Il Darfur è un diversivo

Il Darfur è un diversivo

IL DIVERSIVO DEL DARFUR: “SALVATORI E SOPRAVVISSUTI: IL DARFUR, LA POLITICA E LA GUERRA AL TERRORISMO

Di Muhammad Idrees Ahmad, The Electronic Intifada, 8 Giugno 2009[1]

Nel film del 2004 di Errol Morris, The Fog and the War [La nebbia e la guerra], l’ex Ministro della Difesa americano Robert McNamara ricorda l’affermazione del generale Curtis LeMay, la mente dei bombardamenti incendiari contro il Giappone nella seconda guerra mondiale, secondo cui “se avessimo perso la guerra saremmo stati tutti perseguiti come criminali di guerra”. LeMay stava semplicemente esplicitando una delle verità inconfessate delle relazioni internazionali: il fatto che il potere conferisce, tra l’altro, il diritto di dare un nome alle cose. In tal modo gli stermini perpetrati dalle grandi potenze, dal Vietnam all’Iraq e all’Afghanistan, vengono normalizzati da definizioni quali “antiguerriglia”, “pacificazione” e “guerra al terrorismo”, mentre comportamenti analoghi messi in atto dagli stati nemici provocano le accuse più severe. E’ questa politica di dare un nome alle cose ad essere l’argomento del nuovo, esplosivo, libro di Mahmood Mamdani, Saviors and Survivors: Darfur, Politics, and the War on Terror.

Come in Medio Oriente, vi sono delle zone dell’Africa che sono state devastate dai conflitti per la maggior parte dell’era post-coloniale. Se la copertura dei media in entrambi i casi è superficiale, nel caso dell’Africa è anche sporadica. Ogni volta che c’è una copertura, vengono messi in rilievo solo gli aspetti sensazionalistici o grotteschi. Se l’argomento non è la guerra, di solito è la fame, le malattie o la povertà – o qualche volta tutte e tre – e immancabilmente la copertura non parla del contesto. Le guerre accadono tra “tribù” guidate da “signori della guerra” che avvengono in “stati in rovina” dominati da “dittatori corrotti”. Provocate da motivazioni arcaiche, raramente riguardano questioni comprensibili. All’elenco dei farabutti finisce per subentrare la galleria delle vittime, inevitabilmente bisognose di essere salvate dall’uomo bianco. Un titolo come “Può Bono salvare l’Africa?” illustra bene l’atteggiamento occidentale verso il continente, proprio come i commenti di Richard Littlejohn, l’editorialista più pagato d’Inghilterra, che al culmine del genocidio del Ruanda scrisse “C’è qualcuno che davvero ha voglia di mettere le mani su quello che sta succedendo in Ruanda? Se la tribù dei Mbongo vuole sterminare la tribù dei Mbingo la questione, per quanto mi riguarda, è solo affar loro”.

IL Darfur costituisce la vistosa eccezione a questa tendenza, sebbene dopo il genocidio del 1994 anche il Ruanda sia entrato nel discorso dell’Occidente. Questo, sostiene Mamdani, è dovuto soprattutto agli sforzi di un’organizzazione – la Save Darfur Coalition (SDC) – la cui attività di lobby è stata fondamentale nel trasformare la detta questione nel più grande movimento di massa degli Stati Uniti dall’epoca della mobilitazione contro la guerra in Vietnam, un movimento anche più grande di quello contro l’apartheid. Se tale mobilitazione ha avuto l’effetto salutare di suscitare consapevolezza per una questione altrimenti sconosciuta alla maggioranza dei cittadini americani, il suo privilegiare l’azione a scapito della conoscenza rende tale consapevolezza meno significativa. In realtà, il rifiuto – da parte della SDC – della complessità dei problemi, la sostituzione della conoscenza dei fatti con le certezze morali, e la preferenza per le soluzioni militari, precludono lo scopo stesso per il quale essa sostiene di battersi. Invocando le presunte lezioni dell’Olocausto Nazista e del genocidio del Ruanda, essa associa slogan come “mai più” alle grida di guerra di una nuova “guerra giusta”, di “largo ai militari” e di “fuori dall’Iraq e dentro il Darfur”, per chiedere l’intervento militare in Sudan. Mamdani sostiene che la SDC non è un movimento pacifista ma bellicista. Se il segno di riconoscimento del movimento contro la guerra in Vietnam era costituito dai teachin[2], per la SDC è la campagna pubblicitaria; gli esperti sono stati rimpiazzati dalle celebrità.

