I segreti della Gabbia di Londra

I segreti della Gabbia di Londra

I SEGRETI DELLA GABBIA DI LONDRA

Botte, privazione del sonno e fame utilizzate sugli uomini delle SS e della Gestapo
Il campo per prigionieri di guerra di Kensington tenuto segreto e nascosto alla Croce Rossa

Di Ian Cobain, 12 Novembre 2005[1]

Kensington Palace Gardens è uno degli indirizzi più esclusivi, e più costosi, del mondo: la sua schiera imponente di palazzi di 160 anni, costruiti su un terreno di proprietà della Corona, costituisce la residenza di ambasciatori, miliardari e principi. Una delle proprietà, comprata dal magnate indiano dell’acciaio Lakshmi Mittai per la cifra presunta di 57 milioni di sterline, è considerata la residenza più costosa di Londra. Più avanti, una coppia di avvocati fiscalisti stanno ristrutturando l’edificio del numero civico 6, mentre quello successivo, al numero 7, è la residenza londinese del Sultano del Brunei. Nel corso degli anni, il numero 8 ha ospitato la sua brava quota di duchi e vedove titolate. Ma tra il Luglio del 1940 e il Settembre del 1948, queste tre case magnifiche furono la residenza di una delle attività più segrete dell’esercito inglese: la sezione londinese del Combined Services Detailed Interrogation Centre [Centro degli Interrogatori Circostanziati dei Servizi Congiunti], conosciuto familiarmente come la London Cage [Gabbia di Londra].

La Gabbia di Londra era diretta dall’MI19, la sezione del Ministero della Guerra addetta a strappare informazioni ai prigionieri di guerra, e pochi – all’infuori dell’organizzazione – sapevano cosa succedeva esattamente oltre il semplice recinto di filo spinato che separava le tre case dalle strade trafficate e dai grandi parchi della Londra ovest.

Alcuni anni dopo, Tony Whitehead, uno psichiatra specialista di Brighton, raccontò nelle sue memorie come, quando era un giovane aviatore giunto alla Gabbia per consegnare un sergente delle SS, venne colpito nel vedere un ufficiale tedesco della marina che puliva carponi il pavimento della sala d’ingresso vestito in alta uniforme. Un enorme guardiano stava con un piede sopra la schiena del prigioniero, godendosi con noncuranza una sigaretta. Quando Whitehead riprese in consegna il suo prigioniero, tre giorni dopo, l’uomo era completamente sottomesso: alzava raramente lo sguardo e si rivlgeva a lui chiamandolo “sir”. “Non so cosa gli era successo nella Gabbia di Londra”, scrisse il dr. Whitehead.

Esaminando migliaia di documenti depositati ai National Archives, il vecchio Public Record Office, come pure gli archivi del comitato internazionale della Croce Rossa di Ginevra, il Guardian ha ricostruito cosa accadde al prigioniero, e a molti altri come lui.

La Gabbia di Londra venne usata in parte come centro di tortura, dentro cui un gran numero di ufficiali e di soldati tedeschi vennero sottoposti a maltrattamenti sistematici. Passò per la Gabbia un totale di 2573 uomini, e più di 1.000 furono persuasi a sottoscrivere dichiarazioni riguardanti crimini di guerra. Ma le brutalità non finirono con la fine della guerra: ai militari si aggiunse un certo numero di civili tedeschi, che vennero interrogati lì fino al 1948.

La Gabbia era diretta dal Tenente Colonnello Alexander Scotland, un uomo energico e senza peli sulla lingua che venne ritenuto adatto allo scopo. Sebbene fosse inglese, il colonnello aveva prestato brevemente servizio nell’esercito tedesco, in quella che è ora la Namibia, all’inizio del ‘900, e venne inseguito premiato con l’OBE[2] per aver condotto gli interrogatori dei prigionieri tedeschi durante la prima guerra mondiale. Nel 1939, all’età di 57 anni, venne richiamato in servizio.

La Gabbia aveva spazio sufficiente per 60 prigionieri alla volta, e cinque stanze per gli interrogatori. Scotland aveva circa 10 funzionari al suo servizio, più una dozzina di sottufficiali che fungevano da inquirenti e da interpreti. La Sicurezza era fornita da soldati dei reggimenti delle Guardie, scelti – secondo quanto afferma un documento d’archivio – “per la loro altezza più che per le loro capacità intellettuali”.

