Vivere in Palestina al tempo del coronavirus

In questi tempi di quarantena planetaria nessuno è più infelice degli infelici palestinesi.

Immaginate. Immaginate che, mentre state chiusi in casa per ripararvi dal virus, dei soldati facciano irruzione nella vostra abitazione e che incomincino a sputarvi addosso. Sì, sputarvi. Per infettarvi.

E poi che, dopo avervi sputato, vi demoliscano per giunta pure la casa, rendendovi un senzatetto.

È un incubo terrificante eppure, nei territori occupati palestinesi, è realtà di questi giorni. Anche se i media mainstream non ve la fanno mai vedere.

Ne parlerò in questo post, ma prima vorrei dare la notizia più recente, che non parla di sputi ma che denota comunque l’inumanità delle autorità israeliane.

È notizia dell’altro ieri che i poliziotti israeliani hanno chiuso a Gerusalemme Est una clinica palestinese che stava effettuando test sul coronavirus.

L’operazione è avvenuta nel quartiere palestinese di Silwan, e i responsabili della clinica sono stati arrestati perché la clinica operava in collaborazione con l’Autorità Palestinese.

Secondo i responsabili della clinica, c’è una penuria di test sul coronavirus a Silwan, dove secondo i dottori vi sono 40 casi confermati di persone colpite dal virus e dove le condizioni di sovraffollamento potrebbero condurre ad una sua rapida diffusione.

La clinica era stata aperta in una sala all’interno di una moschea. Martedì sera era stata chiusa a causa del coprifuoco coincidente con la fine della pasqua ebraica, ma nonostante ciò sono arrivati i poliziotti, che hanno arrestato quattro attivisti coinvolti nell’approntamento della clinica.

I test sul coronavirus avrebbero dovuto essere esaminati dall’Autorità Palestinese in Cisgiordania ma Israele proibisce ogni attività dell’Autorità Palestinese a Gerusalemme e il mese scorso ha impedito che dei lavoratori dell’Autorità disinfettassero alcuni spazi pubblici nella capitale.

“Voi [autorità israeliane] non ci state aiutando e ci impedite di ricevere aiuto da altri”: questa la denuncia di un palestinese residente nel quartiere.

“Invece di lavorare assieme, [le autorità israeliane] stanno portando la politica in tutto questo. Non mi interessa di chi ha la giurisdizione. Se succede qualcosa a mio figlio, non mi interessa chi lo testa”.

Parole di elementare umanità, che però rimarranno lettera morta di fronte alla crudeltà degli israeliani.

Perché è solo apparentemente una questione di “giurisdizione”: è nei meandri della “giurisdizione” che si esercita la crudeltà.

I modi per esercitarla sono tanti. Tutta la burocrazia israeliana a danno dei palestinesi, sia a Gerusalemme Est che nei territori occupati, è un esercizio di crudeltà. Una crudeltà che può arrivare fino alla brutalità, quando i soldati fanno irruzione nei villaggi e incominciano a demolire le case.

In Israele, poliziotti e coloni vogliono che i palestinesi rimangano colpiti dal virus. Come riferisce il sito palestinechronicle.com, da quando si sa che il virus può essere trasmesso dalle particelle di saliva, soldati e coloni sputano sui palestinesi.

Sputano sulle persone, sulle loro auto, sui pomelli delle loro porte, il più possibile.

Come scrive l’articolista, gli israeliani sputavano contro i palestinesi ben prima della diffusione del coronavirus: se si digita su Google le parole “israeli spitting” usciranno fuori molti risultati interessanti su questo comportamento di cui sono vittime tanto i palestinesi quanto i cristiani, presi di mira da ebrei “ortodossi”.

Questa piaga comportamentale è stata evidenziata dai media israeliani ma non dai media mainstream occidentali.

Adesso è tornata d’attualità: i residenti del villaggio di Beit Iksa, in Cisgiordania, hanno riferito di come i coloni dell’insediamento di Ramot abbiano sputato contro i veicoli che entravano e uscivano dal villaggio, che è circondato da illegali insediamenti israeliani.

