Due italiani seri: ricordo del generale Giorgio Manes e del giudice Ottorino Pesce

Due italiani seri: ricordo del generale Giorgio Manes e del giudice Ottorino Pesce

Da SOVRANITÀ LIMITATA – Storia dell’eversione atlantica in Italia, di Antonio Cipriani e Gianni Cipriani, Edizioni Associate, Roma, 1991, pp. 104-106[1]:

Nel 1964, anno di svolta nella storia del terrorismo atlantico, si coagula un gruppo di potere, che manterrà intatte le proprie capacità di azione almeno fino agli anni Ottanta, quando vennero scoperti gli elenchi della P2. Gli unici personaggi che in qualche modo pagheranno per lo scandalo Sifar saranno il generale Giovanni De Lorenzo [foto], che sarà però premiato con l’ingresso in parlamento; il fedele Giovanni Allavena, nominato consigliere di Stato. La commissione Alessi indicherà tra i responsabili anche il successore di De Lorenzo alla guida del Sifar, il generale Egidio Viggiani, morto da alcuni anni e, in misura minore, il capo di stato maggiore della Difesa Aldo Rossi[2]. E basta. Tutti gli altri protagonisti della vicenda faranno da quel momento brillanti carriere, soprattutto se nel corso delle inchieste furono testimoni a discarico. Non gli altri, tanto meno quelli che hanno seppur timidamente raccontato qualche cosa. Manes subirà addirittura una vergognosa persecuzione.

Il generale Giovanni Celi, fedelissimo di De Lorenzo, nel 1964 comandante della divisione Ogaden di Napoli, divenne vicecomandante generale dell’Arma al posto di Manes; sarà a sua volta sostituito dal generale Vittorio Fiore, altro delorenziano implicato nelle vicende del piano Solo. Il colonnello Mario De Julio censurato perfino dalla benevola commissione Lombardi, fu promosso comandante della legione di Livorno; il colonnello Dino Mingarelli fu mandato a dirigere la scuola sottufficiali di Firenze da dove, casualmente, negli stessi giorni del golpe Borghese, invierà ottocento allievi in tenuta da combattimento, alla caserma della Cecchignola a Roma. Misure di ordine pubblico in occasione della prevista (e rinviata) visita del presidente iugoslavo Tito nella capitale, è stata la versione ufficiale. Mingarelli avrò poi modo di mostrare meglio la sua fedeltà atlantica con i depistaggi successivi alla strage di Peteano. Altro promosso è il colonnello Romolo Dalla Chiesa, il cui nome comparirà nelle liste della P2, nominato comandante della Legione Lazio; il colonnello Luigi Bittoni, anche lui finito nelle liste P2, divenne comandante dei carabinieri dell’aeronautica; il colonnello Vittorio Meneguzzer, responsabile della sparizione dei fascicoli avvenuta nel 1966, fu per questo punito dalla commissione Beolchini che lo sollevò dall’incarico di comandante della Legione di Ancona e lo mise «a disposizione»; successivamente andò a comandare la Legione di Messina. Un altro ufficiale punito da Beolchini con dieci giorni di arresti di rigore e la collocazione «a disposizione», il colonnello Mario De Forgellinis, divenne comandante del reggimento dei carabinieri di Napoli. Cosa analoga accadde al tenente colonnello Amedeo Bianchi, messo agli arresti da Beolchini «per il suo atteggiamento passivo»[3] dopo l’interrogatorio davanti alla commissione, che andò a comandare l’importante gruppo carabinieri di Trento, mentre il colonnello Giuseppe Palumbo, che in seguito sarebbe stato uno degli uomini di punta del cosiddetto gruppo di potere della Pastrengo, divenne comandante della brigata di Padova[4].

Il generale Giovanni Allavena, uno dei pochi che pagarono per quelle deviazioni, sarà riabilitato nel 1990 dal presidente della Repubblica, Cossiga [foto], che lo abbraccerà in pubblico dicendo: «Allavena, golpista, vecchio amico mio»[5]. Non una parola per il giudice Ottorino Pesce e per il vicecomandante dell’Arma, Giorgio Manes, vittime degli intrighi legati al piano Solo. Manes e Pesce, scomodi per la loro onestà, moriranno d’infarto. Ottorino Pesce, al quale era stata sottratta l’inchiesta sul «suicidio» del colonnello Rocca, dopo essere stato oggetto di una campagna denigratoria e definito alternativamente «vietcong del diritto» o «giudice rosso», sarà accompagnato dagli insulti anche dopo i funerali, ai quali partecipò Lelio Basso, e la destra scatenerà una nuova offensiva di stampa contro i magistrati «filocinesi» di «magistratura democratica»[6].

Stessa sorte toccò al generale Manes, prima messo sotto inchiesta disciplinare e poi perseguitato fino al giorno della morte. Malato di cuore, colto da infarto, poi sostituito nella carica di vicecomandante, era pressato dalla commissione presieduta da Lodovico Donati alla quale doveva presentare le risposte alle accuse che gli erano state formulate. «Lui si mise all’opera, anche se in condizioni fisiche menomate, pressato dal potere militare dell’epoca – ha raccontato il figlio, Renato Manes –. Dissero addirittura che si fingeva malato  per non rispondere; gli mandarono una visita fiscale a casa. E dopo la visita gli vennero dati pochi giorni per rispondere ad un’immensità di domande. Lui lavorava notte e giorno, me lo ricordo, in condizioni molto precarie»[7]. Anche Manes venne insultato e denigrato fin dopo la morte. Molti ufficiali dei carabinieri, davanti alle commissioni d’inchiesta, lo accusarono pesantemente. Non era vero, avevano detto, che avesse fatto la Resistenza; le sue denunce erano solo motivate da spirito di vendetta e di rivalità. Dissero perfino che era un comunista, che all’epoca doveva essere uno degli insulti più pesanti che si potessero rivolgere a un ufficiale dei carabinieri. Accuse che, naturalmente, ottennero gli scopi prefissati. Diranno i relatori di minoranza: «Fu fatto così pagare un duro prezzo al coraggio di un ufficiale, alla sua lealtà verso la Repubblica, che non sono risultati inquinati da considerazioni personali e che debbono giustamente ssere ricordati»[8]

[1] I grassetti nel testo sono miei. Dalla nota 2, le note sono quelle originali del libro.
[2] Relazione Alessi, p. 1318.
[3] Commissione Beolchini, vol. II, p. 221.
[4] Relazione minoranza, pp. 56-57.
[5] Michele Gambino, Carriera di un presidente, Roma, Edizioni Associate, 1991, p. 52.
[6] La strage di Stato, cit., p. 114.
[7] Avvenimenti, 19 giugno 1991.
[8] Relazione Terracini, cit., p. 57.
One Comment
  1. Mi associo sommessamente al ricordo del generale Manes e del magistrato Pesce. Onore a loro e agli altri Caduti.

    http://menici60d15.wordpress.com/2008/06/21/calipari-virtu-militari-e-diritto/

    http://menici60d15.wordpress.com/2010/12/21/1744/(L’omertà e la complicità nazionali nelle epurazioni USA)

    Quello delle tecniche per provocare o favorire una morte cardiaca prematura è un discorso complesso e delicato; ma sarebbe quanto mai attuale oggi, con una magistratura e un’arma dei CC “bonificati”, e che hanno imparato fin troppo bene la lezione, tanto da avere ormai, ritengo, più meriti come esecutori delle epurazioni che come vittime.

    http://menici60d15.wordpress.com/

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