Gli Stati Uniti e l’Unione Europea opprimono il mondo

I crimini e i misfatti degli Stati Uniti sono tanti e tali che a volte è difficile tenerne il conto!

Ad esempio, si ha una vaga idea dei danni che fanno le sanzioni americane ai paesi che le subiscono?

Il mainstream informativo, quando ne parla, non fa mai capire ai lettori i loro effetti che, associati ad esempio ad una emergenza come quella del coronavirus, arrivano fino alla letalità, impedendo l’accesso ai medicinali e alle attrezzature salvavita.

Per questo, i governi di Cina, Cuba, Iran, Nicaragua, Corea del Nord, Russia, Siria e Venezuela – tutti sotto sanzioni da parte degli Stati Uniti – hanno inviato una dichiarazione congiunta al Segretario-Generale delle Nazioni Unite, all’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e al Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità chiedendo la fine dell’unilaterale blocco economico americano, perché le sanzioni sono “illegali e violano spudoratamente il diritto internazionale e la carta delle Nazioni Unite”.

La lettera è stata condivisa su Twitter da Joaquin Perez, Ambasciatore Permanente del Venezuela alle Nazioni Unite.

Gli otto paesi, che rappresentano circa un quarto dell’umanità, dicono che le azioni di Washington minano la loro risposta alla pandemia del COVID-19 che si sta diffondendo nel pianeta. “L’impatto distruttivo delle dette misure a livello nazionale, oltre alle loro implicazioni extraterritoriali, insieme al fenomeno della super-accondiscendenza e alla paura di ‘sanzioni secondarie’, ostacola la capacità dei governi nazionali nel procurare persino le più elementari attrezzature e forniture mediche, inclusi i test kit e le medicine per il coronavirus. È un’azione difficile se non impossibile da intraprendere per quei paesi che stanno attualmente fronteggiando l’applicazione di misure coercitive unilaterali”, essi concludono.

Che le sanzioni americane siano “aperte violazioni del diritto internazionale”, asserisce la lettera, non è in dubbio. Come il Relatore Speciale delle Nazioni Unite, Alfred de Zayas, osserva, solo le sanzioni espressamente verificate e imposte collettivamente dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite possono essere considerate legali; ogni punizione unilaterale è, per definizione, illegale. De Zayas, esperto di diritto internazionale, osserva che le sanzioni equivalgono a una “punizione collettiva” contro una popolazione: un’esplicita violazione dei numerosi articoli della Carta delle Nazioni Unite, quella carta che è il fondamento del diritto internazionale.

Alfred de Zayas

Punizione collettiva: questo è il termine giusto, come si evince dal fatto che le richieste da parte del Venezuela e dell’Iran al Fondo Monetario Internazionale per prestiti di emergenza per comprare forniture mediche sono state bloccate dagli interventi americani.

Solo un mese fa Pompeo annunciava un aumento delle sanzioni contro l’Iran. Le sanzioni bloccano i trasferimenti di denaro. Esse rendono impossibile all’Iran importare le attrezzature mediche di cui ha urgente bisogno per contrastare l’epidemia.

Mentre gli Stati Uniti hanno rinnovato l’esenzione dalle sanzioni che permette all’Iraq di importare elettricità e gas dall’Iran l’esenzione è ora limitata a soli 30 giorni. Un terzo dell’elettricità dell’Iraq dipende da queste importazioni dall’Iran e, se l’esenzione non viene rinnovata, i suoi ospedali rimarranno al buio proprio quando l’epidemia raggiungerà il suo apice.

Settori dell’amministrazione Trump stanno effettuando pressioni per una più ampia guerra contro le forze presuntamente alleate dell’Iran in Iraq.

Alcuni alti dirigenti, inclusi il Segretario di Stato Mike Pompeo e Robert C. O’Brien, il consigliere per la sicurezza nazionale, stanno premendo per una nuova azione aggressiva contro l’Iran e i suoi alleati – e vedono un’opportunità per cercare di distruggere in Iraq le milizie appoggiate dall’Iran mentre i dirigenti iraniani sono alle prese con la pandemia nel loro paese.