Tra i documenti depositati nei National Archives di Kew c’è il manoscritto delle memorie di Scotland. Nella sua prima stesura, egli ricorda quello che pensava ogni mattina, quando arrivava alla Gabbia: ““Abbandonino tutte le speranze coloro che entrano qui”. Perché se un tedesco aveva le informazioni che stavamo cercando, alla fine gli venivano invariabilmente strappate”. Al Ministero della Guerra scoppiò un putiferio nel 1950 quando il libro venne esaminato dalla censura. Gli ufficiali pregarono Scotland di mettere sotto chiave il manoscritto, poi lo minacciarono di incriminazione in base all’Official Secrets Act [la legge sui segreti di stato]. Agenti speciali vennero inviati a perlustrare la sua abitazione di Bourne End, nel Buckinghamshire. Il Foreign Office consigliò di eliminare il libro, perché sarebbe stato di aiuto a “persone che protestano in favore dei criminali di guerra”. Un giudizio del MI5[3] sottolineò che Scotland aveva descritto ripetute violazioni della Convenzione di Ginevra, con le sue ammissioni che i prigionieri erano stati costretti a inginocchiarsi mentre venivano colpiti sulla testa; costretti a rimanere svegli fino a 26 ore di seguito e minacciati di esecuzione; o minacciati di “operazioni facoltative”.

Il libro venne poi pubblicato dopo una dilazione di sette anni, e solo dopo che tutto il materiale compromettente era stato eliminato. Ma ora è chiaro che Scotland avrebbe potuto rivelare molto di più.

Nei National Archives vi sono dei documenti di due inchieste ufficiali sui metodi impiegati nella Gabbia, uno dei quali fornisce le prove che alle guardie era stato dato l’ordine di bussare sulla cella di alcuni prigionieri ogni 15 minuti, privandoli del sonno, e un altro che conclude ammettendo la possibilità che “venne usata la violenza” durante gli interrogatori.

C’è anche una lunga e dettagliata lettera di lamentele del capitano delle SS Fritz Knoechlein, che descrive il suo trattamento dopo essere stato portato nella Gabbia nell’Ottobre del 1946. Knoechlein dice che poiché non era in grado di “rendere la confessione desiderata”, venne spogliato, gli venne dato solo un paio di pantaloni di pigiama, venne privato del sonno per quattro giorni e per quattro notti, e quindi affamato.

Le guardie lo colpivano ogni volta che passava loro davanti, sostiene, mentre gli interroganti si vantavano di essere “molto meglio” della “Gestapo in Alexanderplatz”. Dopo essere stato costretto a eseguire esercizi faticosi fino a quando non crollò, dice che gli venne imposto di camminare per quattro ore in uno stretto cerchio. Lamentandosi con Scotland di essere picchiato anche da “soldati semplici senza rango”, Knoechlein sostiene di essere stato immerso nell’acqua fredda, buttato per le scale e colpito con un randello. In seguito, egli dice, venne costretto a stare dietro una grande stufa a gas, con tutti i suoi fornelli accesi, prima di venire rinchiuso in una doccia che spruzzava acqua estremamente fredda, sia lateralmente che dall’alto. Infine, dice l’uomo delle SS, lui e un altro prigioniero vennero condotti nei giardini dietro gli edifici, dove vennero costretti a correre in cerchio portando pesanti tronchi.

“Poiché queste torture furono la conseguenza delle mie personali lamentele, ogni ulteriore reclamo sarebbe stato insensato”, scrisse Knoechlein. “Uno dei guardiani, un po’ più umano degli altri, mi avvisò di non fare più reclami, altrimenti le cose per me sarebbero peggiorate”. Altri prigionieri, a suo dire, venivano picchiati fino a quando pregavano di essere uccisi, mentre a qualcuno venne detto che potevano essere fatti scomparire.

All’epoca in cui Knoechlein fece queste accuse stava rischiando la pena di morte, essendo stato condannato per l’uccisione di 124 soldati inglesi, inclusi 98 membri del Royal Norfolk Regiment. Questi soldati erano stati massacrati da uomini al comando di Knoechlein, dopo essere stati presi prigionieri durante la ritirata di Dunkirk del Maggio del 1940. La sua posizione era disperata, e potrebbe aver fatto delle accuse disperate per sfuggire al boia. Ma le sue lamentele vennero prese sul serio dai funzionari del Ministero della Guerra, che valutarono l’ipotesi di intraprendere un’inchiesta. Alla fine decisero di non farla, perché avrebbe comportato il rinvio della condanna di Koechlein. Non c’erano precedenti legali per una misura del genere, oltre al fatto che “ogni commissione d’inchiesta per queste accuse sarebbe stata inutile”.

Analoghe accuse di tortura emersero nel 1947, e poi anche l’anno seguente, quando 21 ufficiali della Gestapo e della polizia vennero processati per l’omicidio di 50 ufficiali della RAF, che erano stati fucilati dopo aver cercato di farsi strada con un tunnel fuori dello Stalag[4] Luft III, una fuga rievocata dal film di Hollywood La Grande Fuga.

