Quando è Sion a non credere alla Shoah: il contributo ebraico al revisionismo dell’Olocausto

Sembra incredibile ma ci sono anche loro: gli ebrei revisionisti dell’Olocausto. La storia del revisionismo è infatti punteggiata dalla presenza – numericamente esigua ma costante nel corso dei decenni – di ebrei che hanno osato l’inosabile: mettere in dubbio e/o contestare il più grande tabù del nostro tempo. Negli anni ’70 del secolo scorso abbiamo avuto Ditlieb Felderer e Josef Burg (Ginsburg). Negli anni ’80, Jean-Gabriel Cohn-Bendit. Negli anni ’90, David Cole, Joel Hayward e Henri Lewkowicz. Negli anni 2000, Roger Polacco De Menasce.

Oggi, se non sbaglio, vi sono almeno 7 ebrei revisionisti: Gilad Atzmon, Jacob Cohen, Paul Eisen, Gerard Menuhin, Jeff Prager, Israel Shamir e Ron Unz.

Poi vi sono due autori che, seppur non revisionisti dell’Olocausto, possono essere comunque considerati parte della più generale storia del revisionismo americano: Murray Rothbard e John Sack. Anche loro hanno suscitato la collera della “lobby-che-non-esiste”.

La storia del contributo ebraico al revisionismo dell’Olocausto è tutta da scrivere: si tratta di personaggi di indubbio spessore seppur ovviamente marginalizzati (quando non apertamente denigrati) dai media.

Alcuni di loro (Cole e Hayward), pur brillanti, hanno finito per ritrattare. Bisogna capirli: la pressione è stata enorme.

Felderer è stato uno dei pionieri del revisionismo, anche se i suoi articoli sono diventati praticamente introvabili (a suo tempo ne tradussi qualcuno per il sito dell’AAARGH).

Josef Ginsburg ha un profilo che ricorda quello di Rassinier: come Rassinier, fu deportato in un campo di concentramento e diventò revisionista per smentire che nel suo campo (Majdanek, nel caso di Ginsburg) vi fossero delle camere a gas. Negli anni ’70, fu protagonista di roventi polemiche contro il sionismo. A differenza di Rassinier (che scriveva in francese), Ginsburg è stato penalizzato per aver scritto i suoi libri in una lingua di limitata diffusione come quella tedesca.

Sia Felderer che Ginsburg testimoniarono nel 1988 in favore di Ernst Zundel, imputato a Toronto per aver pubblicato il libro Did Six Million Really Die?

Jean-Gabriel Cohn-Bendit da tempo non milita più tra i revisionisti ma sull’argomento continua a rivendicare il diritto alla libertà di espressione.

David Cole a suo tempo ritrattò in seguito alle minacce subite dalla Jewish Defense League. Da qualche anno ha ripreso a scrivere. Oggi, potrebbe essere definito un semi-revisionista: secondo lui, Auschwitz non fu un campo di sterminio mentre Treblinka lo fu.

Hayward, dopo aver scritto una memorabile tesi di dottorato sulla storia del revisionismo, ha ritrattato e oggi sostiene senza problemi l’esistenza dei sei milioni di vittime ebraiche. In cambio, ha potuto ricostruirsi una carriera universitaria altrimenti compromessa.

Per quanto riguarda Atzmon, mi fa piacere che recentemente abbia rivendicato, contro quella che definisce “la religione dell’Olocausto”, il diritto di essere agnostici.

Jacob Cohen, nota figura di ebreo antisionista, si è recentemente fatto notare per un’intervista in cui si è espresso sull’Olocausto in termini che ricordano quelli dell’ex presidente dell’Iran Ahmadinejad: la lobby ebraica lavora per rendere l’Olocausto un argomento tabù, rispetto al quale ogni esercizio di normale critica storica è interdetto in partenza.

Paul Eisen fino a qualche anno fa aveva un bellissimo blog sulla piattaforma “blogger” ma poi, in seguito alle durissime reazioni ricevute, lo ha chiuso. Peccato.

Gerard Menuhin ha scritto un libro di oltre 400 pagine (“Tell the Truth and Shame the Devil”) che confesso di non aver letto ma che invito comunque i miei contatti ad acquistare. Ricordo che Menuhin è il figlio del celebre violinista Yehudi, che all’epoca fu un fervente antisionista.

Jeff Prager è molto attivo su Facebook e ha scritto diversi e-book su vari argomenti riconducibili alla contro-informazione.

Israel Shamir è un noto e brillante scrittore che, come Gilad Atzmon, pur non essendo un revisionista in senso stretto è capace di scrivere anche dell’argomento Olocausto con grande libertà intellettuale.

Ron Unz è la “new entry” di questa eletta schiera di coraggiosi: sul grande tabù del nostro tempo ha scritto qualche mese fa un lungo articolo che meriterebbe di essere tradotto.

Come si vede da queste biografie, la storia del revisionismo rifugge dagli stereotipi: il contributo ebraico a questa storia, seppur inavvertito dai più, riserva però delle autentiche sorprese.

 

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