Guido Salvini: Il procuratore aggiunto e altre mitologie di piazza Fontana

Guido Salvini: Il procuratore aggiunto e altre mitologie di piazza Fontana

D’Ambrosio (a sinistra) con l’ex procuratore di Milano Borrelli 
da Guido Salvini ricevo e volentieri pubblico:
 
IL PROCURATORE AGGIUNTO E ALTRE MITOLOGIE DI PIAZZA FONTANA 

Infelice la terra che ha bisogno di eroi
Bertolt Brecht – Vita di Galileo 
 

Gli
onori entusiastici tributati a Gerardo D’Ambrosio dal mondo giudiziario e dal
mondo politico al momento della sua scomparsa non devono far dimenticare il
ruolo di contenimento da lui avuto quando, a metà degli anni ’90 a Milano
l’Ufficio Istruzione, e non la
Procura di cui egli era Aggiunto, aveva ripreso le indagini
sulla strage di Piazza Fontana. 

Non
entro certamente nel giudizio, non mi compete, sui meriti e sull’impegno
profuso da Gerardo d’Ambrosio in Mani Pulite e in altre situazioni di rilievo
che hanno contrassegnato una lunga carriera. L’hanno già fatto altri. Ma della
sua presenza, o assenza, nelle indagini degli anni ‘90 sulla strage, per
completezza storica, qualcosa è il caso di dire. Per qualcuno si potrebbe anche
farne a meno, ma provo a farlo.

Del
suo ruolo in quegli anni sono stato testimone diretto e vittima. Non so in
quale misura il poco interesse di D’Ambrosio per l’idea stessa che le indagini
su Piazza Fontana fossero, dopo quelle degli anni ’70, riaperte a Milano e per di
più da un ufficio diverso da quello in cui aveva un posto di comando nascesse
da motivi personali – come dire “ dopo quello che ho fatto io non c’è più
niente di buono da fare” – e quanto da ragioni più profonde di strategia politico-giudiziaria. 

Provo
a mettere in fila i fatti anche se l’azione partita dall’interno della
magistratura, dalla Procura di Venezia a quelle di Milano e di Bologna con il
CSM come “braccio militare” per togliere di mezzo il Giudice Istruttore che le
aveva riprese in mano e con la conseguenza obiettiva di disinnescare buona
parte delle potenzialità del lavoro che da solo stava svolgendo, meriterebbero
un saggio di storiografia giudiziaria e non un semplice articolo.

I
fatti sono questi, senza aggiungere nulla e anzi, con un po’ di autocensura,
togliendo qualcosa almeno per prudente autotutela. 

Nel
1992-1993 ho cercato di coinvolgere d’Ambrosio più volte, informandolo delle
novità che via via e sempre più velocemente stavano emergendo su Piazza
Fontana  e sulla strategia che l’aveva
preceduta e seguita. Gli ho fatto molte volte visita, ho lasciato nel suo
ufficio al quarto piano l’intera copia degli interrogatori che Vinciguerra
stava rendendo ma nel congedarmi ricevevo di ritorno solo fastidio ben percepibile.
I verbali nella loro custodia gialla, che conservo ancora, erano rimasti sul
tavolo vicino alla  finestra dove il mio
maresciallo li aveva appoggiati e, anche davanti a qualsiasi mio tentativo  di spiegare che il fronte degli ex-ordinovisti  e degli ex-uomini dei Servizi si stava
aprendo e forse sfaldando  la risposta
era sempre la stessa “ sono tutte cose che avevo già scoperto io”. Fine
dell’incontro.

Forse
questo è ancora solo il frutto di una gelosia personale per il lavoro svolto in
passato, ormai più di 20 anni prima, di una volontà di “paternità” delle
indagini su quella strage, paternità non superabile dal tempo, da quanto di
nuovo poteva emergere né in alcun altro modo. E la mancanza di interesse si può
giustificare con la distrazione dovuta ad impegni immediatamente più produttivi
come Mani Pulite. Ma solo in parte. 

Ma
non finisce qui.

