Il peso geopolitico dello stato ebraico e l’azione liberticida della Israel lobby

È notizia di qualche settimana fa che la Corte penale internazionale ha deciso di indagare sui crimini di guerra israeliani contro i palestinesi.

La Corte indagherà in particolare sui crimini compiuti contro Gaza nel 2014, nell’ambito della operazione militare chiamata “Margine protettivo”: in quell’occasione, l’entità sionista bombardò per settimane la popolazione palestinese, uccidendo circa 2.300 persone, ferendone altre 11.000, e provocando la distruzione completa o parziale di decine di migliaia di abitazioni.

Israele afferma di non aver preso intenzionalmente di mira i civili palestinesi ma questa affermazione è stata smentita dal generale israeliano (in pensione) Ilan Paz, il quale, mentre l’Operazione Margine Protettivo era ancora in corso, dichiarò:

“In passato, ho fatto parte della commissione dell’IDF[1]che ha esaminato il codice etico per il contrasto al terrorismo nelle zone abitate dai civili, e che ha cambiato [il codice]. La commissione era presieduta dal generale Amos Yadlin, allora comandante dei collegi militari, con il professor Asa Kasher e altri come membri. Quando la commissione concluse i suoi lavori, mi rifiutai di firmare le sue raccomandazioni. Ritenni che costoro avevano fornito un’approvazione morale al ferimento dei civili. I risultati sono stati evidenti durante l’Operazione Margine Protettivo [nel 2014]. Non mi riferisco agli errori – questi accadono durante una guerra. Mi riferisco al protocollo, a quel codice etico, alla sua applicazione e ai suoi spaventosi risultati. Non ci sono giustificazioni per infliggere dei danni su questa scala, né vi possono mai essere”.

È per questo che nel 2014 l’associazione “Breaking the silence” e altri gruppi di attivisti israeliani chiesero un’inchiesta sull’Operazione Margine Protettivo: per essere credibile, argomentavano, una tale inchiesta avrebbe dovuto essere condotta da un ente esterno e indipendente dall’esercito israeliano.  

Ma i governi israeliani sono sempre stati del tutto sordi a inchieste del genere. E adesso che ad occuparsi dei crimini israeliani sarà la Corte penale internazionale gridano all’antisemitismo.

Commenta Avner Gvaryahu, esponente di Breaking the Silence:

“Per anni, noi israeliani ci siamo intrappolati in una bolla. Ci siamo rifiutati di ascoltare gli avvertimenti contro le nostre azioni. Abbiamo accusato chiunque cercasse di far breccia nei muri della nostra indifferenza di commettere tradimento o di vomitare antisemitismo. Per tutto il tempo, ci siamo convinti che le regole che abbiamo inventato per guidare le nostre azioni ci permettevano di continuare a dominare con la forza milioni di persone senza diritti. Il segnale ricevuto dall’Aja la settimana scorsa è un’opportunità per riconsiderare l’occupazione nella sua interezza. È un memento che il modo per evitare un’indagine della Corte penale internazionale non richiede manovre elusive o trucchi legali; il solo modo infallibile per non essere accusati di crimini di guerra è semplicemente quello di non commetterli”.

Dunque, a quanto pare, l’inchiesta della Corte penale internazionale si farà, nonostante le pressioni e le minacce rivolte dal Premier israeliano Netanyahu (spalleggiato prima da Trump e ora da Biden) contro il procuratore capo della Corte, Fatou Bensouda.

Costei, l’anno scorso era stata addirittura fatta oggetto di “sanzioni” da parte dell’amministrazione Trump, e questo per avere osato aprire delle indagini sui crimini di guerra compiuti dagli americani in Afghanistan a partire dal 2002 (sarebbe interessante sapere se Biden manterrà queste sanzioni. È probabile che le manterrà).