Sempre in tema di sanzioni, l’ambasciatore cubano in Cina, Carlos Miguel Pereira, ha denunciato qualche giorno fa che il blocco economico, finanziario e commerciale degli Stati Uniti contro Cuba ha impedito che la donazione della società cinese Alibaba potesse arrivare sull’isola per combattere il Covid-19.

Di tutti i 50 paesi destinatari della donazione, l’unico che non la riceverà sarà Cuba.

Secondo il diplomatico, la società nordamericana contrattata per trasportare decine di migliaia di mascherine, migliaia di kit diagnostici e respiratori, ha rifiutato all’ultimo momento la sua commissione dando come motivazione i regolamenti del blocco commerciale voluto dagli Stati Uniti.

“Lo sforzo nobile, enorme e lodevole del fondatore di Alibaba e della Fondazione Jack Ma, che aveva già inviato gratuitamente quegli stessi prodotti a più di cinquanta paesi in tutto il mondo, non è stato in grado di raggiungere il suolo cubano, senza alcun rispetto per quanto fossero necessarie quelle risorse per la battaglia che la piccola isola assediata e bloccata sta combattendo”, ha detto il diplomatico.

Pereira ha espresso a nome del suo governo un profondo apprezzamento per l’imprenditore cinese per la donazione e gli sforzi in corso per raggiungere la sua destinazione finale.

“Ancora una volta, il blocco ingiusto, arbitrario e illegale sconvolge tutto. Le cose per Cuba saranno sempre più difficili, ecco perché ogni risultato, ogni piccolo passo in avanti, diventa un trionfo colossale contro questi demoni”, ha scritto in una nota.

L’ambasciatore cubano Carlos Miguel Pereira

Di fronte alla diffusione internazionale di Covid-19, molte voci chiedono a Washington di revocare le misure punitive unilaterali imposte a Cuba, Venezuela e Iran per garantire loro l’accesso agli aiuti umanitari e ai prodotti di cui le loro rispettive popolazioni hanno bisogno.

Tuttavia, la Casa Bianca ignora le richieste e minaccia persino di inasprire la sua politica coercitiva contro queste nazioni.

Nel caso di Cuba, l’amministrazione del presidente Donald Trump ha recentemente rafforzato il blocco in corso da quasi 60 anni con forti limitazioni alle rimesse familiari, restrizioni sui contatti interpersonali e crescenti penalizzazioni nei confronti delle società straniere con accordi commerciali sull’isola.

È l’arroganza e la prepotenza – la hybris –  l’atteggiamento che contraddistingue le amministrazioni americane nei rapporti con le altre nazioni, e l’amministrazione Trump non fa eccezione, anzi.

Essa continua a voler imporre i suoi “piani” agli stati sovrani.

Martedì scorso, infatti, l’amministrazione Trump ha presentato un piano di “Transizione democratica” rivolto al Venezuela: Maduro dovrà farsi da parte e dovranno essere indette nuove elezioni, altrimenti le sanzioni contro il Venezuela saranno inasprite

Ma il governo venezuelano ha rilasciato una dichiarazione in cui riafferma che il paese è “libero e sovrano” e che non accetterà imposizioni da potenze straniere.

Il Venezuela “non accetta e non accetterà mai” imposizioni di un qualsiasi governo straniero, e meno ancora di quello degli Stati Uniti, le cui “minacce” e tentativi di “estorsione” – nel pieno “della più spaventosa pandemia mondiale” – sono ulteriore prova di un atteggiamento “miserabile”.

Il piano chiedeva che il Presidente venezuelano Nicolas Maduro si dimettesse in favore di un “Consiglio di Stato” composto da cinque persone, nominate congiuntamente dai blocchi parlamentari del governo e dell’opposizione.

