All’origine della controversia su Fenestrelle: Fulvio Izzo e “I lager dei Savoia”

All’origine della controversia su Fenestrelle: Fulvio Izzo e “I lager dei Savoia”

La
controversia sulla – tristemente nota – fortezza di Fenestrelle tra Alessandro Barbero
e i neo-borbonici. Il prof. Alessandro Barbero, noto medievista, ha scritto
un saggio[1] contro
il revisionismo risorgimentale che ha suscitato la veemente reazione dei cultori
della storia patria duosiciliana (tra i quali, appunto, gli esponenti del
movimento neo-borbonico). Per il professore piemontese, Fenestrelle NON fu un
lager e i soldati del disciolto esercito napoletano che, all’indomani dell’unità
d’Italia, vi vennero deportati NON furono oggetto di un programma di
annientamento (a differenza di quanto sostenuto da diversi revisionisti del
Risorgimento). In sostanza, per Barbero i napoletani deportati nelle fortezze e
nei campi d’internamento piemontesi non
hanno diritto alla qualifica di “sterminati”, mentre i giudei che vennero
deportati nelle fortezze e nei campi d’internamento nazionalsocialisti, sì.
Questo
il succo, questa la “morale della favola” che emerge dal discorso di Barbero[2]
(come si desume dalla “sfida” con il prof. Gennaro
De Crescenzo
visibile qui: http://www.youtube.com/watch?v=7k3lR5JWdE8
). Rammento tutto ciò perché mi è capitato, giorni fa, di ritrovare, tra alcune
vecchie carte, un’intervista di quasi 15 anni fa – pubblicata sulla rivista DUE
SICILIE[3] – a Fulvio Izzo, che è lo storico e
scrittore grazie al quale si è tornato a parlare di Fenestrelle in epoca
recente. Izzo è infatti l’autore del pionieristico studio I LAGER DEI SAVOIA, pubblicato
nel 1999 da Controcorrente, da cui in fondo nasce l’attuale controversia. Il libro
in questione, nonostante la roboante grafica della sua veste editoriale, è uno
studio serio e documentato e diversi osservatori, anche non neoborbonici, se ne
sono accorti (ne trovate un attestato qui:  http://www.edizionitrabant.it/ilrefuso/fulvio-izzo-i-lager-dei-savoia/
). Ecco quindi l’intervista a Izzo del 1999, seguita dal molto più recente servizio
RAI su Fenestrelle (in due parti) in cui è possibile sentire le opinioni di
vari storici (tra cui lo stesso Izzo):

La fortezza di Fenestrelle
 
INTERVISTA ESCLUSIVA A FULVIO IZZO, L’AUTORE DE “I LAGER DEI SAVOIA”

L’opera, pubblicata per le edizioni
CONTROCORRENTE (80132
Napoli, via Carlo De Cesare, 11telefono
081.421349), è  un
pregevole studio sulle vessazioni che subirono i soldati borbonici e pontifici
all’indomani della conquista del Regno delle Due Sicilie nel 1861. Il libro,
frutto di una meticolosa ricerca e di un puntiglioso accertamento della verità
storica degli avvenimenti, rende soprattutto evidenti le mistificazioni del
cosiddetto Risorgimento, che, ingannando per 140 anni in modo veramente
perverso i giovani meridionali, li ha costretti perfino a rinnegare la propria
memoria storica.
Un pesante e vile muro di silenzio
è stato, infatti, eretto attorno alle vere vicende della conquista del Regno
delle Due Sicilie ed ai lunghissimi e tragici anni della resistenza meridionale
contro gli invasori piemontesi, facendo sparire ogni documentazione, fatto che,
da solo, prova di che pasta erano fatti i Savoia e i loro ascari. In realtà
quello che è chiamato “Risorgimento” non è stato altro che una vile
menzogna per nascondere quella che era una guerra di aggressione contro il
libero, pacifico e progredito Stato delle Due Sicilie, che con perfidia, per
giustificarne l’invasione, fu descritto come arretrato, oppresso dai Borbone,
anelante della “libertà piemontese”. Da aggiungere che molti
scrittori, soprattutto prezzolati e vendutisi a quei ladri ed assassini
invasori, descrissero la situazione dei Territori Duosicilianidopoche vi era
stata la devastazione piemontese, attribuendo all’amministrazione borbonica le
pessime condizioni sociali ed economiche in cui erano state ridotte le Due
Sicilie. Questa falsificazione della storia, per il fatto che continua ancora
oggi ad essere insegnata nelle scuole, oltre ad essere la prova evidentissima
che il Sud è sempre trattato come una
colonia del nord,
è particolarmente spregevole e deve spingere noi tutti a
diffondere la verità di queste vicende, che continuano a offendere la nostra
dignità e la memoria di quanti si sono eroicamente immolati per difendere
quella libertà che non abbiamo più e che
dobbiamo assolutamente riprenderci.
a.p.

