Vincenzo Vinciguerra: In nome del potere

In nome del potere

 

“Non vedo, non sento… non procedo”

Opera, 16 settembre 1994

Ci sono molti ostacoli nella ricerca e nell’affermazione della verità sulla storia del nostro Paese: la classe politica, gli apparati segreti dello Stato, la stampa, l’Alleanza atlantica, la Chiesa, ma uno è il più difficile da abbattere: la magistratura. Si dovrebbe pretendere dai componenti dell’ordine giudiziario la capacità ed il coraggio di riuscire a vedere oltre quella realtà che i signori dell’inganno hanno costruito per proteggersi, ma non solo questa speranza si rivela un’utopia bensì anche quella di veder leggere in maniera corretta e conforme al vero le tracce che il potere del terrore non riesce a cancellare.

Negli anni dell’illusione, quando il simbolo dell’Italia ‘pulita’ era diventato un pubblico ministero in rappresentanza di un ordine giudiziario che assumeva su di sé l’onere di ridare al Paese una classe politica liberata dai corrotti, dai malviventi politici, dai collusi con la criminalità organizzata, in troppi hanno dimenticato che se l’Italia è stata depredata, saccheggiata ed insanguinata lo è stata perché questa classe politica che poi è stata, solo in parte, crocifissa nelle aule dei tribunali, è stata difesa e protetta per mezzo secolo da quegli stessi magistrati che oggi pretendono la riconoscenza del Paese che hanno, invece, concorso a distruggere. Non dimentichiamo questa realtà, se vogliamo comprendere perché sul versante della verità sullo ‘Stato parallelo’ ed i suoi strumenti, la magistratura continua ad assolvere il suo compito di copertura di ogni menzogna ufficiale.

Ricordiamo, brevemente, i fatti che da soli fanno giustizia dell’immagine di una magistratura che in nome della legge si contrappone, quando necessario, al potere, iniziando dal saccheggio del Paese da parte della classe politica.

Sulle ruberie dei politici, non solo democristiani ma di tutti i partiti, che si perpetuano da oltre cinquant’anni sono stati scritti nel corso del tempo migliaia di articoli e centinaia di libri che non hanno suscitato l’interesse di alcuna delle cento procure della repubblica italiana (si leggano ad esempio: M. Caprara – O. Barrese, L’anonima Dc, Feltrinelli 1979; G. Galli, L’Italia sotterranea, Laterza 1983). La pretesa avanzata oggi dai magistrati italiani di essere stati loro i primi ad aver denunciato i saccheggiatori del Paese è del tutto priva di fondamento.

È vero l’esatto contrario. Tanto che Vincenzo Tessandori sul quotidiano La Stampa si sente costretto a trovare una giustificazione: “In un Paese uscito dalla guerra era di fatto impossibile –scrive- attaccare il potere, quello politico soprattutto” (V. Tessandori, L’arma di Di Pietro? Il computer, La Stampa 21 settembre 1992). Affermazione questa che si configura, contrariamente a quelle che erano le sue intenzioni, come una denuncia dell’asservimento della magistratura al potere politico.

Risale al 1947 la scoperta di uno dei tanti scandali politico-finanziari che avrebbero punteggiato, da allora ad oggi, la storia del regime, che coinvolgeva in quel caso il ministro delle finanze del tempo, denunciato dall’onorevole Andrea Finocchiaro Aprile. Il relatore parlamentare, il liberale Rubilli, scrisse nel suo resoconto finale, quasi fosse un’attenuante o addirittura un merito, che “l’on. Vanoni riscosse soltanto una parte del compenso assegnatogli. E l’altra, la parte maggiore, la fece ritirare di persona, rimasta completamente ignota, per conto del partito…” (M. Caprara – O. Barrese, L’anonima Dc cit., p.24). La Commissione parlamentare d’inchiesta, da parte sua, si limita a registrare, senza entrare nel merito, una percentuale di eccezionale gravità che Vanoni aveva dovuto pagare alla Democrazia cristiana. “Nasce così – commentano Caprara e Barrese – e viene per la prima volta esibita alla luce del sole, una stortura destinata a radicalizzarsi: il finanziamento al proprio partito come giustificazione alla distrazione di fondi pubblici” (ivi, p.25).

Da quel momento dovranno passare ben quarantacinque anni prima che la magistratura riceva l’autorizzazione a procedere contro i partiti politici ormai inservibili per il padrone americano. Partiti che non hanno mai fatto mistero di quanto facessero, e del perché si ritenessero autorizzati a farlo: “Il Popolo, organo della Dc, spiegherà che il problema della moralizzazione si è dovuto trascurare per ‘respingere l’attacco eversore, per mantenere la stabilità democratica’. Imperniato su una presunta ragion di Stato – rilevano Caprara e Barrese – chiave autoritaria di un’autentica ragion di partito, tutto il sistema parassitario viene dalla Dc nutrito e strumentalizzato ai fini di stabilizzazione sociale e di contenimento politico” (ivi, p.156-157).

A difendere Ezio Vanoni vi era, nel 1947, l’on. Giovanni Leone (ivi, p.247), come a rappresentare il senatore Trabucchi coinvolto quindici anni più tardi in un celeberrimo scandalo denominato delle banane, vi era l’on. Francesco Cossiga (ivi, p.165), entrambi destinati ad assurgere alla carica di Presidente della repubblica e a rivestire di conseguenza le insegne di ‘primo magistrato’ d’Italia, presidente del Consiglio superiore della magistratura. Inutile sarebbe cercare la traccia di una reazione dignitosa dell’Ordine giudiziario nel suo complesso all’arroganza dei partiti, sia di governo che di opposizione: ossequio e silenzio, difesa e complicità, questi i comportamenti di una magistratura che non rinuncia a presentarsi come indipendente e prona solo alla maestà della legge.

Nessuno ha evocato, in questi anni, lo scandalo dell’Enigas che, alla metà degli anni Cinquanta, portò alla “incriminazione di 1.163 imputati, 14 dei quali sono parlamentari in carica. Altri – scrivono Caprara e Barrese – lo divennero nelle successive legislature” (ivi, p.65). Ma tutto finì nel nulla, e non per esclusiva colpa del potere politico perché, come si è visto in questi ultimi anni, senza il complice silenzio della magistratura la classe politica non può insabbiare alcunché.

Nessuno ha snocciolato il lunghissimo rosario degli scandali che hanno punteggiato la vita della repubblica italiana, e che hanno avuto per protagonisti uomini politici di tutti i partiti, compresi quelli che oggi si spacciano per ‘moralizzatori’ solo perché contavano poco e poco, quindi, potevano arraffare. Certo, i 45 milioni destinati a Il Secolo d’Italia e i 30 milioni al Msi dall’Italcasse (ivi, p.103) possono sembrare poca cosa rispetto alla somma percepita dai partiti di governo ma sono sufficienti a dimostrare che nessun movimento politico di questo regime è stato immune dal fango della corruzione e dal ladrocinio del pubblico denaro.

Quando Bettino Craxi, nel corso della sua audizione come testimone al processo Cusani, a Milano, ha affermato che dell’esistenza del sistema delle tangenti lui era a conoscenza da quando portava i calzoni corti, tutti hanno fatto finta di credere che si trattasse di una boutade mentre, viceversa, erano consapevoli che, per una volta, l’ex segretario del Psi aveva detto una verità incontrovertibile. Per coloro che, magari a cagione della loro giovanissima età, ne volessero dubitare ad ogni costo, ricordiamo un passo significativo per la sua impudenza e gravità dell’intervista rilasciata da un altro ex segretario socialista, Giacomo Mancini, nel 1986. “Non trova almeno discutibile che Moro si circondasse di persone – gli chiede l’intervistatore – come Freato e Musselli?”. “Prima che fosse approvata la legge sul finanziamento dei partiti – spiega serafico Giacomo Mancini – tutti si dovevano arrangiare. E anch’io, come segretario del Psi, ne ho coperti che poi non mi hanno detto neppure grazie. Quanto a Moro, non mi pare onesto porre lui, capo di una corrente minoritaria del 7-8%, al centro degli interessi sporchi del petrolio” (T. Oldani, Aveva ragione il golpe c’era, Panorama 2 novembre 1986). La confessione di Giacomo Mancini non suscitò alcun interesse nei magistrati italiani, ai quali il regime sembrava ancora, tredici anni fa, troppo forte per farsi venire la voglia di moralizzare la classe politica.

Sempre nel 1986, a pochi mesi di distanza dalla morte di Michele Sindona, un giornalista americano, N. Tosches, pubblicava un libro contenente il resoconto delle conversazioni avute con lui nel carcere di Voghera. Un brano merita di essere riportato perché passò inosservato allora e, quel che è più significativo, continua ad esserlo ancora oggi benché, come vedremo, illustri in maniera dettagliata e completa il funzionamento del sistema delle tangenti sul quale oggi, ufficialmente, si continua ad indagare senza riguardi per nessuno – così almeno vogliono farci credere – pur di giungere alla verità. Come nella migliore tradizione delle consorterie criminali, il patto di ladrocinio stipulato dai partiti aveva perfino un nome in codice, e Michele Sindona ne venne a conoscenza “verso la metà degli anni Sessanta” (N. Tosches, Il mistero Sindona, Sugarco 1986, p.127), quando Bettino Craxi i ‘calzoni corti’ aveva smesso di portarli da poco.

“L’accordo Trinacria – così si chiamava – prevedeva il pagamento di un premio su ogni contratto per opere pubbliche. In base all’accordo – raccontava il banchiere – la società che otteneva l’appalto era obbligata a versare in cambio una certa somma di denaro nero – solitamente il 3% — sul valore del contratto al politico o ai politici che l’avevano aiutata a procurarselo. Il pagamento del 3% veniva in seguito diviso in tre parti così distribuite: un terzo ai democristiani, un terzo ai socialisti che provvedevano ad un’ulteriore redistribuzione al più piccolo partito socialdemocratico, un terzo ai liberali e ai repubblicani con un’altra piccola redistribuzione ai socialdemocratici. Come d’abitudine, i vari partiti avrebbero poi gettato qualche briciola ai missini. Solo il partito comunista e il partito radicale che non aveva ancora membri in Parlamento erano esclusi dalla spartizione dei premi in nero dell’accordo Trinacria…” (ivi, p.126-127). In questo modo chiaro e preciso, senza perifrasi e ambiguità, con affermazioni che per l’autorevolezza di chi le fece nella quasi certezza della morte imminente, non lasciano spazio a dubbi o perplessità, la verità sul sistema di sopravvivenza economico-finanziaria dei partiti politici era già rivelata sei anni prima dell’era di Di Pietro e del pool di ‘mani pulite’.

Delle verità dette da Michele Sindona non c’è traccia nelle inchieste di Tangentopoli, tanto che ladri e complici di ladri, a destra come a sinistra, hanno preso il posto dei decaduti malviventi di centro. Non c’è indignazione nella magistratura nei confronti di chi ha depredato la nazione in nome degli interessi di partito, quasi sempre fatti coincidere con quelli personali. C’è viceversa sofferenza e disagio, protratti al punto di rifiutarsi di applicare la legge in tutto il suo rigore nei confronti dei politici coinvolti nelle inchieste sul sistema delle tangenti. È protervia quella di un ordine giudiziario che affida ad un suo rappresentante il compito di informare i cittadini che la legge non è uguale per tutti. Si era sempre saputo, ma almeno avevano sempre avuto – i magistrati – il pudore di negarlo. Oggi hanno perso, invece, anche quest’ultimo ritegno.

“Nessun paese al mondo – ha dichiarato il sostituto procuratore della repubblica di Milano, Pier Camillo Davigo – può reggere lo stillicidio degli arresti della sua classe dirigente. Noi – si vanta a nome di tutta la corporazione – lo abbiamo detto per tempo e ci hanno accusato di volere una soluzione politica…”. E quando, dalla sala in cui si svolge la sua conferenza, qualcuno gli chiede perché i magistrati non hanno ritenuto di contestare agli inquisiti il reato di associazione a delinquere, il magistrato pronto ribatte: “Perché se l’avessimo fatto sarebbe stato un vero golpe, avremmo dovuto chiudere tutte le sedi dei partiti. E cosa avremmo fatto – si chiede angosciato – dei parlamentari inquisiti?”. (C.S., Davigo: ‘Basta vendette private’, La Repubblica 3 dicembre 1993).

E chi mai ha autorizzato – chiediamo noi – i giudici della repubblica ad assumere le vesti dei politici e a violare la legge in nome di una ragion di Stato che è pretestuosa ed occulta la volontà di circoscrivere, nei limiti del possibile, i danni che alla classe politica derivano da una conferma pubblica delle sue malefatte? Non è il Paese che preoccupa la magistratura, non la salvaguardia dei beni dei cittadini, non il ripristino delle regole dell’onestà dell’amministrazione della cosa pubblica, ma la classe politica alla quale evitare il tracollo definitivo e garantire l’impunità. Non la punizione dei delinquenti preme alla ‘giustizia’ italiana e ad i suoi rappresentanti, ma la loro salvezza.

“…La soluzione politica – chiesero all’ex Procuratore della repubblica di Roma, Michele Coiro – per Tangentopoli è l’unica possibile?”. ”Io credo – rispose costui – che una soluzione politica di Tangentopoli sarà possibile solo dopo che il nuovo clima politico sarà consolidato. Si spera che questo accada con le prossime elezioni” (F. Haver, Coiro: ‘Scelta obbligata la seconda inchiesta’, Corriere della sera 7 novembre 1993). Per il ‘nuovo’, questa ex ‘toga rossa’ dalla brillante carriera, intendeva la vittoria degli inveterati ladroni del Pci-Pds. E non si può dire che la magistratura non abbia cercato di influenzare l’esito delle elezioni, in senso favorevole al partito di Massimo d’Alema, bloccando sistematicamente le inchieste che ne coinvolgevano dirigenti centrali e periferici. Quando non potevano fare a meno di procedere all’arresto di qualche funzionario comunista o all’invio di qualche comunicazione giudiziaria, i magistrati stavano ben attenti a non enfatizzare i provvedimenti, mentre riscoprivano il dovere del riserbo sugli atti processuali e la necessità di tutelare il segreto istruttorio.

Ci aveva provato Bettino Craxi a smuovere le acque della palude giudiziaria, nell’aula del Tribunale di Milano dov’era in corso il processo a Sergio Cusani. Aveva dichiarato, in quella sede, l’ex segretario del Psi che il partito comunista italiano “era il partito più ricco di risorse, aveva la macchina burocratica più potente dei paesi occidentali, buona parte del finanziamento proveniva da fondi illegali. Gli enti pubblici, quelli che chiamo i tangentopolini, e cioè gli amministratori locali, e poi l’Est: l’Unione Sovietica e i paesi del Comecon” (P. Colaprico – F. Revelli, “Io sapevo, come tutti”, La Repubblica 18 dicembre 1993). Parole al vento, perché l’inchiesta sul fiume di denaro versato dal Cremlino a Botteghe oscure è stata debitamente, e silenziosamente, archiviata (R. C., Fondi Pcus. Archiviata l’inchiesta, La Stampa 19 luglio 1994). E nessuno, tantomeno un potente caduto in disgrazia come Bettino Craxi, riuscirà più a farla riaprire.

Un capitolo ancora in parte intonso, questo dell’appoggio dato ai dirigenti del Pds, che dimostra come l’ordine giudiziario sia influenzato, nelle sue azioni, da precisi calcoli politici che, certo, non sono riconducibili come origine all’ufficio di un Di Pietro o dello stesso Francesco Saverio Borrelli; ma molto più in alto, presso quelle toghe di ermellino che il grande pubblico non conosce, e di cui perfino pochi fra gli addetti ai lavori possono valutare appieno l’importanza sulla vita politica del Paese.

Ma la tracotanza della magistratura non riesce ad occultare fino in fondo le responsabilità che, pesantissime, ad essa appartengono nel degrado e nella rovina del Paese. Qualche voce si leva perfino dal suo interno ad ammonire che l’ordine giudiziario non è rimasto immune dal contagio del malaffare e della corruzione morale e materiale.

Luciano Santoro, membro del Consiglio superiore della magistratura, sia pure adottando la formula d’uso della ‘deviazione’, ha ricordato nel corso di un convegno tenutosi a Palermo nel gennaio del 1993 che “gli indubbi meriti della magistratura non possono costituire un alibi a una remora che freni un’azione nei confronti della magistratura deviata, quella coinvolta nel fallimento di gran parte del ceto dirigente…” (R. Vecchio, Sos da Palermo: attenti ai giudici deviati, Il Giorno 16 gennaio 1993). Non è stato accontentato perché, come vedremo nel prosieguo dello scritto, la magistratura più direttamente e profondamente coinvolta nel sostegno a tutte le operazioni più sporche del regime e dello Stato non è stata nemmeno sfiorata dalle inchieste, anzi continua come prima e più di prima nella sua opera di copertura e depistaggio.

È vero, però, che il fenomeno del pentitismo mafioso ha prodotto come effetto collaterale la scoperta di una elevatissima vulnerabilità dei magistrati alle profferte di denaro delle organizzazioni criminali. Così, anche se non tutti per collusione con la malavita, nel marzo del 1994 si registravano “quasi duecento…magistrati a diverso titolo ‘indagati’. E duecento – commenta Franco Coppola su La Repubblica – su poco più di seimila non sono pochi…” (F. Coppola, Duecento toghe sott’inchiesta, La Repubblica 21 marzo 1994).

Non aveva, quindi, torto l’ex presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, morto suicida nel carcere di san Vittore, quando in una lettera indirizzata alla moglie e al figlio il 3 luglio 1993 lamentava “la criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati anche a Milano, ma che ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna ed al rancore dell’opinione pubblica…” (Meglio morire che l’umiliazione, Il Giorno 21 luglio 1993). Un’accusa e una chiamata di correità insieme che sono state fatte dimenticare in fretta, con la cattiva coscienza che induce un mondo colpevole a seppellire, spesso, i morti insieme alle loro scomode verità.

Toghe e coppole

Un altro campo in cui la magistratura fa letteralmente carte false per contenere la marea di fango che tracimerebbe dai suoi uffici, se la verità potesse affermarsi senza condizionamenti ed ostacoli di ogni sorta, è quello della ‘lotta alla mafia’. Anche in questo caso si cerca di far dimenticare che le migliaia di morti che la ferocia e la spietatezza della criminalità organizzata hanno causato in questi decenni non ci sarebbero stati, non nella misura di un massacro bellico almeno, se la magistratura avesse fatto nulla di più del suo dovere.

Viceversa, fin quasi allo scadere degli anni Ottanta, l’Ordine giudiziario ha visto, alla pari degli altri poteri dello Stato, nelle associazioni mafiose, camorristiche e n’dranghetiste fattori di stabilizzazione del quadro politico e di difesa dell’ordine pubblico. Non si può e non si deve cadere nella trappola di chi vuole far credere che l’espandersi nel corso di questi quattro decenni delle organizzazioni criminali, ed il loro progressivo rafforzamento, siano stati resi possibili dalle sole collusioni con i politici democristiani, la corruzione di alcuni funzionari infedeli degli apparati di polizia e il concorso di qualche magistrato che ha tradito il suo giuramento. Che non è stato così non ce lo dice solo il numero dei magistrati inquisiti per i loro rapporti con la criminalità organizzata, ma la storia di questo Stato fin dai suoi primordi.

