16 marzo 1978, strage di via Fani: entra in scena la SIP parallela

Roma, 16 marzo 1978, giorno della strage di via Fani: è anche il giorno del black-out telefonico della Sip, uno degli episodi “strani” che costellano la storia del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro. Di questo episodio si parla in modo ricorrente da più 40 anni, senza che si sia riusciti a far breccia nell’”indifferenza” degli inquirenti. A questo proposito, propongo al lettore un percorso a ritroso che parte da giovedì 20 novembre 2014 (giorno dell’audizione dell’ex pubblico ministero Luciano Infelisi presso la seconda Commissione Moro), prosegue negli anni ’90 del secolo scorso – con gli interventi dell’onorevole Luigi Cipriani e dei giornalisti Antonio e Gianni Cipriani sulla cosiddetta “Sip parallela” – e finisce con un estratto del libro “Sid e partito americano”, scritto dal giornalista Marco Sassano nel 1975, che si sofferma su certi aspetti inquietanti che emersero in quell’anno sempre sul conto della Sip. Da tutto ciò risalta che nel corso dei decenni certe informazioni vengono alla luce e poi si inabissano e si perdono, grazie all’omertà di chi doveva indagare e non lo ha fatto. Precisazione: i grassetti nel testo sono miei.

COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SUL RAPIMENTO E SULLA MORTE DI ALDO MORO – seduta di giovedì 20 novembre 2014, dall’audizione di Luciano Infelisi:

PAOLO BOLOGNESI.  Faccio solo due domande velocissime. Per compiere il sequestro di via Fani, ci doveva essere sicuramente una pianificazione, un’organizzazione piuttosto attenta e complessa.

LUCIANO INFELISI.  Assolutamente sì.

PAOLO   BOLOGNESI.   Poiché il percorso veniva deciso giorno per giorno dal maresciallo Leonardi, avete approfondito e indagato   su   questo   aspetto, per   vedere come Moro sia capitato proprio quel giorno, in quel momento, lì e via di questo passo? Questa è la prima domanda.

LUCIANO INFELISI. La risposta è che, purtroppo, l’unico a sapere quali fossero i criteri di Leonardi era Leonardi stesso. Non c’erano indicazioni.  Le dico questo anche per esperienza personale. Io   ho   avuto   la   scorta   per   vent’anni perché, oltre al fatto che le Ronde proletarie mi spararono sotto casa tre colpi mentre uscivo con la toga per andare in procura, in dibattimento, c’erano stati anche attentati con una bomba molotov che mi avevano mandato a fuoco la macchina. Proprio per questo so che la tecnica era quella di cambiare ogni giorno il tragitto. Io debbo dire, con tutta sincerità, che non mi affidai neanche troppo a quello che mi dicevano.  Ero io che suggerivo di fare il doppio   giro, di   tornare   indietro   e   via discorrendo. Moro, uomo di studio e   impegnato politicamente come era, sicuramente non si sarà mai interessato di questo aspetto, ma   Leonardi   perché   ha   scelto   quella strada?  Quella   era   una   strada   che, a quanto io ho saputo, veniva normalmente seguita da Moro.  Non era un fatto eccezionale.  Non se n’è andato per una stradina da cui non era mai passato. Non c’era motivo di domandarci come mai avesse scelto questo iter.  Era un iter ordinario, normale.

PAOLO BOLOGNESI. Era normale, ma, se   quel   giorno   lì   avesse   deciso di fare un’altra strada…

LUCIANO   INFELISI.   Si   sarebbe   salvato, lo so.  Ha ragione.