Il suo volume racconta dei campi di concentramento piemontesi in cui
furono deportati i soldati napoletani nel corso e alla fine della guerra per la
conquista del Regno di Napoli. Prima di inoltrarci nell’argomento, le chiedo:
ma è vero che questo esercito napoletano, nel 1860, dimostrò di essere solo un
esercito da parata?
A dirla con il De
Sivo, l’esercito napoletano aveva “soldati bravi, buoni sottuffìziali, mediocri
uffizioli, mediocrissimi colonnelli e generali di nessuna bontà”. Da Calatafimi
a Napoli, tutta la campagna di guerra è punteggiata da un ripetersi in­cessante
di episodi di corruzione e tradimenti. Ormai gran parte della nobiltà e della
borghesia, classi a cui apparteneva l’alta ufficialità, passa dalla parte del
più forte, avendo intuito e capito che l’impresa unitaria offriva rinnovata
possibilità di lucro e di potere. L’esercito napoletano mostra il suo valore e
le sue potenzialità quando finalmente si libera degli opportu­nisti e dei
voltagabbana. Quando Francesco II lascia Napoli e si ritira a Gaeta, la “chiamata alle bandiere” per la estrema difesa del Regno sulla linea
del Volturno vede affluire volon­tariamente, nonostante le enormi difficoltà
dei collegamenti, il 75% delle truppe di linea che si batteranno con grande
dignità sino alla fine. Come riferisce Harold Acton, all’inizio Garibal­di,
rimasto piacevolmente sorpreso avendo visto l’esercito napoletano crollare con
tanta prontezza, era ottimista in merito al progetto di sconfiggere o
convertire i suoi ultimi resti. L’idea che il soldato semplice potesse ancora
mantenere in sé un solido retaggio di fedeltà al Sovrano non gli era neanche
passata per la mente.

A quanto pare questa fedeltà sarà più solida
della prigionia. Ma procediamo per gradi. Perché questi campi di concentramento
sono impiantati in Piemonte?

In verità i soldati napoletani fatti
prigionieri durante la Cam­pagna del 1860/61 non potevano essere tenuti
concentrati nello stesso Meridione; bisognava evitare il contatto con le
popolazioni rimaste in gran parte devote ai Borbone, che già iniziavano ad
organizzare la guerriglia, e quindi scoraggiare l’adesione e lo spontaneo
contributo alla resistenza armata. Era necessario, tra l’altro, fiaccarne poi
il morale, tenendoli lontanissimi dalla propria terra, in zone fredde a cui non
era­no abituati e costringerli alla collaborazione. Si allestirono, così, i due
campi di Fenestrelle e S. Maurizio vicino Torino; ve ne furono anche altri, ma
questi due rimasero i più grossi ed i più importanti. Le deportazioni cominciarono
già nel di­cembre del 1860: alla fine di gennaio 1861 i soldati concen­trati
nei campi del nord sono 24.000 e nel settembre dello stesso anno ammontano a
32.000.

Finita la guerra che sorte fu riservata a
questi sventurati?
Cessato lo stato di belligeranza, per essi
cessa lo status di prigionieri di guerra, ma inizia l’arruolamento forzato
nelle fila dell’esercito piemontese. I sottufficiali ed i militari di truppa si
rifiutano in massa di passare nell’esercito “italiano”, per cui si dà inizio ad
una leva forzata e ad una situazione di commistione tra prigionia e leva
vigilata. In sostanza nei campi rimangono tutti coloro che rifiutano
l’assimilazione nei ranghi del nuovo esercito unitario e vi si aggiungono i
nuovi coscritti recalcitranti e pericolosi o i renitenti arrestati. Vengono
sottoposti ad una sorta di “rieducazione” e tenuti senz’armi in “rigida disciplina, finché si correggano
e diventino idonei al servizio”.
I  campi sono sorvegliati da diversi battaglioni
di bersaglieri, squadroni di cavalleria e batterie di cannoni.
Da quanto lei scrive, le condizioni di
questi campi non erano delle migliori …
Sì. Non solo le
condizioni, ma anche il trattamento furono dei più duri. I disagi, gli stenti
ed i patimenti sono descritti nelle fonti dell’epoca, fedelmente riportate nel
volume. Durante il viaggio per il nord sono percossi, derubati, maltrattati,
lascia­ti al ludibrio degli esagitati; una volta giunti nei campi sono
volutamente tenuti laceri, affamati e vengono ricattati e co­stretti a condizioni
di vita da veri e propri schiavi. Lo scopo era quello di fiaccare la loro
resistenza. Ma quasi tutti prefe­riranno languire in questo stato, rifiutando
qualsiasi collaborazione, anzi daranno vita a ribellioni e ammutinamenti. Quel­li
che riescono a fuggire vanno ad ingrossare i ranghi del “Brigantaggio”.