In un rapporto del console americano a Palermo Alfred T. Nester, risalente al gennaio del 1945, stilato dopo un incontro con il generale Giuseppe Castellano, si possono leggere queste significative parole: “Il generale Castellano è fermamente convinto che il sistema adottato al tempo della vecchia e rispettata mafia debba tornare sulla scena siciliana, perché è l’unico in grado di controllare il banditismo e la violenza generale…” (S. Turone, Partiti e mafia. Dalla P2 alla droga, Laterza 1985, p.25). Ed ancora lo stesso Alfred T. Nester, ricorda Sergio Turone, “si espresse più volte…a favore di una mafia che ha per obiettivi la pace e l’ordine e ha contribuito più volte ad eliminare banditismo e delinquenza, tanto che le forze di polizia si rivolgono abitualmente – sottolineava il console americano – ai suoi capi per risolvere le situazioni più difficili…” (ivi, p.27).

Il rapporto di simbiosi fra Stato e criminalità era tale che Gaspare Pisciotta, destinato ad essere ucciso il 9 febbraio del 1954 nel carcere palermitano dell’Ucciardone con una dose di cianuro, poté gridare nell’aula della Corte d’assise di Viterbo: “Siamo un corpo solo banditi, polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito santo”.

A riconoscere questa realtà, sia pure con molti distinguo, è lo stesso Luciano Violante, ex presidente della Commissione parlamentare antimafia che, nella relazione a suo tempo presentata, fu costretto ad ammettere che: “I primi anni del nuovo Stato lungi dal segnare una rottura delle vecchie collusioni, cementano Cosa nostra dentro il nuovo assetto. Ciò che avviene in quegli anni – riconosce l’ex magistrato, ex comunista oggi pidiessino Violante – segnò profondamente la vicenda degli anni successivi. Fatti e personaggi determinanti in questi anni hanno continuato ad esserlo per lunghissimo tempo in tutta la vicenda siciliana ed in parte, anche, nella vicenda nazionale. Le ragioni oggettive per le quali le vicende della mafia e dell’antimafia costituiscono parte non irrilevante della storia repubblicana, affondano le radici in quei sette anni di passaggio dal regime fascista all’Italia democratica. Il permanere e l’irrobustirsi – prosegue Luciano Violante – dei rapporti tra mafia e pubblici poteri nei decenni successivi fu determinato, oltre che da corruzioni individuali, da tre fattori di carattere oggettivo, tra loro molto diversi: uno relativo alla situazione politica generale, l’altro alle tradizioni tecniche di investigazione, il terzo ad alcuni caratteri del rapporto tra lo Stato centrale e la Sicilia” (Mafia e politica. Relazione di Luciano Violante, La Repubblica s.d.).

Diradata la cortina fumogena che il pidiessino Luciano Violante ha innalzato per cercare di rendere meno visibile e comprensibile la verità agghiacciante sui rapporti tra mafia e Stato, e ignorato per ragioni di economia di lavoro il fuorviante riferimento alle ‘tecniche di investigazione’ come causa, sia pure non unica, della compenetrazione fra associazioni criminali ed istituzioni dello Stato, vediamo come in realtà il ruolo passivo, anzi decisamente complice, della magistratura nei confronti delle organizzazioni mafiose è da sempre conosciuto sebbene solo da alcuni anni contrastato.

Volgendoci ad un passato lontano, ma non remoto, vediamo che una delle prime commissioni parlamentari d’inchiesta sulla mafia poteva scrivere, senza essere smentita, di aver notato:

“a) La tendenza da parte di molti giudici a svilire le indagini di polizia giudiziaria e a non dar rilievo alle dichiarazioni rese dagli organi inquirenti giungendo a definirle ‘propalazioni extragiudiziarie’;

b) L’eccessiva brevità delle motivazioni anche in sentenze su delitti gravissimi;

c) La sproporzione della durata di alcune istruttorie rispetto alla gravità e alla complessità dei fatti;

d) La frequente mancanza d’iniziativa da parte dei pubblici ministeri e dei giudici istruttori e l’abbandono da parte degli organi di polizia di piste alternative di indagini;

e) Sospetti di scarsa obiettività di giudici togati e popolari di fronte a pressione di ambienti chiusi.

Tutti questi aspetti indicati con precisione dalla Commissione si traducevano di fatto in una grande abbondanza – scrive Nicola Tranfaglia – di assoluzioni per insufficienza di prove che erano diventate lo strumento essenziale di impunità dei mafiosi” (N. Tranfaglia, a cura di, Mafia, politica e affari 1943-1991, Laterza 1992, p. XXII).

Un esempio concreto di questo comportamento da parte degli organi giudiziari e di polizia viene dal caso di Luciano Leggio, più noto come Liggio, lasciato libero per decenni di agire nella forma spietata che gli era propria, prima di essere arrestato per l’iniziativa personale di un ufficiale della Guardia di finanza che, invece di un encomio – come egli si attendeva – ricevette dal comandante generale del Corpo un rimprovero e, successivamente, un trasferimento di sapore punitivo.

La relazione della Commissione antimafia, presieduta dal democristiano Carraro ricorda, ad esempio, che per l’omicidio della guardia campestre Comajanni, che lo aveva arrestato il 28 agosto 1944, “con un rapporto del 31 dicembre 1949, il Comando forze repressione del banditismo denunciò quali autori…Leggio e Luciano Pasqua. La denuncia fu fondata sulla confessione di Pasqua e su molti altri elementi, ma Leggio e Pasqua furono assolti per insufficienza di prove dalla Corte di Palermo, con sentenza del 13 ottobre (confermata dalla Corte d’assise d’appello di Bari con sentenza del 18 febbraio 1967)” (ivi, p.111).

Anche per l’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, il copione recitato dagli organi giudiziari fu identico: “…Pasquale Criscione e Vincenzo Collura accusarono Leggio del sequestro e dell’omicidio di Rizzotto, confessando inoltre di aver preso parte al delitto…Tuttavia, nonostante le confessioni e la chiamata di correo, con sentenza del 30 dicembre 1952, la Corte d’assise di Palermo prosciolse gli imputati per insufficienza di prove e la sentenza fu confermata dalla Corte d’assise d’appello l’11 luglio 1959. Il ricorso in Cassazione fu rigettato il 26 maggio 1961″ (ibidem).

In conclusione, la stessa Commissione antimafia non si è potuta sottrarre all’obbligo di rilevare che se il sanguinario mafioso aveva potuto fare ciò che aveva voluto, esercitando il suo potere all’interno ed all’esterno del mondo criminale di cui era espressione, ciò fu dovuto all’inerzia, che noi definiamo complicità, degli apparati dello Stato, primo quello giudiziario.

“In effetti – scrive il relatore – risulta da quanto prima si è detto che Leggio è riuscito a sottrarsi per oltre venti anni ai rigori della legge. Naturalmente sarebbe vano cercare di individuare le responsabilità personali che hanno permesso a Leggio di non essere chiamato a rispondere dei suoi crimini con la necessaria tempestività; ma non è possibile dimenticare:

  • che i giudici della Corte d’assise di Bari lo rimisero in libertà, dopo soli cinque anni di carcere, nonostante che egli fosse imputato di delitti gravissimi, di associazione per delinquere e di numerosi omicidi, alcuni dei quali aveva certamente commesso, se nei gradi di giurisdizione ne è stato riconosciuto colpevole;
  • che dopo l’assoluzione di Bari, malgrado che i giudici avessero emesso a suo carico un’ordinanza di custodia precauzionale, la polizia si limitò a sorvegliarlo ‘in forma discreta’, troppo discreta per impedirgli la fuga, e che gli indugi della magistratura e degli organi di polizia e la mancanza di un efficace coordinamento tra le loro iniziative gli consentirono di farsi curare e quindi di allontanarsi dalla clinica in cui si trovava, per rimanere irreperibile per altri cinque anni” (ivi, p.117).

Ci siamo limitati ad un esempio, riguardante un personaggio di spicco della storia criminal-politica del Paese, ma l’apporto della magistratura allo sviluppo ed al rafforzamento delle associazioni criminali non è stato episodico, né tantomeno circoscritto nel tempo, se lo stesso Luciano Violante ha dovuto dedicare lunghe pagine della sua relazione a quelli che, prudentemente, definisce “alcuni episodi inquietanti che riguardano i magistrati” (Mafia e politica, cit.), tutti riferibili agli anni Ottanta ed ai primi anni Novanta.

A riprova che il complice collocarsi a fianco della mafia non era prerogativa della sola magistratura siciliana, ma la conseguenza diretta delle disposizioni impartite dai massimi vertici del potere giudiziario nazionale, il pidiessino Violante ha dovuto occuparsi della Corte di Cassazione, in particolare della sua prima sezione diretta da Corrado Carnevale. Ad esempio, l’ex magistrato torinese ha dovuto ricordare che “una delle decisioni più importanti ha riguardato la determinazione, anche per la Cassazione (circolare del Csm in data 17 luglio 1991) di criteri oggettivi per l’assegnazione dei processi e la composizione dei collegi, dopo che era stata eccepita l’inopportunità della esclusiva, costante attribuzione dei processi di mafia alla prima sezione penale presieduta dal dott. Corrado Carnevale” (ibidem).

Non dice, però, il presidente della Commissione antimafia che sono occorsi anni per obbligare il Consiglio superiore della magistratura ad assumere la decisione di togliere a Corrado Carnevale il monopolio, non si sa bene da cosa giustificato, dei processi di mafia e di ‘terrorismo’ che deteneva perché assegnatogli dal presidente della Corte di Cassazione, non perché avesse egli avuto il potere di arrogarsi questo compito esclusivo e privilegiato. O non conviene citare questi particolari perché non funzionali al tentativo di far passare Corrado Carnevale come un giudice ‘corrotto’, circoscrivendo alla sua sola persona responsabilità che sono, invece, di tutti i vertici della magistratura?

In realtà, mafia, camorra e n’drangheta, insieme, hanno rappresentato il quinto potere dello Stato democratico, che è stato preposto alla tutela dell’ordine pubblico nelle terre del meridione d’Italia, e alla salvaguardia di quello politico. E a questo potere ha guardato con fiducioso rispetto anche una magistratura che, compatta, per più di quarant’anni ha trovato comodo ignorare che i grandi elettori democristiani in meridione, i fidati collaboratori delle questure e delle caserme dei carabinieri, i multiformi informatori dei servizi di sicurezza, altro non erano che dei malfattori dediti ad accrescere il proprio potere fra le varie cosche, ed il proprio patrimonio personale con traffici illeciti, delitti e terrore.

Se le vicende di Corrado Carnevale, e della prima sezione penale della Corte di Cassazione, sono cronaca di oggi, non appartiene alla preistoria d’Italia o al suo medioevo l’intervento ufficiale di un altissimo magistrato di questa repubblica, apparso su una prestigiosa ed autorevole rivista giudiziaria: correva difatti, quando fu pubblicato, l’anno di grazia 1955.

“Un giudizio scandalosamente positivo e una affermazione elogiativa su pseudo-valori e su opere meritorie dei capi della mafia – scrive Michele Pantaleone – è stato espresso in occasione della morte di don Calò e in riferimento alla successione del bastone di comando a favore di Giuseppe Genco Russo da parte del magistrato scrittore Giuseppe Guido Lo Schiavo, presidente della Corte di Cassazione: ‘Dalle Americhe, in occasione della morte del commendatore Calogero Vizzini – scrisse Lo Schiavo nella rivista Processi, mensile di vita giudiziaria (Palermo-Roma, gennaio 1955, n.5) – è giunta l’eco della solidarietà al lutto della famiglia dei congiunti e alla grande famiglia che lo aveva avuto come sovrano. Tutti i giornali hanno rilevato questo significativo omaggio che ci rende consapevoli dell’esistenza, oltre Oceano, di infiniti legami, che chiameremo sentimentali, fra la roccaforte della mafia e la sua lontana periferia. Oggi si fa il nome di un autorevole successore nella carica tenuta da don Calogero Vizzini in seno alla consorteria occulta – conclude il giudice Lo Schavo. Possa la sua opera essere indirizzata sulla via del rispetto delle leggi dello Stato e ai miglioramenti sociali della collettività…” (M. Pantaleone, Mafia e antimafia, Pironti, p.110-111 nota).

Due generazioni di magistrati hanno pensato allo stesso modo di questo loro degno collega, traducendo nella pratica quotidiana questi loro convincimenti che, ora, si affannano a far dimenticare, inventando un ‘anti-Stato’ mafioso che non esiste, come non è esistito in passato.

Nel 1986, a distanza di trent’anni dall’articolo di Giuseppe Guido Lo Schiavo, e a conferma di una mentalità e di una complicità che non avevano conosciuto interruzioni o ripensamenti, nonostante il mutare dei tempi e dei comportamenti che avevano seminato la morte perfino nei ranghi della stessa magistratura, “pedinando il capo di una gang che traffica in eroina, si scopre in via Roma a Palermo, camuffata da ‘Centro studi sociologici italiani’, la loggia massonica ‘Diaz’, cui risultano iscritti mafiosi quali i Greco, i cugini Salvo, magistrati, imprenditori, politici e giornalisti”. “A proposito di magistrati – dice Alfredo Galasso, deputato della Rete – le reazioni a Palazzo di giustizia non furono univoche: mentre il procuratore capo dell’epoca spiega che si tratta di giudici in pensione, Falcone si limita ad affermare che costoro non avevano istruito il maxiprocesso. Di fatto – conclude Galasso – non si è mai saputo chi fossero” (N. Celi, Spuntò dal caso Sindona l’ombra della masso-mafia, Il Giorno 18 agosto 1992).

L’omertà è un’altra delle caratteristiche che accomunano mafiosi e magistrati, anche quando non sono iscritti alla medesima loggia massonica. Per i primi, la giustificazione ufficiale è che il silenzio è regola perché chi parla è ‘sbirro’, così tacciono nei pubblici processi ma parlano confidenzialmente nelle anticamere delle questure. Per i secondi il pretesto, anch’esso ufficiale, è costituito dalla difesa del prestigio e del decoro dell’Ordine giudiziario che risulterebbe compromesso dalla pubblicità data ai comportamenti disonesti di tanti dei suoi componenti.

Tipico è il comportamento tenuto da Giovanni Falcone nella vicenda, già ricordata, della scoperta della loggia ‘Armando Diaz’, nella quale erano confluiti magistrati e mafiosi. Dopo un avvio promettente, i magistrati palermitani, primo Giovanni Falcone, smorzarono tono ed indagini fino all’insabbiamento totale. Fece ancora di più, Giovanni Falcone: giunse a sostenere che i rapporti mafia-massoneria erano inesistenti, compiendo oltre ad una omissione giudiziaria anche un clamoroso falso storico. Ma non era la storia che preoccupava il giudice istruttore, quanto l’attualità politica. E, così, appose la sua firma all’ordinanza del 12 marzo 1991 sui cosiddetti ‘delitti politici’ di Palermo. Un capolavoro nel suo genere, per dire che mafia, massoneria e politica non avevano rapporti fra esse, che erano entità distinte e separate fra loro. Non si proponeva, Giovanni Falcone, di assidere un giorno fra gli storici d’Italia, ma di fare carriera e, difatti, il premio arrivò con la nomina a direttore degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia, sotto la guida del socialista Claudio Martelli.

La tragica morte a Capaci, nel maggio 1992, ha trasformato Giovanni Falcone in un mito della ‘società civile’ e della ‘lotta alla mafia’, ma non può far dimenticare come costui sia stato in realtà perfettamente in linea con quella tradizione giudiziaria che vuole, ad ogni costo, e spesso in contrasto con ogni evidenza, proteggere il ceto politico; separando, con ardite quanto arroganti operazioni di chirurgia giudiziaria, le responsabilità dei suoi esponenti da quelle dei loro ‘picciotti’: le prime si negano, le seconde vengono perseguite.

Il sigillo mafioso su Salvo Lima lo ha apposto la mafia facendolo trucidare in modo plateale in una via di quella Palermo dove, per tre decenni, aveva imperato, non certo la magistratura che fino all’ultimo gli aveva fatto scudo proteggendone il potere e la ‘onorabilità’. Una realtà paradossale che vedeva, da un lato, Salvo Lima esibire pubblicamente la sua ‘mafiosità’, dall’altro parte della stampa e dei suoi avversari politici accusarlo, sui giornali e sulle piazze, di essere il massimo rappresentante degli interessi mafiosi in Parlamento, dal terzo lato, a chiudere l’incredibile triangolo, una magistratura che non vedeva, non sentiva, non parlava e che, se obbligata ad intervenire, lo faceva a favore del potente mafioso democristiano.

E non mancavano gli indizi, e nemmeno le prove, della mafiosità di Salvo Lima e di tanti suoi colleghi di partito. “Sono entrato nel consiglio comunale. Avevo cioè appena 23 anni. Ricordo che già al tempo del mio ingresso nel gruppo democristiano gli altri consiglieri comunali, cioè quelli anziani, si comportavano come se avessero paura fisica di questo o di quel personaggio. Avevano cioè una paura fisica soprattutto dell’onorevole Giovanni Gioia (morto nel 1981, ndr) e forse anche dell’onorevole Salvo Lima…” (P. Calderoni, Il contesto, l’Espresso 6 febbraio 1987). Questa la testimonianza, resa in seduta segreta alla Commissione antimafia, del deputato democristiano Alberto Alessi, che si può leggere in un articolo apparso su l’Espresso. Cos’è successo? Niente.

Certamente, Giovanni Falcone ne era a conoscenza quando stilò la sua ultima sentenza istruttoria, quella che scagionava Salvo Lima da ogni sospetto. Ed era a conoscenza anche di quanto, timidamente, aveva dichiarato già da tempo Tommaso Buscetta sul livello politico della mafia. Non era, il pentito, l’unico perché anche gli americani sapevano. Lo dimostra “un rapporto top secret. Anno 1984. Mittente: il console generale Usa a Palermo Ralph Jones. Destinatario: il Dipartimento di stato a Washington. Tema: mafia e politica. Le confessioni di Buscetta. Conclusione: “Se gli inquirenti italiani dovessero riuscire ad affiancare al solista Tommaso Buscetta nuovi pentiti ce la potrebbero fare. E se questo dovesse accadere, Lima e Andreotti (anzi, l’intero corpo politico italiano) farebbero bene a prepararsi a shock devastanti. Questi shock potrebbero arrivare senza l’aiuto e, forse, neppure la benedizione del Pci” (Andreotti e la mafia. Vecchi sospetti Usa, Il Corriere della Sera 24 giugno 1993).