Il Procuratore capo della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda

Certo, l’indagine della Corte penale internazionale costituisce un indubbio danno di immagine per lo stato ebraico, però è molto improbabile che per i palestinesi le cose cambieranno: Israele è uno stato fondato sull’apartheid e le sue politiche feroci e disumane continueranno come sempre, perché godono dell’appoggio incondizionato dei governi americani. Anche da questo punto di vista c’è una piena continuità tra Trump e Biden: quest’ultimo manterrà l’ambasciata statunitense a Gerusalemme e non interferirà con la politica di annessione a Israele di larghe porzioni della Cisgiordania.

Questo orientamento del governo americano è stato confermato nei giorni scorsi da un importante politico statunitense: si tratta del deputato Gregory Meeks, presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei rappresentanti. Costui ha ribadito che gli aiuti militari americani allo stato ebraico dovranno rimanere incondizionati, anche se il governo israeliano procede con i piani di annessione della Cisgiordania. Egli ha anche detto che il memorandum del 2016 che garantisce a Israele 3.8 miliardi di dollari all’anno (denaro dei contribuenti americani) deve essere salvaguardato a prescindere dalle politiche del governo israeliano!

 

Gregory Meeks

Tutto ciò rappresenta un’inquietante involuzione rispetto a quanto Meeks aveva dichiarato solo sei mesi prima, nell’agosto 2020, quando aveva detto che “gli Stati Uniti devono essere espliciti nella nostra opposizione [all’annessione della Cisgiordania] esercitando una pressione contro Netanyahu se egli dovesse annettere il territorio, inclusa la leva degli aiuti americani”.

Non basta. Meeks si è persino permesso di colpevolizzare i palestinesi per lo stato di oppressione in cui sono costretti a vivere. Quando gli è stato chiesto se il governo americano ripristinerà gli aiuti umanitari agli ospedali, alle scuole e ai profughi palestinesi (aiuti abrogati da Trump), costui ha cambiato discorso, collegando la questione palestinese all’”antisemitismo” e ai “reati di odio”. Il fanatismo filo-israeliano di Meeks è stato stigmatizzato anche da Beth Miller, esponente di Jewish Voice for Peace, che ha osservato:

“È inaccettabile che egli non possa parlare degli aiuti [ai palestinesi] – una misura che i gruppi dei diritti [umani] di tutto il mondo hanno chiesto – senza insinuare che i palestinesi sono antisemiti. Tutto ciò è tanto offensivo quanto scorretto”.

Da parte sua, Hatem Abudayyeh, presidente nazionale del US Palestinian Community Network (USPCN) ha detto che Meeks “dovrebbe parlare a Netanyahu del razzismo, del suprematismo bianco, e dell’odio contro i palestinesi, gli arabi e i musulmani”.

Una considerazione ineccepibile: come dicevo pocanzi, Israele è uno Stato fondato sull’apartheid. Non è una novità, ma a riconoscerlo oggi sono anche gli elementi più progressivi della società israeliana. Lo ha ricordato pochi giorni fa il noto editorialista di Haaretz, Gideon Levy. Secondo Levy, Israele, nei suoi 73 anni di esistenza, è stata una democrazia solo per sei mesi: dal primo dicembre 1966 – quando il Primo ministro Levi Eshkol abrogò l’amministrazione militare imposta ai cittadini arabi di Israele – al giugno 1967, quando i territori nuovamente occupati vennero posti di nuovo sotto un regime militare.

Ora, c’è una novità: qualche settimana fa B’Tselem, un gruppo di attivisti israeliani in difesa dei diritti umani, ha pubblicato un documento, definito “rivoluzionario” da Gideon Levy, in cui si afferma che il regime di apartheid non esiste solo nei territori occupati ma in tutto Israele, dal Mediterraneo al Giordano.

Qualche giorno prima di B’Tselem, anche lo scrittore americano Nathan Thrall, che vive a Gerusalemme, aveva espresso un parere analogo, criticando contestualmente le organizzazioni sedicenti sioniste-liberali e di sinistra israeliane, per le quali Israele è pur sempre una democrazia, e per le quali l’occupazione della Cisgiordania sarebbe “temporanea”.