All’inizio
degli anni ‘90, contatti personali e loro scarsi risultati a parte, a
D’Ambrosio arrivano da me e dal Giudice Istruttore di Venezia Carlo Mastelloni,
con trasmissione formale, abbastanza atti su piazza Fontana, verbali di
Digilio, Vinciguerra ed altro, da portare, più che per volontà per forza di
cose, ad aprire presso di lui un fascicolo sulla strage. Ma il nuovo fascicolo
non muove un passo, rimane in un armadio e il Procuratore Aggiunto, senza
compiere un solo atto istruttorio, quattro anni dopo, siamo nel 1995, lo
spedisce in archivio. Eppure sono proprio gli anni in cui qualcuno aveva
cominciato a parlare, ordinovisti e anche l’ex ufficiale del SID cap. Labruna,
“protagonista” delle prime indagini degli anni ’70.

Un
tempo un comportamento simile,  atti in
archivio senza alcuna iniziativa, sarebbe stato bollato con un brutto termine
che evoca mettere un fascicolo sotto qualcosa d’altro. Ma così è andata e per
gli increduli, l’ho scritto nel mio libro Office
at Night
, il numero del fascicolo morto bambino è 761891. 

Ma
dopo il marzo 1995, con il deposito della prima ordinanza del Giudice
Istruttore, non si può più far finta di niente. L’ordinanza porta infatti al
rinvio a giudizio di alcuni componenti del gruppo La Fenice, l’articolazione
milanese di Ordine Nuovo, e dalle sue 400 pagine si comprende con chiarezza che
le indagini stanno facendo breccia sull’ambiente, da sempre chiuso, degli ex–ordinovisti
e forse dei Servizi segreti americani che, insieme ai nostri, li hanno
utilizzati e protetti. Si parla in quell’ordinanza  dei primi elementi nuovi su piazza Fontana,
dei timers usati per la strage, degli attentati preparatori di Trieste e
Gorizia, dell’ingente dotazione di esplosivi della quasi sconosciuta cellula di
Mestre in contatto con Milano, delle coperture ricevute dalla cellula di
Padova, sino a togliere di mezzo una fonte che voleva “parlare”, dei contatti
via via più intensi con il SID rivelati dalle nuove testimonianze del vecchio
cap. Labruna, dei Nuclei di Difesa dello Stato, dei collegamenti con il Golpe
Borghese.   

Il
Giudice Istruttore chiede, in questo scenario che evolve ogni giorno, il
sostegno, la collaborazione, la discesa in campo anche della Procura. 

In
un Ufficio inquirente che è ormai privo di 
memoria storica, che non conosce quasi nulla degli ultimi 20 anni di
indagini svolte in tante sedi sull’eversione di destra in Italia, che non ha
nel suo archivio nemmeno la copia delle sentenze su Piazza Fontana, la scelta
dei Capi cade su un sostituto alle primissime armi, da poco arrivato in
Procura. E soprattutto non troppo incline alla collaborazione. Per un paio di
mesi assiste agli interrogatori del Giudice Istruttore. Poi forse qualcuno
immagina che si può presentare all’esterno una bella indagine ma fatta con il
lavoro altrui e senza chi ne è stato l’autore.

E’
una collaborazione vissuta a denti stretti, destinata a durare poco. E capita
l’occasione fortunata per infrangerla e insieme cercare di far scomparire il
Giudice Istruttore grazie ad un trasferimento per ”incompatibilità ambientale”
chiesto al CSM e di utilizzare le sua carte e i suoi atti come se fossero un
processo “ nuovo” iniziato e condotto dalla Procura. 

Nella
primavera del 1995 la corrispondenza dell’ex-reggente per il  Triveneto di Ordine Nuovo Carlo Maria Maggi è
sottoposta ad intercettazione da parte del Giudice Istruttore. Viene così
acquisita e fotocopiata la bozza di un suo esposto diretto al Ministro di Giustizia
con cui Maggi, stretto dal progredire delle indagini sulle responsabilità del
suo gruppo nelle stragi, lamenta di aver subito “pressioni”, in realtà semplici
inviti a collaborare, da un ufficiale del R.O.S. durante colloqui investigativi
che comunque aveva liberamente accettato. 

Tanto
il Giudice quanto la Procura,
che ne riceve copia, giudicano l’esposto irrilevante, un mero espediente
difensivo di un imputato in difficoltà, destinato ad essere avviato al cestino
da chiunque lo legga. E così anche il Ministro di Giustizia, – all’epoca
Filippo Mancuso del PDL, certo non sospetto di grandi simpatie per i magistrati
inquirenti e le loro indagini – che infatti non prende alcuna iniziativa.