Cos’è successo? Il contrario di quello che gli americani si attendevano. Giovanni Falcone scagiona Salvo Lima e Giulio Andreotti e va ad occupare il prestigioso incarico di direttore degli Affari penali del ministero di Grazia e giustizia, con la protezione supplementare del socialista Claudio Martelli. Dovrà essere la mafia a scardinare, con la brutalità che le è propria, il sistema di potere andreottiano in Sicilia; dovrà essere Totò Riina a decretare la fine del dominio democristiano dei Lima e degli Andreotti, a Palermo; dovrà morire Giovanni Falcone perché la magistratura tiri fuori dai suoi cassetti e dalle bocche dei suoi pentiti quegli elementi probatori che per anni aveva ignorato e taciuto.

Per coloro che hanno anche una superficiale conoscenza della mentalità e della metodologia mafiosa, non è difficile individuare nella morte di Giovanni Falcone la logica della ‘terra bruciata’, quella che spazza via non i nemici ma i concorrenti. Nel momento in cui la mafia palermitana decreta la morte di Salvo Lima e la rovina del suo referente nazionale, Giulio Andreotti, predispone l’eliminazione fisica di tutti coloro che, in un modo o in un altro, possono reagire ed organizzare, a loro volta, la controffensiva. Giovanni Falcone, la sua condanna a morte la firma quando dimostra platealmente, con la difesa di Salvo Lima, di essersi schierato dalla parte di un centro di potere che di mafia si è alimentato ed ha vissuto, per poi assistere inerte, nonostante la sua potenza, alla condanna all’ergastolo di tanti ‘amici’ e ‘amici degli amici’ che vedevano ricambiati con la più nera ingratitudine i ‘favori’ fatti per anni.

Non poteva, difatti, essere sfuggito ai mafiosi palermitani che l’azione giudiziaria di Giovanni Falcone si proponeva di isolarli dal contesto in cui avevano sempre operato. Il giudice palermitano, difatti, li indicava come criminali che certamente avevano corrotto qualche politico, qualche funzionario dello Stato ma che erano sostanzialmente rimasti nelle anticamere dell’alta politica e del potere dello Stato. La linea divisoria che Giovanni Falcone tracciava per separare in due distinte, se non contrapposte parti un mondo che viceversa era stato sempre unito, dovette apparire ai mafiosi di Palermo come il michelangiolesco giorno del giudizio, con i politici destinati ad essere salvati e loro, i delinquenti, ad essere scaraventati nell’inferno delle galere patrie. Se Giovanni Falcone avesse apposto la sua firma su una sentenza istruttoria conforme alla verità e alla realtà della Palermo mafiosa e democristiana, criminale e andreottiana avrebbe potuto vivere e, con lui, Paolo Borsellino probabilmente ucciso perché suo amico e, in quanto tale, in grado di ‘vendicarlo’.

Ma Giovanni Falcone non rappresentava un’eccezione nel mondo giudiziario. Come tutti i suoi colleghi aveva per cultura, predisposizione ed opportunismo un ‘occhio di riguardo’ verso i ‘potenti’, quelli che realmente ‘contano’. Ma ha sottovalutato la reazione di personaggi che non accettavano di essere ridimensionati, dopo aver tenuto tanto potere e strapotere e, soprattutto, non erano disposti a pagare per ‘coprire’ i Lima e gli Andreotti che ormai facevano il doppio gioco riservandosi di trarre tutti i vantaggi che esso comporta per coloro che sono ai vertici della politica e dello Stato.

Non è il primo magistrato, Giovanni Falcone, che viene inserito a forza nel novero delle ‘vittime’ di un sistema di potere del quale era stato oggettivamente complice nella misura in cui aveva stabilito una linea divisoria fra i mafiosi da perseguire e quelli da risparmiare. Anche Pietro Scaglione, l’indimenticato procuratore della repubblica di Palermo, il primo magistrato a cadere sotto i colpi della mafia nel capoluogo siciliano, viene ancora oggi ricordato come ‘vittima’, dimenticando – e facendo dimenticare – le sue amicizie, i suoi comportamenti e perfino i pesanti sospetti che gravavano su di lui in relazione all’omicidio in carcere di Gaspare Pisciotta.

Fu Pietro Scaglione, difatti, a recarsi nel carcere dell’Ucciardone per raccogliere le confessioni dell’ex luogotenente di Salvatore Giuliano ma, per fortunata coincidenza, vi si recò da solo, senza il cancelliere (S. Attanasio, Gli anni della rabbia, Mursia 1984, p.309), in altre faccende affaccendato. Parlò, Pietro Scaglione, con Gaspare Pisciotta, prese nota di quanto gli riferiva e promise di ritornare accompagnato dal segretario-cancelliere per la doverosa verbalizzazione. Ma un caffè alla stricnina rese inutile il suo ritorno e permise allo Stato di conservare integro un altro dei suoi sporchi segreti. E al sostituto procuratore Pietro Scaglione di fare una brillante carriera.

A quando la caduta del mito di Giovanni Falcone? A quando la verità sul fatto che ben pochi sono stati, fra i giudici, coloro che hanno fatto il loro dovere con trasparente onestà e, fra questi, nessuno ha mai fatto carriera o si è visto puntare addosso i riflettori della televisione per essere trasformato in un magistrato simbolo della ‘lotta al terrorismo’, ai ‘poteri occulti’ o alla ‘mafia’? A quando il riconoscimento definitivo che, di quel che galleggia sulla palude Italia, ben poco non è putrido e che la bonifica non potrà venire mai da un potere giudiziario marcio quanto gli altri? Non è certo per mera casualità che, da mezzo secolo, ai magistrati che più si sono distinti nella salvaguardia dei segreti del potere sono toccati riconoscimenti e promozioni che dovrebbero indurre alla riflessione quanti ancora si illudono sulla volontà e la capacità della magistratura di restituire questo Paese alla legalità e alla giustizia.

Non meraviglia, per esempio, apprendere che uno dei protagonisti giudiziari della tragica avventura di Salvatore Giuliano, il procuratore generale della repubblica di Palermo Emanuele Pili, dal quale il bandito di Stato “nei momenti di crisi ‘traeva grande conforto’ da amichevoli incontri” (ivi, p.299), quando andò in pensione “trovò pronta la carica di consulente giuridico della Regione siciliana apprestatagli dalla benevolenza – scrive ironicamente Sandro Attanasio – del presidente Restivo” (ivi, p.310). E non desta quindi stupore che, ad oltre trent’anni di distanza, sempre a Palermo, la storia si ripeta con altri uomini ma con le stesse motivazioni.

“Il 14 febbraio 1991, il Consiglio superiore della magistratura – si legge nella relazione della Commissione parlamentare antimafia – deliberava il collocamento a riposo del presidente della Corte d’appello di Palermo, Carmelo Conti, per raggiunti limiti di età e con decorrenza dal 15 agosto 1991. Nel maggio del 1991, la Giunta regionale siciliana emanava il decreto n.107, relativo alla nomina deliberata dalla Giunta e il successivo 20 agosto il dr. Conti si insediava alla presidenza dell’Eas. Sembra particolarmente grave alla Commissione che l’alto magistrato – conclude Luciano Violante – titolare della più alta responsabilità di direzione del distretto di Palermo, abbia accettato un incarico amministrativo mentre era ancora in servizio” (Mafia e politica cit.). Ma, come vedremo più avanti, non è Luciano Violante ad avere i titoli per risanare il malcostume in ambito giudiziario, per le interpretazioni fuorvianti da lui prodotte quando era titolare di inchieste sulla guerra politica in Italia. Perché a smentire la pretesa di quanti vorrebbero che certi comportamenti possono ritrovarsi solo nella Sicilia della mafia e dei misteri, ricordiamo che negli anni Settanta, dalla parte opposta d’Italia, a Milano, il corrotto ed impunito presidente della Montedison Eugenio Cefis nominò suo consigliere giuridico, non appena ebbe maturato il diritto di andare in pensione, Enrico De Peppo, “già Procuratore della repubblica di Milano durante la calda stagione succeduta alla bomba di piazza Fontana” (M. Caprara – O. Barrese, Anonima Dc cit., p.228).

Ma il nostro elenco non può continuare, passando dai giudici impegnati sul versante della criminalità a quelli che hanno diretto le inchieste più delicate sugli avvenimenti degli ‘anni di piombo’, se prima non facciamo una riflessione sulle ragioni reali che hanno indotto i cautissimi e prudentissimi magistrati italiani a varare un’offensiva generale sui fronti della corruzione e della delinquenza organizzata, spingendosi fino a santuari che proprio con il loro concorso determinante erano divenuti inviolabili. Non abbiamo infatti intenzione alcuna di avallare il gioco di quanti hanno interesse a far apparire il ‘marcio’, compreso quello finalmente riconosciuto in campo giudiziario, come un residuo del passato, quasi che in questi anni Novanta l’ordine giudiziario si sia, in qualche modo, riscattato cominciando ad agire con quel rigore e con quell’onestà che mai ha conosciuto nella cinquantennale attività. Libri, articoli, interviste giornalistiche e televisive non ci devono trarre in inganno, quand’anche pongono in evidenza il comportamento lineare di qualche magistrato che non può essere considerato rappresentativo dell’agire dell’intera magistratura.

Oggi, Antonio Caponnetto afferma che lo Stato “non solo ha sottovalutato la mafia, ne è stato e ne è complice…” (R. R., Caponnetto: lo Stato è ancora complice delle cosche, Il Corriere della Sera 6 agosto 1992); ma lo dice, appunto, oggi che è un rappresentante della Rete, perché basterebbe leggere le sue sentenze per scoprire che quando era magistrato in servizio non scriveva questo ma il suo contrario, rappresentando uno Stato aggredito dalla mafia non suo complice. E mentiva, sapendo di mentire.

“Tutta la storia dell’Italia repubblicana è attraversata da un malcostume diffuso – tuona oggi Raffaele Bertoni – da scandali di ogni genere, da una serie infinita di affari di Stato. L’illegalità è ormai diventata la regola…” (M. Del Gaudio, La toga strappata, Pironti 1992, p.13 – Prefazione di R. Bertoni). Ma è inutile cercare una traccia del suo impegno di magistrato e presidente dell’Associazione nazionale magistrati per porre un freno a quell’illegalità che, oggi, vigorosamente denuncia. Parole in libertà, le sue, che non fanno danno al potere che Bertoni continua a servire come rappresentante del Partito democratico della sinistra, lo stesso delle tangenti e dei finanziamenti occulti di Mosca.

In verità, se Corrado Carnevale, ex presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione, è oggi sospeso dalle funzioni e dallo stipendio; se il suo collega Paolino Dell’Anno è anch’egli sotto inchiesta; se il presidente del Tribunale civile di Milano Diego Curtò è finito in carcere e con lui, per reati che spaziano dalla corruzione all’associazione di stampo mafioso, altri magistrati sono stati arrestati; e in numero ancora maggiore sono inquisiti a piede libero, questo ha poco rilievo ove si consideri che non esiste la volontà di rimuovere le cause dell’asservimento del potere giudiziario a quello politico e che, per questa ragione, non si riesce ad ottenere una sola parola di vero da parte dei giudici sulla guerra politica che si è svolta in Italia.

I depistatori

Su questo versante nulla è cambiato rispetto al passato, a dimostrazione che il potere, quello autentico, non è stato nemmeno scalfito dal ‘repulisti’ in atto nei partiti politici maggiormente compromessi nel sistema delle tangenti. Anzi, è legittimo ritenere che sia proprio questo potere a dirigere con mano esperta l’operazione di sgombero dai residui ormai dannosi della guerra fredda, liquidandoli con la pubblica esibizione delle prove della loro corruzione. La magistratura, quindi, appare ancora una volta come mero e docile strumento del potere, non ad esso contrapposta né, tantomeno, da esso indipendente nell’azione e nel giudizio.

Esiste nel nostro recente passato un momento in cui, una ventina di anni orsono, il governo americano, allora presieduto da Gerald Ford, venne tentato di disfarsi una volta per sempre dei dirigenti politici italiani. Il mezzo prescelto per questa operazione doveva essere rappresentato dalla denuncia da parte americana della corruttibilità e della propensione al ladrocinio degli uomini politici italiani. Una tentazione, quella americana, che purtroppo durò poco per ragioni che Massimo Caprara e Orazio Barrese hanno così riassunto:

“La discussione tra gli esperti ed i membri del gabinetto Ford non è scorrevole. Se l’attuale élite democristiana non è capace di governare e di rinnovarsi non è il caso di trovare un modo di disfarsene pubblicando sia il rapporto Church sia le conclusioni Pike? Ma tutto questo non destabilizza anche un’area nevralgica quanto quella mediterranea ed in un momento di crisi acuta, interna e mondiale della leadership nordamericana? A consigliare prudenza – concludono i due giornalisti – non sono le ragioni italiane sul passato remoto ma considerazioni statunitensi sul futuro prossimo” (M. Caprara – O. Barrese, Anonima Dc cit., p.268).

Dopo il salvataggio in un momento in cui il Partito comunista italiano sembrava decisamente avviato alla conquista della maggioranza relativa, gli americani danno il via ad una campagna di diversione che distolga l’attenzione dalla corruzione politica generalizzata e la circoscriva, a titolo di monito, al solo caso della Lockheed, l’industria aeronautica americana, ed alle sue tangenti in Italia come in altri paesi satelliti degli Stati uniti. Scrivono acutamente Caprara e Barrese che “le rivelazioni sulla Lockheed sono…un muro di vergogna commerciale, spinto calcolatamente in primo piano per mimetizzare un’altra piramide di corruzione politica” (ivi, p.257).

Oggi, però, molte cose sono mutate radicalmente. Il comunismo è crollato, senza che vi sia una sola, remota possibilità che possa più risorgere. I partiti comunisti occidentali, privi del loro punto di riferimento moscovita, nulla di meglio chiedono che essere integrati a pieno titolo nei sistemi politici occidentali. Gli Stati Uniti hanno ottenuto la loro più grande vittoria politico-militare dalla fine della seconda guerra mondiale e non hanno rivali che possano impensierirli. Il pericolo per la loro leadership mondiale non viene più da una ideologia nemica ma dall’eventuale presa di coscienza di popoli e nazioni di essere stati usati, nel più cinico dei modi, dal loro alleato-padrone, nella sua guerra contro l’Unione Sovietica. L’unico modo per sventare questa potenziale minaccia è quello di non far conoscere ai popoli dei paesi satelliti la verità sul sangue e le tragedie che la guerra americana ha ad essi provocato. Le vecchie classi dirigenti possono, ora, essere spazzate via utilizzando le prove del loro lordume morale, prima ancora che politico, per essere rimpiazzati da altri politici che, per essere stati formalmente all’opposizione in questi anni, sono più presentabili e che, dal canto loro, già mugolano di piacere, a destra come a sinistra, all’idea che il padrone americano ponga ad essi il collare e ne faccia i propri cani da guardia alla periferia dell’Impero.

In che modo stanno portando a termine, gli esperti americani, questa operazione di potatura dei rami secchi senza intaccare il tronco dell’albero della nostra schiavitù, lo stiamo vedendo e vivendo: ‘Tangentopoli’ e la ‘lotta alla mafia’ sono le cesoie con le quali si fanno precipitare nel fango i dirigenti politici italiani del vecchio ed ormai inutile regime. Salvaguardando, però, attentamente e in modo oculato i segreti della ‘guerra fredda’ e politica perché nessuno, avendo le prove sulle responsabilità di coloro che hanno ordito complotti ed organizzato massacri, possa sollevare le bandiere della rivolta in nome della giustizia, della verità e della libertà.

Lo strumento primo, l’affilato bisturi di questa operazione chirurgica è la magistratura. È quest’ultima, attraverso un nucleo sostanzialmente ristretto dei propri rappresentanti, a negare – con qualche eccezione – la verità sulle origini e le cause della guerra politica, circoscrivendo le responsabilità agli esecutori materiali di taluni gravissimi episodi e dichiarando, fin d’ora, che oltre non è possibile andare. Attribuire ai componenti della magistratura l’incapacità di comprendere, dopo oltre venti anni di indagini, la realtà sulle responsabilità politiche ed organizzative della ‘guerra politica’, sui metodi impiegati per creare gruppi ‘terroristici’ od indurre altri a passare alla ‘lotta armata’, e su quelli impiegati dai servizi di sicurezza per depistare le indagini giudiziarie, sarebbe concedere a costoro e all’intero apparato giudiziario attenuanti che non meritano.

Di capire, i magistrati italiani, capiscono. Vito Zincani e Sergio Castaldo, giudici istruttori a Bologna, hanno scritto, ad esempio, sui depistaggi organizzati dagli apparati dello Stato un vero e proprio “decalogo strategico:

“…Fare pervenire al magistrato una massa di informazioni di difficile approfondimento e che lo costringano ad impegnarsi in estenuanti quanto improduttive ricerche.

“Dosare attentamente e per gradi successivi informazioni verificando di volta in volta la ‘presa’ delle notizie fornite. Aggiungendo di volta in volta particolari.

“Orchestrare una campagna stampa che valorizzi gli elementi offerti svalutando quelli acquisiti fino a quel momento dal giudice.

“Inserire nelle informative fatti veri e fatti falsi, ovvero elementi in sé veri, ma tra loro falsamente collegati. In questo modo il magistrato sarà costretto a percorrere una pista indicata, rinvenendo precisi riscontri, anche se non perverrà ad alcun risultato…” (G. D’Avanzo, Cosa fanno le spie? Segreto, La Repubblica 20 luglio 1943).

Il sostituto procuratore generale di Bologna Franco Quadrini, alla domanda di un giornalista: ”Ma se è vero che sulle stragi si sa ogni cosa, come mai finora i colpevoli sono sfuggiti alla condanna?”. ”Perché – ha risposto – per i primi 15 anni si è fatto di tutto per ostacolare l’accertamento della verità. Negli ultimi dieci si è fatto di tutto per impedire la divulgazione della verità accertata. E ancora si fa fatica a far recepire ciò che ci è noto da tanto tempo…” (P. Cascella, Sulla bomba sappiamo tutto, La Repubblica 10-11 ottobre 1993).

Di sapere, sanno. Giovanni Tamburino, il giudice istruttore di Padova che indagò sulla ‘Rosa dei venti’, ha dichiarato: “…Poche affermazioni, misurate all’esperienza risultano così azzardate come l’affermazione dell’inefficienza degli apparati statali e, in particolare, dei servizi segreti: se c’è un settore dove i servizi sono apparsi presenti, attivi e informati, questo è il settore dell’eversione” (P. Willan, I burattinai, Pironti 1993, p.27).

E Giovanni Salvi, sostituto procuratore della repubblica di Roma ha, a sua volta, affermato in un’intervista che: “…contrariamente all’immagine che si vuole accreditare, mi pare che i servizi abbiano lavorato molto bene, ma non sempre nell’interesse del Paese, semmai contro il Paese…” (L. Milella, Mezzogiorno di fuoco, Panorama 26 settembre 1993).