PAOLO   BOLOGNESI.   Il   dubbio   può venire: qualcuno   gliel’ha   suggerita?   La sera   prima   sono   andati   a   tagliare   le gomme. C’è tutta un’organizzazione che fa pensare che quanto meno dalla sera prima i responsabili sapessero che Moro doveva passare da lì. Questo è il punto. C’è   un’altra   questione.   Il   comportamento della SIP durante il sequestro e la prigionia di Moro, secondo le dichiarazioni dell’allora capo della DIGOS Spinella, fu di totale non collaborazione.  Stiamo parlando della SIP, della società dei telefoni. Non   un   solo   telefonista   fu   bloccato   a seguito del blocco delle conversazioni che consente di risalire rapidamente alle chiamate.  Spinella giunge ad affermare che fece due segnalazioni all’autorità giudiziaria e che la SIP avrebbe dovuto essere denunciata.  Non fa riferimento al comportamento di alcuni, ma si riferisce all’atteggiamento dell’azienda nei confronti degli inquirenti e giunge ad affermare che gli sviluppi della vicenda Moro sarebbero stati completamente diversi. Ricordo il blackout telefonico durante il sequestro.  Lei chiese l’intervento, una volta giunto sul luogo, di una squadra di tecnici SIP.  Ricordo anche l’interruzione di tutte le sei linee telefoniche di derivazione del quotidiano Il Messaggero il 14 aprile 1978, che impedì alla DIGOS di risalire al telefonista. Chiedo la ricostruzione, se possibile, di quei   fatti, tenendo   anche   conto   che   il direttore generale, Michele Principe, era iscritto alla loggia massonica P2. Su questi aspetti che indagini sono state fatte?

LUCIANO INFELISI. Parla del direttore generale della SIP?

PAOLO BOLOGNESI. Sì, Michele Principe.

LUCIANO   INFELISI. Io   non   so   se quello che capitava in quella via avvenisse per ordine del direttore generale, che sta ai vertici dei vertici.  Le dico semplicemente questo: al momento del fatto, anzi subito dopo, ci fu un blackout di diversi minuti, forse venti o trenta. I telefoni non funzionavano.  La polizia superava questo problema   perché   allora   non   c’erano   i cellulari, ma c’erano le radio e, quindi, tutte le comunicazioni nostre avvennero normalmente. Io feci venire un’apposita squadra di soccorso   da   parte   della   SIP-Teti – si chiamava così – che operò sui cosiddetti reparti   linea   della   zona.   Secondo   me, qualcuno aveva fatto un sabotaggio.  Questa è un’ipotesi.  Uno pensa sempre male, essendo pubblico ministero. Spinella aveva ragione ad arrabbiarsi, ma non era di questo che si lamentava. Spinella    si    lamentava    del    fatto    che, quando si chiedeva di collegarci con questo telefono o di intercettare quest’altro, tra il dire e il fare passasse molto tempo. Debbo   dirle   che   quel   metodo   è   stato seguito in tante vicende giudiziarie.  C’è una burocrazia assurda, che non permette alla polizia di intervenire immediatamente e di fare quelle intercettazioni ad horas che molte volte sono necessarie.  Spinella avrà   denunciato   questo, ma   il   relativo processo sarà proseguito a parte. Comunque, condivido quello che dice Spinella, ma   arrivare   a   una   denuncia come fatto di reato mi lascia perplesso, non   conoscendo   fatti   più   specifici   che potessero concretare un elemento di colpevolezza di qualcuno. Il   fatto   poi   che   Principe   fosse   della loggia massonica…

PAOLO BOLOGNESI. Tutto torna, alla fine.

PRESIDENTE.  Dopo trentasei anni noi le cose le sappiamo, ma chi indagava in quei cinquantacinque giorni no.  Presumo che il dottor Infelisi non sapesse neanche cos’era la P2.  Io gliel’ho chiesto alla fine, col senno di poi.

PAOLO BOLOGNESI. Per carità, l’hanno scoperta cinque anni dopo, o tre anni dopo.

LUCIANO INFELISI. Io non sapevo chi fosse questo Principe. Può essere stato lui, ma ci sono i tecnici.  Io ho diretto l’inchiesta per due anni sulle intercettazioni telefoniche abusive e so com’è strutturata la SIP. Ci sono reparti, ognuno dei quali è autonomo, con capi e vicecapi.  C’è una gerarchia.   È   una   struttura   complicata. Non c’è un capo con sotto quattro persone che potesse comandare di fare così a una data ora in un dato giorno, il che avrebbe poi provocato il dubbio nell’operaio o in altri. Lascio qui in campo alcune ipotesi, ma non ho niente per poterle sostenere.