Il rappresentante americano Elliot Abrams presenta il “piano di transizione”

L’amministrazione di transizione avrebbe dovuto indire nuove elezioni presidenziali e parlamentari nel giro di 6-12 mesi.

Come riconosce la rivista di geopolitica Limes, la Casa Bianca ha tentato di tutto per far cessare al Venezuela l’esperienza del socialismo bolivariano: dall’inasprimento delle sanzioni agli attacchi alla legittimità internazionale di Maduro, ma non è riuscita a scalfire la presidenza venezuelana.

Gli Stati uniti sono arrivati persino, grottescamente, a incriminare Maduro per narcoterrorismo e traffico di droga.

Dico grottescamente perché gli Stati Uniti sono gli ultimi a poter dare lezioni in tema di lotta alla droga: i veri narco-stati dell’America Latina – la Colombia, il Guatemala e l’Honduras – sono alleati del governo americano!

Tutto ciò, ha indotto il Ministero degli Esteri venezuelano ad accusare pubblicamente gli Stati Uniti:

“Ironia della sorte, è proprio in Colombia dove si produce quella droga che gli Stati Uniti lascia entrare e che la sua popolazione consuma sfrenatamente. La DEA è stato l’attore internazionale chiave nel garantire dalla Colombia la produzione, la trasformazione e il trasferimento fino ai neuroni dei giovani negli Stati Uniti”.

Ricordiamo che la DEA, Drug Enforcement Administration, è la nota agenzia (teoricamente) antidroga statunitense facente capo al Dipartimento della Giustizia.

Peraltro, il mito del Venezuela come narco-stato è stato già smontato più volte, come ha notato l’analista Leonardo Flores, di The Grayzone.

Persino un think-tank come WOLA (Washington Office in Latin America), che di solito sostiene i cambi di regime voluti dal governo americano, ha fatto notare, con appositi cartogrammi, come meno del 7% del traffico della cocaina transiti dal Venezuela.

I flussi della cocaina nel continente americano

Piuttosto, è un nemico di Maduro come Juan Guaidó a essere stato fotografato assieme a membri del Ros Rastrojos, il famigerato cartello colombiano della droga.

E quindi, nonostante i rabbiosi tentativi di Trump di eleminarlo dalla scena politica, Maduro è ancora in sella.

E può ancora contare sull’aiuto della Russia: è notizia di una settimana fa che la compagnia petrolifera russa statale Rosneft ha deciso di vendere la sua partecipazione nelle attività venezuelane ad una società che è posseduta al 100% dal governo russo.

Quella partecipazione all’estrazione e alla commercializzazione del greggio venezuelano che è stata più volta definita dal governo americano “àncora di salvataggio del regime”.

Tutto ciò, al fine di proteggere il petrolio venezuelano dalle sanzioni Usa.

Che abbia ragione Limes, la nota rivista di geopolitica, quando afferma che “Il piano degli Usa per la democrazia in Venezuela è destinato a fallire”?

Ma gli Stati Uniti non sono i soli ad applicare la politica criminale delle sanzioni: c’è anche l’Unione Europea.

Sul sito del Consiglio Europeo leggiamo che

“Le misure restrittive (o “sanzioni”) sono uno strumento essenziale della politica estera e di sicurezza comune (PESC) dell’UE. Sono utilizzate dall’UE nell’ambito di un approccio politico integrato e globale comprendente il dialogo politico, sforzi complementari e il ricorso ad altri strumenti a disposizione”.

L’Unione Europea è arrogante già a partire dal suo linguaggio. Le sanzioni (ad esempio, quelle contro la Siria) sono uno “strumento essenziale” della UE. Invece del rispetto nei confronti degli altri (e di chi è diverso da noi) abbiamo la sopraffazione.

Non solo, ma questa sopraffazione è utilizzata “nell’ambito di un approccio comprendente il dialogo politico”.

Qui ci troviamo in presenza della politica del bastone e della carota elevata a sistema.