Anche il noto Casson Felice, sostituto procuratore della repubblica a Venezia, dimostra di sapere: “Il fatto è – ha dichiarato – che i servizi segreti non sono assolutamente deviati. Svolgono l’opera per la quale sono stati costituiti e per la quale sono stati messi a lavorare. Bisogna ricordare che chi mette ai vertici dei servizi segreti, da sempre, certi responsabili sono uomini politici che continuano da sempre a seguire certe logiche di potere…I servizi – ha concluso – sono soltanto degli organi esecutivi che eseguono degli ordini. Non hanno una politica autonoma, hanno la politica di chi comanda” (E il Quirinale chiama il capo degli 007, La Repubblica 29 maggio 1993).

I giudici italiani, quindi, comprendono e conoscono la verità in tutti i suoi risvolti principali, ma di questa loro sapienza si può trovare traccia nelle interviste giornalistiche e televisive rilasciate dopo la caduta della Democrazia cristiana alla quale, è sottinteso, addossare ogni responsabilità ora che è comodo e fruttuoso farlo, mai nelle loro sentenze ancorché scritte nell’era pidiessina. Anzi, in queste ultime, scrivono di regola l’esatto contrario di quanto dichiarano informalmente. Un comportamento contraddittorio, il loro, che si giustifica con la consapevolezza che mentre le affermazioni rese sul piano giornalistico si perdono nell’oceano di parole che ormai sorregge tutto e tutti, quelle scritte nelle sentenze hanno valore politico e storico. E sono, pertanto, le uniche a poter essere utilizzate per individuare le responsabilità individuali degli uomini di vertice del regime, passato ed attuale, e dello Stato.

D’altronde, solo se si conosce la verità è possibile negarla. E la consapevolezza che l’ordine giudiziario la verità, in tutta la sua tragica dimensione, la conosca da sempre spiega la lucidità perversa che si riscontra in ogni atto che compie per negarla e per difendere, in questo modo, lo Stato ed il potere atlantico. La storia giudiziaria della ‘guerra politica’ in Italia è intrisa di illegalità e di infamie, di abusi e di soprusi, di arroganza smisurata e di menzogne inaudite che nessuno osa contrastare e denunciare. Se c’è, difatti, un potere dello Stato che sa quello che difende e, soprattutto, come difenderlo questo è quello giudiziario che, rappresentando la legge, è l’unico a sentirsi autorizzato a calpestarla, come e quando la ‘ragion di Stato’, la ‘ragion politica’ e quella di ‘servizio’ lo impongono, con la sicurezza che mai sarà chiamato a risponderne.

Per provare quanto affermiamo, c’è solo l’imbarazzo della scelta su uomini e fatti da offrire come esempio di una giustizia inesistente, derisa e violata da coloro che osano – ancora osano – proporre sé stessi e la loro corporazione come rappresentanti di un Potere delegato a tutelare il diritto di tutti alla verità. Vediamo, per cominciare, alcuni di questi rappresentanti della giustizia tradita.

‘Nembo Sic’, così scrivevano i cronisti, era soprannominato il sostituto procuratore Domenico Sica, quando prestava servizio presso la Procura della repubblica di Roma, per la sua straordinaria capacità di riunire sulla sua scrivania i fascicoli delle inchieste più delicate fra quante, in quegli anni, passano per il ‘porto delle nebbie’, com’era definito in modo appropriato e lapidario, il Tribunale di Roma. Una ragione c’era, perché i vertici della Procura della repubblica di Roma riponessero tanta fiducia in Domenico Sica e a lui affidassero indagini processuali che, se condotte a buon fine, avrebbero prodotto terremoti politici ed istituzionali maggiori di quelli che hanno provocato le inchieste su Tangentopoli. Una ragione forte che risiedeva nel fatto che, come preventivato, nessuna inchiesta, fra le tante che ha condotto Domenico Sica, ha prodotto un solo risultato utile per la verità ed il paese.

Più efficiente di un nebbiogeno, il sostituto procuratore Domenico Sica era il garante, come altri prima e dopo di lui, di un potere che poteva contare ciecamente sulla sua efficienza, sulla sua capacità professionale, sulla sua totale ed incondizionata dedizione perché verità scomode non emergessero dai suoi incartamenti processuali che, se non potevano essere conclusi con un ‘non luogo a procedere’, non avrebbero mai leso comunque gli interessi di uno Stato, ufficiale o parallelo. Ad esempio, esplode lo scandalo delle intercettazioni telefoniche che coinvolge uomini dell’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, e l’inchiesta affidata a Domenico Sica finisce – manco a dirlo – “nel nulla”, come ha modo di rilevare Giuseppe De Lutiis (G. De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori riuniti 1984, p.60).

Il 20 marzo 1979, uccidono Mino Pecorelli. “Quella notte furono in molti a temere che la morte di Pecorelli, con conseguenti perquisizioni, potesse portare alla scoperta di storie segrete e poco onorevoli. Invece non accadde nulla: nel giro di pochi giorni sul caso scese un impenetrabile silenzio e l’istruttoria, condotta dal giudice Mauro, di turno quella sera, al quale era stato affiancato – ricorda De Lutiis – il magistrato Domenico Sica, restò per anni praticamente ferma” (ivi, p.179).

Il pubblico ministero ‘acchiappatutto’ ha diretto anche – e non poteva essere diversamente – le indagini sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta. In questi ultimi tempi, molti sono stati gli elementi di verità emersi su questo episodio della guerra politica, che hanno fatto vacillare la verità di Stato sulla esclusiva responsabilità delle Brigate rosse nella sua ideazione, organizzazione ed esecuzione. Eppure, “i magistrati romani che hanno condotto le indagini durante gli ultimi anni – scrive Philip Willan – hanno tenacemente sostenuto che non c’è più niente d’importante da scoprire sulla vicenda. Il Pm Domenico Sica dichiarò a Il Messaggero (16 marzo 1988), in occasione del decimo anniversario del sequestro: ‘Non ci sono verità nascoste sul caso Moro. Tutto quello che poteva essere scoperto è stato scoperto…Sono convinto che ciò che resta da sapere è assolutamente irrilevante ai fini dell’individuazione del nucleo terroristico responsabile’. Tutto ciò – commenta il giornalista britannico – appena tre mesi prima che fossero rivelati i nomi di altri due componenti del commando di via Fani” (P. Willan, I burattinai cit., p.236).

Un esempio concreto del metodo di lavoro di Domenico Sica è offerto da quanto ha scoperto il sostituto procuratore della repubblica di Roma Maria Cordova che, sul finire del 1989, “aveva ereditato il processo – racconta il quotidiano La Repubblica (S. Mazzocchi, Ritratto di donne in toga, 31 ottobre 1993) – iniziato dal sostituto procuratore Domenico Sica, l’anno prima nominato Alto commissario antimafia, un incartamento delicato che riguardava i rapporti con la Libia e le scelte di politica internazionale in fatto di armi…”.

Domenico Sica, secondo il consueto stile, nulla aveva riscontrato di anomalo, ma a Maria Cordova bastò leggersi il fascicolo processuale per convincersi “che all’inizio degli anni Settanta, Andreotti aveva dolosamente permesso un massiccio passaggio di armi verso la Libia di Gheddafi. Si era allora recata dal suo capo e aveva preteso di inoltrare al Tribunale dei ministri un fascicolo riguardante Andreotti, allora Presidente del consiglio e che lei sospettava di peculato pluriaggravato. Giudice Andrea rifiutò l’assenso” (ibidem).

Domenico Sica è sempre stato sospettato di essere benvoluto dal Sismi, ma da uomo avveduto qual è aveva sua figlia alle dipendenze del Sisde (A. Purgatori, Una carriera per i figli d’arte, Corriere della sera, 6 maggio 1994), così da non fare torto neanche al ministero degli Interni. Un magistrato del suo stampo, non poteva che fare carriera. Così Domenico Sica si trovò proiettato dal posto di semplice pubblico ministero a quello, fondamentale per la difesa dei segreti ignobili della repubblica, di Alto commissario antimafia. Si distinse con una sola, clamorosa azione: l’arresto di Alberto Di Pisa, sostituto procuratore della repubblica di Palermo, in prima linea nella lotta contro la mafia. Sica incastrò il suo collega con metodi così disinvolti da meritare una denuncia, che non ha avuto seguito per sopravvenuta amnistia. È doveroso informare chi legge che il giudice Alberto Di Pisa, dopo un tormentato iter giudiziario, è stato riconosciuto innocente.

La sua gestione dell’Alto commissariato antimafia fu così disastrosa da obbligare La Repubblica di Eugenio Scalfari a convenire che “…l’Alto commissariato registrò il suo più clamoroso fallimento, con la fase più acuta di contrasti, durante la gestione di Domenico Sica, dall’agosto dell’88 all’agosto del 91″ (U. A., L’Alto commissariato antimafia. Un addio tra sospetti e polemiche, La Repubblica 2 gennaio 1993).

Forte di questi precedenti e onusto di simili benemerenze, Domenico Sica viene nominato prefetto ed inviato a dirigere la Prefettura di Bologna, prima, e a ricoprire un non meglio specificato incarico a Bruxelles, sede del Comando generale della Nato, dopo. Anche nella sua nuova veste di prefetto, Domenico Sica non ha mancato di farsi segnalare come beneficiario dei fondi riservati del Sisde: “Il primo a ricevere i soldi fu il prefetto Verga, a cui veniva dato un compenso di circa 20 milioni, poi – ha dichiarato Ugo Timpano – subentrò il prefetto Domenico Sica al quale la somma venne raddoppiata” (G. Mu., Era un generoso circolo privato, Il Giornale 16 febbraio 1994).

L’iter di Domenico Sica, titolare delle inchieste più delicate e scottanti come pubblico ministero, a Roma; poi, senza averne titolo né merito, nominato massima autorità nazionale nella lotta alla mafia; infine, prefetto, distaccato presso qualche ufficio riservato dell’Alleanza atlantica, a Bruxelles, dovrebbe indurre alla riflessione quanti ancora ostentano di credere che il potere giudiziario sia realmente ‘indipendente’ ed incorrotto. Non è infatti ipotizzabile che Domenico Sica abbia sorpreso la buona fede dei suoi colleghi che tutto vedevano e, quindi, sapevano e tantomeno quella dei dirigenti della Procura della repubblica di Roma che erano proprio quelli che a lui assegnavano le inchieste riguardanti i segreti politico-militari dello Stato. C’è, quindi, una responsabilità collettiva in ambito giudiziario nell’emergere di figure come quella di Domenico Sica, sulla quale c’è da ricordare infine come, alla pari di altri magistrati del suo genere, abbia proposto una verità ‘globale’ sul fenomeno ‘terroristico’ in Italia, anticipando quella che sarà, poi, la tesi di fondo adottata in sede politica dal Pci e, in quella giudiziaria, dai magistrati ad esso collegati. Sarà lui, difatti, a proporre la tesi del ‘grande boss’ che, per esclusiva sete di denaro, ha rifornito di armi e di esplosivi i ‘terroristi’ che attaccavano lo Stato. Una teoria, questa, che Domenico Sica esporrà nel 1989 dinanzi alla Commissione d’inchiesta parlamentare sul terrorismo e le stragi, ma che stava già ‘costruendo’ insieme al suo collega, il giudice Rosario Priore, dal 1986.

Al mese di dicembre di quell’anno risale, difatti, un articolo de Il Corriere della sera, nel quale si poteva leggere: “C’è un’organizzazione internazionale che fornisce armi, droga e assistenza logistica a mafiosi e terroristi? Su questa ipotesi stanno lavorando i magistrati romani Priore e Sica. In base a una serie di elementi da essi raccolti, appare sempre più probabile che un gruppo insospettabile rifornisce malavita e terroristi sia di sinistra che di destra, in cambio di denaro…” (M. Ne., Mafia e terrorismo forse alleati, Il Corriere della sera 28 dicembre 1986).

A rivelare, però, in quali uffici era stata elaborata questa teoria, che Sica e Priore stavano alacremente montando pezzo per pezzo, ad uso e consumo di quelle forze politiche che tutto si augurano meno che l’emergere della verità sugli ‘anni di piombo’, è un articolo apparso il 24 aprile 1986 su Il Gazzettino di Venezia. Vi si poteva leggere che “…i collegamenti tra mafia, malavita organizzata e terroristi sono una realtà anche secondo uno dei maggiori esperti italiani di balistica e di esplosivi, il veneziano Marco Morin, membro della Società britannica di scienze criminali. ‘Le vie attraverso le quali armi ed esplosivi – concionava il Morin – arrivano ai gruppi terroristici, nostrani o di ‘importazione’, sono le stesse per mezzo delle quali arriva la droga: la mafia e le altre organizzazioni malavitose, interessate a creare situazioni di confusione, a spostare l’attenzione degli inquirenti dalle loro attività, sono sempre disposte a fare da tramite, mettendo a disposizione le loro strutture. Così armi ed esplosivi arrivano dal Medio Oriente o attraverso il percorso Bulgaria-Turchia’…” (È ancora la mafia a rifornire di armi i gruppi terroristici, Il Gazzettino 24 aprile 1986).

In realtà Marco Morin non era un esperto balistico di fama internazionale ma, molto più semplicemente, un collaboratore dei servizi segreti per i quali svolgeva incarichi delicati, talora puliti talora sporchi, come quello che gli è costato una condanna per aver partecipato al depistaggio delle indagini sull’attentato di Peteano di Sagrado.

Non c’è solo Domenico Sica. Dei magistrati romani che si sono occupati di inchieste delicate, in particolare di quelle riguardanti il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, altri due – oltre a lui – hanno avuto gratificazioni che sono giustificate dai loro successi professionali: Ferdinando Imposimato e Nicolò Amato. Il primo, “l’uomo che probabilmente sapeva più di qualunque altro sul sequestro del leader dc – secondo Philip Willan – lasciò la magistratura dopo la morte del fratello assassinato dalla mafia, l’11 ottobre 1983. Da allora…è stato eletto al Senato nelle liste del Partito comunista, poi Pds” (P. Willan, I burattinai cit., p.263).

Un partito, quello comunista, che ha avuto un ruolo non secondario nello smantellamento dell’apparato brigatista dopo il 16 marzo 1978, tramite Ugo Pecchioli, rappresentante della struttura clandestina e paramilitare comunista, in contatto con i servizi di sicurezza militari e civili, italiani e stranieri. Nessuno ha ancora rivelato nei dettagli i metodi impiegati dal Pci per contrastare – insieme al generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi iscritto alla loggia P2; al generale Giulio Grassini, direttore del Sisde iscritto alla loggia P2; al prefetto Walter Pelosi, coordinatore del Cesis iscritto alla loggia P2 – il ‘terrorismo rosso’ e non sarà certo Ferdinando Imposimato a rivelarli.

Oggi, il compagno Imposimato fa il fustigatore dei suoi colleghi: “È vero: ci sono dei giudici che abusano del loro potere. Dirò di più: ce ne sono di corrotti, e non sono nemmeno pochi. E i politici invece di inviare messaggi trasversali a questo o a quel magistrato, usando i giornali, farebbero meglio ad approvare delle leggi che affrontino sul serio questi problemi…” (M. T. Meli, Giudici vil razza dannata, Il Giorno 4 ottobre 1992). Dichiarazioni sagge, queste di Ferdinando Imposimato che, da parte sua, si ritrova ad essere sospettato di aver fatto parte di quella numerosa schiera di giudici contro i quali oggi si scaglia perché ‘sensibili’ a certi richiami provenienti dal potere politico e dall’‘alta delinquenza organizzata’. Sarà forse una coincidenza, ma il suo nome emerge in eventi giudiziari direttamente collegati al sequestro ed all’uccisione del presidente della Democrazia cristiana.

Ferdinando Imposimato, difatti, si era attivato a partire dal dicembre 1992 per far ottenere la grazia presidenziale a Domenico Papalia, esponente della n’drangheta, in carcere da diciassette anni per l’omicidio di Antonio D’Agostino, altro affiliato alla malavita calabrese, avvenuto a Roma nel 1975. La singolarità dell’appassionato intervento di Ferdinando Imposimato a favore di Domenico Papalia risiede, per quel che qui interessa, nel fatto che il pentito Saverio Morabito ha rivelato che il 16 marzo 1978 in via Fani era presente, con un ruolo non definito, Antonio Nirta, figura di primo piano delle cosche di san Luca, ‘infiltrato’ – così afferma il collaborante di giustizia – dal generale dei carabinieri Francesco Delfino nelle Brigate rosse. Lo scenario di una n’drangheta al servizio dello Stato per ‘operazioni sporche’ non può sorprendere ma è di certo singolare trovare il giudice che ha istruito il processo sul caso Moro impegnato oggi a proclamare l’innocenza di Domenico Papalia insieme ad Antonio Delfino, fratello del generale dei carabinieri che avrebbe gestito la ‘infiltrazione’ di Antonio Nirta nei gruppi armati di sinistra. Il sospetto che grava su Ferdinando Imposimato è quello di essere stato obbligato dagli uomini della n’drangheta ad intervenire a favore di Domenico Papalia, che all’ergastolo si ritrova anche in virtù delle conclusioni delle indagini svolte sull’omicidio di Antonio D’Agostino dall’allora giudice istruttore…Ferdinando Imposimato. Un’ipotesi gravissima avvalorata dalle dichiarazioni di Michele Amandino, altro collaborante di giustizia, che ai giudici racconta: “Papalia mi fece intendere che aveva una carta in mano nei suoi confronti. Capii che era in grado di ricattare Imposimato” (L. Fazzo, L’anonima contro Burt Lancaster, La Repubblica 10 aprile 1994).

Lasciamo al pentito Amandino la responsabilità delle sue dichiarazioni, al di là delle quali rimane però la certezza che l’ex magistrato si è fatto cogliere in flagrante mendacio in almeno due occasioni. La prima volta dai magistrati che hanno raccolto le dichiarazioni di Saverio Morabito:

“Dinanzi allo scrivente – scrive il magistrato milanese – …la mattina del 15 gennaio 1993 il sen. Imposimato fu così avvertito sia dell’esistenza di importanti conferme in ordine alla responsabilità del Papalia per l’omicidio D’Agostino e sia in ordine ad altri gravissimi episodi al medesimo riferibili. Il messaggio con le debite cautele telefoniche arrivò, ben chiaro, in quanto come riferito dal dr. D’Ambrosio, il sen. Imposimato fu grato dell’informazione, rassicurò di non aver avviato alcuna concreta iniziativa ed anzi si fece garante di un suo immediato interessamento per bloccare eventuali errate iniziative nel senso da lui stesso prima proposto.

  • Già nel numero del 3 febbraio 1993 del settimanale Epoca tuttavia, così come in altri quotidiani o rotocalchi, il sen. Imposimato continuò con toni accorati, la campagna di sensibilizzazione a favore del Papalia. Si è citato l’articolo di cui sopra per i suoi contenuti davvero incisivi. Si tratta di una vera e propria arringa difensiva –sottolinea il giudice milanese- fitta di critiche ai collegi di primo e secondo grado, che giudicarono il caso D’Agostino tali, incredibilmente, da far dimenticare per un attimo sia che l’Imposimato fu il giudice istruttore che chiese il rinvio a giudizio del Papalia e sia che lo stesso era stato avvertito di nuove emergenze probatorie a carico del Papalia, anche per la morte del D’Agostino.
  • 27 febbraio 1993. In una trasmissione giornalistica su Rai2, fu portata avanti un’agghiacciante attività di propaganda a favore di Papalia Domenico. Alla stessa presero parte il sen. Imposimato, il giornalista Antonio Delfino (fratello del citato generale), la figlia di Papalia ed il sindaco di Platì: i toni commoventi e la unanime certa innocenza del Papalia caratterizzarono l’intera trasmissione…” (Ordinanza di custodia cautelare in carcere – dr. Guido Piffer, 7 ottobre 1993, p.412-414).

