Idee per un tema scolastico sul revisionismo

Idee per un tema scolastico sul revisionismo

Di Anonimo, aprile 2019 

Come ha affermato Ernst Nolte, «si deve poter parlare criticamente di tutto, anche di Auschwitz» ( https://forum.termometropolitico.it/274652-intervista-nolte.html ). Non si fa che proclamare la necessità, anche in ambito educativo, di un approccio critico, dialogico, antidogmatico, antiautoritario; non si capisce perché questa «epochè fenomenologica», questo dubbio metodico, questa apertura di vedute debbano venir meno davanti ai dogmi della religio Holocaustica.

Ma i docenti (spesso valenti studiosi) che hanno cercato anche solo di sottoporre al confronto e al dibattito le ragioni del revisionismo hanno subito pesanti conseguenze, sotto forma di ispezioni ministeriali nel migliore dei casi, di guai giudiziari e linciaggio giornalistico nel peggiore (alludo alle vicende di Francesco Coppellotti, fra l’altro valente traduttore italiano di Nolte: https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=12672 ; di  Franco Damiani: https://www.radiospada.org/2013/06/rimosso-dalla-commissione-desame-perche-negazionista-intervista-al-professor-franco-damiani/ ; di Claudio Mutti, operoso editore; di Claudio Moffa, che osò invitare all’università Faurisson: https://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/06/news/lezioni_di_negazionismo_falsit_ad_aushwitz-7784921/ ; di Antonio Caracciolo, massimo esperto italiano di Carl Schmitt: https://civiumlibertas.blogspot.com/2011/02/olocausto-antonio-caracciolo-lettera.html ; né l’elenco è completo).

Esiste, però, una via d’uscita. Nessuno potrà avere nulla da obiettare se agli studenti saranno sottoposti in lettura, come oggetto di riflessione o d’analisi, questi passi, tratti dagli scritti di illustri storici, nessuno dei quali è un «negazionista»:

«Per vincere il negazionismo, bisogna scegliere tra due mali. O si abbandona il primato dell’archivio a favore della testimonianza, e, in questo caso, bisogna squalificare la storia in quanto scienza per riqualificarla immediatamente in quanto arte. Oppure si mantiene il primato dell’archivio e, in questo caso, bisogna riconoscere che la mancanza di tracce  comporta l’incapacità di stabilire direttamente la realtà dell’esistenza delle camere a gas omicide. Ma se la storia scientifica, in mancanza di documenti, non può stabilire la realtà di un fatto, essa può, con dei documenti, stabilire che l’irrealtà di questo fatto è essa stessa irreale» (Jacques Baynac, “Le Nouveau Quotidien”, Losanna, 2-3 settembre 1996, http://aaargh.vho.org/fran/div/ba961215.html ).

«If these people want to speak, let them. It only leads those of us who do research to re-examine what we might have considered as obvious. And that’s useful for us. I have quoted Eichmann references that come from a neo-Nazi publishing house. I am not for taboos and I am not for repression» (Raul Hilberg, citato da Christopher Hitchens, “Hitler’s ghost», “Vanity Fair”, giugno 1996, pp. 72-74, https://www.vanityfair.com/news/1996/06/hitlers-ghost-christopher-hitchens ).

«Sources for the study of the gas chambers are at once rare and unreliable. (…) Most of what is known is based on the depositions of Nazi officials and executioners at postwar trials and on the memory of survivors and bystanders. This testimony must be screened carefully, since it can be influenced by subjective factors of great complexity. (…) There is no denying the many contradictions, ambiguities, and errors in the existing sources. From 1942 to 1945, certainly at Auschwitz, but probably overall, more Jews were killed by so-called ‘natural’ causes than by ‘unnatural’ ones» (Arno J. Mayer, “Why Did the Heavens Not Darken? The ‘Final Solution’ in History”, New York, Pantheon, 1988, pp. 362 sgg., https://www.ihr.org/jhr/v17/v17n4p24_Faurisson.html).

«Quanto al massacro degli Ebrei, molte nozioni fondamentali devono essere completamente corrette. Le cifre proposte dalla storiografia ufficiale sono da rivedere da cima a fondo. Il termine di “genocidio” non conviene più. La questione dei campi di sterminio è putrefatta. L’attuale forma, pur tuttavia trionfante, della presentazione dell’universo dei campi è condannata. Tutto ciò che è stato così inventato attorno a delle sofferenze troppo reali è destinato alle pattumiere della storia» (“Entretien avec Jean-Claude Pressac”, in V. Igounet, “Histoire du négationnisme en France”, Seuil, Paris 2009, pp. 651-652, http://aaargh.vho.org/fran/tiroirs/tiroirJCP/jcpvi0003xx.html ).

«Nessun serio storico negherebbe che ci sono lacune o incertezze – circa fatti, numeri, luoghi, motivi, procedure e molto altro ancora – che circondano la storia del genocidio. Lo studioso serio del soggetto, dunque, tratta il genocidio come un campo di studio in cui disaccordo e discussione, anche circa i più indicibili aspetti – per esempio il numero delle vittime, o la natura e l’estensione dell’uso del gas Zyklon B – sono naturali e indispensabili. Non può ridurre la sua funzione essenzialmente alla denuncia, o alla definizione e alla difesa di una versione accettata della verità. Eppure è proprio questo il pericolo in alcune letture dell’Olocausto appassionatamente sostenute, specialmente quelle versioni che hanno, a partire dagli anni Sessanta, sempre più trasformato la tragedia del popolo ebreo dell’Europa continentale durante la Seconda guerra mondiale nel mito legittimante per lo stato di Israele e la sua politica. Come ogni mito legittimante, esse trovano la realtà scomoda. Di più, ogni critica del mito (o delle politiche da esso legittimate) è destinata ad essere bollata come qualcosa di simile alla ‘negazione dell’Olocausto» (E. Hobsbawm, “Quando la politica accieca gli storici”, “La Repubblica”, 28 marzo 2000, http://aaargh.vho.org/ital/hobsbawm.html ).

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