Ma
qualche mese più tardi a Venezia il dr. Felice Casson ne riceve una copia. E’
l’occasione propizia per risolvere il suo storico dissidio[1] con
il Giudice Istruttore di Milano che ha fatto venire alla luce, lui e non la Procura di Venezia che li
aveva in casa, tanti elementi nuovi sul ruolo centrale della cellula mestrino-veneziana
nella progettazione delle stragi, depositi di esplosivi e attentati preparatori
compresi.

Soprattutto
l’indagine milanese ha fatto evaporare il teorema caro alla Procura veneziana e
tanto propagandato sulla stampa secondo cui i NASCO e gli uomini di Gladio
avrebbero avuto un ruolo nella strage di Peteano e negli altri più gravi
attentati.  Legittimità o meno di
un’organizzazione segreta come  Gladio a
parte, è infatti  emerso che né
Vinciguerra né altri erano in contatto con essa e sono invece venuti alle luce,
grazie alle testimonianze raccolte dal Giudice, i Nuclei di Difesa dello Stato,
l’effettiva struttura eversiva formata da civili e da militari.

Ma
per intervenire, con un’azione che ha sopratutto l’effetto perverso di lanciare
una ciambella di salvataggio a Maggi e agli altri ordinovisti veneti
“accerchiati” dai progressi delle indagini del Giudice Istruttore, serve almeno
una compliance milanese.

In
ottobre Milano è preavvisata dell’azione che, destinata ad essere subito
rivelata dalla stampa veneziana “amica”, 
dovrà colpire il Giudice  e
mettere fuori gioco il lavoro di indagine che, dal racconto di Vinciguerra a
quello di Siciliano, da Digilio all’elettricista di Freda Tullio Fabris è
riuscito e riesce ancora ad aggiungere tanti tasselli sulla storia dell’eversione
nera e delle complicità di cui ha goduto. In quei giorni il sostituto di
D’Ambrosio fa la spola tra Milano e Venezia e scompare come d’incanto dagli
interrogatori fissati dal Giudice Istruttore.

A
fine mese il bluff del dr. Maggi, noto tra l’altro nel suo ambiente come abile
giocatore di poker, ottiene il suo obiettivo, l’assist è raccolto e il PM di
Venezia  iscrive nel registro degli
indagati in un’indagine per terrorismo stragista[2] il
Giudice, che non era nemmeno presente ai colloqui con Maggi, e l’ufficiale del
R.O.S.

Nel
giro di pochi giorni la
Procura tronca ogni contatto con il Giudice Istruttore, il
sostituto si rende irreperibile, ne cerca il suo completo isolamento.
Contemporaneamente “dimette” senza preavviso 
dalle indagini il R.O.S. e ne allontana i suoi uomini privandosi così
dell’unica struttura investigativa che sa muoversi nell’intricato e quasi
impermeabile mondo dell’eversione di destra. E da quel momento, non a caso, le
indagini che la Procura
cerca di continuare non muoveranno più un passo in avanti. Un effetto forse che
la Procura
stessa, nel momento in cui aveva aderito all’azione di Casson, non era stata
nemmeno in grado di prevedere. 

Partono
poi, con i pretesti più vari, dalla Procura di Milano e da quella di Venezia le
lettere al CSM per sollecitare il rapido trasferimento, in pratica l’esilio,
del Giudice Istruttore  da Milano per
incompatibilità ambientale. Operazione non riuscita ma che, con la pendenza a
Palazzo dei Marescialli del procedimento per anni e anni, ne soffoca almeno per
metà le sue indagini. 

Di
certo l’azione di Casson avrebbe avuto il fiato corto se non avesse trovato
sponda a Milano. E infatti avvengono omissioni di cui si è sempre preferito
tacere.

Nell’estate
del 1995 la Procura
di Milano aveva ereditato la prosecuzione delle intercettazioni, anche
ambientali, che avevo iniziato nei confronti di Maggi e degli ex-ordinovisti
vicini a Zorzi e ancora presenti a Mestre. Il contenuto delle conversazioni,
via via  registrate, non lascia alcun
dubbio. Maggi non ha subito alcuna pressione, è tutto inventato con un
esposto  fasullo e strumentale,
presentato anche dietro un lauto compenso di Delfo Zorzi dal Giappone, un
bluff  riuscito anche oltre ogni
aspettativa che era rivolto a rallentare indagini e a mettere “i giudici l’uno
contro l’altro”. Soprattutto serviva a 
suscitare l’interesse di Casson che vedeva le sue indagini su Gladio
oscurate dalle indagini del Giudice Istruttore di Milano.