La seconda volta, dal giornalista Luca Villoresi de La Repubblica:

“Il senatore Imposimato è il giudice che ha istruito – scrive il giornalista – con tutte le sue pecche e le sue omissioni il primo processo Moro, e io il giornalista che ha denunciato lo scandalo di quel crocevia di misteri che è la casa di via Montalcini, scoperta e poi accuratamente occultata. Ora –prosegue Villoresi – quel giudice, parlando alla trasmissione televisiva Milano Italia, afferma che io avrei appreso, proprio da lui, l’esistenza della prigione di via Montalcini. Il giudice Imposimato mente…Imposimato – rileva il giornalista di Repubblica – dice di avermi suggerito l’indirizzo di via Montalcini nel 1982. Il mio primo articolo sull’argomento porta la data del 1 giugno del 1980…” (L. Villoresi, Imposimato e il caso Moro, La Repubblica 27 ottobre 1993).

Sulle ragioni che inducono l’ex magistrato del tribunale di Roma a mentire in maniera così plateale, l’ipotesi la lasciamo avanzare dallo stesso giornalista:

“In questa vicenda – scrive Villoresi – …c’è qualcosa che va ben al di là della controversia tra un giornalista e un magistrato. La discussione, infatti, non verte sulla ricostruzione di una qualche storia di secondo piano, riguarda il caso Moro, un delitto che segnò l’apice del terrorismo, cambiando la storia d’Italia. E stabilire chi mente, tra me e il dottor Imposimato, significa stabilire se tutto andò come andò per via di qualche piccola casualità o se viceversa, fermo restando che ad uccidere il leader della Dc furono le Brigate rosse, qualcuno dall’interno dello Stato fiancheggiò o favorì in qualche modo la conclusione di quel sequestro. Su quest’ultimo interrogativo, negli ultimi giorni, sono state espresse molte autorevoli opinioni. Non entro nel merito dei rispettivi pareri. Mi attengo – continua Villoresi – ai fatti dei quali sono stato testimone. E dico che, da quel poco che ho potuto capire, ho tratto una precisa convinzione: via Montalcini resta il nervo scoperto di un mistero che nessuno ha voluto chiarire. Non dubito – conclude sarcasticamente il giornalista – che l’indagine condotta dal giudice Imposimato sia arrivata a conclusioni opposte” (ibidem). E con questa conclusione di Luca Villoresi concordiamo pienamente anche noi.

C’è da rilevare che Ferdinando Imposimato ha ostentato indifferenza di fronte alle prove della sua ambiguità e del suo mendacio, mentre il Pci-Pds lo ha ricandidato e fatto eleggere ancora una volta nelle sue liste. Naturalmente, anche Imposimato conta un fratello nelle fila del Sisde (A Purgatori, Una carriera per i figli d’arte, cit.), anche se la sicurezza sua e del suo partito poggiano su elementi ben più concreti, su appoggi che partono dai vertici dello Stato e della Nato. Per concludere, non crediamo alla ‘ricattabilità’ di Ferdinando Imposimato da parte dello squallido boss calabrese Domenico Papalia, in quanto compromesso in vicende oscure o ‘amico degli amici’. Crediamo, però, alla sua vulnerabilità, pari a quella dei suoi colleghi che si sono occupati del processo Moro, per l’attività volta non a scoprire la verità ma a coprirla, compresa in quella parte che riguarda l’intervento, a qualsiasi titolo e da chiunque richiesto, della n’drangheta.

L’ascesa nell’amministrazione dello Stato di Domenico Sica, e nella vita politica di Ferdinando Imposimato, ci inducono a puntare i riflettori su un altro magistrato del tribunale di Roma, il sostituto procuratore della repubblica Nicolò Amato, che ha rappresentato la pubblica accusa nel corso del primo processo per il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta. Non si può non convenire sul fatto, evidente e clamoroso, che la morte del presidente della Democrazia cristiana e le inchieste che ne sono seguite, abbiano portato fortuna ai tre magistrati. Difatti, anche Nicolò Amato, pur non avendo i titoli, il grado e l’esperienza è stato chiamato ad occupare il prestigioso incarico di Direttore generale degli istituti di prevenzione e pena del ministero di Grazia e giustizia. In questo caso, i suoi benefattori furono i socialisti che hanno saldamente mantenuto, con qualche breve interruzione, l’incarico di Guardasigilli per oltre un decennio, tanto quanto ha brillato la stella dell’ex sostituto procuratore, cacciato infine in modo ignominioso in coincidenza con il crollo dei suoi protettori politici.

È il caso di ricordare come furono i socialisti ad impegnarsi allo stremo per la liberazione del presidente della Dc e a porsi come interlocutori diretti e comprensivi dei brigatisti rossi che, all’epoca, non ricambiarono con lo stesso calore ed interesse, forse perché la morte di Aldo Moro era stata decisa prima ancora che si procedesse al suo sequestro. Di certo c’è che la politica carceraria di pelosa attenzione nei confronti dei Moretti e dei Curcio da parte dell’amministrazione penitenziaria porta la firma di Nicolò Amato, impegnato allo spasimo ad offrire benefici di legge e carcerari in cambio del riconoscimento, da parte brigatista, di aver ‘sbagliato’ e soprattutto dell’affermazione, continuamente reiterata in tutte le sedi, che sul caso Moro non c’è più nulla da scoprire e che ‘dietro le Br c’erano solo le Br’. Una trattativa condotta in prima persona da Nicolò Amato, abituale visitatore di Renato Curcio a Rebibbia, e vero artefice del patto stipulato fra gli ex combattenti per il comunismo e lo Stato, nella sua duplice realtà ufficiale e clandestina. Un modo solo in apparenza non violento per bloccare l’emergere di verità che potrebbero segnare, qualora affermate, la fine non solo del regime ma anche di questo Stato.

Ma la caduta dei Craxi e dei Martelli ha spento bruscamente la stella di questo modesto pubblico ministero, assurto ai ranghi dell’alta burocrazia per i legami con i potenti che furono. Oggi l’ex magistrato, l’ex carceriere è ridotto a fare l’avvocato che, per denaro, tanto denaro, difende personaggi, anch’essi potenti, della criminalità organizzata.

Nel nostro viaggio allucinante nel mondo giudiziario italiano, non possiamo certo dimenticare il democristiano Claudio Vitalone, onnipotente sostituto procuratore della repubblica presso il Tribunale di Roma, divenuto poi senatore democristiano e sottosegretario. Libri si potrebbero scrivere sul conto delle attività svolte per conto di Giulio Andreotti, da questo magistrato nell’esercizio delle sue funzioni ed utilizzando i poteri che gliene derivavano, favorito dal silenzio complice dei suoi colleghi fermamente decisi a non inimicarselo.

Sul conto di Claudio Vitalone risulta la partecipazione alla cena nel corso della quale Mino Pecorelli, destinato a morire da lì a poco, venne convinto a non pubblicare un numero della sua rivista O. P., dedicato ai traffici di Giulio Andreotti. Ancora lui viene chiamato in causa per la sparizione di documenti compromettenti sul caso Moro, rinvenuti nel covo brigatista di via Montenevoso a Milano (P. Willan, I burattinai cit., p.317). Sempre lui rappresentò, per conto di Giulio Andreotti, la pubblica accusa al processo per il ‘golpe Borghese’, altro delicatissimo episodio della storia segreta di Italia, sul quale la magistratura è riuscita a stendere fino ad oggi un’impenetrabile cortina di bugie e reticenze.

Degno di essere ricordato è il modo con il quale Claudio Vitalone pilotò il processo che doveva servire a Giulio Andreotti per liquidare il generale Vito Miceli ed i suoi complici nelle trame ‘golpiste’, senza però compromettere gli interessi di quelle forze nazionali ed internazionali con le quali il principe Junio Valerio Borghese aveva ordito le sue trame. “Il pubblico ministero al processo per il golpe Borghese – scrive Willan – decise di non tenere conto delle dichiarazioni di Orlandini riguardanti l’appoggio americano al golpe. Orlandini insieme a molte altre circostanze, ampiamente confermate dalle verifiche istruttorie, ha reso allegazioni insuscettibili di approfondimento. Tra queste vanno ricordate quelle relative alle presunte collusioni degli ambienti della congiura con il presidente degli Stati uniti Nixon e con i comandi della flotta Nato nel Mediterraneo. In tale direzione, pur non trascurando la manifesta incredibilità della notizia, e nei limiti in cui lo consentiva la sua genericità, sono stati disposti degli accertamenti che non hanno conseguito alcun risultato” (ivi, p.108).

È il caso di far rilevare che, sebbene Claudio Vitalone sia stato incriminato per reati vari solo in tempi relativamente recenti, nessuno fra i magistrati romani e italiani osò, al tempo della sua potenza, richiamarsi alla difesa del ‘decoro e del prestigio’ dell’ordine giudiziario, palesemente e pubblicamente calpestato da questo magistrato che serviva, senza nemmeno cercare di salvare le apparenze, gli interessi di Giulio Andreotti.

Nella lista dei premiati e dei beneficati non può non essere inserito, a giusto titolo, un altro magistrato divenuto guarda caso senatore nelle file del Partito comunista italiano, il giudice istruttore di Torino Luciano Violante. In altre occasioni, quando abbiamo avuto modo e necessità di porre in rilievo il ruolo negativo della magistratura italiana nel processo di accertamento della verità nella ‘guerra politica’ in Italia, abbiamo fatto riferimento a questo esemplare giudiziario-politico per ricordare il depistaggio giudiziario da lui compiuto nel corso della istruttoria sul cosiddetto ‘golpe bianco’ di Edgardo Sogno, liberale, partigiano, antifascista trasformato a forza in un ‘eversore fascista’. Come ha avuto modo di rammentare lo stesso Sogno, in più circostanze e soprattutto nella sua biografia curata da Luciano Garibaldi (L. Garibaldi, L’altro italiano, Edizioni Ares 1992), Luciano Violante ignorò la verità che emergeva dalla documentazione in suo possesso, che avrebbe dovuto indurlo ad incriminare, per dovere d’ufficio, numerosi alti ufficiali italiani in servizio attivo per ‘cospirazione politica’, ‘associazione sovversiva’ ed altro, per creare dal nulla un ‘pericolo fascista’ che non esisteva e mai era esistito.

Quando si dice il caso, al ‘giudice rosso’ fu offerta la possibilità di intraprendere una brillante carriera politica come parlamentare di un partito formalmente all’opposizione. La medaglietta parlamentare come gratifica, ringraziamento e riparo è stato quanto concesso dal potere politico ai suoi magistrati di punta: Ferdinando Imposimato e Luciano Violante, dal Pci; Claudio Vitalone dalla Dc; Nicolò Amato dal Psi; Domenico Sica dal ministero degli Interni, direttamente, senza pudore.

La magistratura italiana che ha annoverato nei suoi ranghi uomini come questi ora citati, non può invocare alcuna attenuante a sua discolpa, perché di costoro, delle loro amicizie politiche o dei loro rapporti con gli apparati segreti dello Stato, della loro disinvoltura (chiamiamola così) nel maneggiare gli incartamenti processuali leggendo prove ed indizi a comodo del potere politico, tutti sapevano quello che bastava per chiederne l’estromissione dall’ordine giudiziario. E tutti, come al solito, hanno preferito tacere. Costoro non hanno rappresentato le cellule cancerose in un organismo sostanzialmente sano ma, al contrario, hanno evidenziato con i loro comportamenti il degrado di un mondo giudiziario dove la probità degli uomini e l’indipendenza dei giudici sono parole prive di reale contenuto ed autentico significato. E quanto sia aderente al vero questa diagnosi, lo dimostrano altri fatti, altri uomini, altre ombre che nessuno ha l’interesse e il coraggio civile e morale di denunciare e di cancellare.

Giancarlo Caselli è, oggi, uno degli ‘intoccabili’ della repubblica, elevato sugli altari per la sua ‘lotta alla mafia’ e per aver incriminato Giulio Andreotti. Un’azione, quest’ultima, che gli permette di presentarsi come un temerario ed integerrimo magistrato che non si lascia intimidire dai potenti. Dimenticano, però, Caselli ed i suoi apologeti che Giulio Andreotti è stato un uomo potente, fino a quando non gli sono venute a mancare le protezioni americane e il supporto mafioso. Quando Giancarlo Caselli lo ha incriminato per ‘concorso esterno in associazione mafiosa’, l’ex Presidente del consiglio era un uomo politico finito.

Giancarlo Caselli è uno di quegli ‘specialisti’, in campo giudiziario, in indagini su fenomeni ‘eversivi’ e criminali che devono conseguire il fine di cancellare le tracce della presenza dello Stato nella guerra politica come nelle fortune mafiose. Non è un compito agevole, non tutti hanno la capacità e lo stomaco per poterlo fare, ma Giancarlo Caselli è riuscito ad assolverlo tanto bene, a Torino, nelle inchieste sul ‘terrorismo’ di sinistra da meritare il trasferimento a Palermo per ripetere la stessa, identica operazione con la mafia. Non viene da uno dei suoi oppositori politici ma da un secondino, l’ex maresciallo degli agenti di custodia Angelo Incandela, l’accusa nemmeno velata di aver collaborato, lui Caselli, informalmente, in spregio e in violazione di ogni regola e del comportamento etico al quale dovrebbe ispirarsi ogni magistrato, con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in operazioni di spionaggio illegale ai danni di detenuti politici e mafiosi.

“Caselli è un magistrato che a Palermo – dice Incandela – nel giro di poche settimane, è riuscito dove gli altri non sono riusciti per anni ed anni: ha fatto parlare senza omissioni Tommasino (Buscetta, nda) negli Stati Uniti, e ha mosso l’accusa di mafia contro Andreotti. Allora mi sono detto: vuoi vedere che Caselli è andato sicuro perché a suo tempo Dalla Chiesa gli aveva detto qualcosa, qualcosa di preciso, su Andreotti-Buscetta alla luce dei nastri che gli consegnavo?” (G. N., Dove sono finiti quei nastri?, Il Giornale 23 maggio 1994). E il giornalista trae dalle parole del secondino logiche conclusioni:

“Può essere dunque che nel corso del loro lavoro in comune per smantellare le Brigate rosse e Prima linea, Giancarlo Caselli e il generale Dalla Chiesa avessero parlato di ciò che i detenuti di Cuneo, non solo i terroristi ma anche i mafiosi, dicevano nel chiuso delle loro celle convinti di non essere ascoltati” (ibidem). Un’ipotesi gravissima ma non sorprendente, questa, che vedrebbe Giancarlo Caselli acquisire informalmente informazioni delicatissime da utilizzare solo, se e quando il potere glielo avrebbe consentito; in caso contrario, destinate ad essere cestinate per sempre.

E come dimenticare l’operato del procuratore generale di Roma, Ugo Guarnera, sempre proteso a difendere in ogni modo gli interessi della parte oscura dello Stato? È il caso di ricordare che dopo la morte del colonnello Renzo Rocca, il 27 giugno 1968 “il Sid ‘suggerì’’ alla Procura della repubblica di Roma di affiancare al giudice un rappresentante del Servizio che avrebbe avuto il compito di tutelare gli ‘eventuali’ documenti segreti che fossero stati scoperti tra le carte di Rocca. Il magistrato Ottorino Pesce respinse il ‘suggerimento’ sia perché il Sid non aveva poteri in sede processuale, sia perché la tutela di ‘segreti eversori’ era ed è un’assurdità giuridica. Le risposte del giudice – ricorda Giuseppe De Lutiis – non piacquero però al procuratore generale, Guarnera, che convocò il magistrato e gli annunciò di aver ricevuto la visita del capo del Sid, Henke, che gli aveva rinnovato la richiesta di affiancare al giudice un ufficiale del servizio. Dopo un nuovo rifiuto di Pesce, le pressioni di Guarnera si fecero sempre più pesanti e quando il magistrato si recò nell’ufficio del Rocca e sequestrò un ingente quantitativo di documenti, Guarnera gli intimò di non esaminarli se non con l’assistenza di un uomo del Sid. Dopo una serie di ulteriori scontri, e vista la determinazione di Pesce, il procuratore generale avocò l’istruttoria, dichiarando in una conferenza stampa di aver agito ‘nell’interesse del Paese’ e ‘per meglio approfondire le indagini’. Ovviamente – conclude De Lutiis – nessun ulteriore atto istruttorio fu espletato sui molti aspetti oscuri di questo strano ‘suicidio’” (G. De Lutiis, Storia…cit., p.212-213).

Non fu un caso isolato. Nel processo a carico di Claudia Ajello, la collaboratrice del Sid coinvolta nelle indagini sulla strage del treno Italicus, emerse che “il capitano Lo Stumbo aveva accompagnato la Ajello e la madre all’interrogatorio dinanzi al giudice Dell’Anno, e che quest’ultimo lo aveva illegittimamente autorizzato a presenziare ad esso” (ivi, p.232). Nonostante che il pretore di Bologna avesse disposto “che copia degli atti venisse trasmessa alla Procura della repubblica di Perugia perché si procedesse contro il giudice Paolino Dell’Anno per i reati commessi autorizzando il capitano Lo Stumbo ad assistere all’interrogatorio della Ajello” (ivi, p.233), troveremo questo classico esemplare del mondo giudiziario italiano fra i componenti, qualche anno più tardi, di quella prima sezione penale della Corte di Cassazione incaricata di giudicare, in esclusiva, tutti i fatti di ‘terrorismo’ e di mafia.

Fra i ‘premiati’ troviamo anche il pretore civile di Udine, Crisafulli, chiamato a ricoprire un incarico nella segreteria di Francesco Cossiga, allora Presidente della repubblica. “Si tratta del magistrato – ha commentato l’avvocato Livio Bernot, parte civile al processo di Peteano – che ha dichiarato l’estinzione del procedimento esecutivo contro il col. Antonino Chirico in relazione al recupero della provvisionale di 100 milioni stabilita con sentenza della Corte d’assise di primo grado di Venezia…” (Il pretore Crisafulli nel mirino di Bernot, Il Gazzettino 25 ottobre 1991).

Gratificati, ufficialmente o ufficiosamente, i magistrati italiani che hanno con tutte le loro forze agito perché verità mai si sapesse, costituiscono una legione che ha avuto rappresentanti sparsi sull’intero territorio nazionale, nell’arco di mezzo secolo.

