Come la CIA manipola i media mainstream

How the CIA Infiltrated Germany's Mainstream Media - Global Research

COME LO STATO DI SICUREZZA NAZIONALE MANIPOLA I MEZZI DI INFORMAZIONE[1]

Di Ted Galen Carpenter, 9 marzo 2021

Una minaccia alla libertà particolarmente pericolosa si verifica quando esponenti della stampa colludono con le agenzie governative invece di monitorare e smascherare gli abusi di tali agenzie. Purtroppo, la collusione è uno schema fin troppo comune nella copertura mediatica delle attività dello stato di sicurezza nazionale. Il popolo americano riceve quindi propaganda ufficiale camuffata da servizi e analisi oneste.

Il grado di collaborazione ha frequentemente raggiunto livelli sbalorditivi. Durante i primi decenni della Guerra Fredda, alcuni giornalisti diventarono addirittura risorse della CIA. L’articolo di 25.000 parole pubblicato su Rolling Stone nel gennaio 1977 dal reporter del Washington Post Carl Bernstein fu un resoconto straordinariamente dettagliato della cooperazione tra la CIA ed esponenti della stampa, e fornì informazioni chiave su tale relazione. In alcuni casi, i “giornalisti” erano in realtà impiegati a tempo pieno della CIA che si presentavano come esponenti del Quarto Potere, ma Bernstein confermò anche che circa 400 giornalisti americani autentici avevano segretamente svolto incarichi per la CIA durante i precedenti 25 anni. Egli osservò che “i giornalisti hanno fornito un ampio spettro di servizi clandestini – dalla semplice raccolta di informazioni al fungere da tramite con spie dei paesi comunisti. Giornalisti condividevano i loro taccuini con la CIA. Direttori condividevano il loro personale”.

Un’inchiesta apparsa sul New York Times il 26 dicembre 1977 descrisse il campo d’azione della campagna globale della CIA per influenzare l’opinione pubblica attraverso la manipolazione dei media. “Nei suoi perduranti sforzi per plasmare l’opinione pubblica mondiale, la CIA è stata capace di fare ricorso ad una “vasta rete” di giornali, servizi informativi, riviste, case editrici, stazioni radio e altre entità su cui ha avuto a vari livelli un certo controllo. Un decennio fa, quando l’impero comunicativo dell’agenzia era al suo apice, essa abbracciava più di 500 organizzazioni e individui appartenenti all’informazione pubblica. Secondo un funzionario della CIA, essi spaziavano secondo l’importanza ‘da Radio Free Europe ad un ragazzo di terz’ordine a Quito che poteva ottenere qualcosa sul giornale locale’”. La CIA finanziava queste “risorse giornalistiche straniere” generosamente.

Bernstein sottolineò che le più preziose tra queste strette collaborazioni erano “con il New York Times, la CBS e il Time Inc. [l’editore sia di Time che di Newsweek]”. In realtà, il solo New York Times “ha fornito la copertura per circa dieci operativi della CIA” per un periodo di circa due decenni. “L’aiuto fornito assumeva spesso due forme: forniva lavori e credenziali (“copertura giornalistica” nel gergo dell’Agenzia) per operativi della CIA che dovevano essere collocati in capitali straniere; e forniva all’Agenzia i servigi sotto copertura di giornalisti già inquadrati nel personale, inclusi alcuni dei corrispondenti più conosciuti nel business”. La CBS News è stata in competizione con il Times per la designazione della risorsa giornalistica più utile alla CIA. La CBS è stata indiscutibilmente, tra le emittenze, la risorsa più preziosa della CIA. Nel corso degli anni, questa rete televisiva non solo ha fornito la copertura agli impiegati della CIA, ma ha “permesso che i servizi dei corrispondenti della CBS inviati alle redazioni di Washington e di New York venissero abitualmente monitorati dalla CIA”.

Le riforme varate alla fine degli anni ’70 dopo le sedute investigative della Commissione del Senato sui servizi segreti, presieduta dal senatore Frank Church, presuntivamente posero fine alla penetrazione della CIA nella stampa. Tuttavia, le prove di una recente collaborazione tra le agenzie di intelligence e i media suggeriscono che se la manipolazione può essere diventata più sottile, essa non è sparita. Un impressionante articolo esclusivo del settembre 2014 pubblicato sull’Intercept ha confermato che il problema dei legami eccessivamente stretti tra la CIA e certi importanti giornalisti non è semplicemente un reperto appartenente al passato.

