L’inalienabile diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi

L’inalienabile diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi

LA PROSSIMA GENERAZIONE DEVE CONTINUARE LA NOSTRA LOTTA

Di Rami Almeghari, Live from Palestine, 21 Maggio 2009[1]

Il dr. Abdullah al-Hourani [foto] è un politico e un ricercatore palestinese residente nella Striscia di Gaza. E’ direttore del Palestinian Center for National Studies di Gaza, e presidente del Palestinian Popular Committee for the Defense of the Right to Return [Comitato popolare palestinese per la difesa del diritto al ritorno]. Al-Hourani venne cacciato dai sionisti dalla Palestina storica nel 1948, insieme a più di altri 750.000 palestinesi. In occasione del 61° anniversario dell’esproprazione della Palestina, il corrispondente di The Electronic Intifada, Rami Almeghari, ha intervistato il dr. al-Hourani nel suo ufficio di Gaza City.

Rami Almeghari: Come politico responsabile del Palestinian Center for National Studies e del Palestinian Popular Committee forn the Defense of the Right to Return, come considera la questione dei rifugiati dopo 61 anni?

Abdullah alHourani: Prima di tutto, io sono un rifugiato e venni espulso dalla città di Masmaiya, che si trova tra Gaza e Gerusalemme. Avevo 12 anni, e ricordo ancora tutto del mio paese – la scuola, ogni cosa. Quando passo accanto al paese andando a Ramallah, in Cisgiordania, piango, ricordando la terra, ricordando la mia scuola.

Il mio paese, la mia terra, il mio diritto al ritorno, sono ancora lì. La mia casa è distrutta, ma sono pronto a ricostruirla se mi permettono di tornare. Non ho mai dimenticato il mio paese, e neppure i miei tre figli e mio nipote lo hanno dimenticato.

Nel corso della nostra lotta, abbiamo continuato a dire alle generazioni più giovani di ricordare la propria terra natale. Se chiedete a un bambino di sei anni, vi dirà velocemente come si chiama e dove si trova il luogo d’origine, prima del 1948, della sua famiglia.

Insieme ai rifugiati della Striscia di Gaza, della Cisgiordania e di qualche paese arabo, vi è circa un milione di palestinesi che vivono sotto il dominio dello Stato israeliano. Si trovano ora in Galilea, nel Naqab [Negev], e tutti costoro ribadiscono che quelli che vennero espulsi devono tornare nelle proprie case.

Ad esempio, Mohammad Baraka, che è un membro del parlamento israeliano, viene dal paese di Safuria, ma non gli è permesso di vivere a Safuria. Tutti questi rifugiati, che vivono sia all’interno che all’esterno, stanno ancora soffrendo, e la loro aspirazione principale è di tornare in Palestina.

Nel 1965, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina stabilì la propria azione nei campi-profughi della Siria e del Libano, con lo scopo di riconquistare il diritto al ritorno. Così ancora oggi ribadiamo questo diritto.

RA: Vi sono state molte iniziative di pace per cercare di risolvere il problema dei rifugiati palestinesi, inclusa l’iniziativa di pace araba del 2002, che si basa sul concetto di pace con Israele in cambio della terra. Finora Israele ha respinto tutte queste iniziative. Cosa dice di tutto ciò?

AH: Guardi, qualunque cosa Israele accetti o rifiuti, non vi sarà mai pace nella regione se non viene riconosciuto il diritto al ritorno. E i palestinesi non riconosceranno o accetteranno alcuna leadership palestinese che rinunci al diritto al ritorno.

Gli arabi a suo tempo erano molto interessati alla questione palestinese. Negli anni ’50 e ’60 era la causa principale. Oggi invece constatiamo un arretramento dei regimi arabi verso la questione palestinese.

Tutto ciò ha danneggiato la leadership e la lotta dei palestinesi, e ora sappiamo che in maggioranza i regimi arabi sono molto vicini all’amministrazione americana. Questi regimi hanno sostenuto la guerra americana in Iraq, così sono deboli rispetto alla questione palestinese. A causa di questa subalternità alla politica americana, questi regimi hanno cercato delle soluzioni conformi agli interessi americani e israeliani. L’iniziativa di pace araba venne formulata durante il vertice arabo di Beirut del 2002. Per quanto ne so, questa iniziativa reca la firma del noto giornalista americano Thomas Friedman.

All’inizio, l’iniziativa araba non prevedeva nessuna clausola sul problema dei rifugiati palestinesi. Ma durante l’incontro del 2002, il presidente libanese insistette nel volerla includere. Venne inserita una frase che recita: “può essere trovata una soluzione basata sulla risoluzione Onu n°194”.