La SDC venne fondata nel Luglio del 2004 grazie agli sforzi congiunti dello US Holocaust Memorial Museum e dell’American Jewish World Service [è evidente quindi la matrice sionista dell’intera operazione]. Da allora ha ricevuto l’adesione di un largo spettro di organizzazioni religiose e politiche, e di un gran numero di celebrità e di intellettuali famosi. Ha fatto proliferare associazioni studentesche in tutto il paese, dalle scuole superiori alle università. Guidata da un pubblicitario, è la sola organizzazione in grado di mettere assieme partner eterogenei come il reverendo Al Sharpton e lo scrittore Elie Wiesel, l’attore George Clooney e l’ex ambasciatore americano all’Onu John Bolton. Tuttavia, l’apparente diversità dei suoi affiliati oscura il fatto che il suo programma occulto è deciso soprattutto dai sionisti e dalla destra cristiana. In ogni caso, Mamdani presta scarsa attenzione alla composizione della SDC anche se dedica un intero capitolo al suo indirizzo politico e ai suoi metodi. Come il Jerusalem Post riferiva prima del raduno della SDC a Washington il 30 Aprile 2006, “pochi sanno che la coalizione che si è presentata come “un’alleanza di oltre 130 organizzazioni umanitarie di diverso orientamento religioso” è nata come un’iniziativa esclusiva della comunità ebraica americana”. E’ stato notato che anche nel 2006 tale coalizione era pesantemente caratterizzata da “una moltitudine di vari gruppi ebraici locali e nazionali”. Molti hanno usato il Darfur come un diversivo strategico rispetto ai crimini israeliani contro i palestinesi, come ha sostenuto Ned Goldstein nella sua indagine sugli interessi sionisti che stanno dietro alla SDC (da ultimo, alla conferenza delle Nazioni Unite di Durban II contro il razzismo). La caratteristica predominante di tale propaganda è di dipingere il conflitto in questione come una guerra tra “arabi” e “africani” e di etichettare le relative violenze come “genocidio”.

La discussione sul genocidio verte su due fattori: i numeri e la tipologia. Per qualificare di genocidio la violenza di massa, le uccisioni devono essere perpetrate su una scala sufficientemente grande, e deve essere accertata l’intenzione di eliminare un preciso gruppo etnico o razziale. Mamdani sostiene che per sostenere la tesi del genocidio, la SDC ha gonfiato le cifre delle vittime e ha dato un’interpretazione razziale del conflitto.

Il tasso di mortalità di 400.000 vittime è diventato un cavallo di battaglia della propaganda della SDC, anche se tale cifra è stata ripetutamente screditata. Nel 2007, la British Advertising Standards Authority ha rimproverato la SDC (e l’Aegis Trust) di aver infranto le “regole di veridicità” per aver utilizzato tale cifra nella sua campagna promozionale in Inghilterra. La detta cifra era stata già contestata quando una commissione di esperti riunita dal governo americano in collaborazione con l’Accademia Nazionale delle Scienze concluse che delle sei stime esaminate, le cifre presentate dalla SDC erano le meno attendibili. La stima più attendibile è stata ritenuta quella fornita dal CRED (Center for Research on the Epidemiology of Disasters), un ente affiliato alla World Health Organization [Organizzazione mondiale della sanità], che aveva registrato 131.000 morti al culmine del conflitto, dei quali solo il 30% era attribuibile alle violenze. Le violenze calarono nettamente dopo il Gennaio del 2005; questo, sostiene Mamdani, grazie all’intervento della forza di pace dell’Unione Africana [AU]. Nel 2008, il numero dei morti dell’intero anno è diminuito fino ad arrivare a 1.500 vittime. Questi numeri sono molto più bassi di quelli che secondo le Nazioni Unite indicano un’emergenza, tanto meno un genocidio.