Conclude Levy, citando le due prese di posizione: “È impossibile parlare ancora dell’”apartheid nei territori [occupati]. È impossibile separare i territori e Israele, ed è impossibile considerare l’occupazione come ‘temporanea’. La conclusione: Israele è uno Stato di apartheid. Proprio come nel caso del Sudafrica, è ridicolo parlare di democrazia, anche se delle elezioni hanno luogo, è ridicolo considerare Israele come una democrazia”.

Gideon Levy

Tra i tanti crimini che Israele continua a compiere nella più assoluta e totale impunità, ce n’è uno che continua a colpirmi in modo particolare: le centinaia, le migliaia di alberi di olivo di proprietà dei palestinesi che l’esercito israeliano continua proditoriamente a sradicare e a distruggere. Per fare un esempio, il 6 dicembre scorso i bulldozer e dozzine di soldati dell’esercito israeliano hanno effettuato un raid nella zona denominata Khallet al-Abhar di Deir Ballout, nei sobborghi della città palestinese di Salfit, sradicando e distruggendo 3.400 olivi in un solo giorno.

750 di questi olivi appartenevano alla coltivatrice Khitam Ismail, la quale ha dichiarato:

“In sole cinque ore, hanno distrutto tutto il duro lavoro che avevamo fatto negli anni scorsi. Non si sono accontentati di aver fatto questo, essi hanno addirittura confiscato gli alberi dopo che li avevano sradicati, e alcuni sono stati fatti a pezzi e irrorati di materiale chimico per ucciderli”.

Oltre agli alberi di olivo, l’esercito israeliano ha distrutto 40 dei mandorli di Ismail, 40 fichi e 30 viti.

Le autorità israeliane hanno anche raso al suolo centinaia di dunam di terra con bulldozer nell’Area C, il che probabilmente prelude ad una confisca di massa dei terreni di proprietà dei palestinesi. Tutto ciò, in favore dell’espansione dei coloni.

Queste violenze continuano a essere perpetrate grazie alla complicità e al silenzio della cosiddetta “comunità internazionale”. I media mainstream non parlano di questi misfatti. I governi che contano in occidente non solo tollerano tutto ciò ma intensificano sempre più i legami politici e militari con lo stato ebraico. Di conseguenza, Israele non fa che accrescere il proprio peso geopolitico negli scenari internazionali.

Il mese scorso, a gennaio, il Pentagono ha annunciato un’importante riorganizzazione per portare Israele – per la prima volta – all’interno del suo comando militare in Medio Oriente, insieme agli stati arabi.

Fino ad oggi, Israele aveva fatto parte del comando europeo delle forze armate statunitensi, l’Eucom, e non faceva parte del comando mediorientale, noto come Central Command, o Centcom.

Questa decisione ha liquidato le preoccupazioni tradizionali per le quali l’inclusione di Israele nel Centcom avrebbe accresciuto le frizioni tra gli Stati Uniti e gli stati arabi, e avrebbe reso questi ultimi più riluttanti a condividere intelligence o a cooperare con il Pentagono. Ma lo scopo di Israele era appunto quello di costringere il Pentagono a ristrutturare Centcom, e la Israel lobby di Washington ha fatto pressioni in tal senso negli ultimi mesi dell’amministrazione Trump. La decisione è apparsa come il “regalo di addio” a Israele da parte del presidente uscente.

Secondo il giornalista Jonathan Cook, con questa mossa lo stato ebraico realizzerà importanti guadagni strategici:

“Allineerà gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti nella regione ancora più strettamente con quelli di Israele, a spese dei suoi vicini arabi. Aiuterà i continui sforzi di Israele per schiacciare le ambizioni nazionali dei palestinesi, con la cooperazione esplicita o implicita di molti stati arabi. Accentuerà le tensioni politiche all’interno del blocco degli stati arabi, indebolendolo ulteriormente. E contribuirà a fare pressione sugli stati arabi recalcitranti affinché si uniscano al più ampio consenso contro l’unico nemico regionale significativo di Israele: l’Iran”.

