Panagiotis Heliotis: Il violinista

IL VIOLINISTA[1]

Di Panagiotis Heliotis, 2018

Andate mai ai concerti? Incontriamo Jacob (Jacques) Stroumsa, il violinista di Auschwitz.

Stroumsa era un elettrotecnico e un violinista dilettante. Arrivò a Birkenau l’8 maggio 1943. Dopo aver trascorso un mese nell’orchestra del campo, venne trasferito ad Auschwitz dove, dopo aver effettuato lavori di giardinaggio, riuscì a trovare un lavoro adeguato alle sue competenze: in una fabbrica metallurgica. Nel gennaio 1945 venne inviato a Mauthausen con una “marcia della morte”, poi a Gusen, poi di nuovo a Mauthausen, poi a Gusen II dove fu liberato dagli americani l’8 maggio 1945. Dopo la guerra, visse a Parigi prima di emigrare in Israele nel 1967.

Le sue memorie Geiger in Auschwitz sono state pubblicate nel 1993, in inglese nel 1996, e in greco nel 1997 con il titolo I Chose Life[2]. Vediamo cosa possiamo trovarvi che sostenga oppure che mini la narrazione ortodossa.

Dove sono andati?

Come è accaduto ad altri testimoni, Stroumsa non ha mai visto davvero nessuno sterminio di prigionieri. Il suo primo giorno a Birkenau, dopo un primo interrogatorio condotto da un ufficiale riguardo alla sua età, alle sue competenze ecc., venne mandato in un’altra stanza per una visita medica. Lì trovò un dottore che era stato suo amico a Salonicco. Il dottore gli disse:

Proprio ora, i tuoi genitori, tua moglie e i suoi genitori sono stati già gasati in una camera a gas, e poi verranno bruciati nelle fornaci del crematorio. I giovani hanno una piccola possibilità di rimanere vivi, se non si ammalano. Dovranno lavorare, ognuno secondo le sue competenze, fino alla fine della guerra” (p. 46).

All’inizio, Stroumsa pensò che egli fosse pazzo e che delirasse. Ma alla fine, si convinse che aveva ragione. Stroumsa credeva che gli inabili al lavoro venissero gasati. Egli scrive su suo cugino:

Era malato. La causa fu un’unghia incarnita che era suppurata. Jacques si trovava al Revier, l’ospedale del campo, e lì, in una Selektion, cioè una selezione, lo presero per i gas” (p. 14).

Ma come egli chiaramente afferma (p. 145), la sola cosa che vide davvero fu i camini dei crematori.

All’ospedale

Dopo il suo trasferimento ad Auschwitz, Stroumsa provò durante una notte un acuto dolore nel basso ventre. Andò all’ospedale, dove un dottore delle SS gli diagnosticò un’ernia e ordinò di operarlo. Stroumsa tremava di paura e non poteva dormire la notte. Il giorno dopo stava nella sala operatoria. Gli dissero di non avere paura poiché gli avrebbero somministrato un anestetico locale. Dopo l’iniezione, lo legarono al tavolo. Mentre giaceva lì guardando ogni cosa fece la seguente considerazione:

Non potevo capire la mentalità dei nostri carnefici. Da un lato picchiavano, uccidevano, mandavano chiunque alla camera a gas per le ragioni più banali, come per esempio un’unghia incarnita. E d’altro canto avevano un’orchestra, un ospedale con una vera sala operatoria, ti davano l’anestesia per non farti soffrire, per curare un’ernia in modo da farti tornare al lavoro. Tutto ciò sembrava incredibile!” p. 62).

Questo è molto importante. I prigionieri erano così convinti di cose che non avevano visto da avere problemi a credere a quello che vedevano davvero.

Il processo

Qui siamo di fronte ad un altro fatto “incredibile”. Stroumsa aveva fatto amicizia al lavoro con un polacco cattolico. Una notte, il polacco lo invitò a casa sua quando la guerra sarebbe finita. Gli diede il suo indirizzo su un pezzo di carta. Ma quando poi in seguito un tecnico delle SS lo cercò e trovò il pezzo di carta, le SS lo accusarono di aver progettato di fuggire. Stroumsa venne immediatamente rinchiuso nel Block 11, e due giorni dopo venne messo sotto processo.

Dapprima, il giudice delle SS gli chiese educatamente se preferiva avere un interprete. Stroumsa, che conosceva il tedesco, rifiutò. Rispose con calma a tutte le domande. Ecco cosa ne seguì:

Poi, una cosa incredibile, la corte, dopo un consulto, mi mise in libertà e mi fece tornare al lavoro, mi diedero anche un giorno di riposo” (p. 79).