PAOLO   BOLOGNESI.   Capisco   benissimo   che   la   P2   non   l’avevano   ancora scoperta, per carità, però dal 1978 ad oggi abbiamo avuto un sacco di processi e di Commissioni.

PRESIDENTE. Infatti, proprio per questo ho detto che per noi, dopo trentasei anni, è facile dirlo.  Allora non era così.

PAOLO BOLOGNESI. Ma quando la P2 l’avevano già scoperta, su tutti questi fatti io penso che un approfondimento sarebbe stato molto positivo.

LUCIANO INFELISI. Non poteva essere positivo.  Gli investigatori stanno occupandosi di una strage e vanno a vedere chi è quello della SIP?

PRESIDENTE.  Il collega dice che nel corso dei sei processi Moro, vista la segnalazione, si sarebbe potuto approfondire quel blackout. Non viene solo a lei in quel momento, perché pensa male, l’idea di un sabotaggio.  Diciamo che era la cosa più ovvia   da   pensare.   Improvvisamente   c’è qualcuno che forse l’ha provocato, come ha pensato lei.  Magari lo stesso soggetto l’ha anche sistemato.

LUCIANO INFELISI.  La squadra è venuta e ha messo a posto tutto.  Disse che si trattava di un guasto.  Se poi fosse un guasto doloso, colposo o altro, non lo so.

http://www.gerograssi.it/cms2/file/casomoro/DVD21/20141120.%20stenografico.pdf

Luigi Cipriani, Il black out dei telefoni (Stralcio da: La cosiddetta Sip parallela, pubbl. supra sotto Stragi e strategie autoritarie)

Il giorno 15 marzo 1978, il giorno prima del rapimento dell’on. Moro, la struttura della Sip fu posta in stato di allarme. La spiegazione della utilità della Sip durante i cinquantacinque giorni del sequestro di Moro è data dalle disposizioni di Infelisi, di Spinella e dell’ing. Aragona. Il comportamento della Sip, durane il sequestro e la prigionia di Moro, secondo le dichiarazioni del magistrato e dell’allora capo della Digos furono di totale non collaborazione, non un solo telefonista fu bloccato a seguito del blocco della conversazione che consente di risalire rapidamente al chiamante. Spinella giunge ad affermare che fece due segnalazioni all’autorità giudiziaria e che la Sip doveva essere denunciata. Si badi che Spinella non fa riferimento a comportamenti di alcuni, ma si riferisce all’atteggiamento dell’azienda nei confronti degli inquirenti. La non collaborazione della Sip fu quindi funzionale agli interessi dei sequestratori di Moro. Spinella rappresenta anche la divaricazione tra l’estrema efficienza della Sip nell’operazione che condusse all’arresto di Viscardi e la non collaborazione, per non dire sabotaggio, della Sip durante il sequestro Moro, giungendo ad affermare che gli sviluppi della vicenda Moro sarebbero stati completamente diversi se non ci fosse stato l’atteggiamento negativo della Sip.

Ricapitoliamo per ordine. Infelisi giunge in via Fani, accerta un black-out telefonico, fa giungere immediatamente una squadra di tecnici della Sip che lo confermano. La Sip nega per ben due volte tutto ciò. Osserviamo che l’interruzione telefonica ha una importanza notevole per i rapitori. Infatti qualche persona della zona, attirata dal rumore degli spari, avrebbe potuto affacciarsi sul luogo del delitto e segnalare telefonicamente agli organi di polizia fatti e circostanze. La struttura aveva sicuramente predisposto le modalità dell’attuazione del black-out. Il 4 aprile 1978 la polizia è in attesa di una telefonata alla redazione del Messaggero da parte dei rapitori, che fanno trovare una lettera dello statista. La polizia predispone la derivazione delle sei linee del giornale con cavo di raccordo presso un suo locale per individuare la provenienza della telefonata per giungere a bloccare il telefonista. La telefonata arriva, ma la Digos nulla può fare perché tutte e sei le derivazioni sono interrotte. La Sip addurrà motivazioni a dir poco risibili. Oltre a questi, altri episodi sono elencati dal dott. Spinella. La lettura dell’audizione dell’ing. Aragona della Sip, inviato dall’azienda quale suo rappresentante, dimostra quanto sia difficile, a fronte di contestazioni ben precise, mentire.

