La doppia bomba di Piazza Fontana nella perizia del generale Termentini

La doppia bomba di Piazza Fontana nella perizia del generale Termentini

Avendo constatato come l’offensiva mediatica dei giorni scorsi contro il libro di Paolo Cucchiarelli Il segreto di
Piazza Fontana
– giunto alla seconda edizione – e contro le tesi esposte nel libro (a
cominciare da quella sulla doppia bomba) abbia già prodotto rilevanti effetti
disinformativi (impressionanti certi commenti su Facebook sulla presunta
insostenibilità della detta tesi a causa del fatto che i testimoni d’epoca
non sentirono due distinte esplosioni
) ritengo utile riprodurre qui le prime quattro
pagine della perizia del generale di brigata Fernando Termentini[1] pubblicata nelle appendici del libro di
Cucchiarelli (il mio riferimento è alla prima edizione, pp. 627-630). Non a
caso, infatti, i tanti soloni che sui corporate media denigrano il libro di
Cucchiarelli si guardano bene dal citare (e ancor meno dal confutare) la detta
perizia, che costituisce il solido terreno tecnico cui approda la felice
intuizione del giornalista. Gli interessati potranno leggere le pagine
conclusive della perizia acquistando il libro (che peraltro merita di essere
letto per intero, al di là dei pur cruciali aspetti tecnici).   
Nota
tecnica di valutazione dei fatti connessi a Piazza Fontana
di Fernando Termentini
Eseguire atti peritali non è mai semplice, i risultati non sono
mai assolutamente certi neppure se si agisce a «scena calda» e, nei casi più
complessi, c’è un significativo margine di errore anche per dati ricavati da
analisi di laboratorio. A maggior ragione, l’imprecisione aumenta se l’analisi
è svilup­pata sulla base di valutazioni e conclusioni già consolidate, e
procedendo solo attraverso la lettura e l’esame di documenti – spesso neppure
esaustivi – redatti molti anni prima. Nella fattispecie, centinaia sono le
pagine di atti peritali, svolti da perso­ne diverse e in tempi differenti, con
approcci e metodi talvolta non sistema­tici e, quindi, con risultati non sempre
inconfutabili. Sono trascorsi quasi quarant’anni dagli avvenimenti, durante i
quali ci sono stati moltissimi atti di giudizio spesso contrastanti tra loro.
Per diminuire, quindi, il margine di errore e tentare di individuare quella che
potrebbe essere chiamata « un’altra verità», ho cercato di sviluppare un esame
comparativo. Nel farlo, ho ri­spettato una logica peritale che si richiamasse a
un processo analitico, e mi sono basato su elementi comunque condivisibili sul
piano teorico.
Mi
sono attenuto ai dati ricavati da precedenti perizie ufficiali, ma cerc­ando di
esprimere le mie valutazioni a prescindere da qualsiasi pur possibile
condizionamento. Tra i dati, ho selezionato quelli che fossero caratterizzati
da contenuti tecnici coerenti con le procedure di utilizzazione degli esplosivi
e con la detonica in generale. Ho scelto pochi elementi, a mio avvi­so
fondamentali, parte dei quali diversi da quelli che le precedenti perizie hanno
proposto in prima approssimazione come basilari.
Per
configurare la dinamica di quanto è accaduto, sono parametri essenziali:
·        
La tipologia degli effetti prodotti;
·        
L’odore di mandorle amare e di binitrotoluolo sul sito;
·        
I possibili sistemi di attivazione utilizzati;
·        
la presenza di reperti di miccia a lenta combustione.
L’effetto distruttivo di
un’esplosione consente di farsi un’idea piuttosto precisa sul tipo di esplosivo
e sulla probabile quantità impiegata. Si tratta di un’analisi
deduttiva che tiene conto di molti parametri, alcuni dati, altri ipotizzabili
ma difficilmente configurabili con esattezza. Ne consegue che sempre – e in
particolare in questo caso – proporre le conclusioni come assolutamente certe
potrebbe essere azzardato. Piuttosto penso di proporre esiti verosimili
e condivisibili almeno sul piano tecnico.                                                                                        
Le conclusioni a cui giungono le
varie perizie svolte sui fatti in argomento affermano che l’ordigno inesploso
ritrovato alla Banca commerciale e l’attentato alla Banca nazionale
dell’agricoltura BNA)
a Milano, e gli attentati alla
BNL e
all’Altare della Patria a Roma sono riconducibili a una logistica comune
per quanto attiene ai materiali inerti e forse anche all’esplosivo utilizzato. Tuttavia, le
stesse perizie possono anche portare ad affermare che alla
BNA di
Milano è avvenuto forse qualcosa di diverso.
 
