Il revisionismo secondo Georges Theil

Il revisionismo secondo Georges Theil

Georges Theil al Convegno revisionista di Teheran, dicembre 2006
IL REVISIONISMO, UNA TERAPIA DI SOPRAVVIVENZA PER L’UMANITA’
Georges Theil
 Traduzione di Gian Franco Spotti
Fonte: Editions de Cassandra – C.P. 141 – 3960 SIERRE (CH)
Data: 18 Dicembre 2010
Agli inizi del 2003 intrapresi il mio progetto di scrivere il libro che mi stava a cuore, cioè un’autobiografia trasversale che spiegasse il perché e come mi sia sempre posto delle domande sulla storia del XX secolo così come abitualmente ci viene insegnata e raccontata.
Fin dall’adolescenza avevo notato che si era venuta a creare una “storia ufficiale“ e che i ricercatori, storici o semplicemente testimoni di primordine, come Maurice Bardèche o Paul Rassinier che arrivavano a “conclusioni diverse“, venivano perseguitati,  perseguiti penalmente, condannati a pene pecuniarie e alla prigione; il tutto mantenuto in segreto come se ci fosse una specie di consenso, distribuito fra tutti gli organi di informazione, affinché non si sapesse la verità, arrivando perfino ad evitare di parlarne.
Scrivendo quest’opera volevo innanzitutto dimostrare come un giovane uomo dotato della ragione non può far altro che diventare revisionista. La cosa può essere estesa a qualsiasi uomo onesto.
Penso che questo abbia avuto origine nella mia infanzia, diciamo nella mia prima adolescenza. A Saint-Fréjoux, un paesino nella Haute-Corrèze dove trascorrevo negli anni 50 buona parte delle mie vacanze scolastiche. Ci viveva sola, in dodici stanze con dépendance, la mia nonna paterna Adrienne, “vedova del marito e di suo figlio“, nell’antica dimora (chiamata Maffrand) appartenente a suo cognato Michel Eyboulet che l’aveva acquistata all’inizio del XX secolo da una famiglia nobile ed in rovina, per farne la sua residenza di campagna.
Di questo casamento del XVIII secolo amavo gli spazi verdi, il tiglio bisecolare che si vedeva dalla terrazza, il suo tetto in vecchie lastre d’ardesia e, all’interno, le sue vecchie travi, i suoi pavimenti e le sue scali scricchiolanti, un impressione di ordine antico e saggio. Nonna Adrienne amava il suo giardino e a volte mi insegnava i rudimenti orticoli quando non ero immerso nelle mie letture esclusivamente scientifiche. Le capitava spesso di preparare un grosso mazzo di fiori del giardino e mi chiedeva di andare a deporli sulla tomba di famiglia, al cimitero distante un chilometro passando per sentieri di scorciatoia. Facendo ciò, mi sentivo in comunione con lei portando questo omaggio ai suoi due cari falciati entrambi in piena giovinezza, a 27 anni di distanza.
Per raggiungere la tomba di famiglia in granito, ero obbligato a passare davanti al monumento dei caduti, eretto al centro del cimitero. Io ero affascinato dal fatto di vedere impressi i nomi di mio nonno ufficiale (Antoine) e di mio padre (Guy), in entrambe le guerre. Immaginavo vagamente il mio nome inciso su una terza parte del monumento, ancora vuoto nella parte inferiore della grande lapide di marmo nero, pronta sicuramente per i morti di una prossima terza guerra, altrimenti perché lasciare ancora dello spazio disponibile?
Questo monumento mi spingeva ad una prima riflessione personale, a fare delle domande in famiglia per saperne di più, tanto più che a scuola, ad esempio, ero (e con me la mia sorellina) un caso unico: orfano di guerra “di padre e figlio“. In genere mi veniva risposto con frasi banali di questo genere:
Georges, era la guerra, capisci…? I crucchi (i tedeschi, ndt) volevano prendersi il nostro paese ed alcuni di noi hanno pagato con la loro vita, sotto le armi come tuo nonno, o per “imprudenza patriottica “ come tuo padre“.
Poi un giorno, una delle domeniche d’estate nel 1955 o nel 1956, come ogni domenica vennero a trascorrere la giornata nella nostra tenuta Michel Eyboulet e sua moglie Marthe, sorella di mia nonna, le loro due figlie Jeanne Courty e Maguy Guillaume con i loro rispettivi mariti Jean e Raymond. Adrienne, che non andava molto in chiesa, andò a messa ed aveva la sua allegria domenicale.