Anche Aragona è pieno di “dubbi” e “incertezze”. Il senatore Flamigni, anche con termini non del tutto esatti, lo interroga poi sull’esistenza di una struttura segreta esistente in Sip, allertata (anche se il senatore non spiega bene) il 15 marzo. Aragona balbetta, nega, poi ammette parzialmente. Smentirà tutto, per ordini superiori, con la risposta scritta.

Paese Sera, nel luglio 1984, pubblicò un articolo dove si faceva riferimento alla scarsa collaborazione della Sip durante il rapimento Moro. Il comunicato di risposta della Sip cerca ancora di far passare l’esistenza di una struttura preposta alla protezione degli impianti. In occasione della presentazione del governo presieduto dall’on. De Mita, l’on. Capanna, nell’aprile del 1988, nel suo discorso dinanzi alla affollata assemblea di Montecitorio che stupita ascoltava, fece presente l’esistenza della struttura Sip e dell’allertamento del 15 marzo. Nessuno reagì, nessuno rispose.

https://www.fondazionecipriani.it/Scritti/ilblack.html

Dal libro di Antonio e Gianni Cipriani “Sovranità limitata – storia dell’eversione atlantica in Italia”, Roma 1991, “La struttura occulta della Sip” (pp. 268-270):

15 marzo 1978, scattò l’allarme nella Sip. Si costituì la «cellula di risposta», un comitato di sicurezza che agisce con compiti a metà tra il militare e il servizio segreto, diretta da un ex militare in organico nella Sip. La mattina successiva, nei minuti successivi alla strage e al sequestro dello statista della Dc, tutta la zona di via Fani e di via Stresa restò isolata telefonicamente. Un improvviso black-out aveva paralizzato le comunicazioni in tutta la zona; qualche abitante era riuscito a chiamare il 113, poi ogni comunicazione s’interruppe, e il giudice Infelisi fu costretto a chiamare una squadra di tecnici che, dopo alcuni rilievi, confermerà il guasto sulle linee. La Sip, invece, smentirà l’episodio più volte. E non brillerà, durante i 55 giorni del caso Moro, per la collaborazione fornita agli inquirenti. Anche nel caso della società telefonica coincidenze, omissioni e negligenze rappresentarono la copertura ufficiale dietro al quale giustificare una non collaborazione talmente evidente da convincere il capo della Digos di Roma, Domenico Spinella, a presentare una denuncia penale.

Spinella davanti alla commissione parlamentare Moro disse di aver dovuto constatare una assoluta non collaborazione da parte della Sip con gli organi di polizia. Oltre alla storia del black out, il capo della Digos citò due episodi segnalati anche alla magistratura: la messa fuori uso di sei linee del Messaggero proprio mentre era in arrivo l’annuncio del ritrovamento di una lettera e di un volantino delle Br, oltre alla scoperta del fatto che un cavo che «portava le comunicazioni dei meccanismi telefonici della centrale alla stanza dove egli [il sottufficiale addetto al controllo telefonico, nda] si trovava per intercettare era stato materialmente dissaldato». Spinella davanti alla commissione parlamentare ribadì che l’atteggiamento della Sip «ancora oggi dovrebbe essere perseguito dall’autorità giudiziaria». Se il «bloccaggio» dei numeri fosse stato eseguito si sarebbe anche potuto individuare «la città nella quale si trovava la direzione strategica e dalla quale venivano fatte le telefonate».