 

Infatti, i danni provocati dall’esplosione vanno in questo caso
ben oltre
quelli causati negli altri attentati. Nelle precedenti conclusioni
peritali, quest’evidenza non traspare in modo
inequivocabile e in tutta la fondatezza dei contenuti.
Se però si leggono gli effetti registrati con un approccio tecnico puro,
non condizionato da vincoli di sorta e sviluppato su trecentosessanta gradi, si
possono proporre ipotesi diverse da quelle ormai consolidate. A tale riguardo e
seppure con le dovute cautele, possiamo affermare che i danni alle
persone e alle cose provocati a Milano sono conseguenti ad una carica molto
superiore a quella delle conclusioni peritali.
I danni provocati e l’intasamento  
La quantità di esplosivo stimata a suo tempo fu calcolata sulla
base di «simulazioni operative» dettagliate. Queste simulazioni però furono
sviluppate con un approccio che – seppure condivisibile sul piano teorico – appare
sotteso da presupposti discutibili. In particolare, per calcolare la possibile
quantità di esplosivo atta a produrre i danni di fatto causati, sono stati applicati
i coefficienti propri alle cariche intasate: ma tali parametri non sono coerenti con cariche posizionate
all’aria e semplicemente poggiate sull’obietti­vo, come è avvenuto in tutti gli
attentati.
 

Una carica è intasata quando è coperta da strati di materiale inerte
consi­stente, come sabbia, terra o acqua: condizioni assolutamente differenti
da quelle che può determinare una valigia, seppure chiusa, e/o un contenitore
come quello usato in occasione degli attentati (cassetta metallica Juwel). 
 

La copertura del materiale intasante esercita nei confronti dei
gas pro­dotti dall’esplosione una forte resistenza, superiore a quella opposta
da in­volucri poco consistenti. Comprimendo il volume dei gas contenuti, il con­tenitore
causa un aumento del «fattore di pressione». In sintesi, quindi, il materiale
inerte utilizzato in un intasamento deve essere un valido ostacolo
all’espandersi dell’onda esplosiva, rappresentando un fattore incrementale
della pressione che si sviluppa all’atto di un’esplosione. Nel momento in cui il
materiale intasante si disgrega, l’onda esplosiva subisce un’improvvisa ac­celerazione
cinetica con un conseguente incremento degli effetti. Ciò vuol dire che a
parità della quantità e del tipo di esplosivo utilizzato, l’intasamen­to esalta
il potere dirompente della carica. E ciò che avviene quando il de­flusso
dell’acqua di un’onda di piena è fermato da un tappo che ostruisce il decorso:
alla frantumazione del tappo l’onda accelera improvvisamente. 
 

Nel caso specifico i contenitori (valigia e cassetta metallica) non possono essere considerati valido elemento di intasamento, per cui
i danni che di fatto sono stati prodotti dall’esplosione non possono essere
riferiti al processo di compressione descritto, detto di « borraggio ». Piuttosto, essi vanno attri­buiti a una maggiore
quantità di esplosivo rispetto a quello periziato. 
 

Valutando gli effetti provocati, seppure unicamente attraverso
l’esame delle fotografie dell’epoca ora disponibili, risultano meritevoli di
interesse la dimensione del cratere provocato dall’esplosione, i danni prodotti
al pavimento e quelli portati alle strutture del salone della BNA (rottura
della pia­llatura di copertura, rottura della soletta di cemento e anche di
parte dell’armatura della struttura in calcestruzzo armato). 

