G. K. Chesterton & Mohandas Gandhi: il rifiuto del moderno

G. K. CHESTERTON & MOHANDAS GANDHI: IL RIFIUTO DEL MODERNO[1]

Un cattolico reazionario influenzò l’approccio di Gandhi all’indipendenza indiana?

G.K. Chesterton

Mohandas Gandhi & G. K. Chesterton

La maggior parte della libertà moderna alla radice è paura. Non è che siamo troppo coraggiosi per sopportare delle regole; è piuttosto che siamo troppo paurosi per sopportare delle responsabilità”. G. K. Chesterton What’s Wrong With the World

Nessun popolo si è sollevato pensando solo ai diritti. Hanno agito in tal modo solo coloro che pensavano ai doveri”. Mohandas Gandhi Collected Works

Gandhi aveva già praticato la disobbedienza civile e sviluppato il concetto del Satyagraha nelle sue campagne per i diritti civili in Sud Africa, ma alcune sue idee si rafforzarono e confermarono durante una visita in Inghilterra e alla lettura di tre diversi testi: la Lettera a un indù di Lev Tolstoy; il commento nell’Illustrated London News del settembre 1909 di G. K. Chesterton e il saggio Civilization: Its Cause and Cure dell’attivista socialista e poeta Edward Carpenter. La conclusione di Gandhi fu che la civiltà moderna era malata e che l’antica civiltà dell’India, sebbene non priva di difetti, poteva essere riformata e che i suoi valori essenziali erano validi. G. K. Chesterton ebbe un impatto fondamentale su Gandhi.

Nel suo articolo per l’Illustrated London News del 18 settembre 1909 (il 2 ottobre nell’edizione americana), Chesterton espresse la seguente considerazione:

“Quando mi trovo di fronte ai giornali e alle dichiarazioni dei nazionalisti indiani mi sento molto più perplesso, e, per dire la verità, un po’ annoiato. La principale debolezza del nazionalismo indiano sembra quella di non essere né molto indiano né molto nazionale.

[…]

“A conti fatti, c’è una distinzione nazionale tra un popolo che chiede la sua vita precedente e un popolo che chiede cose che sono state interamente inventate da qualcun altro. C’è una differenza tra un popolo conquistato che chiede le proprie istituzioni e lo stesso popolo che chiede le istituzioni del conquistatore. Supponiamo che un indiano abbia detto: “Vorrei ardentemente che l’India fosse sempre stata libera dagli uomini bianchi e da tutte le loro opere. Ogni sistema ha i suoi peccati: e noi preferiamo i nostri.

[…]

“Forse pensate che io sia contrario al nazionalismo indiano. È proprio qui che fate un errore; sto lasciando che la mia mente esplori l’argomento. Questo è desiderabile specialmente quando abbiamo a che fare con il profondo conflitto tra due civiltà complete. Né nego l’esistenza di diritti naturali. Il diritto di un popolo a esprimere sé stesso, a essere sé stesso nelle arti e nell’azione, mi sembra un diritto genuino. Se esiste una cosa come l’India, ha il diritto di essere indiana. Ma Herbert Spencer non è indiano; la “sociologia” non è indiana; tutto questo fracasso pedante sulla cultura e sulla scienza non è indiano. Spesso vorrei che non fosse neppure inglese. Ma questa è la nostra prima difficoltà teorica: che non possiamo essere certi che il nazionalista indiano sia nazionale”.

Secondo P. N. Furbank (“Chesterton the Edwardian”, G. K. Chesterton: A Centenary Appraisal. John Sullivan, ed., Harper and Row, 1974), Gandhi rimase “sbigottito” quando lesse questo articolo.

Egli lo tradusse immediatamente in Gujarati, e questo fu uno dei tre testi che influenzarono il suo libro Hind Swaraj, la sua prima formulazione di una soluzione specificamente “indiana” ai problemi del suo paese.

La stampa sovietica pubblicò un articolo scritto da S. M. Vakar nel 1948 in seguito all’assassinio di Gandhi intitolato “The Class Nature of the Gandhi Doctrine” sottotitolato “Gandhi as a Reactionary Utopian” nella rivista filosofica sovietica “Voprosy filosofii” (Questioni di filosofia). L’argomento marxista-leninista venne sottolineato nel modo seguente:

“Sebbene Gandhi considerasse l’unione e l’indipendenza dei popoli indiani come il suo obbiettivo, la sua teoria sociale utopistico-reazionaria e i metodi riformisti di lotta connessi con essa provocarono il fallimento della sua attività volta a facilitare il rovesciamento del giogo coloniale […] L’essenza sociale della dottrina di Gandhi e il suo ruolo fondamentalmente reazionario nella storia del movimento di liberazione nazionale dell’India è stato a stento trattato nella letteratura marxista. Tuttavia questa dottrina ancora ritarda lo sviluppo della coscienza di classe tra le masse indiane”.