La storia delle linee fuori uso del Messaggero fu comunicata alla Digos il 4 aprile del 1978 dall’ingegnere della Sip Francesco Aragona, lo stesso che, davanti alla commissione Moro, visibilmente in difficoltà, fu costretto ad ammettere l’esistenza di una struttura riservata della Sip chiamata PO/SRCS (Personale organizzazione-segreteria riservata circuiti speciali), organizzata proprio come un servizio segreto, con tanto di livelli di segretezza dei documenti, con il possesso da parte dei dirigenti del Nulla osta di sicurezza e addirittura con corsi di indottrinamento per tecnici votati alla tutela del segreto. Ma questa struttura, definita dalla stessa società telefonica «alle dipendenze della segreteria particolare del ministero delle Poste», ha un incaricato della sicurezza «proposto dal presidente della società…designato dall’autorità nazionale della sicurezza», cioè direttamente dal capo del Sismi. Tra i compiti dell’incaricato della sicurezza: «Disporre agli incaricati tecnici delle regioni, nel quadro dei vari “stati d’allarme” e a seguito relativi messaggi del ministero Pt, la realizzazione dei collegamenti predisposti entro i prescritti termini di tempo, o di altri circuiti che venissero richiesti; esaminare le predisposizioni per la “Difesa” civile, svolgere le relative esercitazioni a livello centrale, e coordinare e dirigere le funzioni interessate per l’attuazione delle esercitazioni periferiche». Va sottolineato, oltre all’evidenza dell’esistenza di questo nucleo occulto, anche il fatto che non esiste alcuna legge ratificata dal parlamento in cui si fa cenno alla Difesa civile, cosa diversa dalla protezione civile. La struttura occulta fa capo ad un supremo consiglio della Difesa civile e comprende anche speciali nuclei denominati «cellule di risposta». Ma sulla Difesa civile la polemica tra filoatlantici e le opposizioni risalgono al 1950 quando la proposta di Pacciardi e Scelba fu bocciata. evidentemente la struttura è stata organizzata ugualmente senza che il parlamento ne fosse informato, così come è accaduto per Gladio e in numerose altre occasioni.

Resta il fatto che le indagini sono partite con il piede sbagliato fin dalle fasi immediatamente successive all’agguato. In quel periodo al vertice della Stet, la finanziaria da cui dipende la Sip (oltre alla Selenia, alla Oto-Melara, all’Italcable e a Telespazio), c’era Michele Principe, tessera delle P2 numero 2111, uomo legato alle strutture della Nato. Questa la sua biografia essenziale raccontata dai ricercatori dell’Istituto Casali di Bologna: «Agli inizi della sua carriera è stato dirigente della segreteria Nato presso il ministero P. T. divenendo in seguito presidente del delicatissimo organismo strategico della Nato nel settore delle Telecomunicazioni “Civil communications and planning committee». Viene indicato come la persona giusta messa dalla P2 a dirigere il delicato settore delle telecomunicazioni. E la mattina della strage di via Fani le linee telefoniche saranno neutralizzate, passati pochi minuti dall’agguato, dal black out ufficialmente motivato: «Per sovraccarico nelle comunicazioni». Un altro provvidenziale aiuto per le Br.

Dal libro “Sid e partito americano” di Marco Sassano, Venezia-Padova 1975, pp. 46-48:

La «società multinazionale» più importante esistente nel mondo occidentale è certamente quella dei servizi segreti che fa sempre più rigidamente capo alla «società madre» negli Stati Uniti, la CIA e gli altri organismi produttori di «sicurezza» per l’impero americano. Una «società madre» che teorizza con sempre maggior forza il diritto di interferenza negli affari interni dei paesi europei, latino-americani, mediorientali e asiatici, diritto che è contrario a tutta la tradizione dottrinale della politica estera americana. Per superare questo contrasto (si pensi alle dichiarazioni del direttore della CIA William Colby pubblicate nel’«Us News and World Nation” nel novembre 1974) si fa sempre più coincidere la politica estera con quella di sicurezza.

Momento centrale di questo «intervento» è il potere di controllo delle informazioni. Per comprendere l’importanza di questo aspetto basta riandare alle dichiarazioni, rese nel 1972, da un agente della NSA, l’ente che si occupa di spionaggio delle telecomunicazioni e che fa parte, insieme al FBI e alla CIA dell’USIB (United States Intelligence Board). Le dichiarazioni vennero pubblicate dopo un attento controllo da parte del «New York Times» che scrisse: «le informazioni raccolte dall’NSA sono complete. Comprendono tutto quello che i governi stanno facendo, hanno fatto e hanno in mente di fare per il futuro, comprendono gli spostamenti delle forze armate straniere dove vanno e contro chi, e di che potenza sono le loro forze di terra e aeree. Non ci sono limiti per l’NSA».