ABOUT US

Israele è diventato una potenza geostrategica anche nella tecnologia di sorveglianza. Sul sito del middleeastmonitor.com abbiamo infatti appreso la seguente notizia:

“In un rapporto pubblicato di recente intitolato ‘Running in Circles: Uncovering the Clients of Cyberespionage Firm, Circles’, il Citizen Lab dell’Università di Toronto – che indaga sullo spionaggio digitale contro la società civile – descrive in dettaglio come le agenzie governative in Botswana, Guinea Equatoriale, Kenya, Marocco, Nigeria, Zambia e Zimbabwe utilizzino la tecnologia di sorveglianza sviluppata dalla società di telecomunicazioni israeliana Circles, per curiosare nelle comunicazioni personali di politici dell’opposizione, attivisti dei diritti umani e giornalisti.  Questi sette paesi africani sono tra i 25 in tutto il mondo che utilizzano Circles, che è affiliato al famigerato NSO Group il cui spyware invasivo Pegasus è stato utilizzato per colpire difensori dei diritti umani e giornalisti di tutto il mondo”.

Le rivelazioni su queste attività di spionaggio sono giunte proprio mentre certi governi africani – tra i quali alcuni nominati nel rapporto del Citizen Lab – stanno usando la mano pesante con chi protesta e con i gruppi di opposizione.

I clienti governativi di Circles in Nigeria hanno una lunga storia di abusi delle tecnologie di sorveglianza per condurre la sorveglianza di massa delle telecomunicazioni dei cittadini.

Femi Adeyeye, un attivista politico risiedente a Lagos che è stato detenuto più volte per aver criticato il governo nigeriano, non è sorpreso che il regime di Muhammadu Buhari stia utilizzando la tecnologia di spionaggio invasiva: “Siamo già nella fase peggiore di una dittatura. La libertà di espressione, i media e l’associazione politica sono stati ulteriormente indeboliti da questa tecnologia di spionaggio”.

Researchers: 25 Countries Use 'Circles' Spyware

Quindi nella fase storica che stiamo vivendo Israele sta diventando sempre più influente e potente. E non sembra che utilizzi questo potere per scopi benefici. Tutt’altro. Dirlo però è sempre più difficile. Non solo si rischia l’immancabile accusa di “antisemitismo” ma si rischiano anche danni professionali e lavorativi. Ne sa qualcosa il professore di Harvard, Cornel West, il quale è sicuro che le sue critiche a Israele gli siano costate il posto di ruolo. West, che ha annunciato qualche giorno fa che potrebbe lasciare l’università dopo che gli è stato negato il posto di ruolo, ha sostenuto di essere stato punito per le sue opinioni sull’occupazione della Palestina da parte di Israele.

Ecco cosa ha detto West:

“Il problema è che [parlare dell’occupazione israeliana della Palestina] è una questione tabù in certi circoli di alto livello. È difficile avere una conversazione energica e rispettosa sull’occupazione israeliana perché sei immediatamente visto come un odiatore antiebraico o che ha pregiudizi antiebraici”. E ha aggiunto: “”Abbiamo un’intera ondata di compagni ebrei, fratelli e sorelle ebrei, che sono critici nei confronti dell’occupazione israeliana, ma non nelle alte sfere“.

Il professor Cornel West

Ma il professor West non è certo il solo professore universitario ad essere stato preso recentemente di mira per aver criticato Israele. In Gran Bretagna, la Israel lobby locale ha infatti chiesto il licenziamento del professor David Miller. Costui, in un articolo molto istruttivo pubblicato sul sito electronicintifada.net, osserva come “La Gran Bretagna sia nella morsa di un attacco nella sua sfera pubblica da parte dello stato di Israele e dei suoi sostenitori. Conversazioni significative sul razzismo anti-nero e sull’islamofobia sono state soffocate da una campagna di lobbying concertata contro università, partiti politici, autorità di regolamentazione delle pari opportunità e istituzioni pubbliche in tutto il paese”.