Israeli settlers in the West Bank, 31 August 2010 [Mamoun Wazwaz/ApaImages}

L’insediamento di Ramot ha riferito 17 casi di coronavirus su una popolazione di 550 persone. I suoi coloni sono tristemente noti per le molestie a danno dei palestinesi: vandalizzano le loro auto e spruzzano con la vernice slogan ostili sulle loro proprietà. E adesso anche gli sputi.

Ma nei giorni scorsi fonti palestinesi hanno riferito di un altro episodio dello stesso genere: in questo caso, a sputare contro le auto e le abitazioni palestinesi sono stati soldati israeliani. Dozzine di soldati hanno fatto irruzione nella città di Hebron e hanno incominciato a sputare contro auto, muri e sui gradini delle abitazioni.

Le testimonianze palestinesi su questi comportamenti degli israeliani hanno ricevuto conferma da Euro-Med Monitor, un’organizzazione non governativa a difesa dei diritti umani, che lo scorso 30 marzo ha riferito di come i soldati, nel corso delle loro incursioni nei territori palestinesi, abbiano preso a sputare contro le auto, i bancomat e le serrature dei negozi.

Da quanto il governo palestinese ha dichiarato lo stato di emergenza da coronavirus nei territori occupati, il 6 marzo, Euro-Med Monitor ha documentato ben 207 incursioni israeliane nelle città palestinesi della Cisgiordania e a Gerusalemme Est!

Queste incursioni hanno visto la demolizione di case e l’arresto di 191 palestinesi.

La maggioranza di queste operazioni sono state effettuate senza misure preventive e senza che i soldati indossassero mascherine per impedire il contagio del virus.

Tutto ciò, ha indotto la suddetta organizzazione a dichiarare che “Euro-Med Monitor considera che le pratiche israeliane ostacolano le misure preventive dei palestinesi per contrastare la diffusione del virus e costituiscono una minaccia per le misure di quarantena e di distanziamento sociale adottate dall’Autorità Palestinese, in linea con le istruzioni diramate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità”.

L’organizzazione ha dichiarato inoltre che mentre tutti i paesi stanno cercando di garantire la sicurezza e di accrescere le misure sanitarie, il 26 marzo scorso le forze israeliane hanno sequestrato otto tende nella Valle del Giordano settentrionale, due delle quali approntate come cliniche, e altre quattro come rifugi per i palestinesi in caso di emergenza.

E questo, in barba all’articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra, che esige che la Potenza Occupante – in questo caso Israele – assicuri che tutti i mezzi necessari preventivi ad essa disponibili vengano utilizzati “per combattere la diffusione di malattie contagiose e di epidemie”.

E invece la situazione, negli ospedali di Gerusalemme Est e della Cisgiordania è drammatica, come ha evidenziato lo stesso sindaco israeliano di Gerusalemme, Moshe Leon, che ha ammonito contro “la grave penuria di attrezzature mediche negli ospedali (palestinesi) a Gerusalemme (occupata), in particolare equipaggiamenti protettivi e attrezzature per condurre i test sul coronavirus”.

E se la situazione a Gerusalemme Est e in Cisgiordania è drammatica, nella Striscia di Gaza è addirittura tragica. Lì, due milioni di persone sono semplicemente abbandonate a sé stesse perché Israele ha già detto che Gaza non riceverà nessun aiuto umanitario se prima Hamas non consegnerà alle autorità israeliane i cadaveri di due soldati israeliani uccisi nel 2014.

Il ministro della Difesa israeliano Naftali Bennett con il Primo Ministro Netanyahu

Hamas ha replicato che la restituzione dei due soldati richiederebbe il negoziato di uno scambio di prigionieri (stante i numerosi palestinesi che marciscono nelle prigioni israeliane) e non dovrebbe essere legato all’aiuto umanitario per il coronavirus.

E intanto il criminale Blocco della Striscia di Gaza – blocco terrestre, aereo e marittimo – continua. Per chi non lo sapesse, dura dal giugno del 2007. Gaza è di fatto il più grande campo di concentramento del mondo e, per l’emergenza coronavirus, dispone di soli 96 ventilatori: 96 per una popolazione di 2 milioni!

Ricordiamo che il blocco è contrario alla risoluzione 1860 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvata l’8 gennaio 2009, come riconosce persino Wikipedia.

Ma le ribalderie di Israele contro i palestinesi non finiscono qui. Come riferisce il sito electronicintifada.net, nelle due ultime settimane di marzo 2020 il numero degli attacchi dei coloni è cresciuto del 78%.

