
Gian Pio Mattogno
UN “SISTEMA EPSTEIN” D’ALTRI TEMPI
IN UNA CRONACA DELLA «CIVILTÀ CATTOLICA» DELLA FINE DEL XIX SECOLO
In una cronaca apparsa nel fasc. del 19 agosto 1893 della «Civiltà Cattolica» (Anno Quarantesimoquarto, Serie XV, Vol. VII, Quaderno 1036, pp. 497-499) la rivista dei gesuiti rammentava il caso di una giovinetta ceca in Boemia, scomparsa due mesi prima senza lasciare traccia. Vennero subito incolpati i giudei di averla uccisa a scopi rituali. Questi furono assaliti e malmenati da una folla inferocita e a stento messi in salvo dal pronto intervento della forza pubblica. L’autorità giudiziaria accertò che la ragazza in realtà si era suicidata e condannò gli eccessi popolari degli antisemiti.
S’erano appena calmati gli animi in Boemia, che la questione dell’omicidio rituale si riaccese in seguito alla pubblicazione a Dresda di un opuscolo da parte del dott. Deckert, parroco di Fünfhaus. Il chiasso destato da questo opuscolo fu immenso e ne divampò un’acerba polemica col rabbino dott. Bloch, deputato al Parlamento, il quale scese in campo per difendere gli ebrei in diversi articoli.
Alle prove portate da Deckert, Bloch non seppe contrapporre che ridicolaggini e ingiurie triviali. Il parroco si dichiarò anche disposto a provare le sue tesi sulla testimonianza giurata di un ebreo convertito, illustre orientalista e conoscitore del Talmud.
Ma il colpo di grazia venne recato da Paolo Meyer, israelita convertito, direttore di un giornale antisemita, il quale scrisse a Deckert di essere pronto a giurare di aver assistito in prima persona ad un assassinio rituale perpetrato nel 1875 a Ostrowo (Russia).
Vista la mala parata, i giudei cercarono di corrompere il Meyer col denaro per indurlo a dichiarare di avere detto il falso. Ma avendo egli rifiutato tale offerta, venne arrestato dalla polizia, aizzatagli contro dagli ebrei, col pretesto di una accusa di diffamazione appioppatagli opportunamente presso il Tribunale di Lipsia.
La C.C. chiosava: «Tanto è sconfinata la potenza dell’oro giudaico!».
E sottolineava che «sempre nuove infamie vengono a galla, ad aprire gli occhi sui principii della morale talmudica della nazione deicida».
La rivista alludeva all’ultima infamia, un fatto di cronaca criminale sessuale che in quello stesso anno aveva visto coinvolti degli ebrei.
«Questa è di data men recente, ma del corrente anno di grazia. Pochi mesi fa, in Turchia, dietro richiesta dell’ambasciata austriaca, sessanta ragazze native di Galizia (Polonia austriaca) vennero strappate agli artigli di certi negozianti ebrei, e ricondotte in patria. In seguito alle loro deposizioni, la polizia di Leopoli arrestò 27 persone, le quali facevano parte d’una vasta associazione di mercanti di carne umana.
«Si scoperse che il traffico infame abbracciava quasi tutte le città della Galizia. Le sventurate fanciulle venivano mercanteggiate nella maniera più obbrobriosa, e vendute a case innominabili, a Costantinopoli, ed in altre città d’Oriente. È prezzo dell’opera riportare in proposito alcuni particolari pubblicati in una corrispondenza originale da Leopoli ai giornali di Vienna:
«“Sono già sette anni, che venne portato reclamo all’autorità locale da una madre, per la scomparsa misteriosa di una sua figliuola. Qualche giorno dopo nessuno più ne parlava, quando un’altra madre si fece avanti, denunziando il ratto della sua figlia. Di poi a breve distanza seguirono un terzo, un quarto caso analogo, e non passava mese, che il caso non si ripetesse, cotalché il pubblico incominciò ad inquietarsi. Le scomparse erano tutte povere ragazze del popolo, sprovvedute di mezzi. Nessuno ancora sospettava possibile in pieno secolo decimonono e in un paese civile tal delitto, che appena sarebbe compatibile colle barbarie d’un popolo selvaggio. Ma intanto le ragazze scomparse non si vedevano più ritornare. Un’inchiesta venne avviata. Nel 1885 venne scoperta la prima traccia della banda assassina. Il processo durò lungamente; ne risultò che trattavasi d’una vasta associazione organizzata a meraviglia, e che i suoi membri, esclusivamente giudei, erano disseminati in tutto l’Oriente. A prezzo d’oro essi procuravano le vittime al vizio, da Costantinopoli sino alle Indie, condannandole ad una schiavitù peggiore della morte. Dopo dieci giorni di dibattimento, 22 accusati vennero dalle assise di Leopoli riconosciuti colpevoli di questo infame traffico, e condannati al carcere duro”».
«Bisogna pur convenire, che la pazienza de’ Cristiani è posta a dura prova dai misfatti d’una razza, la quale forse per effetto della maledizione divina, non accorgendosi della tempesta imminente, sembra ne voglia affrettare lo scoppio colle più imprudenti provocazioni».
Chissà perché questa cronaca della fine del XIX secolo mi ricorda – mutatis mutandis ‒ qualcuno dell’inizio XXI secolo.
Il lupo talmudista perde il pelo ma non il vizio.
In fondo, secondo la Halacha, le donne non ebree non sono anche «prostitute»?
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