Quantificando tali danni, e rapportandoli al raggio di efficacia
dell’ordi­to e al numero di vittime provocato, sono portato a ipotizzare che
sia esplosa una carica di peso ragguardevole: presumibilmente non meno di sei chilogrammi, di una sostanza di
potenziale esplosivo pari a quello della gelati­na dinamite.
 

Una quantità di sei chilogrammi però non è sicuramente congrua al
volume libero dei contenitori utilizzati: la scatola metallica Juwel aveva
misure esterne di 30 x 24 x 9 centimetri, cui va sottratto lo spessore delle
pareti metalliche, e lo spazio occupato da timer, pile di alimentazione,
detonatore ecc. La capienza utile rimanente per ospitare i candelotti esplosivi
è tale da non poterne contenere più di circa quattro chilogrammi (consideriamo
qui candelotti cilindrici di gelignite). 
 

Se l’esplosivo coerente con gli
effetti riportati dalle immagini dell’epoca è del cinquanta per cento in più rispetto
a quello stipabile in una Juwel, e se tra i reperti v’è traccia di una sola
cassetta metallica esplosa nel salone della BNA,
ne consegue che probabilmente è avvenuto lo scoppio
contemporaneo
di due cariche, una racchiusa nella scatola Juwel,
all’interno di una valigia, l’altra
– inferiore per peso ma non per potenziale – contenuta semplicemente in un’altra valigia. Una conclusione congrua con i dati, e
forse ad essi più coerente
rispetto ad altre ipotesi formulate. 

Una sovrapposizione di effetti
dovuti alla pressoché contemporanea esplosione
delle due cariche, poste in due contenitori diversi ma a stretto contatto fra loro, avrebbe potuto
causare i danni rappresentati nelle fotografie repertate.            

L’esplosione per influenza e le
tracce del detonatore
 

 

È logico supporre che i due
ordigni siano stati posizionati l’uno vicino all’altro in modo da sfruttare il
fenomeno dell’esplosione per influenza. Affinché questo fosse possibile, le due
cariche esplosive dovevano essere quasi a contatto. Una sarebbe stata azionata
con un sistema di accensione a se stante, mentre l’altra sarebbe stata fatta
esplodere « per simpatia » dalla carica che possiamo definire primaria. Il processo
può essere stato aiutato da un appropriato innesco passivo aggiunto accanto
alla carica secondaria per favorire l’esplosione per influenza. A tale
riguardo, è probabile l’utilizzazione di uno o più detonatori del tipo « a
miccia » con l’involucro di rame, ai tempi dei fatti diffusissimi in ambito civile e militare. Un tale
detonatore avrebbe assicurato e amplificato l’effetto « per simpatia » indotto
dalla carica primaria, all’origine dell’esplosione della seconda. Il rame del
detonatore all’atto dell’esplosione si sarebbe vaporizzato stampando
un’impronta sui resti della scatola Juwel, così come è stato rilevato dai
periti.
 

Le esplosioni delle due cariche
sono avvenute con una differenza di tempo assolutamente insignificante, talmente breve da escludere
qualsiasi possibilità percettiva umana. Nessun testimone avrebbe potuto
distinguere se fossero avvenute due esplosioni piuttosto che una,
perché nessuno sarebbe riuscito a discernere il minimo intervallo di tempo fra
l’esplosione della prima e della seconda.
Il cratere dell’esplosione nel film di Giordana
[1] Dal libro di Cucchiarelli
(p. 627) apprendiamo che “Il dott. Fernando Termentini, generale di brigata
della riserva del Genio dell’Esercito italiano, ha maturato un’esperienza
ventennale nel settore della bonifica degli ordigni esplosivi e delle mine in
varie aree del mondo. È perito balistico presso il Tribunale penale di Roma;
detentore di brevetti NATO nel settore della bonifica mine e ordigni esplosivi;
analista di sistemi informatici; ufficiale addetto alla Difesa NBC in particolare
per quanto attiene la valutazione dei rischi. È autore di studi, manuali e
pubblicazioni in materia di esplosivi, bonifica mine e ordigni esplosivi”.

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