Il giornalista dell’Intercept Ken Silverstein ha ottenuto diverse centinaia di pagine di documenti dall’Agenzia riguardanti questa questione in risposta a due richieste formulate in base al Freedom of Information Act. I documenti pesantemente censurati hanno fornito solo uno schiarimento limitato; le parti non censurate consistevano primariamente di corrispondenza [inviata] da giornalisti e da editorialisti all’Agenzia, mentre le repliche da parte del personale della CIA sono state per la maggior parte oscurate. Come Silverstein ha osservato, “È impossibile sapere con precisione come gli agenti della CIA abbiano risposto alle richieste dei giornalisti, perché le email mostrano solo un lato delle conversazioni. La CIA ha censurato praticamente tutte le repliche dei manipolatori della stampa a parte scarni commenti che sono stati fatti esplicitamente a verbale, citando il CIA Act del 1949, che esenta l’Agenzia dal dover divulgare “fonti e metodi di intelligence”. Silverstein ha maliziosamente fatto notare che i contenuti di email ufficiose o in background da parte dei manipolatori CIA potrebbero divulgare fonti e metodi “nel caso voi consideriate la manipolazione dei giornalisti americani come un metodo di intelligence”.

Anche con le massicce censure, l’abbondanza di scambi email con giornalisti dell’Associated Press, del Washington Post, del New York Times, del Wall Street Journal, e di altri importanti organi indicano che sembrano esserci rapporti professionali (e qualche volta personali) molto stretti tra questi giornalisti e la CIA. Silverstein ha focalizzato molta della sua attenzione sul comportamento di Ken Dilanian, un giornalista della sicurezza nazionale del Los Angeles Times che è poi entrato nell’Associated Press e, ancora dopo, nella NBC News. Il suo rapporto con la CIA ha certamente sollevato delle questioni inquietanti. Silverstein ha denunciato il fatto che numerose email “mostrano che Dilanian ha goduto di un rapporto strettamente collaborativo con l’agenzia, promettendo esplicitamente una copertura informativa positiva e qualche volta inviando le bozze dell’intera storia all’ufficio stampa per una revisione prima della pubblicazione. In almeno un caso, la reazione della CIA sembra aver indotto cambiamenti significativi nella storia che venne pubblicata alla fine sul Times”. Ottenere il benestare in anticipo e sollecitare la cooperazione e l’approvazione ufficiali compromette automaticamente l’integrità del lavoro del giornalista.

Una delle tattiche preferite e di vecchia data della CIA è di produrre notizie favorevoli, incluse quelle totalmente fasulle, sui media stranieri, con l’aspettativa che i media americani alla fine le riprenderanno. È indubbio che il governo americano ingaggia ancora giornalisti stranieri per missioni propagandistiche nei loro paesi natali. Per esempio, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno montato un grande sforzo propagandistico congiunto riguardante la guerra civile siriana utilizzando uno spiegamento di giornalisti e di editorialisti mediorientali. Tra gli altri possibili effetti, bisogna valutare quante di queste “notizie” orchestrate sono ritornate sui media americani, impattando la narrazione e il dibattito interno sulla guerra civile siriana e su quale dovrebbe essere la posizione di Washington verso quel conflitto. Il fenomeno del potenziale “contraccolpo” è un esempio preoccupante di come le agenzie di intelligence possano manipolare il dibattito su una questione di politica estera negli Stati Uniti.

È inquietante quanto spesso la maggior parte dei media mainstream promuovano l’agenda della narrazione predisposta dalla CIA e da altre parti dello stato di sicurezza nazionale. La maggior parte della stampa ha fatto circolare la narrazione secondo cui i colpi di stato orchestrati dalla CIA in Iran e in Guatemala negli anni ’50 furono spontanee rivolte popolari. Più recentemente, i media hanno disseminato le accuse secondo cui Saddam Hussein aveva un vasto arsenale di armi di distruzione di massa. Quasi tutte le informazioni in proposito provennero da esiliati iracheni che la CIA aveva fornito a giornalisti “amici”, inclusa la reporter del New York Times Judith Miller. Un fatto forse ancora più impressionante è che importanti organi di informazione, specialmente il Washington Post, il New York Times, la CNN e il MSNBC, si sono avidamente uniti alla campagna dello stato di sicurezza nazionale per demonizzare la Russia. Questi pesi massimi mediatici hanno entusiasticamente promosso la falsa narrazione sulla collusione tra la campagna di Donald Trump e il governo russo per influenzare l’elezione presidenziale del 2016. Ancora peggio, hanno ripetuto a pappagallo l’accusa infondata e inverosimile della CIA secondo cui Mosca aveva pagato i talebani per uccidere i soldati americani.

È possibile che la vogliosità dei giornalisti di essere i megafoni della CIA su tali questioni rifletta semplicemente una credulità intrinseca. Tuttavia, dati i lunghi precedenti di collusione, è probabile che la comunità dell’intelligence sia sistematicamente lavorando con alleati volenterosi. Il popolo americano, che si affida ai professionisti dell’informazione per essere fornito di informazioni accurate e indipendenti sugli affari esteri, è la vittima finale.

 

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: https://original.antiwar.com/Ted_Galen_Carpenter/2021/03/08/how-the-national-security-state-manipulates-the-news-media/

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