Un’operazione
di inquinamento eterodiretta, lo scrive in un suo rapporto la stessa Digos di
Venezia che segue gli ascolti  per la Procura di Milano. 

Se
trasmesse da Milano alla Procura di Venezia, come avrebbe dovuto essere sin
dall’autunno 1995, avrebbero fatto cadere in un attimo come un castello di
carte l’indagine di Casson contro di me e l’ufficiale del R.O.S. ma l’adesione
della Procura milanese all’iniziativa di Casson le rende imbarazzanti, meglio
tenerle nel cassetto.

Nessuno,
a maggior ragione, m’informa. Apprendo per caso il contenuto delle
conversazioni confessorie di Maggi e degli uomini di Zorzi da un articolo de Il
Gazzettino del luglio 1996 che ne riporta qualche passaggio.

Scrivo
a D’Ambrosio[3] chiedendogli di
trasmettere subito a Venezia le intercettazioni che provano la manovra per
screditare le mie indagini, che da un anno sono state delegittimate davanti a
imputati e testimoni esattamente come speravano gli ordinovisti.

Nessuna
risposta. Insisto. Scrivo anche al Presidente del Tribunale di Milano. Bisogna
arrivare a metà novembre 1996 perché D’Ambrosio mi risponda con una letterina
di poche righe. Attesta che le intercettazioni sono state trasmesse a Venezia,
anche se con molto ritardo, nel giugno 1996. Dovrebbero essere quindi in copia
nel processo di Venezia.

Ma
è un falso che unisce mittenti e destinatari. Solo una parte, non quelle in cui
parla Maggi, sono state inviate e nessuna di esse è entrata nell’indagine di Casson
contro di me.

Lo
scoprirò nel 1998 quando gli atti veneziani saranno depositati. Per mandarle
io, dopo averne fatto copia grazie ad un difensore di parte civile, al Pubblico
Ministero che a Venezia nel frattempo ha preso il posto di Casson.

Bastano
pochi giorni e a Venezia, il Pm e il Gip, sulla base delle intercettazioni
finalmente arrivate e delle altre testimonianze che hanno fatto crollare la
frottole di Maggi, archiviano l’ “indagine” contro di noi. Per di più con lodi
per il lavoro fatto sull’eversione ordinovista.

Ma
la verità arriva fuori tempo massimo. E’ ormai il dicembre 1998, le mie
indagini si sono concluse per scadenza dei termini all’inizio di quell’anno e
per quasi tre anni risultati e potenzialità sono state dimezzate dall’azione di
interferenza veneziana e di chi a Milano l’ha sostenuta. 

Tornando
alle indagini, quelle vere, ogni novità su Piazza Fontana, se nasce extra ecclesiam, continua in quegli anni a far poco piacere.

Nel
marzo del 1996 Edgardo Bonazzi, estremista di destra a lungo in carcere con gli
ordinovisti ma non coinvolto nelle trame stragiste, sceglie di dissociarsi
e  chiede di parlare con l’ufficiale del
R.O.S.  che da anni segue le mie indagini
e quelle della Procura di Brescia. Una nuova testimonianza arricchisce così il
quadro. Bonazzi parla de La
Fenice di Rognoni, del ruolo di Zorzi, dei timers di Freda,
di depositi di esplosivi, dei collegamenti con il golpe Borghese, delle
confidenze ricevute in carcere sull’esecuzione delle stragi.

Mando
copia dei verbali alla Procura di Milano. D’Ambrosio risponde[4] con
una nota non di soddisfazione ma ancor più che 
infastidita decisamente ostile. Bonazzi avrebbero dovuto interrogarlo
loro e non avrebbe dovuto essere sentito dall’ ufficiale del R.O.S. che la Procura ha “dimesso” nel
1995, da un giorno all’altro, dalle indagini. Ma il Procuratore Aggiunto non
scrive che, reciso il rapporto con l’unica struttura investigativa che aveva un
patrimonio di conoscenze sull’eversione di destra e riusciva  a metterlo a frutto, né lui né i suoi
sostituti hanno saputo portare alle indagini alcun atto importante. L’indagine
aperta in Procura vive infatti  quasi
solo del lavoro altrui e questo non è nemmeno gradito.