In tutto questo si vede l’impronta dei genitori della UE: gli Stati Uniti. E infatti è ormai emerso da tempo che l’Unione Europea è stata fatta nascere dalla Cia, come ha dimostrato il ricercatore della Georgetown University Joshua Paul.

E ora gli europei si ritrovano a vivere in uno spazio politico subalterno a quello americano e che ne condivide in gran parte i comportamenti, a cominciare dall’ingerenza e dall’intromissione negli affari interni dei paesi diversi da noi.

Il caso della Siria da questo punto di vista è emblematico. Per questo quattro anni fa un gruppo di autorevoli ecclesiastici scrisse un appello affinché l’iniquità delle sanzioni venisse resa nota ai cittadini dell’Unione Europea (ancora oggi assolutamente ignari) e le misure prese contro il governo di Assad (e, di fatto, contro la stessa popolazione) venissero immediatamente sospese.

“In questi cinque anni – c’era scritto nel comunicato — le sanzioni alla Siria hanno contribuito a distruggere la società siriana condannandola alla fame, alle epidemie, alla miseria, favorendo l’attivismo delle milizie combattenti integraliste e terroriste che oggi colpiscono anche in Europa”.

Non solo: l’appello in questione riferiva anche che “nel 2013 veniva rimosso l’embargo del petrolio dalle aree controllate dall’opposizione armata e jihadista, allo scopo di fornire risorse economiche alle cosiddette “forze rivoluzionarie e dell’opposizione””.

Non posso dubitare dell’autenticità della notizia, stante l’autorevolezza dei firmatari dell’appello, che a beneficio dei lettori riproduco:

Padre Georges Abou Khazen – Vicario apostolico dei Latini ad Aleppo

Padre Pierbattista Pizzaballa – Emerito Custode di Terrasanta

Padre Joseph Tobji – Arcivescovo maronita di Aleppo

Padre Boutros Marayati – Vescovo armeno di Aleppo

Suore della Congregazione di San Giuseppe dell’Apparizione dell’Ospedale “Saint Louis” di Aleppo

Comunità Monache Trappiste in Siria

Dottor Nabil Antaki – Medico, ad Aleppo, dei Fratelli Maristi

Suore della Congregazione del Perpetuo Soccorso – Centro per minori e orfani sfollati di Marmarita

Padre Firas Loufti – Francescano

Monsignor Jean Clément Jeanbart – Arcivescovo greco-cattolico di Aleppo

Monsignor Jacques Behnan Hindo – Vescovo siro-cattolico di Hassakè Nisibi

Padre Mtanios Haddad – Archimandrita della chiesa Cattolica-Melchita e Procuratore patriarcale

Hilarion Capucci – Arcivescovo emerito della Chiesa greco-cattolico melchita

Ignace Youssef III Younan Patriarca di Antiochia dei Siri

Georges Masri, Procuratore presso la Santa Sede della Chiesa Siro-cattolica

Gregorio III Laham – Patriarca dei Melchiti.

L’Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa

Il fatto è, repetita juvant, che l’approccio geopolitico della UE coincide in gran parte, se non del tutto, con quello del governo americano.

Se ne è avuta una riprova due giorni fa, quando la Missione Permanente della Russia alle Nazioni Unite ha riferito che gli Stati Uniti e l’Unione Europea (insieme all’Inghilterra, alla Georgia e all’Ucraina) hanno bloccato una risoluzione presentata dalla Russia all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in cui si chiedeva l’abolizione delle sanzioni unilaterali a fronte della pandemia da coronavirus.

Oltre alla Russia, altri 28 stati hanno sottoscritto la dichiarazione. Ma non c’è stato niente da fare.

“Di conseguenza, sarà molto più difficile dare una risposta globale e solida alla minaccia della nuova pandemia”, hanno sottolineato i russi.

Questi sono gli Stati Uniti, questa è la UE: non è da loro che l’Italia colpita dalla pandemia avrà un sostegno leale. I politici italiani che continuano a fare affidamento su questi “alleati” stanno perpetrando un inganno gravissimo a danno dei propri cittadini.  

 

 

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