stragista dei suoi cittadini e bombardatore dei vicini

Per il ragionamento che sto per fare, è utile ripartire dall’editoriale di oggi di Marco Travaglio: La guerra lampo dei fratelli Marx[1]:

“Da tre anni un “trattato di amicizia” con la “Grande Jamahiria popolare e socialista…ratificato dal Parlamento con i voti di Pdl, Lega e Pd…impegna l’Italia ad “astenersi da ogni ingerenza negli affari interni, nello spirito del buon vicinato”; a “non usare né permettere l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia”; e a fornire un “forte e ampio partenariato industriale nella difesa e nell’industria militare”.
Ho sottolineato in grassetto la precisazione che il detto trattato è stato ratificato anche con i voti del Pd. Eppure, a chiosare la sfacciata liquidazione del medesimo (che, addirittura, come ricorda ancora Travaglio, “ci siamo dimenticati di disdettare”) e da parte del governo in carica e del presidente della Repubblica, due autorevoli esponenti del Pd se ne sono uscite con le seguenti dichiarazioni:
Anna Finocchiaro

Anna Finocchiaro: “Di fronte al responsabile richiamo che oggi il Presidente della Repubblica
ha rivolto alle forze politiche e alle istituzioni, ricordando la natura e
le ragioni dell’ impegno italiano nella crisi libica, suonano stonate e
inaccettabili le parole di Antonio Di Pietro»[2].

Marina Sereni

Marina Sereni: “La scelta annunciata dal Presidente del Consiglio di partecipare ai
bombardamenti di obiettivi militari in Libia è la conseguenza obbligata
della nostra appartenenza alla Nato ed è coerente con il ruolo geostrategico
dell’Italia nell’area»[3].

Il feroce servilismo di queste parole ha fatto sollevare più di un sopracciglio, pur in un paese da tempo assuefatto al peggio come l’Italia. Personalmente, osservo che:
1. Tutto ciò non è che l’ennesima nauseante conferma di quella perdita dell’indipendenza nazionale, in diritto e in fatto, e, soprattutto, della perdita dell’onore, e dell’Italia e della nostra classe dirigente – come rimarcò all’epoca Vittorio Emanuele Orlando – che perdura dal 1947, e cioè dal momento della ratifica del Trattato di pace[4].
2. A conferma di ciò mi permetto di suggerire di leggere le dette dichiarazioni (oltre che, naturalmente, le ultime scelte governative) alla luce di quanto successe 15 anni fa dopo la scoperta dell’”archivio parallelo della Via Appia”. Ve lo ricordate? Era quello in cui furono trovate le carte irregolari dell’Ufficio Affari Riservati. 15 anni…un’altra Italia, in cui c’era ancora una (flebile) speranza di trovare giustizia per le stragi che hanno insanguinato il paese, speranza che però proprio allora venne impietosamente delusa.
Primo esempio, dall’articolo Gli assenti di piazza Fontana,[5] di Fabrizio Ravelli:

“Nel ‘ 95 – continua Salvini – l’ arrivo di un nuovo ministro dell’ Interno (Napolitano, ndr) aveva suscitato grandi speranze sull’ ammodernamento di quel settore. Le attese sono state un pochino deluse”. Per ritrovare archivi “dimenticati” c’ è voluto uno storico, il professor Aldo Giannuli consulente della Commissione Stragi. Ed è lo stesso Giannuli a denunciare una “pesante interferenza dell’ esecutivo nell’ attività della magistratura“. È un attacco al ministro della Giustizia Diliberto. Quando il procuratore generale presso la Cassazione ha impugnato il proscioglimento dello stesso Salvini, sotto processo disciplinare, Diliberto s’ è associato: “Un atto discrezionale – accusa Giannuli – Qual è il significato politico di tale gesto? A noi sembra che oggettivamente finisca per presentarsi come una pronuncia dell’ esecutivo sul merito di un’ istruttoria penale e, quel che è più grave, proprio nel momento in cui inizia la fase dibattimentale di quel processo[6]. Salvini era stato sottoposto a procedimento disciplinare per aver utilizzato un agente dei servizi in una fase dell’ indagine. “Non ha temuto il ministro – prosegue Giannuli – che il suo atto potesse essere avvertito come una pressione indiretta sul collegio giudicante?”. Chi si arruola amaramente fra gli sfiduciati è lo stesso Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi: “Secondo me non riusciremo mai a fare giustizia fino in fondo – dice – Franco Freda e Giovanni Ventura sono protetti dallo scudo dell’ assoluzione, Delfo Zorzi è irraggiungibile, Carlo Maria Maggi è vecchio e malato. A 30 anni di distanza la giustizia è sempre un surrogato”.

Napolitano ministro dell’Interno

Secondo esempio, dall’articolo Pinelli, Napolitano e il Corriere della sera: una polemica imprevista[7], tratto dal sito del prof. Giannuli:

“Si capisce quindi l’imbarazzo, pochi mesi dopo, quando scoppiò la questione dell’archivio irregolare della Via Appia in cui erano custodite le carte degli Affari Riservati. Napolitano rassicurò l’opinione pubblica che tutto sarebbe stato chiarito e ne sarebbe stata data completa informazione. A questo scopo, nominò una commissione di inchiesta amministrativa che, fra l’altro, ascoltò pure chi vi parla. La commissione ci impiegò diversi mesi e, alla fine, stese una lunghissima relazione che il Ministro inviò tempestivamente in Commissione Stragi. Ma, la relazione venne segretata e per la sua consultazione vennero adottate misure senza precedenti. Sino a quel punto,  i documenti riservati –e per tali si intendeva solo quelli di istruttorie penali ancora in corso- non potevano essere riprodotti in fotocopia, ma erano liberamente consultabili da commissari e consulenti che potevano prendere appunti. In quella occasione venne stabilito, su esplicita richiesta dell’ente originatore, che parlamentari e consulenti  potessero prenderne visione ma, compilando un apposito modulo sul quale riportare l’orario di inizio e di fine della consultazione preciso al minuto, senza poter prendere alcun appunto ed in presenza di uno dei carabinieri in servizio presso la Commissione che doveva controllare sulla applicazione integrale delle precedenti disposizioni.
La relazione venne rapidamente sepolta in un cassetto e non se ne parlò più. Ovviamente, la delicatezza del tema richiedeva doverose cautele, ma che fine aveva fatto l’impegno ad informare l’opinione pubblica sulla vicenda? Così come si perse per strada la proposta avanzata da più parti di una ricognizione generale sul ministero, per appurare quali e quanti altri fondi archivistici fossero stati abbandonati nei vasti scantinati del Viminale. E, infatti, dopo qualche tempo, spuntò un ulteriore gruppo di fascicoli accantonati nel vano morto sotto alcune scale, dove avrebbe dovuto esserci un deposito di scarpe. Né mi risulta che a tutt’oggi sia stata fatta tale ricognizione per cui non è affatto da escludere che, in un vecchio archivio di deposito, magari insieme a pratiche di pensione o atti amministrativi, ci siano anche scaffali occupati da ben altra documentazione.  Si poteva lavorare meglio”.

C’è da meravigliarsi, allora, con questo background, che quelli arrivati a occupare le massime istituzioni della Repubblica approvino, approvati dai propri corifei, le stragi NATO in corso in Libia?

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