Cerco
di rispondere invitandolo alla collaborazione nell’interesse del risultato
comune, a por fine alla “guerra” che fa solo la fortuna degli ordinovisti che
invece tra loro fanno gioco di squadra. Non serve a nulla, non vedo e non sento
nessuno. In Procura rimangono inavvicinabili. Però ricevono, quasi ogni giorno,
i miei verbali. 

All’inizio
del 1997 la
Commissione Stragi, per conoscere, nei limiti del segreto,
quanto di nuovo le è utile per  stendere
la sua relazione, dopo aver sentito me e altri colleghi di  diverse città, convoca anche D’Ambrosio e il suo
sostituto [5].
Taccio  sull’audizione di quest’ultimo
che, almeno nella sua parte qualificante, è quasi solo una sequenza di attacchi
personali contro di me e gli investigatori del R.O.S e non credo che una
Commissione bicamerale l’avesse convocata a Roma per sentire una requisitoria
senza contraddittorio. Ma d’Ambrosio non è da meno. Racconta ben poco di quanto
può interessare la
Commissione, si limita rievocare le sue indagini degli ’70,
certo già note a chi lo ascolta. 

In
compenso attacca a fondo il Giudice Istruttore, delegittima in pubblico il suo
lavoro[6] pur
avendo presenziato ad un solo suo interrogatorio in tanti anni e nemmeno per
intero. In pratica colpisce un uomo già a terra, per il quale il suo potente
ufficio ha sollecitato il trasferimento per “incompatibilità ambientale”.

Per
fare ciò trasforma stranamente in atti provenienti da Catanzaro, sede in cui su
piazza Fontana non si indaga più da 15 anni, quelli arrivati dal Giudice
Istruttore di Milano e dal Giudice Istruttore Mastelloni di Venezia nel 1991 e
che avevano dato origine al fascicolo finito in archivio. Si mostra un insolito
e tardivo sostenitore della competenza di Catanzaro, affermando che le indagini
che stava facendo il Giudice Istruttore dovevano invece essere svolte in quella
lontana sede in cui nei bui anni ‘70 era stato dirottato il processo. Afferma,
circostanza mai sostenuta nemmeno dai difensori degli imputati, che il Giudice Istruttore
compie atti nulli e che possono “nuocere” e  “inquinare”,  senza una parola invece sulle centinaia di
verbali che il suo Ufficio ha ricevuto e sta ricevendo da lui e sta
utilizzando.

Afferma,
davanti ad un’osservazione un po’ stupita dal presidente Pellegrino che invece
ha apprezzato i risultati del Giudice Istruttore, che tra il lavoro dei due uffici
non ci sono nemmeno “connessioni” come se il fascicolo aperto in Procura nel
1995 non fosse composto quasi per intero da atti che vengono da quel Giudice e
come se testi e imputati non fossero gli stessi.

Attribuisce
alla sua Procura il recente ritrovamento dell’archivio dell’Ufficio Affari
Riservati occultato a Roma in una caserma di via Appia, archivio invece venuto
alla luce grazie alle ricerche del consulente del Giudice Istruttore, lo
storico Aldo Giannuli.

Soprattutto
critica con forza l’ipotesi stessa che nel progetto che ha portato alla strage
di piazza Fontana e negli eventi della strategia della tensione possa esservi
stato, anche solo nel ruolo di osservatore interessato, l’intervento dei
Servizi segreti statunitensi: il Giudice Istruttore, dice, “guarda lontano per non vedere vicino”, come se guardare alle
stragi nel loro contesto internazionale fosse una deviazione dello sguardo e si
potesse cancellare con una battuta il racconto di Digilio sulla
“cobelligeranza” in Veneto tra gli ordinovisti e gli agenti delle basi militari
statunitensi.

Come
se quelle che in modo semplicistico si possono chiamare “pista interna” e
“pista esterna” fossero in opposizione e non si ponessero invece in rapporto di
complementarità. Come alla fine, in anni più recenti, dal suo esilio in Sud-africa,
ha riconosciuto anche il gen. Maletti : i Servizi segreti italiani, di cui era
stato uno dei responsabili, non si muovevano all’epoca se non d’intesa con
quelli del potente alleato atlantico.