Mi ricordo in modo preciso di un fatto importante: Raymond che conosceva bene le mie domande, quel giorno, davanti a tutta la famiglia riunita a tavola, disse le seguenti parole come se tutti noi fossimo dei testimoni:
“Georges, hai ragione ad interrogarti sulle cause della morte di tuo padre e di tuo nonno. La spiegazione non è così semplice! Devi sapere che, in Germania e in Austria, ci sono certamente dei ragazzini come te che vedono il nome del loro padre e del loro nonno sul monumento dei caduti della loro città o del loro paese e che si pongono la stessa tua domanda! So bene che cosa viene risposto al giovane Georg tedesco: Georg, tuo nonno è morto nel 1917 per impedire la distruzione e il saccheggio della Germania e dell’Austria, ardentemente desiderati dai criminali di guerra Clemenceau e Poincaré, mentre invece tuo padre, caro Georg, è morto sul fronte della Normandia nel Giugno del 1944 per impedire l’invasione americana il cui scopo non era altro che saccheggiare un’altra volta la Germania e di porre l’Europa in posizione subalterna…”
Da quel momento capii che dovevo sapere la verità, poiché due versioni opposte non potevano essere vere allo stesso tempo in base al mio ragionamento già allora in parte scientifico.
Questa procedura, diventata per me imperativa e tormentosa, sarebbe possibile solo confrontando i racconti storici verificati, le interpretazioni dei vari storici, i documenti originali ecc.  badando bene a verificare costantemente l’esattezza dei fatti e l’affidabilità delle testimonianze. Capii velocemente che la Seconda Guerra Mondiale era un argomento tabù; che il suo racconto era messo sotto chiave con lo scopo di colpevolizzare i vinti attribuendo loro una montagna di responsabilità, di crimini immaginari ecc.
Avrei capito che queste due guerre del XX secolo altro non erano che un solo e unico conflitto, secondo le parole di Churchill: una nuova guerra dei Trent’anni (1618-1648) contro la Germania. E questa guerra non è tuttora terminata, anzi. E’ diventata addirittura clamorosa a causa dello scontro spietato fra revisionisti e calunniatori, i primi sicuri del loro approccio con l’esattezza, mentre i secondi invischiati nelle loro menzogne ma quasi tutti influenti da riuscire ad imporle.
Con l’andar del tempo accumulavo un’impressionante documentazione, concretando lentamente ciò che sarebbe servito da base per la mia opera. I sostenitori della storia ufficiale si impossessavano rapidamente di tutti gli ingranaggi della nostra società e questo mi spingeva alla prudenza. In Francia sarebbero poi riusciti a far passare il 13 Luglio 1990 una legge (chiamata Legge Gayssot), istituendo in pratica il reato di contestazione del verdetto del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga (1946). Questi non fu altro che una buffonata dove i vincitori avevano preteso di giudicare il vinto. Non vi fu prodotta alcuna prova ( “Il Tribunale non esigerà che venga presentata la prova dei fatti di pubblica notorietà, ma li riterrà come acquisiti“ recitava così l’Art. 19 degli Accordi di Londra, testo fondatore del TMI). Niente era stato provato, ma solo affermato. In altre parole: ci era stata imposta una versione calunniosa dei fatti, garantita da un atto giudiziario. Questa mostruosità doveva aprire la strada ad una gigantesca estorsione di fondi e a far ridurre il campo dei vinti del 1945 ad una schiavitù psicologica.
Fu alla fine del 2002 che iniziai a redigere il mio libro “Un caso di insubordinazione[1] nel quale raccontavo il mio percorso personale, dietro lo pseudonimo di Gilbert Dubreuil, con alcune modifiche nei nomi e nei luoghi citati. Robert Faurisson, dalla maestria insuperabile, i cui scritti regolari ci affascinano per la loro tagliente precisione, si mostrò interessato alla lettura del mio primo abbozzo di stampa, fece qualche osservazione giudiziosa e mi propose di scriverne la prefazione, il che lo apprezzai molto.