Giuseppe De Lutiis ricorda che “l’istruttoria sul Sid parallelo, aperta nel 1976, fu mantenuta per un certo tempo allo stato di ‘atti preliminari’, poi, il 20 ottobre 1978 il procuratore della repubblica De Matteo ne propose l’archiviazione. Il giudice istruttore accolse la richiesta in data 22 febbraio 1980″ (G. De Lutiis, Storia…cit., p.122-123). Nulla di strano perché il procuratore Giovanni De Matteo era un uomo impegnato in certe battaglie e compromesso con certi ambienti che, se proprio non dipendevano dal ‘Sid parallelo’, certo ad esso erano contigui. Ricorda Virgilio Ilari che questo magistrato collaborò alla rivista Politica e strategia di cui era direttore Filippo De Jorio, successivamente imputato per la sua partecipazione al ‘golpe Borghese’, oggi debitamente riciclato in Alleanza nazionale, e condirettore Edgardo Beltrametti, amico di Massimiliano Fachini, che “attaccava la ‘penetrazione sovversiva’ all’interno delle Forze armate, sia la concezione tecnocratica della Difesa che faceva capo a Tanassi” (V. Ilari, Le Forze armate tra politica e potere, Vallecchi 1979, p.153).

E come lasciare nell’oblio della memoria il consigliere istruttore Achille Gallucci che riesce a togliere al giudice Giovanni Tamburino di Padova l’inchiesta sulla ‘Rosa dei venti’ facendola approdare nei suoi uffici di Roma dove, ovviamente finisce nel nulla. Braccio operativo del consigliere istruttore fu il giudice Filippo Fiore che, il 27 marzo 1975 “firmò un’ordinanza in cui si affermava che Miceli ‘non era partecipe delle trame criminose’, ma un semplice favoreggiatore” (G. De Lutiis, Storia…cit., p.106). È, Filippo Fiore, lo stesso magistrato che, affiancato da Claudio Vitalone, diresse l’inchiesta sul ‘golpe Borghese’ e sul cui conto un ex ‘congiurato’, Gaetano Lunetta, ebbe modo di scrivere:

“Un mattino fui chiamato per avere un colloquio con l’avvocato e non vi dico la sorpresa nel trovarmi davanti un legale che diceva di essere lì su richiesta del giudice Fiore. ‘Avvocato, mi scusi, ma ho chiesto al giudice di mandarmi l’avvocato che mi aveva assistito nell’interrogatorio’. ‘Capisco la sua perplessità ma Fiore ha ritenuto utile mandare me’. Ebbi un attimo di esitazione –ricorda Lunetta – e in quell’attimo ebbi l’impressione di un tranello. L’avvocato avvertì questa mia perplessità per cui mi suggerì di non affrettare la decisione e di riflettere sulla cosa. Lui si dichiarava disponibile a sottostare alla mia scelta. Ricordo – scrive ancora Lunetta – di avere interessato Almirante, che mi scrisse dicendomi di potermi fidare dell’avvocato segnalato. Fu così che lo stesso assunse la mia difesa. A conclusione e a chiarimento di quanto accaduto, a distanza di molti anni, se non ricordo male, sui giornali che parlavano della P2 è trapelato anche il nome del giudice istruttore” (G. Lunetta, L’ultimo mio comizio, TEA 1988, p.61).

Reticente sul punto, il radicale Massimo Teodori scrive, a proposito della presenza di magistrati nella loggia P2, che “nel settore giustizia che fino ad una certa fase aveva annoverato come massimo esponente Carmelo Spagnuolo, già primo presidente della Corte di Cassazione, il gruppo dirigente operativo faceva capo ai giudici Domenico Pone, Elio Siggia, Giuseppe Croce e Giovanni Palaia oltre ad avere come punto di riferimento Ugo Zilletti, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura al momento del blitz di Castiglion Fibocchi” (M. Teodori, P2: la controstoria cit, p.23-24). Ma accanto ai nomi resi pubblici, ci sono anche quelli di magistrati che non hanno subito danni dal crollo della loggia P2 per la semplice ragione che la loro appartenenza non è stata resa nota. Su chi siano coloro che hanno proseguito, imperterriti, ad amministrare la ‘giustizia’ è possibile avanzare solo ipotesi, ovviamente fondate.

Giampaolo Tosel, in servizio al Tribunale di Udine, ebbe modo di distinguersi nei depistaggi delle indagini sull’attentato di Peteano di Sagrado, quando nel 1980 fece in modo di far legalmente distruggere la bobina che conteneva la registrazione telefonica della voce di Carlo Cicuttini, e cancellando così la prova principe della sua responsabilità e, per ovvia conseguenza, di quelle nelle deviazioni dell’inchiesta degli inquirenti militari e giudiziari (La segnalazione inviata sull’episodio alla Procura della repubblica di Trento perché indagasse, non ha avuto alcun esito, nda).

Non sono apparsi i nomi di Tosel e di Ennio Diez, anch’egli in servizio a Udine, nelle liste della loggia P2, ma sono però comparsi in quella di un esclusivo circolo friulano che, nel febbraio del 1993, il giornalista Marco Pacini accosta, non a caso, alla loggia di Licio Gelli: il circolo della Morra. Il club – scrive Pacini – porta sin dall’origine le stimmate del potere…Nel circolo della Morra arrivano piano piano quasi tutti i nomi che contano in Friuli. Ed è sempre stato questo che ha incuriosito, insieme al carattere di riservatezza e di esclusività. Un distillato del potere che non può non attirare attenzioni e il sospetto che dietro la lavagnetta della morra, logo del circolo, ci sia una oligarchia che tutto può e ‘aggiusta’ nel nome della buona volontà che anima i friulani, dei vincoli di clan, dei rapporti fraterni…” (M. Pacini, Friuli segreto, Ed. Kappa Vu 1993, p.21-22). Non potevano, forse, mancare in una città di frontiera come Udine, rappresentanti degli ‘ultrà atlantici’, piduisti o meno, in ambito giudizio, settore in cui l’anticomunismo di Stato e di regime, di impronta massonica e non, è stato l’alibi e il pretesto per tante brillanti carriere.

Da Udine a Roma dove il tribunale lo chiamano ironicamente ‘il porto delle nebbie’ ma dove, oltre alle cortine fumogene azionate ogniqualvolta il potere lo richiedeva, vi era qualcosa di peggio se nell’ambito di Ordine nuovo, a casa dei fratelli Fabio ed Alfredo De Felice, gente come Paolo Signorelli, dopo l’omicidio del giudice Vittorio Occorsio, negli anni 1978-79, poteva parlare dei potenti appoggi sui quali poteva contare all’interno del Palazzo di giustizia della capitale. E non millantava credito. Del resto, anche negli ambienti giudiziari romani, l’anticomunismo sembrava essere, per taluni magistrati, alla base di ogni loro azione, lecita od illecita che fosse, specie quando si coniugava con la ‘ragion di Stato’ e la gestione di segreti che, se svelati, potevano scoprire più di qualche scheletro negli armadi degli apparati di sicurezza.

Da Roma a Trieste a Gorizia, dalle sporche brume del Palazzaccio romano ai gelidi venti dell’altopiano carsico, cambiano i nomi dei magistrati ma non i loro comportamenti. Dall’inchiesta sul ‘golpe Borghese’ a quella sul sequestro di Aldo Moro, da quella sul ‘golpe bianco’ di Edgardo Sogno a quella sull’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972.

Vediamo, a riprova, cos’è riuscito a fare contro la verità il procuratore generale di Trieste, Antonio Pontrelli, nella efficace descrizione che ne fa Giampiero Testa. “Per quanto riguarda l’attività di Pontrelli – scrive il giornalista – tendente a portare il processo per la strage di Peteano a Trieste, gli stessi Fortuna e De Luca, nel loro documento, affermano che il procuratore generale è intervenuto allorquando l’istruttoria formale era prossima alla sua conclusione. Prima che il giudice istruttore assumesse qualsivoglia decisione (e segnatamente, la doverosa decisione di assolvere gli imputati per non aver commesso il fatto), il dottor Antonio Pontrelli aveva richiesto l’ordinanza di rinvio a giudizio interferendo illecitamente sull’attività del giudice istruttore. Ottenuta, di poi, l’ordinanza di rinvio a giudizio degli imputati, il procuratore generale era intervenuto presso il presidente della Corte di assise di Trieste, ordinandogli di fissare il processo a Trieste, anziché a Gorizia per poter egli controllare gli sviluppi del procedimento penale medesimo…” (E. Testa, La strage di Peteano, Einaudi 1976, p.81).

Ma, come si scoprirà alcuni anni più tardi, il procuratore generale di Trieste non aveva compiuto opera di prevaricazione sui giudici isontini, perché sia il giudice istruttore Raoul Cenisi, sia il procuratore della repubblica Bruno Pascoli, erano impegnati con lui nell’impedire l’emergere della verità sulle reali motivazioni dei depistaggi delle indagini su quell’attentato. Un terzo magistrato goriziano, il giudice istruttore Augusto Marinelli, eviterà l’arresto in aula e l’incriminazione per ‘falsa testimonianza’, nel corso del processo di primo grado a Venezia per l’attentato di Peteano, nella primavera del 1987, solo per il ‘caritatevole’ intervento del pubblico ministero Gabriele Ferrari.

Il depistaggio su Peteano può essere considerato, a giusto titolo, il ‘padre di tutti i depistaggi’ per il numero di magistrati, in servizio in tribunali diversi, impegnati a perseguirlo da ventidue anni, senza interruzione. Da Gorizia, dove ebbe inizio nel giugno del 1972, a Trieste, dove approdò per ristagnare nel corso degli anni Settanta, a Venezia, con qualche fugace passaggio per Udine, dove giunse negli anni Ottanta, fino a Roma dove a perfezionare l’opera di menzogna provvide l’immancabile Corte di Cassazione.

Se mai simbolo del giudice depistatore esiste, questo può essere riassunto ed esaltato in Casson Felice, il giudice veneziano che ha proposto sé stesso, in decine di interviste giornalistiche e di apparizioni televisive, come il giudice che ha ‘scoperto’ ogni verità sull’attentato di Peteano di Sagrado e sui suoi misteri. Abbiamo già dedicato al Casson documenti, anche specifici, per dimostrarne la callida, codarda attitudine alla menzogna senza avere ottenuto dalla magistratura, che pure fa quadrato attorno a lui, almeno il sequestro di uno degli scritti e l’incriminazione di chi scrive, perché affrontare un processo significa entrare nel merito delle accuse e, questo, non se lo può consentire il Casson, i suoi amici romani e di altri tribunali, i suoi protettori. Ma torneremo ancora su questo personaggio che ha, però, il merito di incarnare la figura reale del ‘giudice’ italiano. Qui ci interessa, per economia di lavoro, porre in rilievo come la magistratura stia concludendo il suo operato di falsificazione, di mendacio, di definitivo insabbiamento della verità sulla vicenda di Peteano di Sagrado nel complice silenzio generale.

Tutti hanno, fino ad oggi, taciuto. Per primi coloro che sono in prima fila a gridare la verità sui ‘misteri d’Italia’; compreso Marco Pannella che pure, dopo la pubblicazione del libro La strategia del depistaggio (Ed. Il Fenicottero 1993; vedine uno stralcio in questo sito, sub Ostrega, xè il ministro, nde) aveva rilasciato alla stampa una dichiarazione che, per la prima volta, chiamava in causa l’intera magistratura senza fare i soliti, ipocriti ‘distinguo’ fra i magistrati che ‘vogliono la verità’ e quelli che la negano. “Io affermo da decenni – si era vantato il leader radicale – che il sistema e il regime partitocratico sono stati letteralmente e tecnicamente criminali. E Cossiga ha ragione quando dice che sono in causa ergastoli. E perfino la pena di morte prevista dai nostri codici militari. Dietro gli anni dell’unità nazionale, tra il ’76 e l’’80, dietro gli omicidi di Moro, del generale Mino, di Giorgiana Masi, dietro Ustica, dietro buona parte della P2 e della P38 vi sono attentati alla Costituzione, portati a termine con la complicità prestigiosa dello Stato e con quella attiva e spaventosa nella sua efficienza dell’ordine giudiziario. Vi sono frotte di generali felloni che sono stati messi a capo dei servizi, come il caso di Peteano finirà per dimostrare…” (M. T. Meli, Non fatene un capro espiatorio, Il Giorno 15 aprile 1993). Ma, poi, ha taciuto, evitando di impegnarsi nel contrasto di una operazione che disonora coloro che la compiono, ma anche coloro che assistono inerti e, in questo modo, se ne rendono complici. Come lui, Marco Pannella, hanno fatto tutti confermando con i loro comportamenti l’esistenza di una congiura del silenzio attorno a un processo che, unico, avrebbe potuto svelare le responsabilità di vertice nella vicenda di Peteano di Sagrado e, più in generale, nella strategia dei depistaggi, se fosse stato condotto secondo giustizia.

Ma esiste oggi, in Italia, una magistratura in grado di dare al Paese verità e giustizia? La risposta non può che essere negativa. La pretesa che la magistratura italiana stia, da qualche tempo a questa parte, anteponendo la ricerca della verità e l’affermazione della giustizia alla difesa della ragion di Stato, è totalmente infondata. È sufficiente vedere, difatti, come il potere giudiziario continua ad agire in ogni campo, in particolare in quello della guerra politica, per riscontrare, al di là di ogni retorica sull’impegno profuso dai giudici su vari fronti, una linea di continuità impressionante ed agghiacciante con il passato più torbido ed oscuro della storia giudiziaria di questo mezzo secolo.

Possono sembrare, queste mie affermazioni, in aperta e irriducibile contraddizione con i fatti nuovi che sono emersi dalle inchieste in corso e, soprattutto, con gli altri che saranno di pubblico dominio alla chiusura di carte istruttorie su episodi di strage e di mafia. Ma vi sono due modi di intendere la verità: uno è quello di circoscriverla ai fatti noti ed ai loro protagonisti visibili; l’altro quello di cercare ed affermare, attraverso le prove, la verità globale anche quando questa accusa lo Stato di cui il potere giudiziario è parte integrante.

Il primo promuove i processi penali, determina delle condanne e conclude un evento giudiziario. Il secondo, viceversa, impone attraverso l’azione giudiziaria la rilettura della storia mediante la quale è possibile rimuovere il marcio, presente e passato, e garantire al Paese che ciò che è accaduto in passato non potrà più ripetersi. Solo in questo secondo caso, si potrebbe parlare di giustizia che spiana al Paese, con i mezzi che gli sono propri, la via della verità, finalmente non più limitata ai gradi inferiori o, al massimo, intermedi della scala gerarchica del terrore e dell’inganno. Questo, però, non accade né è prevedibile che possa accadere, perché la magistratura italiana, in perfetta e complice sintonia con gli altri apparati dello Stato e con le forze politiche compromesse nella guerra politica, ha fatto propria la comoda filosofia della ‘deviazione’, così da salvare sempre il tutto sacrificando, quando non ne può proprio fare a meno, una minima parte di quell’organismo purulento e colpevole che è lo Stato italiano nella sua interezza.

Fatti recenti e recentissimi confermano questa diagnosi. Se qualcosa si è modificato, difatti, rispetto agli anni scorsi è la sfrontatezza con la quale oggi i magistrati confessano con candore che, talvolta, è disarmante, ma più spesso irritante, il loro ruolo di meri strumenti del potere destinati ad ubbidire passivamente ai voleri di quel ‘palazzo’ che sulle piazze fanno intendere di aver attaccato e demolito.

Risale al marzo di quest’anno l’ennesimo insabbiamento operato all’interno del Tribunale di Roma in nome della ‘ragion di Stato’ e della ‘ragion politica’, da parte di magistrati che si collocano sulla scia dei loro predecessori anche se non l’anticomunismo li contraddistingue ma un marxismo che odora di sagrestia.

Il rapporto di collaborazione fra il Pci e il ministero degli Interni, da un lato, e i servizi segreti militari, dall’altro, nel corso del sequestro di Aldo Moro e nel periodo successivo, è stato ripetutamente affermato da più parti, primo quel Francesco Cossiga che, all’epoca, era ministro degli Interni. Nessuno degli interessati ha mai detto, però, in quali forme concrete il Partito comunista abbia aiutato lo Stato a smantellare le Brigate rosse. La deposizione di Bettino Craxi al processo Cusani, a Milano, ha aperto uno spiraglio nel muro di omertà dello Stato e del Partito comunista. Dopo aver parlato della rete clandestina organizzata dal Pci, in collaborazione con i servizi segreti bulgari e sovietici, con l’uso di radio ricetrasmittenti, con laboratori per la fabbricazione di documenti falsi, con corsi per le tecniche di camuffamento, l’ex segretario socialista ha testualmente affermato: “Dopo l’attentato al Papa, quando si parlava della pista bulgara, si pensò di smantellare la rete. C’era la preoccupazione che una parte introdotta alla mentalità clandestina fosse entrata nelle file del terrorismo italiano…” (P. Colaprico – F. Revelli, Io sapevo ecc. cit.).

Affermazioni gravissime, come si può constatare, rese da un uomo che è stato Presidente del consiglio e ai vertici, per anni, della vita politica italiana e che non possono essere liquidate come frutto della fantasia di un mitomane, tanto più che sulla rete clandestina del Pci esistono prove e documenti. Esiste, altresì, la prova documentale che a dirigere la rete clandestina di cui ha parlato Bettino Craxi, vi era Ugo Pecchioli, all’epoca interlocutore, prima, del generale Gianadelio Maletti, nel 1975, poi, dal 1977, vicepresidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza. Un doppio ruolo che i servizi segreti italiani, americani e Nato non potevano non conoscere e che avvalora il sospetto che i militanti di quella che è stata definita la ‘Gladio rossa’ abbiano infiltrato le formazioni del ‘terrorismo’ di sinistra, non per simpatia ideologica, ma in obbedienza alle direttive del Pci e in un’ottica di collaborazione fra l’apparato clandestino comunista e le strutture di sicurezza atlantiche.

Quale sia stato il prezzo pagato dal Paese per questa collaborazione è il segreto inconfessabile che Stato e Partito democratico della sinistra vogliono oggi proteggere. Così che, ancora una volta, in quelle stanze del potere lontane dalla ribalta pubblica, dove gli attori possono dismettere le vesti dei ‘nemici’ per apparire nelle loro autentiche sembianze di complici ed ‘amici’, si è siglato il compromesso che avrebbe permesso di mettere tutto a tacere. Il Partito democratico della sinistra non avrebbe presentato le sue liste, in vista delle elezioni politiche del 27 marzo 1994, Ugo Pecchioli, divenuto personaggio ingombrante per tutti, e la magistratura avrebbe ‘coperto’ e seppellito le prove dell’esistenza e delle attività spionistiche dell’apparato paramilitare comunista, con il silenzioso assenso e la necessaria complicità dei servizi di sicurezza atlantici.