Al tribunale di Amburgo venne detto che a molti degli imputati era stata fatta soffrire la fame ed erano stati sistematicamente picchiati nella Gabbia di Londra, rinchiusi nella doccia ad acqua fredda e “minacciati con congegni elettrici”. Tra gli imputati c’era Erich Zacharias, un sergente della polizia di frontiera della Gestapo. La sola prova contro di lui era la sua confessione che, venne notato nel giudizio del MI5 sul memoriale di Scotland, era stata firmata solo perché, “essendo prigioniero nelle loro mani, era stato manipolato psicologicamente”. Zacharias insistette che anche lui era stato picchiato. Venti degli imputati vennero condannati e 14 furono impiccati, tra i quali Zacharias.

E’ impossibile capire, dagli archivi del Ministero della Guerra, se Scotland veniva considerato all’epoca come un cane sciolto i cui metodi dovevano essere tranquillamente passati sotto silenzio, o se agiva con un’approvazione chiara e ufficiale. E’ chiaro comunque che dalla fine del 1946 vi fu “inquietudine per i suoi metodi” al quartier generale dell’esercito inglese del Reno.

Da allora la Croce Rossa seppe dell’esistenza della Gabbia, anche se solo perché la sua ubicazione era stata inavvertitamente inclusa in un elenco di campi per prigionieri di guerra inviato all’organizzazione. Un ispettore della Croce Rossa suonò due volte all’indirizzo di Kensington Palace nel Marzo del 1946 ma venne mandato via. In un lungo memorandum inviato al Ministero della Guerra, Scotland spiegò di avere identificato l’ufficiale responsabile di aver rivelato la sua ubicazione, e che quest’uomo aveva promesso che “l’errore non si sarebbe ripetuto”.

Scotland proseguì argomentando che la Croce Rossa non doveva essere ammessa, perché i suoi prigionieri erano o civili o “criminali delle forze armate” e in nessuno dei due casi, disse, erano protetti dalla Convenzione di Ginevra. Se fosse stato permesso alla Croce Rossa di entrare nella Gabbia, avrebbe dato istruzioni alla RAF affinché smettesse di inviargli i prigionieri sospettati degli omicidi nello Stalag Luft III. “L’interrogatorio di questi criminali in Germania deve procedere in modo più simile ai metodi di polizia che ai principi della Convenzione di Ginevra”.

Egli scrisse anche: “L’attrezzatura segreta che usiamo per verificare l’attendibilità delle informazioni ottenute deve essere rimossa dalla Gabbia prima che venga dato il permesso di ispezionare l’edificio. Quest’opera richiederà un mese per essere completata”. Non è chiaro che tipo di “attrezzatura segreta” Scotland voleva nascondere alla Croce Rossa.

Ci vollero altri 18 mesi prima che la Croce Rossa potesse entrare nella Gabbia. Il suo ispettore trovò poche prove dei maltrattamenti ma, come osservò nei rapporti susseguenti, sembra che 10 prigionieri in pessime condizioni fisiche fossero stati trasferiti in altri campi la notte prima del suo arrivo, e c’erano le prove che qualsiasi prigioniero che avesse espresso una lamentela in sua presenza avrebbe subìto delle rappresaglie.

Nonostante il numero crescente di lamentele ricevute riguardo alla Gabbia di Londra, il Comitato Internazionale della Croce Rossa decise infine di non far nulla “attraverso canali ufficiali” poiché gli era stato assicurato che la sua chiusura era imminente, e perché temeva che una tale iniziativa sarebbe andata contro gli interessi degli uomini che erano ancora lì detenuti.

Mentre il lavoro alla Gabbia diminuiva, gli interrogatori dei prigionieri venivano spostati in un certo numero di campi di internamento in Germania. E vi sono prove che il trattamento inflitto in questi luoghi fu, se possibile, molto peggiore. Mentre molte delle relazioni riguardanti questi centri di detenzione rimangono sigillate al Foreign Office, è chiaro che uno dei campi della zona inglese divenne particolarmente famigerato. Almeno due prigionieri tedeschi vennero fatti morire di fame lì, secondo una commissione d’inchiesta, mentre altri vennero fucilati per reati minori.

In un reclamo depositato ai National Archives, un ventisettenne giornalista tedesco detenuto in questo campo disse che aveva passato due anni come prigioniero della Gestapo. E nemmeno una volta, disse, lo trattarono in modo così crudele come gli inglesi.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.guardian.co.uk/uk/2005/nov/12/secondworldwar.world
[2] Ordine dell’Impero Britannico
[3] Military Intelligence, sezione 5: è l’agenzia per la sicurezza e il controspionaggio inglese (http://it.wikipedia.org/wiki/MI5 ).
[4] Acronimo per Stammlager, campo permanente per prigionieri di guerra.

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Recent Posts
Sponsor