Il conflitto iniziò negli anni 1987-1989 come guerra civile, più a causa di una lotta per l’accaparramento della terra e delle risorse che per motivi di razza o di rivalità etniche – opponendo gli arabi per lo più nomadi e senza terra ai Fur, per lo più agricoltori e sedentari. Aggravato dal tentativo maldestro di Khartoum di varare negli anni ‘90 una riforma agraria, il conflitto strisciante esplose nel 2003 con una rivolta su vasta scala. Questa ebbe come conseguenza la brutale reazione del governo, che si servì dell’ausilio delle tribù nomadi del Darfur e del Chad.

Mamdani identifica tre cause che hanno contribuito al conflitto. La prima, è la storia del dominio coloniale, con cui gli inglesi attuarono un progetto di neo-tribalizzazione del Darfur attraverso un sistema amministrativo affidato agli indigeni, con la creazione di patrie tribali e l’introduzione di un principio discriminatorio che favoriva gli “indigeni” rispetto ai “coloni”. Questo provocò la spoliazione delle tribù nomadi, e in particolare dei nomadi cammellati del nord. L’identità tribale venne ulteriormente rafforzata con un censimento che richiedeva ad ogni interpellato di scegliere una “razza”; parliamo anche di una storia scritta che presentava gli arabi come “coloni” provenienti dal Medio Oriente; e di leggi che fornirono un trattamento privilegiato a chiunque fosse considerato “indigeno”. Questa narrazione permetteva anche ai colonizzatori inglesi di presentarsi come dei semplici continuatori di una preesistente colonizzazione araba.

Il secondo fattore è costituito dalla siccità e dalla desertificazione. L’orlo meridionale del Sahara avanzò di 100 chilometri, costringendo le tribù nomadi a rifugiarsi ancora più a sud, e a sconfinare infine nelle terre delle tribù sedentarie dei Fur.

Infine, la guerra civile nel confinante Ciad, dove i gruppi di opposizione armati dai contendenti della Guerra Fredda – Stati Uniti, Francia e Israele da un lato, Libia e Unione Sovietica dall’altro – avevano trovato frequentemente rifugio in Darfur, provocando una proliferazione di armi e di milizie. Mamdani spiega che le potenze occidentali si intromisero nel conflitto molto prima del Sudan; e che il regime islamico di Omar al-Bashir all’epoca non era ancora al potere.

La versione “arabi contro africani” oscura il fatto che almeno dall’epoca del colonialismo inglese gli arabi sono stati il gruppo più indigente del Darfur. “Se il Darfur era marginale in Sudan”, scrive Mamdani, “gli arabi erano marginali nel Darfur”. Contrariamente alla storiografia inglese – i cui assunti hanno fatto scuola negli scritti nazionalisti del ventesimo secolo – la maggior parte degli arabi arrivarono in Sudan come rifugiati per sfuggire alle persecuzioni dell’Egitto di Mamluk. Inoltre, la diffusione della cultura araba fu più una conseguenza dei commerci che di una conquista. Mamdani dimostra che l’”arabo” non è un’identità razziale, etnica o culturale. E’ un’identità politica presunta che è più un riflesso delle preferenze e del potere che di una genealogia. Ad esempio, gli ex schiavi diventati liberi divennero Fur nel Darfur, e arabi nel Funj, il sultanato del Sudan fluviale dominato dagli arabi. Essere arabo nel Darfur non significa nient’altro che essere la parte debole [della società]. Oggi il conflitto in Darfur è in atto sia tra gruppi arabi (i nomadi cammellati Abbala contro i nomadi mandriani Baggara) che tra i gruppi relativamente privilegiati dei Fur e dei Masalit contro i meno privilegiati Zaghawa. Ma la SDC enfatizza l’asse nord-sud del conflitto, che mette gli arabi contro i Fur, e ignora l’asse sud-sud, che mette gli arabi contro altri arabi.