Questa «rete» ha permesso alla NSA di avvertire il governo americano con un buon preavviso dell’invasione della Cecoslovacchia, delle operazioni israeliane nel corso della guerra dei sei giorni, di individuare attraverso aerei ad altissima quota e speciali satelliti artificiali l’esatta ubicazione delle forze di Che Guevara e di consegnare queste informazioni al governo boliviano, di individuare le truppe ribelli in Tailandia, ecc.

All’interno della NSA le informazioni vengono gestite dal gruppo «SIGINT». Ha raccontato l’agente segreto al «New York Times»: «Il gruppo SIGINT (addetto all’intercettazione e interpretazione dei segnali) fu definito da un trattato segretissimo firmato ne 1947. Si chiamava “UKASA”. La National Security Agency firmò per gli Stati Uniti e divenne quello che il documento chiama primo firmatario. La GCHQ firmò per la Gran Bretagna, la CBNRC per il Canada, la DSD per l’Australia e la Nuova Zelanda. Questi paesi divennero così secondi firmatari. Col passare degli anni molti paesi, dalla Germania all’Italia, al Giappone, firmarono il trattato e divennero terzi firmatari. Fra i primi e i secondi firmatari dovrebbe esserci l’accordo di scambiarsi tutto senza restrizioni. In pratica le cose non stanno così. I terzi firmatari non ricevono quasi nulla da noi, mentre noi riceviamo quasi tutto da loro. In pratica il trattato è una strada a senso unico. Noi lo violiamo anche con gli alleati che sono i secondi firmatari, sorvegliando costantemente le loro vie di comunicazione».

Gli americani controllano il nostro paese con altri due strumenti: il diretto controllo telefonico e la nave-spia «Apollo».

La rete di intercettazione telefonica è stata messa a punto dalla ITT (la International Telephone and Telegraph Corporation, che fa spesso tutt’uno con la CIA, come insegna l’interessantissimo volume di Anthony Sampson «Stato sovrano: storia segreta dell’ITT», edito in Italia da Bompiani) e fa capo, a Roma, alla Questura e al comando generale dell’arma dei carabinieri. In aggiunta, ma è qui il suo vero «cervello», alla direzione generale impianti e cavi del Ministero delle Poste, in via Cristoforo Colombo, è installata una centrale per il controllo di migliaia di linee telefoniche.

A svelare tutto ciò fu per prima la rivista «Sette Giorni» che, dopo alcuni mesi, fu costretta a chiudere dal segretario della DC Fanfani. Da notare che nella centrale d’ascolto di via Cristoforo Colombo lavorano in prevalenza tecnici non italiani.

Gli impianti romani furono messi a punto da due società, la Siette e la Spait-Lazio, una volta proprietà della SIP, ma poi acquistate proprio dalla ITT che controlla anche la Face Standard che ha costruito tutte le centrali telefoniche del Lazio montate dalla SIP.

I misteriosi cavi stesi a Roma sono più di 2500. Sono utilizzabili in qualsiasi momento e sono in grado di isolare gran parte delle comunicazioni cittadine, mantenendo funzionanti solo le proprie linee. Tutta l’operazione è costata circa un miliardo e duecento milioni nel biennio 1972-73. La centrale di via Cristoforo Colombo 153, nei locali della direzione centrale impianti e cavi del Ministero delle Poste, è usata dalla NATO. A nessuno, non in possesso di regolare permesso, è concesso di entrare. Durante la notte il controllo è severissimo: sono molte le guardie armate che vanno avanti e indietro lungo i corridoi. Un’ultima significativa annotazione: la sezione gode dell’extra-territorialità. Il tutto è sottoposto al più rigido segreto sia della ITT che della NATO.

La ITT, è ormai ampiamente provato anche nel volume di Sampson, ha avuto una parte diretta (in un unico blocco insieme alla CIA e alla DIA) nel colpo di stato cileno.

One Comment
  1. Ti preghiamo di aggiornare più spesso perché adoro il tuo blog. Grazie!

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