A proposito di fonti dell’epoca, può
illustrarci le basi su cui ha condotto la sua ricerca?

Tutto il lavoro è
rigorosamente fondato su documenti di ar­chivio; qualsiasi riferimento, anche
il più insignificante, ha il suo riscontro documentale. Le ricerche le ho
effettuate presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore deII’Eser­cito,
l’Archivio Centrale dello Stato, altri Archivi Provinciali dello Stato e sui
giornali dell’epoca. In merito va detto però che, nel caso di specie, la
memoria è quasi del tutto cancella­ta. Non parliamo poi della cultura
ufficiale. Ma questa è la so­lita storia …
Che intende dire?

Nei confronti della
storia del Sud (dei Borbone, del Bri­gantaggio politico antipiemontese, delle
deportazioni e di tutto ciò che, tout court, possiamo chiamare
antirisorgimento) emerge un quadro di forzature e omissioni che è
caratteristico delle tecniche e dei sistemi del “pensiero unico”. Chi non si
colloca nel campo di legittimazione del sistema liberal-borghese viene
semplicemente escluso attraverso il silenzio e la cancellazione anche dagli
archivi.

Si verifica una specie di disparità della
memoria storica?
È proprio così. E
quello che è avvenuto per gli Stati di antico regime. Sono rimasti in piedi
solo alcuni stereotipi quali l’inettitudine e l’incapacità delle dinastie,
l’ignoranza e la superstizione del popolo, sono state fatte alcune
ricostruzioni caricaturali e poi il tutto è stato consegnato all’unidimensionalità
storiografica e ne sono scaturiti alcuni luoghi comuni duri a morire, anzi
divenuti verità assolute senza più necessità di dimostrazione. Come esempio
sottomano, pensi al coro per la “repubblica partenopea” del 1799. Questa è la
vulgata della cultura ufficiale. Vi sono, è vero, studi scientificamente seri,
ma per lo più hanno una diffusione solo a livello specialistico.
La sua è, quindi, un’opera di revisione
storica? Si sente, lei, di far parte della schiera dei cosiddetti storici
revisionisti?

Guardi, lo storico
non ha bisogno di aggettivazioni; compito essenziale di chi si interessa di
storia è quello di scoprire e capire come realmente andarono le cose,
analizzando i documenti, i fatti e le interrelazioni. Lo storico è tale se
rispetta il princìpio dell’avalutabilità nel momento in cui va a raccogliere i
dati, a compiere ricognizioni sui documenti. A dirla con Nolte, compito dello
storico è quello di opporsi alla tendenza emotiva a solidificare le differenze,
a dissolvere i contesti e ad escludere l’altra parte da ogni considerazione:
per rendere un buon servizio alla scienza storica, bisogna essere sempre pronti
a rivedere se stessi. E ciò, soprattutto per questo periodo storico è stato
fatto raramente. Solo storicizzando e tematizzando i problemi è possibile
affrontare gli accadimenti con serenità, al di là delle ossessioni oleografiche
e delle preoccupazioni pedagogico-popolari. Tutto ciò non significa non
schierarsi: significa che l’onestà e la serietà intellettuale impongono che
ogni valutazione sia preceduta da una analisi meditata e documentata, allo storico
autentico si chiedono l’avalutabilità e la serietà della ricerca; che poi i
suoi giudizi e le sue valutazioni possano avere una ricaduta “politica”, è cosa
assolutamente possibile e normale.