Ora, da parte dei regimi arabi, c’è la tendenza a fare più concessioni. Il re giordano, ad esempio, è ritornato di recente da Washington con una nuova proposta basata sull’eliminazione di quella clausola e sul suggerimento che i paesi arabi facciano dei passi in avanti verso la normalizzazione dei rapporti con Israele, come il riconoscere Israele, prima di qualunque colloquio di pace.

Desidero assicurarle che nessuna leadership palestinese deve accettare una cosa del genere, altrimenti verrà punita dal popolo palestinese.

RA: Di recente, il governo israeliano ha alluso alla possibilità di creare una situazione di prosperità economica nei territori occupati, appoggiando la soluzione dei due stati proposta da Washington come pure l’iniziativa di pace araba.

AH: In generale, tutti i governi israeliani sono contro il diritto al ritorno, non solo il governo di Netanyahu, ma tutti i suoi predecessori. Ma il governo attuale ha il sostegno dei partiti razzisti israeliani. Questo complicherà sempre più la possibilità di tornare in Palestina.

Gli israeliani vogliono mostrare di essere interessati alla pace, ma ancora non vogliono la soluzione dei due stati, e ribadiscono che i palestinesi devono riconoscere Israele in quanto stato ebraico. Questo significa che Israele sta cancellando il diritto dei palestinesi a vivere sulla terra palestinese. Questa politica indica che il conflitto è un conflitto sull’esistenza.

RA: Il presidente americano Barack Obama ha detto recentemente che Washington vuole che i negoziati israelo-palestinesi si concludano con un accordo.

AH: Anche Bush ha sempre ripetuto il suo concetto di arrivare a una conclusione positiva nei negoziati di pace, ma non c’è riuscito. Così, questo discorso di Obama non significa che avrà successo. Forse Obama ha delle idee diverse, o un’altra politica, forse a causa delle sue origini, della sua cultura e del suo carisma.

Ma la domanda è, riuscirà a cambiare la politica americana in soli due o tre anni? Questa politica è guidata dalle istituzioni americane da centinaia di anni e ha delle linee-guida ben definite. C’è poi la grande influenza del movimento sionista sulla politica americana, perciò non sarà facile per Obama imprimere un cambiamento.

Penso che Obama farà pressioni sui regimi arabi, affinché riconoscano Israele prima di arrivare a un risultato sulla questione della pace. E se Israele ottiene tutto ciò, rifiuterà una vera pace.

Se i regimi arabi modificheranno la loro iniziativa di pace eliminando la richiesta del diritto al ritorno, Israele rifiuterà la pace con gli arabi e non vi sarà pace nella regione, né vi sarà uno stato palestinese. Israele ora sta pensando di sbarazzarsi di Gaza con l’Egitto e di trovare una soluzione per la Cisgiordania con la Giordania.

RA: In che modo l’attuale divisione tra Hamas e Fatah mette in ombra il diritto al ritorno in particolare, e la questione palestinese in generale? Mi riferisco alle piattaforme politiche separate proclamate da entrambi i partiti.

AH: Questa divisione complica ulteriormente la situazione, inclusi il diritto al ritorno, alla costituzione di uno stato palestinese e tutto il resto. Questa spaccatura sta dando persino l’opportunità a Israele e ai regimi arabi di cancellare la questione palestinese. Ecco perché i palestinesi devono cercare di trovare una soluzione per unirsi come popolo, come governo o come territorio. Solo questo rafforzerà la posizione palestinese di fronte a Israele, agli arabi e agli Stati Uniti.

RA: Come veterano della politica e come rifugiato, cosa vuol dire alla prossima generazione di rifugiati?

AH: Vorrei scusarmi con le giovani generazioni perché non siamo riusciti a ottenere nessun risultato, in questi anni interminabili della Nakba [catastrofe], ma vorrei sottolineare che siamo riusciti a conservare l’attaccamento del nostro popolo alla propria terra e a renderlo tenace nel perseguimento dei propri diritti inalienabili. Siamo anche riusciti a conservare l’identità palestinese e a convincere la comunità internazionale che un popolo palestinese esiste e che ha dei diritti, e siamo riusciti a ottenere il riconoscimento dei nostri diritti da più di 100 paesi. Anche se non li abbiamo realizzati, siamo riusciti a tenerli in vita. La prossima generazione dovrà continuare la lotta e realizzare quello che noi non siamo riusciti a realizzare.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article10549.shtml

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