Non
so se le parole di D’Ambrosio fossero in rapporto di causa effetto o solo in
piena assonanza con alcune sensibilità politiche del momento. Di certo, sin
dall’inizio della sua carriera egli era più che buoni rapporti, saltando anche
il “passaggio” di Magistratura Democratica, con funzionari della federazione
milanese del PCI. E una carriera seguita, non dimentichiamolo, per ben due
legislature da un seggio di senatore per il PD.
 
Quello
che ricordo bene è che nella fase tra il 1994 e il 1996 il quotidiano L’Unità
era tra quelli che trattava nei suoi articoli quasi con sufficienza le nuove
indagini su piazza Fontana ripartite a Milano e mostrava di dar credito e
fingeva di non capire il significato delle iniziative di Casson. Ed era stato
proprio un componente del CSM scelto dai DS, il prof. Giovanni Fiandaca a
mettere la sua firma sotto l’atto di accusa per incompatibilità ambientale
contro di me, cioè sul tentativo di farmi trasferire con la forza lontano da
Milano.

Forse
in quel momento una possibile verità sulla strage di piazza Fontana non era più
politicamente spendibile. Nel 1996 infatti l’ex-PCI era entrato per la prima
volta nel governo e probabilmente non aveva interesse a rivangare il passato e
soprattutto a confrontarsi con un’indagine nella quale si cominciavano a
scoprire i rapporti esistiti tra Ordine Nuovo e gli alleati statunitensi, cioè
il soggetto dinanzi al quale l’ex-PCI si stava legittimando come credibile
forza di governo in Italia.

Ciò
non escludeva, nemmeno quel momento, la politica è anche questo, che piazza
Fontana potesse ritornare, anche se a indagini concluse, un cavallo di
battaglia.

Infatti
4 anni dopo, nel 2000, il gruppo DS alla Commissione Stragi con una lunghissima
relazione subito resa pubblica  condividerà
in modo quasi entusiastico e farà propri i risultati e gli scenari delle mie
indagini. Un recupero tardivo dettato dal fatto che, paventando la sconfitta
alle vicine elezioni politiche, sconfitta che infatti si verificherà, di nuovo piazza
Fontana poteva tornare utile nello scontro politico.

Chi
è arrivato sino a  queste righe può
sentirsi urtato da quanto ha letto. Collide con narrazioni consolidate,  i cattivi Servizi, gli inquirenti solo bravi,
in cui i ruoli di ciascuno, chi cercava e chi non cercava la verità, sono ben
definiti e indiscutibili. Queste righe rivelano episodi ignorati, su cui si è
sempre taciuto, pongono dubbi che sembrerebbero improponibili. 

Prima
di rifiutare per principio qualcosa di diverso da quanto ha sempre sentito, di
diverso dalla “verità organizzata”, rifletta però chi legge su quanto ha
scritto un grande pensatore indiano del secolo scorso “la verità è una terra
senza sentieri”. Tutto il resto viene di conseguenza.

Questa
è la storia. Il resto, reso verità ufficiale e immutabile dalla sproporzione di
forze tra chi scrive e il pensiero unico e il politicamente corretto del mondo
dell’”informazione”, è quasi solo apologia. 

Non
sarebbe giusto dimenticare il lavoro di D’Ambrosio nella prima indagine,
condotto nella non facile situazione degli anni ‘70, sarebbe cadere nello
stesso errore che egli ha fatto con me, senza vantaggi per nessuno e in danno
della verità. D’Ambrosio ha avuto, soprattutto, il merito di far venire alla luce
l’intreccio tra l’agente del SID Guido Giannettini e la cellula ordinovista di
Padova. Ricordando però quanto,  anche di
più e prima di lui, hanno fatto i magistrati veneti Stiz e Calogero. 
Solo grazie alle loro indagini a Treviso e a Padova è stata imboccata la
pista di Freda e Ventura. Sono stati quasi dimenticati perché non hanno goduto,
o forse non voluto, meno platea e meno pubblicità rispetto alla piazza milanese
ma senza di loro per Piazza Fontana sarebbe stato giudicato solo  Pietro Valpreda. 