Gli scrittori sovietici avrebbero in seguito riscritto questa descrizione critica – nonostante Gandhi fosse in effetti riuscito ad ottenere l’indipendenza nazionale pur respingendo i loro metodi di lotta – dichiarando che “le idee e la guida dell’eccezionale leader del movimento nazionale indiano, Mahatma Gandhi, furono di grande significato in questa lotta”. L’esplicito rifiuto da parte di Gandhi della lotta di classe marxista come fomentatrice di odio e la sua critica che costoro non fecero nulla per risolvere i problemi sono potenti:

“I socialisti e i comunisti dicono di non poter far nulla per realizzare l’eguaglianza economica oggi. Essi si limiteranno a continuare la propaganda in suo favore e a tal fine ritengono di generare e accentuare l’odio. Dicono che quando avranno il controllo dello Stato, attueranno l’eguaglianza. Nel mio progetto lo Stato sarà lì per attuare la volontà del popolo, non per dargli ordini o per costringerlo ad obbedire alla sua volontà. Io realizzerò l’uguaglianza economica attraverso la non-violenza, convertendo il popolo al mio punto di vista mediante la forza dell’amore in quanto opposta all’odio. Non aspetterò di aver convertito l’intera società al mio punto di vista ma inizierò subito da me stesso. Va da sé che non posso sperare di realizzare l’eguaglianza economica secondo la mia concezione, se sono il proprietario di cinquanta automobili o anche di dieci bigha di terra. Per questo devo ridurre me stesso al livello dei più poveri dei poveri”.

La descrizione da parte di Gandhi della natura di un regime che cercava di usare la violenza per distruggere il capitalismo offre un’eccellente descrizione di quello che era avvenuto negli stati marxisti-leninisti che avevano promesso un paradiso per i lavoratori:

“È mia ferma convinzione che se lo Stato sopprimerà il capitalismo con la violenza, sarà catturato nella spirale della violenza stessa, e non riuscirà più a sviluppare la non-violenza. Lo Stato rappresenta la violenza in una forma concentrata e organizzata. L’individuo ha un’anima, ma poiché lo Stato è una macchina senza cuore, non può mai essere distolto dalla violenza a cui deve la sua stessa esistenza. […] Può facilmente essere dimostrato che la distruzione del capitalista deve significare alla fine la distruzione del lavoratore e mentre nessun essere umano è tanto cattivo da non poter essere redento, nessun essere umano è tanto perfetto da giustificare la distruzione di colui che egli erroneamente considera interamente malvagio”.

Questo spiega in larga parte l’ostilità dei comunisti verso l’agenda politico-sociale di Mohandas Gandhi. Nondimeno, il termine “utopista reazionario”, un termine scagliato come un insulto contro il leader dell’indipendenza indiana nel 1948, è stato abbracciato da Joe Sobran, un cattolico conservatore antibellicista diventato anarchico che è morto il 30 settembre 2010. In un articolo del 27 marzo 2001 intitolato “Confessions of a Reactionary Utopian” Sobran sottolineava:

“Il compito di un utopista reazionario è semplicemente quello di ritirare la propria testa dal proprio ambiente circostante e di guardare alla religione, alla filosofia, alla storia, e all’arte per avere indicazioni di come la vita sociale dovrebbe essere”. […] Ma almeno voi dovreste mantenere una mente libera, uno spazio mentale e spirituale che è tutto vostro, non penetrato dalle menzogne e dalla propaganda ufficiali”. […] “Il tiranno vuole davvero la vostra anima – egli parla con sollecitudine di “sollevare la vostra coscienza” – ma voi non dovete dargliela. Questa è la proprietà privata che lui non può portarvi via”.

Questo è un manifesto che descrive la difesa della verità dentro ad un contesto totalitario. Secondo Gandhi il significato fondamentale di Satyagraha è “tenersi stretti alla verità”, che è quello che viene descritto nel brano predetto.

 

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://cubanexilequarter.blogspot.com/2010/10/gk-chesterton-mohandas-gandhi-rejection.html

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