Dopo questa digressione ritorniamo ai
soldati napoletani; come si spiega questo testardo attaccamento alla causa dei
Borbone che poi si ritrova anche nella popolazione civile?
Scriveva Francesco
Saverio Nitti che le masse napoletane delle Due Sicilie, da Ferdinando IV in
poi, tutte le volte che hanno dovuto scegliere tra la monarchia napoletana e la
straniera, tra il Re e i liberali, sono state sempre per il Re: nel 1799, nel
1829, nel 1848 e nel 1860. Ciò trova la sua spiegazione in due ordini di
fattori ben precisi e correlati tra di loro: da una parte una forte emozione di
fondo molto più importante dei calcoli, e, dall’altra, il preciso sentore –
sintomaticamente avvertito dai ceti popolari – che ogni volta si stava
profilando un grande imbroglio e che tutto ciò portava alla perdita
dell’indipendenza. Il diario di un soldato calabrese, da me ritrovato e
pubblicato in appendice, nella sua semplicità è estremamente rappresentativo di
questi sentimenti. Nel 1860 l’inganno garibaldino si consuma nello spazio di
pochi giorni: le promesse equivoche, i decreti demagogici, la maschera
populista e rivoluzionaria cadono immediatamente, rivelando il vero volto della
rivoluzione unitaria ed assai presto si chiariscono i termini della faccenda:
“Garibaldi rappresentava – come dice Denis Mack Smith – il più religioso
sostegno della proprietà”.

Il suo studio è andato oltre i primi anni
dell’unità ed ha indagato anche sul sistema carcerario del nuovo Stato. Che
cosa ha scoperto?

Il sistema
concentrazionario del governo italiano va aldilà dei momenti di eccezione e
della guerra civile. La pianificazione dell’arbitrio e della violenza da parte
della rivoluzione borghese si protrae nei decenni successivi e dà vita ad un
clima di repressione e ad un universo concentrazionario così disumano da far
impallidire quell’apparato borbonico che tanto scandalizzò lord Gladstone.
Basti pensare che fino all’inizio del nuovo secolo saranno proclamati dieci
stati d’assedio. Le condizioni delle carceri nella nuova Italia sono disperate:
mancano le cose più elementari per la sopravvivenza. Nel 1864 il deputato Macchi
così riferisce alla Camera: «lo stato delle prigioni è tale che veramente fa
raccapriccio». Nel 1868 il Times
definirà l’apparato carcerario italiano «turpe, immondo, feroce, barbaro e
infame». Nel libro sono riportate le descrizioni di alcune torture che
giornalmente venivano inferte ai reclusi.
E nel frattempo che fine hanno fatto i
soldati e i civili ancora refrattari al nuovo regime?
Verso la fine degli
armi sessanta le sacche politiche di resi­stenza danno ancora preoccupazione al
governo unitario tan­to che il presidente del consiglio, on. Menabrea, nel 1868
prende contatti col Governo Argentino per istituire in Patago­nia una colonia
penale al fine di deportarvi gli ufficiali, i sol­dati borbonici e i civili
ancora prigionieri. In proposito ho ri­trovato alcune corrispondenze
diplomatiche. Per fortuna non se ne farà niente, grazie al rifiuto argentino,
ma col passare del tempo le tecniche per soffocare il dissenso si affinano e la
soluzione finale, più pulita, è quella di costringere le genti del Sud
all’emigrazione. Le popolazioni meridionali sconfitte e colonizzate non avevano
che tre vie d’uscita: rassegnarsi alla miseria, continuare nella ribellione o
lasciare la propria ter­ra: la prima ipotesi non era possibile, la
ribellione era stata stroncata, altro non rimaneva che battere la via
dell’oceano.
Così la questione meridionale fa il suo
ingresso ufficiale nella storia della nazione. Il lungo viaggio nell’universo
concentrazionario piemontese (come lo definisce lei) è ormai concluso, resta
però ancora un interrogativo generale di fondo: come è possibile che nel giro
di soli cinque mesi, il sistema borbonico crolli verticalmente e si dissolva
tutto.
Alla domanda non può
rispondersi con solo qualche battuta, il problema è complesso. Limitandoci a poche
parole, innanzitutto non va dimenticato che tutta la storia del XVIII e XIX
secolo è in effetti la storia di una lotta tra gli assedianti, che sapevano
bene quello che facevano, e gli assediati, che non si rendevano conto di quanto
accadeva. Ci furono problemi di tradimenti, di impreparazione, insomma
contingenti (e continueranno gli storici a dibatterne), ma la chiave di lettura
è tutta, metapoliticamente, da rinvenirsi nella irruzione violenta della
modernità – intesa come categoria antropologica del pensare – incarnata
nell’ideologia borghese, illuminista e razionalista, che “rompe il tempo” ed
entra in contrapposizione frontale con i valori della Tradizione. L’assoluta
incompatibilità tra questi due principi era giunta a scadenza storica. La
partita sembrò allora essere risolta, ma oggi, alle soglie del terzo millennio,
riaffiora da parte della modernità una incapacità di tenuta che le fa perdere
molto della sua spavalda sicurezza.
 
FENESTRELLE – I LAGER DEI SAVOIA (PARTE 1/2)

 
FENESTRELLE – I LAGER DEI SAVOIA (PARTE 2/2)
 
 

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