Molti anni dopo, nel libro Secretaries of Death di Lore Shelley[3], Stroumsa scoprì, insieme ad alcune informazioni biografiche, chi era il giudice delle SS: l’Unterscharführer Klaus Dylewski.

Dylewski era il responsabile dell’esecuzione dei prigionieri al Block 11, e prendeva anche parte alla ‘selektion’ sulla piattaforma ferroviaria. Venne arrestato nell’aprile 1959 e condannato al carcere dal tribunale di Francoforte. Ma mi salvò la vita facendomi ritornare al lavoro” (p. 80).

Che cosa sulle camere a gas?

Nel testo principale del libro, Stroumsa non dà nessuna informazione sulle camere a gas. Solo nell’appendice fornisce la testimonianza di un amico, Hazan Saul, che sostiene di aver lavorato nel Sonderkommando. A partire dalla pagina 143, leggiamo la seguente descrizione:

Quando gli ebrei scendevano dal treno, dopo la prima selezione, li facevano subito morire nella camera a gas, che poteva contenere circa 3,000 persone. All’interno lungo i muri c’erano panche, e sopra di esse stampelle, e sopra ogni stampella un numero. Veniva detto loro di spogliarsi e di appendere i vestiti, e di ricordare il numero dove ognuno aveva appeso le sue cose. Sul soffitto potevano vedere i pomelli di doccia, per avere l’illusione che presto sarebbe uscita l’acqua. Non appena la camera era piena, le porte venivano chiuse ermeticamente. Un uomo delle SS veniva su una motocicletta portando due barattoli di Cyclon. Metteva una maschera, apriva i barattoli, e versava il contenuto attraverso due aperture. Uno o due lucernari gli permettevano di vedere nella camera per osservare la procedura che durava circa mezz’ora. Infine, aprivano la porta e accendevano speciali ventilatori per rimuovere i gas velenosi”.

Qui abbiamo alcune solite contraddizioni rispetto alla narrazione ortodossa. La struttura descritta assomiglia molto ai Crematori II e III, ma lì, lo Zyklon veniva presuntivamente non versato direttamente nella camera ma all’interno di alcuni congegni; presuntivamente non c’erano due bensì quattro aperture attraverso le quali lo Zyklon veniva versato, e si dice che il punto di osservazione era costituito da uno spioncino sulla porta, non da inesistenti lucernari. Inoltre, la storia contiene due impossibilità fisiche: 3,000 persone non possono essere ospitate in uno spazio di circa 210m2, e la ventilazione sarebbe dovuta avvenire per un prolungato periodo di tempo prima che la porta venisse aperta. Ma l’errore più eclatante in questa descrizione è che essa sembra implicare che lo spogliatoio e la camera a gas fossero un’unica stanza.

Quanto ai crematori, non viene fornito nessun dettaglio. C’è solo la storiella tante volte ripetuta dei camion che scaricavano prigionieri malati direttamente nelle fosse ardenti, poiché i crematori da soli non erano bastevoli a smaltirli (p. 143).

Riepilogo

Il testimone è certamente credibile. Il suo amico dottore gli aveva detto che c’era una possibilità di sopravvivenza se non si fosse ammalato, ma la sua esperienza dimostra il contrario. Anche il suo processo porta un colpo pesante al ritratto delle SS come mostri assetati di sangue che torturavano e uccidevano i prigionieri per divertimento. E ancora una volta non c’è una conoscenza di prima mano delle uccisioni di massa. Inoltre, è assai ironico che testimonianze presentate per sostenere la tesi dello sterminio finiscano in realtà per sostenere il punto di vista revisionista.     

 

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: https://www.inconvenienthistory.com/10/1/5281

[2] Jacques Stroumsa, Geiger in Auschwitz: Ein jüdisches Überlebensschicksal aus Saloniki 1941–1967, Hartung-Gorre, Konstanz 1993; idem, Violinist in Auschwitz: From Salonica to Jerusalem, 1913-1967, ibid., 1996; Διαλεξα τη ζωη: Απο τη Θεσσαλονικη στο Αουσβιτς, Parateretés, Thessaloniki 1997.

[3] Lore Shelley, Secretaries of Death: Accounts by Former Prisoners Who Worked in the Gestapo of Auschwitz, Shengold, New York 1986.

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