Fu aggiunto un sotto-titolo: “Come si diventa revisionisti”. Trovai uno stampatore, essendo io stesso l’editore e l’autore. Vendetti delle copie e ne feci omaggio a molti amici e conoscenti chiedendo il loro parere. Spedii anche il libro a destinatari mirati, a giornalisti dei principali giornali e periodici, oppure a delle persone che ritenevo interessate a questo racconto, fossero esse a priori ostili o meno. Sentivo che questo non sarebbe piaciuto a tutti! Passarono circa 18 mesi e fino a quel momento non ricevetti alcun riscontro negativo.
Un giorno di Giugno 2004, verso le sei e mezza del mattino bussarono alla porta, a Grenoble. Due gendarmi “venivano a trovarmi” dicendomi subito che, in seguito ad una denuncia di un ex collaboratore del celebre Guingouin, vecchio capo partigiano comunista del Limousin nel 1943-1944, dovevano interrogarmi su questo libro del quale avevano trovato facilmente il nome dell’autore! Esibirono un mandato di perquisizione firmato dal giudice istruttore di Limoges e, senza una parola, iniziarono a perquisire l’appartamento da cima a fondo. Ma che cosa state cercando? chiesi loro. Nessuna risposta. Uno di essi informò il suo superiore del suo tedio davanti all’enorme quantità di libri da ispezionare. Un’ora dopo sembravano avere le pive nel sacco e mi chiesero di andare con loro alla gendarmeria dove avrei trascorso tutta la giornata.
Fui interrogato senza sosta da due investigatori coriacei e cattivi che mi interrogarono sulle mie relazioni, i miei moventi e su un sacco di cose personali. Alla fine quando chiesi loro che cosa dovevano esattamente rimproverarmi, uno degli inquirenti mi disse duramente: Lei sa che sta mettendo in pericolo la sicurezza dello Stato con le affermazioni contenute in questo libro? Mi accontentai di sorridere poiché sapevo che, dal canto suo, quel poveretto aveva ragione.
Rilasciato la sera stessa ma alleggerito dei miei due computers confiscati dai gendarmi, e messo sotto inchiesta, venni convocato poco tempo dopo dal Tribunale di Limoges. Il mio avvocato, Eric Delcroix, che riteneva che questo processo sarebbe stato ad alta tensione, mi disse all’ultimo momento di non presentarmi all’udienza ma di aspettare in un bar vicino al tribunale. In effetti in un processo di stampa del genere, l’accusato può non presentarsi ed affidare il tutto al suo avvocato.
Alcuni amici presenti all’udienza mi riferirono dell’atmosfera isterica attizzata dal presidente del tribunale. Voleva farmi arrestare all’udienza. Questo asino (io ed il mio avvocato lo avremmo poi definito in privato come “bovino limousin“) non sapeva nemmeno che non si può arrestare durante un’udienza un imputato accusato di reato di stampa, se questi risiede in Francia, come nel mio caso. L’arringa brillantissima come al solito dell’avv.to Delcroix non influì sul giudizio del presidente, vero commissario politico stalinista. Mi inflisse una pena enorme: 6 mesi di prigione, 30.000 Euro di multa (“vingt briques“ come dicono da queste parti gli anziani) e danni interessi al querelante (circa 10.000 Euro, appena….), nonché altre spese ammontanti ad oltre 10.000 Euro.
Interposi appello, ma là questi “bovini” non vollero sentire niente! Nemmeno tener conto dei documenti devastanti presentati da me e dal mio avvocato che avevamo chiesto loro di esaminare e che dimostravano che avevo ragione su tutta la linea! Penso in particolare al racconto del Dr. Klein, medico israelita alsaziano deportato ad Auschwitz, dove sarebbe divenuto il direttore della farmacia centrale del campo. Nelle sue memorie redatte su richiesta poco dopo il suo ritorno dal campo, egli evoca l’approvvigionamento eccezionale di questa farmacia e cita ancora i diciotto punti ospedalieri del campo di Auschwitz (partendo dal piccolo ambulatorio o punto d’accoglienza medica, fino al Revier o blocco operatorio, senza dimenticare i locali di chirurgia dentale molto moderni: stupefacente per un campo di presunto sterminio…!
