Jean-Marie Boisdefeu: ma perché dunque Sara Atzmon…

Jean-Marie Boisdefeu: ma perché dunque Sara Atzmon…

Sara Atzmon in una foto del 2009
MA PERCHÉ DUNQUE SARA (11 ANNI), IL SUO FRATELLINO E IL SUO (PICCOLO) NIPOTE NON SONO STATI GASATI?[1]
Di Jean-Marie Boisdefeu, 1998
Un colloquio internazionale consacrato a La mémoire d’Auschwitz dans l’art contemporain è stato organizzato a Bruxelles l’11 e il 13 dicembre 1997. Come si vedrà, gli atti del colloquio non sono certamente senza interesse per il ricercatore.[2] Ma, innanzitutto, ricordiamo che, secondo la storia ufficiale, più di 400.000 ebrei ungheresi sono stati deportati ad Auschwitz nell’estate ’44 e gasati per la maggior parte al loro arrivo: è la pagina più sanguinosa della storia di Auschwitz; in generale, d’altronde, gli inabili venivano sistematicamente gasati all’arrivo: tutti lo sanno bene. Ora, uno degli intervenuti a questo colloquio, una pittrice israeliana di nome Sara Gottliner-Atzmon, è una di questi ebrei ungheresi e la versione della storia che ella fornisce nella presentazione della sua opera pittorica[3] non è certamente conforme alla storia ufficiale. Sara è nata a Hajdunas (Ungheria) nel 1933; era la quattordicesima di 15 figli. Quando aveva 9 anni (dunque verso il 1942), suo padre e quattro dei suoi figli vennero inviati in un campo di lavoro. Ma, apparentemente, il padre – almeno – ne fu liberato perché nel 1944 venne inviato con « la famiglia » ad Auschwitz. Sara aveva dunque 11 anni e uno dei suoi fratelli e sorelle era anche più giovane, per non parlare di un nipote di tenera età e di altri fratelli e sorelle che non dovevano essere molto più grandi di lei (la mamma aveva solo 44 anni): eppure costoro non furono gasati; di solito, i bambini sopravvissuti spiegano il fatto in un modo o nell’altro: per esempio, « Le camere a gas erano guaste », oppure, « Non c’era più gas », ma Sara, lei, spiega come è riuscita a sfuggire all’ « INFERNO »[4]. Ella ha perduto, afferma, 70 persone della sua famiglia (il che sembra assai esagerato, come vedremo) ma, in nessun momento, ella cita le camere a gas (tranne in un’occasione e per un campo in cui nessun membro della sua famiglia vi ha messo piede e per il quale gli stessi storici ufficiali cominciano a smontare le dette camere a gas: Majdanek); suo padre, per esempio, è morto, ma di fame e di privazioni a Strasshof, in Austria (sua madre è tornata e, a quanto pare, anche la maggior parte dei suoi fratelli e sorelle, poiché afferma di aver perduto 3 fratelli, ma non necessariamente nella deportazione). Fine 1944: la madre e i suoi figli furono evacuati da Auschwitz e trascorsero 4 giorni a farsi disinfettare a Strasshof, da dove partirono per Bergen-Belsen, dove vi furono detenuti per 5 mesi. Nell’aprile ’44 [deve necessariamente trattarsi dell’aprile 1945, n. d. t.] vennero liberati dagli americani nei pressi di Magdeburgo; costoro posero loro la scelta: andare negli Stati Uniti o andare in Palestina. Senza esitazione, Sara e sua madre scelsero la Palestina e andarono colà passando per Buchenwald, accompagnati da un « gruppo di bambini dai 10 ai 15 anni ».
I ricordi di Sara sono certamente confusi: così ella afferma di essere passata per Strasshof sia nel luglio ’44 che alla fine del ’44, o ancora che è stata liberata sia dagli inglesi a Bergen-Belsen che dagli americani nei pressi di Magdeburgo, ma queste discordanze possono essere considerate come non significative: l’« essenziale » — per riprendere un discorso caro agli storici ufficiali – è che lei e gli altri bambini della sua numerosa famiglia sono passati per Auschwitz e che non vi sono stati gasati[5]. La Polizia del Pensiero potrà spiegarci questa violazione del dogma?

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.vho.org/F/j/Akribeia/4/Boisdefeu226.html
[2] Atti pubblicati nel Bulletin trimestriel de la Fondation Auschwitz, Bruxelles, n° spécial 60, luglio-settembre 1998 (p. 45-51, 341, 342).
[3] Questo il suo sito ufficiale: http://www.saraatzmon.com/
[4] In maiuscolo nel testo di Sara.
[5] Grassetti del traduttore.

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