Così, mentre Ugo Pecchioli cominciava a farsi dimenticare, la solita magistratura romana compiva l’opera sua, quella di sempre: “La ‘Gladio rossa’ non è mai esistita. O meglio: non ci sono documenti, testimoni, né prove concrete che possano dimostrarne la esistenza, in passato – scrive La Repubblica –, di una struttura clandestina paramilitare ‘rossa’. È questo il senso della richiesta di archiviazione trasmessa dal Pm Franco Ionta al Gip Claudio D’Angelo” (Richiesta di archiviazione per ‘Gladio rossa’: mai esistita, La Repubblica 18 dicembre 1993). Chi ha detto che al Tribunale di Roma non ci sono più gli eredi dei Sica, degli Infelisi, degli Imposimato, dei De Matteo? Ci sono. Si chiamano Franco Ionta, Vittorio Bucarelli, Antonio Marini, Michele Coiro, Giovanni Salvi, e così via fino a ricoprire l’intero organico di un Tribunale da sempre soggetto alla volontà politica.

Quello sulla ‘Gladio rossa’, non è il primo insabbiamento che Franco Ionta, insieme al suo collega Antonio Marini, compie perché ci provarono, i due, nell’estate del 1988, quando mi feci dovere di segnalare che quanto era accaduto nel carcere di Ascoli Piceno, al tempo del sequestro di Ciro Cirillo, con la camorra come braccio operativo dello Stato, aveva un precedente illustre risalente alla primavera del 1978, nel corso del sequestro di Aldo Moro, nel carcere romano di Rebibbia, con la n’drangheta calabrese al posto della camorra napoletana. Cambiavano gli attori, ma il copione era sempre quello.

I due giudici, per fortunata coincidenza incaricati dell’indagine sul sequestro e l’uccisione del presidente della Dc, si fecero dovere di non approfondire l’episodio, benché lo avessi reso di pubblico dominio nel libro Ergastolo per la libertà, edito nell’ottobre del 1989 (editore Arnaud; cfr. anche I vivi e i morti, in questo sito nde). Fecero di più: nel 1992 mi dichiararono ‘inattendibile’, accusandomi di aver inventato di sana pianta l’episodio senza però, furbescamente, denunciarmi per calunnia perché non conveniva tenere aperto il caso: i servizi di sicurezza non avrebbero gradito.

Andò male lo stesso a Ionta e Marini perché, dopo, vennero le conferme dell’ex parlamentare democristiano Benito Cazora, che aveva partecipato all’operazione e ne conosceva tutti i dettagli e, via via, altre testimonianze si aggiunsero a completare il quadro probatorio da me tracciato. Ma fino ad oggi – e sono trascorsi sei anni – Franco Ionta e Antonio Marini sono riusciti a tenere i secondini di Rebibbia e i loro complici dei servizi di sicurezza fuori dal caso Moro, perché verità non si sappia sui rapporti abituali fra lo Stato e la criminalità organizzata sia essa mafiosa, camorrista o n’dranghetista.

Il caso Moro è il tallone d’Achille del Pci-Pds, così che il sostituto procuratore romano Giovanni Salvi, fratello di Cesare Salvi, oggi capogruppo pidiessino al Senato ma per lunghi anni presidente del ‘settore giustizia’ del partito, ha avuto la sfrontatezza di dichiarare in un’intervista a Panorama: “…sul caso Moro non credo ci siano segreti dei servizi, mentre per Cirillo ci sono stati sicuramente degli interventi” (L. Milella, Mezzogiorno di fuoco cit). Era stato proprio lui, con molta riluttanza a dire il vero, a raccogliere nel luglio del 1988, presso il carcere di Prato, le mie dichiarazioni sulla triangolazione servizi segreti-n’drangheta-Democrazia cristiana nel caso Moro. Commentare non serve.

Per dimostrare come, a Roma, tutto sia come prima e come sempre è sufficiente ricordare cosa è accaduto dopo l’esplodere del caso dei ‘fondi neri’ del Sisde, il servizio segreto civile del ministero degli Interni. Non appena gli alti funzionari del servizio, incriminati per peculato ed altro, hanno rivelato di aver posto a disposizione di ben cinque ministri degli Interni la somma di cento milioni mensili da tutti intascata – con la sola eccezione di Amintore Fanfani – con estrema disinvoltura, primo Oscar Luigi Scalfaro, la Procura della repubblica di Roma ha perduto, anche ufficialmente, ogni velleità di indipendenza e pretesa di autonomia dal potere politico.

A poche ore di distanza dal discorso televisivo, con il quale l’attuale Presidente della repubblica si è dichiarato vittima di un complotto, senza peraltro smentire con elementi concreti le accuse dei funzionari dei servizi di sicurezza civili, la Procura della repubblica di Roma incriminava questi ultimi per ‘attentato agli organi costituzionali’, nell’evidente tentativo di imporre loro il silenzio. E, come da copione, l’atto di intimidazione contro gli imputati, rei di difendersi accusando i loro superiori, viene pacificamente ammesso e pubblicamente confessato:

“…Dottor Torri – chiedono i giornalisti al procuratore aggiunto della repubblica di Roma – in questa decisione della Procura romana di aprire un nuovo capitolo d’inchiesta contro Malpica e i suoi 007 per ‘attentato agli organi costituzionali’ hanno prevalso motivazioni giuridiche o ha vinto la ragion di Stato?”. “È abbastanza intuibile – è stata la risposta –. Non c’è bisogno che ve lo dica io. Certamente c’è una base giuridica, però hanno pesato fortemente elementi di opportunità generali” (A. Bu.-C.d.a., Ha prevalso la ragion di Stato, La Repubblica 7-8 novembre 1993). Ma solo a favore di Scalfaro, Presidente della repubblica, ed anche di Nicola Mancino, ex ministro degli Interni, interviene il procuratore della repubblica Michele Coiro, ex ‘toga rossa’. Lo fa con tale zelo da provocare la reazione dei suoi sostituti procuratori, più attenti a salvaguardare almeno la decenza, che firmano la richiesta di proscioglimento solo dopo che il loro capo “ha ‘ammorbidito’ i toni della motivazione con la quale voleva inizialmente attribuire a Malpica e Broccoletti intenti persecutori contro Mancino…” (R. Bultrini, Le firme false del Sisde, La Repubblica 20 luglio 1994).

Aveva commentato, a suo tempo, il Manifesto: “…I vertici della magistratura romana riscoprono la ragion di Stato come fonte ispiratrice del diritto e stanno per chiudere la parentesi molto mitizzata dei giudici come potere autonomo; scatenati nell’opera di ripulitura delle sporcizie altrui, e perfino delle proprie…” (S. Menichini, Corazzieri in toga, il Manifesto 6 novembre 1993). “Corazzieri in toga”: esattamente come sempre, ieri, oggi e domani.

È recente la notizia che candidato alla carica di vicedirettore generale degli Istituti di prevenzione e pena è il sostituto procuratore della repubblica di Roma, Antonino Vinci, “protagonista – scrive il quotidiano La Repubblica – dell’indagine sui ‘palazzi d’oro’” (Antonino Vinci favorito per la poltrona di Di Maggio, La Repubblica 24 agosto 1994), ma soprattutto noto per aver, a suo tempo, chiuso l’indagine sui ‘fondi neri’ del Sisde asserendo che era tutto regolare. Insomma, uno che dà garanzie, forse non al cittadino ma semplicemente a chi comanda.

Solo in una magistratura che non ha mai avuto il senso della propria collocazione nella società civile, si può assistere all’‘arruolamento’ in massa nel servizio segreto civile di familiari dei magistrati. Solo nel Tribunale di Roma, dopo la figlia di Domenico Sica ed il fratello di Ferdinando Imposimato, si contano fra gli ‘007’ del ministero degli Interni, la figlia del sostituto procuratore Giancarlo Amati ed il nipote del giudice istruttore Vittorio Bucarelli (A. Purgatori, Una carriera per i figli d’arte, cit.). Una concentrazione per lo meno sospetta, certo inopportuna.

Oggi, il Consiglio superiore della magistratura finge di accorgersi che fra i magistrati troppi sono coloro affiliati alle logge massoniche, non annoverando nel computo gli iscritti alla loggia P2 di Licio Gelli. A carico di trentacinque di costoro, ancora un anno fa, l’organo di autogoverno della magistratura aveva deciso di valutare “l’opportunità di provvedimenti disciplinari” (F. Giustolisi, Fratelli di toga, l’Espresso 18 luglio 1993), ma nulla si è più saputo in seguito. Fra i nomi di costoro, spiccano quelli di Michele Mezzatesta, presidente del Tribunale di Palermo, capitale della ‘masso-mafia’; di Carlo Adriano Testi, direttore generale del ministero di Grazia e giustizia, già indagato nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Mino Pecorelli, poi prosciolto; di Angelo Vella, che come consigliere istruttore si occupò delle indagini sulla strage dell’Italicus, dove la presenza dei massoni è una costante di tutta l’inchiesta.

A Perugia, i magistrati erano ben rappresentati, ma l’ex procuratore generale, Giorgio Battistacci, se n’è accorto solo dopo essere andato in pensione dichiarando alla stampa: “Che la massoneria fosse molto diffusa fra magistrati e avvocati me ne ero accorto, senza però individuare le persone. Me ne ero accorto da certi rapporti interpersonali e anche da interventi di carattere giudiziario” (F. Coppola, Azioni disciplinari per 21 giudici massoni, La Repubblica 2 dicembre 1993). Se n’era ‘accorto’, dice oggi con affermazioni gravissime l’ex procuratore generale, ma non risulta che abbia mai fatto qualcosa per contrastare il potere massonico all’interno del distretto giudiziario affidato alla sua sorveglianza, tanto che a Perugia ben tre sono risultati i giudici iscritti a logge massoniche, fra i quali il sostituto procuratore generale Alfredo Arioti.

Sulle responsabilità del procuratore della repubblica di Arezzo, Mario Marsili, genero di Licio Gelli, iscritto alla loggia P2, la magistratura si spacca. I giudici di Bologna lo trovano colpevole dei reati contestatigli, viceversa i giudici di Verona, ai quali tocca per competenza pronunciarsi sul giudizio espresso dai loro colleghi emiliani, decidono nel modo che segue: “Secondo il giudice istruttore del Tribunale di Verona, Mario Sannite, che lo ha prosciolto in istruttoria da tutte le imputazioni perché il fatto non sussiste, i magistrati bolognesi hanno ‘deformato la verità’, costruendo un castello di accuse ‘completamente destituito di fondamento’ e ‘palesemente sfornito di valore probatorio o contrastato dalle risultanze acquisite dagli atti processuali”. Secondo Sannite infatti le accuse mosse al giudice Marsili dai magistrati di Bologna ‘si fondano più che sui fatti, sul presupposto che il magistrato fosse affiliato alla loggia Propaganda 2 di cui il maestro venerabile era il suocero Licio Gelli. E che, a causa di tali legami, egli abbia voluto proteggere e favorire quella loggia dai pericoli di coinvolgimento nell’istruttoria sull’eversione di estrema destra cui essa era collegata’. ‘Tutta la requisitoria dei Pm – aggiunge il giudice istruttore veronese – è ancorata a questo dato di fatto e rivela lo sforzo di far aderire i fatti ad un’interpretazione aderente al presupposto e ciò vale per tutte le imputazioni’… Il magistrato veronese – conclude il giornalista – parla ancora di ‘sconcertanti scelte’ dei giudici emiliani, di ‘argomenti incerti e fragili’, di ‘immotivate illazioni’, di ‘incredibili imputazioni’, di ‘incongruenze e prevenzioni’, di ‘abnormità dell’impostazione accusatoria’, di ‘disegno nato dalla fantasia degli inquirenti bolognesi’” (R. Bianchi, La magistratura di Verona attacca i giudici di Bologna, La Repubblica 20 agosto 1986).

La ‘giustizia’ italiana non prende sanzioni contro chi la rappresenta. Così, dei protagonisti di questa storia che, in un paese serio, avrebbe dovuto concludersi con l’estromissione dai ranghi di almeno uno dei contendenti (giudice di Bologna, giudice di Verona, Marsili), nessuno ha sofferto danni e tutti hanno proseguito, come nulla fosse mai accaduto, nella loro carriera.

Dal genero al suocero, dal magistrato Mario Marsili a Licio Gelli. Secondo il senatore Ferdinando Imposimato che, in questo caso, merita di essere citato perché riferisce un fatto incontrovertibile e non una sua opinione, “un sintomo del perdurante potere di Gelli di influire sulle vicende giudiziarie si rileva in un recente episodio. Tratto in arresto per gravi reati, egli è riuscito dapprima a fruire degli arresti domiciliari, e poi a tornare libero, grazie a una compiacente perizia medico-legale, secondo cui la vigilanza dei carabinieri all’esterno della villa poteva provocare un collasso cardiaco al ‘Venerabile Maestro’” (F. Imposimato, Quel maestro invulnerabile, Il Secolo XIX 19 agosto 1992). Non importa conoscere i nomi – che Imposimato non fa – dei giudici che hanno rimesso in libertà con questa farsesca motivazione Licio Gelli, perché quel che conta è che costoro si siano sentiti garantiti dalla corporazione all’interno della quale non superiori gerarchici né loro colleghi avrebbero trovato qualcosa da eccepire sul loro comportamento. E così, difatti, è stato.

Si è cercato, in questi anni, di creare il mito di una magistratura capace di esprimere uomini fuori dall’ordinario, disposti a contrapporsi agli altri poteri dello Stato pur di giungere alla verità sul malaffare politico, sulle collusioni con la criminalità organizzata, sul terrorismo di Stato. Giornalisti compiacenti, come il britannico Philip Willan, sono giunti al grottesco di scrivere che “i magistrati sono una delle poche fonti sulle quali si può fare affidamento, molti di loro hanno un’intelligenza fuori dal comune, sono indipendenti ed estremamente coraggiosi e hanno dedicato centinaia di pagine all’attenta descrizione dei crimini politici nel loro paese” (I burattinai cit., p.13).

Folle.

Lo stesso Willan, alla conclusione del suo libro, non può esimersi dall’indicare negli Stati Uniti gli autentici responsabili della tragedia italiana, accusandoli di aver fatto ricorso “a una serie di tattiche che non potrebbero mai essere pubblicamente giustificate, che contrastavano con i principi fondamentali della democrazia occidentale e che comportavano la perdita di qualsiasi superiorità morale della sua lotta ideologica con l’Unione Sovietica” (ivi, p.383).

Gianni Barbacetto ha scritto un libro per denunciare l’azione dei magistrati impegnati nelle indagini sui ‘misteri d’Italia’, ma non si è dato conto di aver scritto, nelle pagine conclusive, un’analisi lucidissima che contrasta nettamente con quella fatta dai giudici italiani. “C’è una storia parallela, sotterranea, segreta che mostra la sua cifra ma subito si ritrae, questa storia in verità – scrive Barbacetto – non è altro dalla storia palese, non è un fluire che scorre sepolto, separato dalle acque della vicenda politica, economica, sociale italiana: lambisce e contamina invece, penetra ed inquina, emerge a più riprese, condiziona ed indirizza i destini del Paese e di molti suoi uomini e, poi, vincente o sconfitto torna ad inabissarsi. Di questa vicenda fanno parte gli scontri di potere, grandi manovre, ambigue operazioni finanziarie e anche, come punti alti di una strategia oscura, segnali strazianti della storia le stragi che dal 1969 hanno punteggiato la cronaca politica italiana. Tutte segnate dalla presenza sotterranea dei servizi di sicurezza, sempre marchiate dal passaggio di centri di potere illegali, logge massoniche o bande della criminalità organizzata, non prive a loro volta di corposi collegamenti con altri centri di potere legali (anche internazionali), gruppi politici o circoli militari o strutture economiche” (G. Barbacetto, Il grande vecchio cit., p.228-229).

Non è la storia di un contropotere, quella che descrive Gianni Barbacetto, ma la storia del potere. Esattamente il contrario di quanto si affannano a dimostrare, da anni, i magistrati italiani. Oggi, comincia ad essere accettato il concetto che non ci sono state ‘deviazioni’ nei servizi di sicurezza, almeno sul piano politico (in parte) e giornalistico, anche se nessuno ha l’onestà intellettuale di riconoscere che siamo stati in pochi a dirlo (chi scrive, Luigi Cipriani, qualche altro) quando tutti affermavano proprio l’opposto.

Oggi lo scrive Gianni Barbacetto, quando riconosce che “senza l’ombra dei servizi di sicurezza e le coperture internazionali non una delle stragi italiane sarebbe stata commessa e che, se commessa, non avrebbe potuto rimanere impunita” (ivi, p.291). Lo riconosce Sandro Provvisionato che in un suo libro, testualmente, scrive: “Si parla spesso in Italia di servizi deviati. E invece fu proprio grazie a quel che i servizi segreti militari, il Sifar e successivamente il suo erede, il Sid (che oggi continua nel Sismi), nella loro piena interezza e nella loro fedeltà atlantica e poi ai governi e ai ministri della Difesa dell’epoca, convogliarono nei loro disegno buona parte delle forze di destra più retrive, ma anche quella moderata esistente nel Paese. In altre parole – scrive Provvisionato – non fu il Pgi (Partito golpista italiano nda) con i soldi del Sifar a mettere in piedi il programma della ‘strategia della tensione’. Al contrario, furono i servizi segreti a ‘mettere il cappello’ sul partito del golpe che, pur restando al suo interno diviso fra un’ala oltranzista e l’altra meno intransigente diventerà da quel momento lo strumento privilegiato per ogni azione innominabile che avverrà in Italia a cominciare dalla strage di piazza Fontana” (S. Provvisionato, Misteri d’Italia cit., p.14).

Dopo i giornalisti, è perfino possibile citare qualche politico, Giacomo Mancini ad esempio, che quando gli chiedono: “per quale ragione, secondo lei, questo processo contro chi macchinava il golpe non è stato aperto?” “Forse è stato – risponde l’ex segretario nazionale del Psi – perché gli alti vertici dello Stato sono rimasti sempre gli stessi, così coloro che erano complici di un eventuale tentativo di golpe sono gli stessi che poi hanno in gran parte determinato la linea politica dell’emergenza, della durezza, della sconfitta generale non del terrorismo, ma di una linea più larga a sinistra” (T. Oldani, Aveva ragione…cit).

Libero Gualtieri, per il quale – scrive La Repubblica – “non ci sono dubbi anche sui mandanti di molti attentati: ‘I meccanismi di preparazione e di pianificazione si conoscono – ha sostenuto –. Le stragi sono state fatte da settori che avevano interesse a sensibilizzare la situazione del Paese e compiute in stretto legame con i detentori del potere utilizzando gli strumenti del potere, cioè i servizi…” (Ustica: ‘Pubblicheremo i nomi di chi ha coperto la strage, La Repubblica 22 luglio 1993). Ed ancora “Le circolari parlavano chiaro: date ai magistrati questa versione e non quest’altra ed erano circolari ufficiali, documenti partoriti dai servizi segreti in epoca di stragi più o meno recenti…Nel governo – dice Gualtieri – abbiamo trovato spesso una controparte. Non c’è mai stato inviato un solo documento. Tutto quello che siamo riusciti a procurarci è stato grazie a sequestri e perquisizioni. Quasi tutti gli ultimi Presidenti del consiglio che ho avuto modo di interrogare avevano una memoria storica penosa…” (A. Maida, Circolari dei servizi per depistare sulle bombe, La Repubblica 28 ottobre 1993).