Per
D’Ambrosio l’indagine milanese degli anni ‘90 sulla strage, quella che anche
senza condanne ha dato una definitiva paternità storica e politica alla strage,
non è mai esistita o quasi. Non le ha dedicato nemmeno una riga nel suo libro
di memorie “La Giustizia ingiusta” pubblicato
nel 2005 dopo aver lasciato la magistratura ed essere passato alla politica né
in una delle sue centinaia di interviste alla stampa, tra cui le tante
sull’Unità al suo agiografo Ibio Paolucci. 

Io
al contrario, anche per lasciare memoria di quanto avvenuto, quella “memoria”
di cui si parla tanto e anche a sproposito, ho scritto e non poco, e non lo
avrei fatto in modo così netto e mio rischio se non fosse vero, degli ostacoli,
autentici massi, posti da alcune Procure sulla strada delle indagini su Piazza
Fontana e anche , di riflesso, delle indagini riaperte negli anni ’90 sulle
altre stragi. 

L’ho
chiamato, addirittura, “autodepistaggio”, fatto dalla magistratura in danno di
sé stessa o, meglio, della verità.

E
ho parlato del ruolo, non secondario, di Gerardo D’Ambrosio nel mio saggio  pubblicato nel volume collettivo “Piazza Fontana, 43 anni dopo” edito da
Mimesis nel 2012 e nel mio libro “Office
at night, appunti non ortodossi di un Giudice ”
uscito nel 2013.

Anche
per chiedere, tanti anni dopo il fischio finale dell’arbitro che ha chiuso la
partita, una risposta, una spiegazione del suo comportamento. 

Non
l’ho avuta  e non l’avrò mai.

 

Guido Salvini

già Giudice Istruttore a Milano

Guido Salvini
[1] Dissidio che avrebbe
ovviamente imposto al sostituto veneziano di astenersi dal condurre quella
“indagine”.
 
[2] Può essere difficile credere che in un’importante
Procura e ad opera di un magistrato molto noto sia avvenuta una deformità
giudiziaria simile agli animali con le testa d’aquila e il corpo di leone dei
bestiari medioevali. Spiego quindi cosa è accaduto.
Nello
stesso  procedimento 4399595 Rgnr ,di
cui conservo copia degli atti, aperto nei confronti dell’ordinovista veneziano
Marco Morin accusato di associazione con finalità di terrorismo e nei confronti
del gen. Serravalle , ufficiale di Gladio e di altre tre persone accusate, con
scarsa consistenza ( e infatti poi archiviate), di concorso nella strage di
Peteano, furono iscritti nel novembre 1995 dal dr. Casson anche il Giudice
Istruttore di Milano e l’ufficiale di pg Massimo Giraudo del R.O.S. per abuso
di atti di ufficio  nei confronti di
Carlo Maria Maggi, loro principale indagato. Finirono quindi in una indagine
per associazione terroristica e per una strage avvenuta oltre 20 anni prima. Vi
è da chiedersi se all’epoca vi fosse  a
Venezia un Procuratore Capo che controllasse le azioni del suo sostituto, il
dr. Casson, ormai da molti anni, lasciata la toga, passato al ruolo di senatore
del PD con incarichi nel campo della giustizia, come D’Ambrosio.
L’iscrizione
del Giudice e dell’ufficiale del R.O.S. in un’indagine per terrorismo, comprendente
anche ordinovisti, oltre a screditare il lavoro degli “indagati”, serviva con
ogni probabilità a disporre del termine di almeno due anni, previsto in simili
casi, per tenere aperto il fascicolo e paralizzare così le indagini milanesi.
 
[3] La mia prima lettera a
Gerardo D’Ambrosio con cui lo sollecitavo a trasmettere le intercettazioni
porta la data 26 agosto 1996.
 
[4] La
lettera di D’Ambrosio è del 12 marzo 1996. La mia, rimasta senza risposta è del
19 marzo 1996.
 
[5] L’audizione
a Palazzo S. Macuto si svolge il 17 gennaio 1997.
 
[6] Così lo
percepiscono le agenzie e la stampa del giorno successivo che dell’audizione
riporteranno quasi esclusivamente che D’Ambrosio ha cercato di “affondare”
Salvini e di demolirne l’attività di indagine.
2 Comments
  1. Sui timer di piazza Fontana, molto interessante il paragrafo dell'articolo di Barbacetto "Il senatore a pile":
    http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/De%20Eccher.html

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