L’etica dei magistrati italiani è quella di Yang Chu

L’etica dei magistrati italiani è quella di Yang Chu

Su come ridurre il numero dei detenuti in carcere ha scritto 10 giorni fa un lungo, importante articolo Marco Travaglio sul “Fatto Quotidiano”: Come svuotare le carceri senza la solita amnistia[1]. Il pezzo, brillante come al solito (e tendenzioso, come al solito), verte sulla proposta – peraltro sensata e degna di riflessione – di cancellare la legge ex-Cirielli nonché alcune norme contenute nei “pacchetti sicurezza” degli ultimi tre anni.
Il perché è presto detto: come scrive Travaglio, “abbiamo un sistema repressivo che premia idelinquenti primari”, cioè i cattivi veri, e penalizza isecondari”, cioè i poveracci, spalancando le galere ai secondi e chiudendole ai primi.
Tre sono i punti del detto articolo che mi hanno colpito. Innanzitutto la conclusione, con la sua definizione dell’Italia: il “Paese governato da delinquenti primari che legiferano per sbattere dentro i secondari”.
Governato da delinquenti primari che legiferano”: in un colpo solo Travaglio colpisce due dei tre poteri dello Stato: l’esecutivo e il legislativo. E il potere giudiziario? È forse meno responsabile degli altri due del sovraffollamento delle carceri?
E questo ci porta al secondo passaggio del suo articolo che mi ha colpito in modo particolare, che è il seguente:
“Poi ci sono i poveracci che, pur avendo diritto ai servizi sociali, sono mal difesi (di solito da avvocati d’ufficio, mal pagati oppure mai pagati da uno Stato inadempiente) e non conoscono i propri diritti, oppure “dimenticano” di avanzare l’istanza per la pena alternativa: dunque restano dentro”.
Conclusione, “in Italia è più probabile finire in carcere per un furto che per un omicidio”: “se uno ruba un po’ di pane al supermercato rischia 10 anni”, se invece il marito ammazza la moglie “c’è pure il caso che non faccia nemmeno un giorno di carcere”.
Vorrei fare una domanda a Travaglio: d’accordo sulle responsabilità di questi politici ma, i magistrati, ma, i giudici? Se il poveraccio non sa che esiste l’istanza per la pena alternativa, cosa impedisce al giudice di suggerire al suo avvocato di presentarla?
Davvero i giudici, se sono davvero “indipendenti”, non hanno mai il modo di temperare e mitigare le leggi prodotte dai delinquenti primari? Non sarà per caso che gli uni e gli altri hanno in fondo la stessa visione della realtà, quella “bruta realtà del dominio di classe[2], come dicevano una volta i politici di sinistra, quando erano ancora tali?
Insomma, d’accordo: le leggi (e i politici) sono quello che sono ma alla fine, sul destino (di vita – o di morte, con le carceri che ci ritroviamo) dell’imputato, l’ultima parola spetta sempre al giudice. O no?
In realtà, la tranquillità con cui il magistrato mainstream sbatte in galera l’imputato mainstream, anche per reati risibili, fa venire in mente l’atteggiamento per cui divenne famoso il filosofo taoista Yang
Chu (IV secolo d. C.):
« Anche se avesse potuto avvantaggiare il mondo intero con lo strapparsi un solo capello, egli non l’avrebbe fatto »[3].
Tutto questo, però, Travaglio – guru degli orfani della (ex) sinistra – non lo dice.

[1] Il Fatto Quotidiano, 12 luglio 2011, pp. 10-11.
[2] Aldo Giannuli, BOMBE A INCHIOSTRO, BUR, Milano, 2009, p. 209.
[3] Ludovico Geymonat, STORIA DEL PENSIERO FILOSOFICO E SCIENTIFICO, Garzanti, 1970, volume primo, p. 662.

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