Perfino Luciano Violante, ed è dire tutto, s’induce ad affermare, nel giugno del 1993, che i servizi segreti militari erano fedeli “…ad una logica atlantica e non agli interessi nazionali” (G. D’Avanzo, Violante: ‘Questi servizi segreti avamposto del vecchio regime’, La Repubblica 4 giugno 1993).

Anche se nessuno ha il coraggio di trarre le dovute conseguenze sul piano politico, la verità sulle responsabilità dello Stato si sono ormai affermate in tutti i campi, meno uno: quello giudiziario.

Sul finire degli anni Ottanta, il giudice istruttore di Bologna, Vito Zincani, così rispondeva alle critiche dell’ammiraglio Fulvio Martini all’operato dei magistrati: “…di tante stragi avvenute in Italia, i servizi segreti non ne hanno prevenuta né risolta una sola. Mi sembra il caso che chi si occupa di dirigere i servizi per prima cosa si preoccupi di fare in modo che le deviazioni alle quali abbiamo assistito non si verifichino…” (Il Sismi non ha prevenuto né risolto nessuna delle stragi italiane, 20 marzo 1987). Rivolto ad un ufficiale, come Fulvio Martini, che è stato “per molti anni – scrive Giuseppe De Lutiis – alla guida del reparto S (Situazione) del Sid nel periodo più oscuro della strategia della tensione” (Storia dei servizi…cit., p.289), l’invito di Zincani ad evitare il ripetersi di ulteriori ‘deviazioni’ è parso eccessivamente prudente agli occhi di coloro che credono nella verità e nel coraggio che essa vada comunque affermata.

Qualche anno più tardi, nel motivare la sentenza di condanna del generale Pietro Musumeci, reo di aver organizzato con finalità di depistaggio, il finto attentato al treno Taranto-Milano, il presidente della Corte, Francesco Amato, scriveva: “Sgomenta…che forze dell’apparato statale, sia pure deviate, abbiano potuto così agire, non solo in violazione della legge, ma con disprezzo della memoria di tante vittime innocenti, del dolore delle loro famiglie e con il tradimento delle aspettative di tutti i cittadini che giustizia si facesse” (‘Scellerata macchinazione’ le deviazioni del Sismi, Il Giornale 5 settembre 1985).

Nella stessa circostanza in cui Libero Gualtieri riconosceva le responsabilità della classe di governo, il procuratore della repubblica di Firenze, Pierluigi Vigna, riproponeva la tesi di sempre: “Gli attentati – ha detto – rispondevano a una strategia del terrore ‘portata avanti dalla destra eversiva in connubio con alcune parti dei servizi segreti” (A. Maida, Circolari dei servizi…, cit.). Ed eravamo nell’ottobre del 1993!

Ci sono modi meno espliciti per ribadire il medesimo concetto. Così i giudici titolari dell’inchiesta sulla strage del 2 agosto 1980, in occasione dell’ennesimo avvicendamento ai vertici dei servizi segreti militari, rilasciano alla stampa questa singolare dichiarazione: “…Non abbiamo mai perso le speranze di arrivare…Adesso stiamo tentando di raccogliere nuovi elementi di prova e ci attendiamo la collaborazione dei vertici appena nominati dei servizi segreti. La collaborazione segnerebbe davvero l’avvio di un nuovo ruolo dei servizi di sicurezza, prezioso per le nostre indagini” (G. Valenti, Affatigato ai camerati: ‘Stragismo fallito. Chi sa deve parlare’, Il Giorno 6 giugno 1993).

Roberto Maroni, non ancora ministro degli Interni, liquidò le aspettative espresse dai magistrati con una battuta: “Far gestire le indagini sui servizi deviati ai servizi segreti, è come far svolgere un’inchiesta sui rapinatori al palo della banda” (A.V., Associazione malavitosa a fini di lucro, Il Giorno 19 ottobre 1993).

Ma dove nasce il concetto di ‘deviazione’ che è divenuto il perno di tutta l’azione giudiziaria?

Dalla Commissione antimafia, presieduta dal democristiano Pafundi, che dovendo alterare la verità e mascherare la realtà dei rapporti Stato-mafia e politica-mafia infarcì la sua relazione conclusiva con affermazioni “che parlano sempre di ‘deviazioni’ e di ‘irregolarità’ senza mai chiedersi – scrive Nicola Tranfaglia – quanto le infiltrazioni mafiose facciano parte del sistema di potere che regge la politica siciliana in quegli anni…” (Mafia, politica…, cit., p. XXI).

La politica ordina, la magistratura esegue.

Gli anni del dopoguerra, in Italia, sono stati quelli della menzogna giudiziaria. Il fascismo che non aveva il controllo degli apparati dello Stato (anzi, ne era controllato), dovette creare una magistratura speciale per giudicare gli oppositori del regime. La democrazia, molto più forte, è riuscita ad affidare all’intero ordine giudiziario la difesa propria e dei suoi interessi, cingendosi di un baluardo che è espugnabile solo dall’interno.

Nulla di quanto è accaduto in questo Paese avrebbe potuto avvenire senza il complice silenzio della magistratura. Tutto è avvenuto con il suo silenzioso assenso.

Armata di codici, cavilli, procedure, sentenze; provvista del carisma che le deriva per essere scambiata per la Giustizia; investita dall’aureola della Legge, la magistratura italiana ha combattuto contro il comunismo e i comunisti fino a quando le esigenze della politica glielo hanno imposto, poi ne ha scoperto la volontà e la disponibilità a farsi democrazia e Stato e, sensibile ai segnali provenienti dall’alto, ne ha eletto i suoi rappresentanti a numi protettori.

Ha difeso la Destra, vista come la parte sana della Nazione, fino al giorno in cui le necessità strategiche dell’Alleanza atlantica le hanno affidato l’incarico di scoprire l’esistenza di una ‘eversione nera’ che tramava contro l’immacolato Stato democratico.

Ha ritenuto la mafia, e le altre forze della criminalità organizzata, una forza d’ordine e di difesa della legalità, dello status politico e della civiltà cristiana, fino a quando il riassetto degli equilibri interni al mondo occidentale non l’hanno obbligata a trasformarla nel simbolo della barbarie e dell’anti-Stato.

Ha sostenuto la specchiata onestà degli uomini politici, fulminando con condanne per calunnia chi osava sostenere il contrario, fino al momento in cui ad essa è stato dato il compito di procedere ad un ‘colpo di Stato’ giudiziario che, nell’arco di un semestre ha fatto crollare come un castello di carte un regime che durava da mezzo secolo, tirando fuori dai suoi capaci e segreti cassetti le prove della corruzione e del ladrocinio che aveva sempre tenuto gelosamente celate.

La menzogna giudiziaria non conosce limiti perché si trasforma in ‘verità acquisita’ e protetta dall’intangibilità del giudicato. Può, quindi, assolvere colpevoli o condannare innocenti senza doversi nemmeno scusare, senza avvertire vergogna.

Come la classe dirigente politica, anche la magistratura ha appreso, da anni, la tecnica di dividersi, ufficialmente, in correnti e partiti per meglio occultare la sua essenziale unità nella difesa degli interessi dello Stato e del potere.

In collaborazione con gli altri poteri dello Stato ha lanciato, con tecniche raffinate di pubblicità, la sua immagine di potere incorrotto ed incontaminato. Ed è giunta al punto di imporre alla piazza, sempre desiderosa di eroi, tre suoi mediocri rappresentanti come i simboli della battaglia che dai primi degli anni Ottanta ha ‘combattuto’ su tre fronti: Giovanni Falcone, per l’antimafia; Felice Casson, per il contrasto dei ‘poteri occulti’; Antonio Di Pietro, per la lotta alla corruzione.

Il primo è morto per avere difeso con eccessiva arroganza la Democrazia cristiana di Salvo Lima e Giulio Andreotti; il secondo, vive rintanato nell’appartamento blindato che gli ha regalato un “potere occulto” (il Sisde); il terzo, vive la sua ora di gloria non più come magistrato ma come politico di sottobosco.

E la massa anonima dei sostituti procuratori, dei giudici istruttori, dei pretori guidati, tutti, dalle toghe di ermellino della Corte di Cassazione fanno come sempre quadrato perché la verità non emerga su una ‘giustizia’ che ha prodotto da sempre soltanto ingiustizia.

Ma già i riflettori cominciano a spegnersi, e presto la ribalta giudiziaria ritornerà nell’ombra nella quale le tocca stare, e che l’ha sempre avvolta, perché i tempi della sua avventura stanno per concludersi. Ci sarà ancora qualche bagliore e, poi, lo scudo che ha difeso i forti e la spada che ha infierito sui deboli, la sbilenca bilancia che ha favorito il riequilibrio dei poteri perché questo Potere potesse sopravvivere torneranno ad essere manovrati da mani anonime e da volti sconosciuti.

Nel tempio dell’italica giustizia, i custodi potranno continuare a proteggere il libro della loro legge, perché nessuno possa mai aprirlo e scoprire nelle sue pagine la verità su una giustizia che non c’è mai stata e leggere la storia avvilente dell’ingiustizia divenuta potere.

Vincenzo Vinciguerra

Postfazione

 

Il documento che precede è stato scritto, a mano (per il divieto impostomi da Aldo Fabozzi, direttore del carcere di Opera, di utilizzare, come tutti i detenuti, una macchina da scrivere), più di quattro anni orsono.

Conserva integra la sua attualità.

Si è resa necessaria qualche lieve modifica non sostanziale, perché quanto scritto nell’estate del 1994 è valido anche in questo inverno 1999. L’ingiustizia che in queste pagine si denuncia si è, via via, rafforzata, favorita in questo suo processo dall’indifferenza sempre crescente di un’opinione pubblica ormai rimbambita dalla propaganda convergente di Chiesa e Partito democratico della sinistra (ex Partito comunista), avviate a stringere un’alleanza di ferro che assicuri a questo Paese un altro mezzo secolo di potere clericale.

Per coloro che il fumo dell’incenso non ha ancora stordito, che l’umanitarismo d’accatto di preti ed ex comunisti non ha corrotto, ricordiamo che il nuovo equilibrio che vede gli stragisti del Movimento sociale italiano a braccetto con i depistatori del Partito comunista italiano, insieme ai democristiani riciclati di Forza Italia, agli ex pacifisti di Pannella, ai tanti che si sono uniformati al nuovo regime nascente, è stato reso possibile, come abbiamo scritto, dall’azione giudiziaria.

Chiusa la stagione di Tangentopoli, che tanta immeritata fama ha portato ai suoi protagonisti togati della Procura della repubblica di Milano, la politica ha ripreso a fare quelle leggi inique che le hanno sempre concesso impunità. E la magistratura ha taciuto, complice.

Così, ad esempio, è stata varata il 16 luglio 1997 la legge che ha abolito l’abuso di ufficio non patrimoniale che ha consentito l’assoluzione di 11 ex assessori della regione Lombardia che erano stati imputati per essersi spartiti le aziende sanitarie fra le forze di tutto lo schieramento politico, dalla Lega nord al Pds. “Nella motivazione – scrive l’Espresso – i giudici scrivono che le prove della lottizzazione ci sono, eccome: ma non sono più reato” (P. Gomez-L. Sisti-M. Travaglio, Io…sappiamo che me la cavo, l’Espresso 27 dicembre 1998).

Il varo della legge Simeone-Saraceni ha consentito, con la norma dell’affidamento in prova al servizio sociale per coloro che hanno subito una condanna non superiore ai tre anni, di salvare dall’ingresso nelle patrie galere il democristiano Arnaldo Forlani, Carlo Sama, Giuseppe Garofano e Luigi Bisignani.

E non è finita, perché sempre a cura dei deputati di Alleanza nazionale è stato inserito, scrive sempre l’Espresso, “anche l’astutissimo emendamento Cola-Armaroli-Migliori (tutti di An), il ‘3 c-bis’ alla legge dei risarcimenti alla Corte dei conti: solo due righe per stabilire che i tangentari non dovranno più restituire una lira del maltolto allo Stato. Primi beneficiari: gli ex ministri Carlo Bernini (Dc) e Gianni De Michelis (Psi) coi rispettivi cassieri Franco Ferlin e Giorgio Casadei…” (ibidem).

Il ritorno alla normalità è ormai avvenuto anche sul fronte della lotta antimafia, ovviamente solo per quanto riguarda le responsabilità dei politici, non i decaduti di ieri ma i potenti di oggi.

Così il missino Guido Lo Porto, “imputato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa per le accuse di 13 pentiti” (ibidem) è stato prosciolto perché la Procura di Palermo non ha trovato i riscontri necessari a sostenere le accuse.

Una fortuna che capitava ai democristiani dei bei tempi e che si ripete per i nuovi padroni, non certo per coloro che non sono di Alleanza nazionale o del Partito democratico della sinistra, per i quali l’accusa di un solo pentito è valsa, in varie occasioni, a motivare condanne a pene altissime.

Occorre dirlo? Massimo D’Alema è stato prosciolto dal giudice istruttore di Roma, Antonio Trivellini, su richiesta della Procura della repubblica perché a suo carico nessun elemento è emerso sulla sua conoscenza delle tangenti versate al Partito comunista mentre ne era segretario nazionale (Coop rosse, accuse archiviate, La Stampa 16 gennaio 1999).

La strombazzata ansia di verità della magistratura si è spenta anche sul versante dei servizi segreti, difatti i reati di cui erano imputati i dirigenti del Sisde, il servizio segreto civile del ministero degli Interni, si è estinto per ‘prescrizione di reato’ (G. Basilici, Scandalo Sisde, tutti a casa. La giustizia è arrivata tardi, Il Giorno 27 gennaio 1999). In parole povere, i giudici del Tribunale di Roma hanno fatto trascorrere il tempo senza portare alla sbarra i funzionari del servizio segreto, a conoscenza di troppi segreti per accettare passivamente una condanna. Hanno rubato, pare certo, ma non da soli. Quindi, meglio chiudere in silenzio, per ‘prescrizione del reato’, con la certezza assoluta che, questa volta, Oscar Luigi Scalfaro non andrà in televisione per dire ‘non ci sto’. Anzi, il silenzio sull’ennesima squallida vicenda giudiziaria scomparsa nelle nebbie del Tribunale di Roma è stato totale.

L’aria che tira oggi si è vista dal numero e dalla qualità di coloro che hanno festeggiato Giulio Andreotti, imputato di ‘concorso esterno in associazione mafiosa’, a Palermo, e di ‘omicidio’ per la morte del giornalista Mino Pecorelli, a Perugia. Elevato a simbolo dal presidente del Senato, il democristiano Nicola Mancino, di “una politica alta, animata da tensioni e pulsioni che tutti noi dall’aria dimessa, amareggiati dal basso livello della politica di oggi vorremmo ritrovare” (Al. Ca., Andreotti, 80 anni di amarezza e ironia, La Stampa 15 gennaio 1999). Giulio Andreotti ha ricevuto gli auguri da Giulio Maceratini, Domenico Fisichella, Carlo Scognamiglio, Leopoldo Elia, Gian Giacomo Migone ed Ersilia Salvato: tutti si sono presentati a riverire il ‘maestro’, il ‘padre della patria’ inesistente, l’imputato per mafia ed omicidio Giulio Andreotti.

Prima di loro, però, era arrivato il Papa con una lettera che rappresenta la prova dell’arroganza di un potere ecclesiastico che sente di non avere più avversari. Giovanni Paolo II, difatti, in spregio all’evidenza che vede l’ex Presidente del consiglio imputato di reati gravissimi dalla magistratura di uno Stato estero, qual è ancora formalmente l’Italia rispetto allo Stato del Vaticano, si è permesso di scrivergli una lettera personale per dirgli, testualmente: “Auspico che le prove e le sofferenze possano rivelarsi, nei misteriosi disegni della Provvidenza, fonte di bene per la Sua posizione e per la società italiana” (ibidem). Non si è udito un solo belato di protesta.

Mafia, Tangentopoli, servizi segreti e funzionari ladri, mancano al quadro odierno le indagini sulle stragi. Concluse nel silenzio della stampa, quelle sulla strage di via Fatebenefratelli a Milano del 17 maggio 1973, e dell’Argo 16, l’aereo del Sid esploso in volo con il suo equipaggio nel novembre 1973, è rimasta aperta quella sulla strage di piazza Fontana.

Dopo il battage pubblicitario sulla figura del sostituto procuratore Grazia Pradella, presentata come paladina della verità, sotto l’illuminata guida di Gerardo D’Ambrosio, l’indagine sulla strage del 12 dicembre 1969 si è arenata per due motivi: i periti di ufficio hanno dichiarato “smemorato-rincretinito” lo spione, oggi pentito, Carlo Digilio (M. Consani, Il pentito Digilio: ‘Qualcuno mi vuole matto’, Il Giorno 18 dicembre 1998); mentre l’altro pentito, Martino Siciliano, ha preferito scappare in Sud America.

Le ragioni della fuga le racconta lui stesso al giornalista Mario Consani: “È stata una scelta determinata dalla presenza in quell’aula del Pm Grazia Pradella che si è sempre dimostrata ostile al sottoscritto e non ha mai creduto a quello che le veniva raccontato. Quando me la sono vista davanti –conclude Siciliano – ho deciso di andarmene perché non trovavo giusta la sua presenza in quel contesto” (M. Consani, ‘Non mi fido di quel giudice’ /Intervista a Martino Siciliano/, Il Giorno 12 dicembre 1998). Un pentito messo in fuga dal pubblico ministero: cose che accadono solo a Milano, nell’indagine per la strage di piazza Fontana.

E anche la storia della ‘guerra politica’ è stata così posta in liquidazione dal potere politico, militare e giudiziario, insieme come sempre. La commedia è finita. La magistratura che voleva risanare il Paese ha contribuito a consegnarlo al papa polacco e a Massimo D’Alema ed oggi, paga, si ritira silenziosamente, orgogliosa di aver portato il suo apporto all’omicidio politico di una nazione, al genocidio morale di un intero popolo.

I protagonisti si ritrovano uniti al posto giusto. Un ex magistrato, Oscar Luigi Scalfaro, è Presidente della repubblica; un altro, Luciano Violante, è presidente della Camera dei deputati; un terzo è, per meriti sconosciuti, a capo del Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza; il sostituto procuratore della repubblica di Venezia, Ennio Fortuna, che non credeva alla responsabilità degli ufficiali dei carabinieri nel depistaggio delle indagini sull’attentato di Peteano di Sagrado, è procuratore della repubblica a Bologna; Saverio Borrelli è in procinto di divenire procuratore generale a Milano; Gerardo D’Ambrosio continua ad imperversare sui giornali con interviste e dichiarazioni. L’Italia giudiziaria ostenta la sua impunità, la sua forza, la sua cinica indifferenza nei confronti dell’Italia delle lacrime e dei dolori, così lontana dalle sagrestie, dalle aule parlamentari, dagli uffici delle Procure della repubblica dove si è concertato il piano che dall’Italia del male ci ha condotto a quella del peggio.

 

Vincenzo Vinciguerra, Opera, 30 gennaio 1999

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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