La mia condanna da parte del Tribunale di Limoges diventava intanto esecutiva. Per evitare la prigione ricorsi in Cassazione e la causa (annullata con rinvio alla Corte d’Appello di Bordeaux) sarebbe passata nel Marzo 2008 e si sarebbe conclusa col mio rilascio. In effetti, i “bovini limousin” avevano dimenticato un dettaglio: non si può più perseguire qualcuno per un libro o un articolo, discorsi pubblici oppure per un programma radiofonico o televisivo, se i fatti, in questo caso la prima uscita, risalgono a più di un anno. Fu facile provare che il mio libro circolava liberamente dagli inizi del 2003. Un settimanale, nel Gennaio 2003, ne aveva pubblicato una critica (di elogio) e in quel momento eravamo nel Giugno del 2004.
Le cose tuttavia non dovevano finire là: nell’Ottobre del 2004 rilasciai un’intervista ad una emittente televisiva savoiarda (TV8 MontBlanc), che mi aveva di fatto interpellato su come io la pensassi sulle recenti dichiarazioni alla stampa fatte da Bruno Gollnisch (deputato europeo e professore di giapponese all’Università di Lione II che aveva dichiarato agli inizi di Ottobre del 2004 che la stima del numero delle vittime nei campi di concentramento tedeschi era di competenza dei ricercatori, degli storici e di altri specialisti) e sulle mie vicissitudini giudiziarie per via del mio libro:un caso di insubordinazione. Mi vennero chieste delle spiegazioni sul contenuto del libro ed in particolare perché affermavo che questo o quest’altro impianto non erano mai esistiti. Diedi dunque la dimostrazione, ispirata ben inteso ai lavori inconfutabili ed inconfutati di Robert Faurisson e del chimico tedesco Germar Rudolf, che mettevano a tacere la versione ufficiale.
La diedi in seguito a delle riflessioni poco comuni in questo genere di cose: la credenza alla messa in funzione di camere a gas, al funzionamento radicalmente impossibile nei luoghi deputati, altro non sono che una fantasia, una fantasia-repulsione, cosciente o meno, nei confronti della tecnicità tedesca.
Diversi giorni dopo fui informato di essere stato citato dal procuratore della Savoia per le stesse motivazioni. Invece non fu intentata nessuna causa contro i responsabili della rete televisiva i quali, secondo la legge, erano “attori principali“. Inoltre nessuna denuncia era stata formulata da uno solo delle migliaia di telespettatori che avevano assistito al mio intervento durante il telegiornale della sera.
Nuovo processo, questa volta a Lione: atmosfera molto più cattiva di quella degli zoticoni di Limoges. Adesso avevo contro ben nove organizzazioni ebraiche, nove avvocati davanti a me e tutti vestiti di nero, coordinati dall’avv.to Jakubowicz, vera incarnazione dell’isteria talmudica, un presidente di sezione noto per la sua condiscendenza nei confronti delle organizzazioni memoriali ebraiche, come effettivamente fu nel caso Gollnisch. Il Sig. Delcroix era il mio avvocato, in perfetta forma, anzi, in forma troppo perfetta, davanti ad una corte che non si muoveva nell’ottica della ragione e dell’obiettività. Avevo chiesto al Prof. Faurisson di essere presente all’udienza in qualità di testimone. Il presidente del tribunale lo avrebbe squadrato in modo severo. Le sue offerte di esibire le prove furono implicitamente e immediatamente respinte (gli si fece capire che, prendendo delle precise posizioni revisioniste davanti al tribunale, avrebbe infranto la legge Gayssot in piena udienza!). Il presidente di sezione non accettò nemmeno la mia offerta di prove, scritte e perfettamente documentate. Allora mi resi conto che la verità ufficiale era, in effetti, una verità religiosa che non bisognava contestare (quattrocento anni fa sarei stato condannato al rogo sulla pubblica piazza!). Un processo contro un revisionista non si posiziona nel quadro del diritto ma è un processo religioso. Ricorsi in appello.
Alla Corte d’Appello di Lione ci fu contro di me nuovamente uno scatenarsi di odio dell’avv.to Jakubowicz e dei suoi congeneri e quando questi alla fine si girò verso di me e mi fece capire che, come ogni imputato, avrei avuto l’ultima parola e che mi era “ ancora possibile riconoscere l’Olocausto e le camere a gas “ e di arrivare ad una specie di pentimento, io gli ribadii:
Non se ne parla nemmeno! Non riconoscerò mai come vera la più grande calunnia di tutta la storia dell’umanità!