Il professor Miller ha enumerato i casi di alcune personalità finite, come lui, sotto tiro: Zara Mohammed (segretaria generale del Consiglio musulmano della Gran Bretagna), Nathan Robinson (licenziato dal Guardian per aver ironizzato sugli aiuti militari americani a Israele), il famoso regista Ken Loach (attaccato dal Board of Deputies of British Jews, che ha cercato di impedire una sua conferenza all’università di Oxford).

Per quanto riguarda Miller, la Israel lobby sta cercando da anni di farlo licenziare dall’Università di Bristol, dove insegna sociologia politica. Miller osserva come la lobby abbia mutato il proprio modus operandi: da una posizione difensiva (contro le accuse riguardanti i crimini di guerra israeliani) ad una posizione offensiva, volta a riproporre il sionismo come un “movimento ebraico di liberazione”. Nel far questo, i sostenitori della lobby hanno rubato il linguaggio del movimento di liberazione dei neri per giustificare la pulizia etnica, il razzismo e l’apartheid.

Due anni fa, dopo una lezione tenuta dal professor Miller, due gruppi della lobby – il Community Security Trust e l’Union of Jewish Students (quest’ultimo finanziato dall’ambasciata israeliana a Londra) – presentarono dei reclami all’Università di Bristol.

David Miller non si doveva permettere di includere il movimento sionista tra i promotori dell’islamofobia (come in effetti è) e per questo deve essere licenziato. Così ragionano gli attivisti della lobby. Miller ricorda come l’Union of Jewish Students operi sotto l’ombrello della World Union of Jewish Students, che è a sua volta affiliata alla World Zionist Organization.

Conclude Miller che le tattiche della lobby sono così efficaci perché vengono contrastate solo raramente. E questo rappresenta per le istituzioni britanniche un indubbio fallimento.

Il professor David Miller

C’è un’ultima notizia che vorrei riferire in questo post. Lo scorso 22 febbraio, i bulldozer israeliani hanno demolito la casa del capo guardiano della Moschea di Al-Aqsa, Fadi Aliyan, nel villaggio di Al-Issawiya nella Gerusalemme occupata. La casa a due piani, che è costituita da quattro appartamenti, ospitava 17 persone – la maggior parte di loro, donne e bambini.

A view of the site as the Israeli-run Jerusalem Municipality team along with Israeli police and bulldozers demolishing the two-story apartment building owned by Fadi Ali Oleyyan, the head of the security department at the Al-Aqsa Mosque, near the al-Issawiya neighborhood claiming that it was unlicensed, in East Jerusalem on February 22, 2021. ( Mostafa Alkharouf - Anadolu Agency )

Sembrerebbe solo un atto di ordinaria brutalità: le case dei palestinesi a Gerusalemme e in Cisgiordania a essere demolite, in questi mesi e in questi anni, sono decine e decine. Ma forse in questo caso c’è qualcosa di più. Non è da escludere che in questo caso la violenza abbia anche un valore simbolico. Scrive don Curzio Nitoglia nel suo ultimo libro – “I Lubavich e i Potenti del mondo” – che “gli israeliani, dopo il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, vorrebbero avviare la ricostruzione del Terzo Tempio che comporterebbe la distruzione della moschea di Al-Alaqsa con gravi ripercussioni sulla stabilità del Medioriente e sulla pace internazionale”.[2]

Ora, non c’è dubbio che gli israeliani vogliano ricostruire il Tempio di Gerusalemme, quello distrutto dai romani nel 70 dopo Cristo. Nel 1987, a Gerusalemme è stato fondato il Temple Institute proprio a questo scopo. Personalmente, nella demolizione della casa del capo guardiano della famosa moschea, vedo non solo l’odio per i palestinesi ma anche il disprezzo per quello che la moschea di Al-Alaqsa rappresenta per i musulmani.

Con queste premesse, il futuro non solo per i palestinesi ma per la pace nel mondo si annuncia davvero fosco.

The Temple Institute - Wikipedia

 

 

[1] L’IDF è l’esercito israeliano.

[2] Curzio Nitoglia, I lubavich e i potenti del mondo, Edizioni EFFEDIEFFE, Proceno di Viterbo 2021, p. 22.

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Recent Posts
Sponsor