Nel periodo in questione, “almeno 16 attacchi perpetrati dai coloni hanno provocato il ferimento di cinque palestinesi ed estesi danni alle proprietà”.

L’impunità di cui godono i coloni è praticamente totale e questo li incoraggia a proseguire e a intensificare le aggressioni. Giovedì 9 aprile, ad esempio, coloni hanno vandalizzato le tombe di un cimitero palestinese nel villaggio di Burqa, in Cisgiordania.

Il 24 marzo un palestinese è stato ricoverato in ospedale dopo che un colono l’aveva colpito con un’accetta. Gli è stata diagnosticata una frattura del cranio.

Ma le aggressioni non si contano: i coloni sparano, colpiscono con le accette, picchiano, tirano pietre. E l’esercito li lascia fare. E se i residenti corrono in soccorso dei malcapitati, i soldati li bersagliano con i gas lacrimogeni.

Non basta. Come riferisce il sito middleeastmonitor.com, dall’inizio del 2020 i coloni hanno distrutto circa 1.600 alberi appartenenti a palestinesi della Cisgiordania.

Palestinian farmers inspect the damage to their olive trees that were allegedly was cut down by Israeli settlers. (Issam Rimawi - Anadolu Agency )

Le forze di occupazione israeliane hanno anche “demolito una sezione di una strada sterrata che collega cinque comunità di pastori nel sud di Hebron al loro principale centro di servizi”, il che significa che “i residenti devono usare una lunga deviazione per accedere al loro principale centro di servizi e mercato nella città di Yatta”.

Così vanno le cose in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme Est. Israele è il violatore dei diritti umani più impunito del mondo.

E queste sconcezze avvengono soprattutto grazie ai dollari dei contribuenti americani: come scriveva nel 2012 la giornalista Alison Weir, i contribuenti americani contribuiscono più dei contribuenti israeliani al bilancio della difesa di Israele.

I contribuenti americani danno infatti a Israele oltre 3 miliardi di dollari all’anno (oltre 8 milioni di dollari al giorno), più di ogni altra nazione, nonostante il fatto che Israele sia più piccolo del New Jersey e che faccia parte delle 30 nazioni più ricche del mondo.

Secondo il Congressional Research Service, Israele riceve questo denaro in una somma forfettaria all’inizio dell’anno fiscale. Gli americani poi pagano gli interessi sui soldi che hanno dato a Israele, mentre Israele percepisce gli interessi su di essi.

Se i palestinesi sono lasciati soli dalla comunità internazionale (e la solitudine riguarda ora anche le misure di contrasto al coronavirus) Israele è tutt’altro che solo e dispone quindi, tra gli altri, di un alleato potentissimo.

Un alleato il cui Presidente qualche giorno fa ha fatto pressione sul Primo Ministro indiano affinché non facesse mancare allo stato ebraico le preziose scorte di idrossiclorochina (2.4 milioni di dosi, per la precisione).

La settimana scorsa sono infatti giunti in Israele tre carichi provenienti da tre paesi con, oltre all’idrossiclorochina, 2.5 tonnellate di anestetici (provenienti dall’Italia) e alcuni milioni di equipaggiamenti di protezione (provenienti dalla Cina).

In questo contesto di aiuti allo stato ebraico spicca la presenza dell’Italia: se in Italia, ci fosse un Presidente del Consiglio degno di questo nome, lo stato italiano avrebbe dovuto condizionare il proprio aiuto al rispetto dei diritti umani nei confronti dei palestinesi.

Ma in Italia, è dai tempi della Prima Repubblica che non c’è più un Presidente del Consiglio degno di questo nome. Uno degli ultimi è stato Aldo Moro, e s’è visto la fine che ha fatto.

Aldo Moro

 

2 Comments
    • Gian Luca
    • 17 Aprile 2020

    E’ talmente sconvolgente che non riesco più a fermare le lacrime, ma che cosa hanno gli autoeletti al posto del cuore?

    Rispondi
    • la distruzione dell’umanità seguendo i loro maledetti protocolli talmudici;razzismo e odio allo stato puro ;i gentili –alias non ebrei—devono essere annullati

      Rispondi

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