La condanna di prima istanza fu pertanto confermata ed appesantita dagli importi dei rimborsi e degli interessi da versare alle nove associazioni ebraiche che mi hanno portato in giudizio. Fui condannato, come a Limoges, a sei mesi di carcere. Dovevo addossarmi gli enormi rimborsi ed interessi a ben nove organizzazioni ebraiche (circa 5.000 Euro per ciascuna), un’ammenda penale di 10.000 Euro più altri 10.000 Euro per la pubblicazione obbligatoria della sentenza in un quotidiano regionale e due quotidiani nazionali, senza contare le spese di viaggio, vitto e alloggio, nonché le spese legali per cinque istanze in totale e due ricorsi in Cassazione. I miei risparmi se ne andarono tutti, qualche amico o simpatizzante mi hanno aiutato e mi hanno concesso dei prestiti personali, prestiti da banche ecc.  Tutto fu dunque pagato a questi sciacalli e a tutt’oggi non mi restano che pesanti debiti nei confronti di questi amici e istituti bancari. La mia situazione finanziaria è delicata.
Alcuni, e anche qualche parente che non hanno nemmeno avuto il coraggio di leggere il mio libro, mi hanno fatto delle rimostranze. Osare trattare l’Olocausto in quel modo !!!
Comunque si sono manifestati dei nuovi amici, si sono realizzati nuovi contatti con nuove persone un po’ ovunque, gente che mi ha ordinato decine di copie alla volta del mio libro. Un amico inglese ne ha fatto una buona traduzione in inglese. In effetti c’è parecchia gente che conosce l’enorme calunnia che tiene l’Occidente in schiavitù, ma non osano manifestarsi per paura delle rappresaglie sociali o professionali. Non hanno capito oppure non sono consapevoli che la ricerca dell’esattezza storica in questo caso è una battaglia, certamente contro i viziosi divulgatori della menzogna, ma anche contro la loro vigliaccheria, contro la loro paura, spesso addirittura più attaccati al loro confort intellettuale che ai loro agi materiali. Ruunt in servitudinem? Certamente! E alla schiavitù vi hanno preso gusto!
E la prigione, direte voi, quando ci sarà? Qui è un mistero! La mia condanna (Giugno 2008) risale ora a più di un anno e fino agli inizi di questo 2011 nessuno si è ancora fatto vivo, né la polizia, né la giustizia, né l’amministrazione penitenziaria! All’inizio mi fu proposto un braccialetto elettronico, poi respinto dopo un udienza non pubblica del giudice per le applicazioni detentive (durante la quale avevo ribadito il mio modo di procedere revisionista) “in quanto una tale mitigazione sarebbe stata suscettibile di rafforzare le mie convinzioni“ (sic)
E’ forse perché in seguito interpellai (in udienza d’appello) il giudice delle pene detentive di Grenoble insistendo con l’idea che poiché ho voluto arrivare alla verità in un campo storico ben preciso, tramite la ricerca dell’esattezza dei fatti,  era inaudito trovarsi faccia a faccia con un magistrato costretto, nolente o volente, ad impartire una  condanna relativa ad una legge di circostanza che pretende di imporre una visione menzognera dei fatti storici?
E’ forse perché il mio avvocato Frédéric Pichon (che sostituiva nella causa l’avv.to Delcroix) ottenne in quel momento per me lo statuto di prigioniero di stampa (cella singola, possibilità di visite quotidiane ecc.) in quanto ciò che noi chiamiamo in Francia “ la Legge Gayssot “ non è altro che il capoverso 24 bis della legge sulla stampa del 1881?
E che quindi ogni condanna di reclusione a titolo di questo 24 bis rende di fatto un condannato “un prigioniero di stampa“ con un ambiente particolare, legalmente previsto, che regola la sua detenzione? In queste condizioni, indubbiamente non osano rinchiudere qualcuno che non ha fatto altro che esporre dei punti già messi nella sua autobiografia…
Questo è dunque il racconto delle mie tribolazioni. Sia ben chiaro, io non cambio una sola riga dei miei propositi, “rafforzato”, come dicono, nelle mie conclusioni che nessun magistrato ha mai potuto contraddire su un benché minimo punto. Tanto è evidente che la verità storica non può essere ne stabilita ne decretata in un aula di giustizia. Per quanto mi riguarda non se ne parla nemmeno di passare da un caso di insubordinazione ad un caso di sottomissione…!
Ho già sviluppato in precedenza, e anche nel mio contributo[2] alla Conferenza di Téhéran del Dicembre 2006 dove ebbi l’onore di essere invitato, un analisi della formazione e dello sviluppo della credenza, così diffusa e tramutata in religione, nella truffa delle presunte camere a gas.
Perché non basta esporre scientificamente le prove dell’inesistenza dell’arma addotta per il crimine, ma bisogna stanare le ragioni di una credenza irrazionale. Un giorno spiegherò come si è arrivati al punto che la pubblica esposizione della radicale impossibilità del funzionamento degli impianti di condanna a morte evocati dai calunniatori (e d’altro canto introvabili e senza tracce documentarie), abbia delle conseguenze devastanti sulla mente di milioni di persone, brutalmente minacciati di “perdere” le loro così preziose camere a gas. Chiamerò questa sindrome quella del “bisogno di camere a gas”. E’ così che l’intervento di Faurisson alla televisione in un’ora di elevato ascolto avrebbe provocato un enorme numero di crisi di nervi, di scatti di follia, di depressioni nervose, vedi apoplessie, non solo nei divulgatori della menzogna olocaustica ma anche, e soprattutto, nei “credenti e praticanti” della religione dell’Olocausto ed perfino nei semplici creduloni di questa frottola.
Per essere più precisi, sostengo che la credenza alla versione menzognera del presunto “Olocausto” e del preteso “genocidio degli Ebrei” (a volte attenuato dal termine “tentativo di genocidio”), è una credenza di tipo religioso, al punto tale di essere diventata una vera religione che i rabbini dell’Olocausto impongono con tutti i mezzi della santa inquisizione moderna contro gli eretici o presunti tali.
Insomma, bisogna sezionarne le origini e le fondamenta.
Voglio innanzitutto precisare che sono un darwinista convinto e condivido dunque la teoria dell’evoluzione, offrendo quest’ultima una formidabile  serie di spiegazioni sullo sviluppo delle specie viventi e dell’uomo attuale, ultimo punto ma non definitivo di questa evoluzione. Sia ben chiaro, la teoria dell’evoluzione non ci da la risposta alle due domande esistenziali: chi siamo noi? Dove stiamo andando? Oserei dire che non cerca nemmeno di dare una risposta. Non è altro che una formidabile scatola per utensili, necessaria per sezionare le tappe ed avvicinarsi ad una visione organica della creazione vivente, e da lì, del mistero della materia. E come ogni teoria che porta ad un certo momento una soluzione esplicativa ad un certo numero di domande scientifiche, essa dovrà essere ( e sarà) ancora migliorata, come Copernico ha migliorato immensamente la cosmogonia di Tolomeo, come la meccanica quantica ha sconvolto la meccanica newtoniana. Detto questo, torniamo a concentrarci sul nostro problema riguardante l’aberrante credenza nel presunto Olocausto.
La selezione naturale forma il cervello fin dall’infanzia dotandolo di una tendenza a credere ciò che gli dicono i suoi genitori e gli anziani della tribù, suoi protettori naturali. A dire il vero questa obbedienza è preziosa per la sopravvivenza ed è facile da capire. Ma c’è un rovescio della medaglia: la credulità cieca. Abbiamo detto che, per delle ottime ragioni darwiniane, il cervello del bambino ha bisogno di credere ciò che gli dicono di credere i suoi genitori e i suoi nonni. Si nota subito che questo giovane cervello non ha alcun mezzo di fare la distinzione fra i buoni ed i cattivi consigli. Non può sapere che “non avventurarsi in un torrente” è un buon consiglio, mentre invece “tu non devi sacrificare una capra durante il plenilunio altrimenti provocherai la siccità” nella peggiore delle ipotesi è una perdita di tempo e di capre. Questi due consigli tuttavia provengono da una persona rispettata, sono pronunciati con tono grave e solenne che impongono l’obbedienza.
Sostengo che la cosa valga per le interpretazioni sul mondo, il cosmo, la moralità, la natura umana, l’interpretazione e la conoscenza di fatti storici appurati o presunti. Questo bambino poi, diventato adulto,  trasmetterà a sua volta ai propri figli una stessa visione, dei precetti simili, tanto delle stupidaggini quanto delle cose coerenti.
In quanto al soggetto che qui ci compete, si è colpiti dall’analogia inquietante fra credenza nell’Olocausto e credenza religiosa. Credenza trasmessa da antenati (o da libri di storia che si presumono a priori essere rispettosi dell’esattezza storica, ma che possono essere anche contrariati) e paura irragionevole di non riuscire a farcela davanti ad una riprovazione organizzata  dalla propria cerchia. Paura di dare un dispiacere a coloro che ci credono e possono essere amici o parenti.
Ciò si può descrivere come una forma di maltrattamento mentale; come chiamare altrimenti il fatto di crescere dei bambini, di predicare a dei fedeli affinché essi credano veramente “all’inferno”, “alle camere a gas”? E infine il fatto di colpire un ricercatore, uno storico, un uomo onesto affinché la sua posizione revisionista (o semplicemente insubordinata) gli valga l’epiteto di antisemita, messo innanzitutto sullo stesso piano di demoniaco dalle stesse autorità? Qui si tratta veramente di una vera e propria truffa all’abuso di fiducia, di un tentativo di negare il diritto di sentirsi liberi, in grado di comprendere il mondo in modo normale. L’entità che gli si riconosce proviene da ciò che è una pletora di volontari per metterla in moto, animati da motivazioni a volte poco brillanti.
La mia conclusione è che i divulgatori della tesi delle “camere a gas omicide”, vedi del presunto “genocidio”, sono malati mentali avvolti nell’imbroglio. I credenti e i creduloni delle “camere a gas” e del preteso “genocidio” sono sì delle vittime contaminate, private delle loro difese immunitarie, ma non totalmente innocenti poiché i loro dolo di essere stati imbrogliati viene attenuato dal loro “desiderio di credere”. Sarebbe auspicabile mettere queste vittime davanti alle loro responsabilità e di provocare la loro uscita dal coma e dalla loro passività.
Oso anche aggiungere, in questo inizio del 20° secolo, che l’umanità è in pericolo di morte per autodistruzione fintanto che la gigantesca calunnia del presunto Olocausto e delle pretese camere a gas non saranno fatte a pezzi. I ricercatori revisionisti ed i loro emuli lo hanno già fatto; essi si sono avvalsi degli strumenti necessari come lo è lo scanner in medicina. Ma c’è ancora tutto da fare, o quasi, per quel che riguarda i milioni di “malati di Olocausto“.
Davanti a questa pandemia, noi altri insubordinati rappresentiamo la falange dei terapeuti. Ed una terapia generale diventa positiva quando migliaia e migliaia di persone imparano i modi di sopravvivenza. Nel grande pubblico, i revisionisti ben preparati, diventati per l’occasione dei veri volontari di pronto soccorso davanti all’infezione inoculata e divulgata dai criminali mercanti dell’Olocausto, diventano in questo caso preziosi grazie al loro numero.
Dopo quei benefattori dell’umanità che sono stati Paul Rassinier, Arthur Butz, Robert Faurisson, Germar Rudolf, Juergen Graf, Gaston-Armand Amaudruz, Carlo Mattogno e qualche altro, ecco arrivato il momento dei volontari del pronto soccorso di cui ho l’orgoglio di far parte. Alcuni hanno già messo in atto delle iniziative, spesso spettacolari. Molti di loro subiranno o hanno già subito gli anatemi di leggi specifiche che reprimono severamente l’espressione pubblica dell’esattezza, in particolare i nostri amici tedeschi e austriaci incarcerati in dure condizioni (Horst Mahler, Sylvia Stolz, Ernst Zuendel, Germar Rudolf, Wolfgang Froehlich, Gerd Honsik, Manfred Roeder, Guenther Deckert, Udo Walendy e altri ancora), i nostri amici svizzeri anch’essi incarcerati da poco: Gaston-Armand Amaudruz, René-Louis Berclaz, in Francia Vincent Reynouard ed il sottoscritto in attesa di carcerazione.
Il prezzo può essere pesante ma le nostre catene spezzate lentamente ma inesorabilmente sono l’annuncio della fine della menzogna, della nostra fierezza ritrovata di uomini liberi. Sta a noi e a voi altri volontari del pronto soccorso provocare l’implosione della più grande menzogna di tutti i tempi, mettendo così fine alla nostra schiavitù.
E’ fondamentale restituire all’uomo la sua dignità, schiacciando l’infame servitù.
Versione rivista e corretta del 18 Dicembre 2010

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