Allo stesso modo, i ribelli del Darfur sfidano le facili classificazioni. Quando nel 2003 iniziò la rivolta, c’erano due gruppi principali – il Movimento per la Giustizia e l’Eguaglianza (JEM) e l’Esercito di Liberazione del Sudan (SLA) – ora si sono spaccati in 26. Il JEM, che è l’organizzazione più grande, ha un orientamento islamico e trae la sua ispirazione da Hassan al-Turabi, l’influente musulmano sudanese un tempo alleato di Omar al-Bashir. Per contro, lo SLA è di orientamento laico-africanista con legami, nel sud del paese, con l’Esercito di Liberazione del Popolo del Sudan (SPLA, guidato dal defunto John Garand). Prima della spaccatura tra musulmani a Khartoum, il governo aveva utilizzato – per le sue operazioni di antiguerriglia nel sud – i musulmani del Darfur guidati dal futuro fondatore del JEM, Khalil Ibrahim (Ibrahim si oppose alla politica di condivisione del potere che nel sud portò alla fine della guerra). Ma secondo lo studioso del Sudan Alex de Waal, entrambe le organizzazioni impararono “a descrivere i loro guai nei termini semplificati che si erano dimostrati così efficaci nel guadagnare le simpatie straniere alla causa del sud: esse erano le vittime “africane” di un regime “arabo””. All’inizio, la risposta del governo ai rivoltosi fu un fiacco tentativo di riconciliazione, seguito dall’armamento di una forza mandataria comprendente truppe di nomadi, molti dei quali provenienti dal Ciad, conosciuti come i Janjawid. Le conseguenze furono devastanti, con massacri su vasta scala e il trasferimento di 2.5 milioni di persone.

L’uso da parte di Khartoum di truppe mandatarie per reprimere la rivolta, e le morti e i trasferimenti di popolazioni che ne sono derivati, ricordano la politica americana in Iraq, dove le milizie – selezionate su base etnica – sono state impiegate contro rivoltosi in maggioranza sunniti. Ma a differenza dell’Iraq, dove secondo l’ultima indagine di Opinion Research Business sono morte a causa della guerra un milione di persone, la violenza del Darfur è stata definita un genocidio. Il Darfur ha poi suscitato negli Stati Uniti una mobilitazione senza confronti con il caso iracheno. Mamdani sostiene che questo è dovuto al fatto che l’Iraq richiede dagli americani un impegno come cittadini, con tutte le responsabilità e le scelte politiche del caso, mentre il Darfur richiede solo un impegno come esseri umani che agiscono per filantropia. Egli nota che “in Darfur, gli americani possono sentirsi come non sono in Iraq: come dei potenti salvatori”. Come ha osservato lo scrittore nigeriano Uzodinma Iweala, “sembra che in questi giorni, tormentato dal senso di colpa per la crisi umanitaria che ha creato in Medio Oriente, l’Occidente si sia rivolto all’Africa per la propria redenzione”. Parlando in termini di bene e di male, osserva Mamdani, la SDC si è comportata come “il grande spoliticizzatore”, che ha pregiudicato una soluzione politica in favore di una soluzione morale (e cioè militare).

In Salvatori e Sopravvissuti, Mamdani pone l’accento su soluzioni di tipo regionale, piuttosto che internazionale. Il modo degli occidentali di risolvere i conflitti in Africa è paragonabile solo ai programmi di messa a punto strutturale del Fondo Monetario Internazionale: “Quelli che prendono le decisioni, non devono vivere in mezzo alle loro conseguenze, né pagare per esse”. L’Occidente enfatizza la crisi umanitaria contro un’eventuale soluzione politica semplicemente per prolungare il conflitto. Per contro, l’approccio dell’AU è sia umanitario che politico. L’intervento in Darfur dell’AU è stato molto efficace nel ridurre la violenza, anche se il suo operato è stato minato dalle potenze occidentali, che non sono riuscite a fornire il sostegno che avevano promesso quando l’AU ottenne il cessate-il-fuoco di N’Djamena dell’Aprile del 2004. E’ stato anche calunniato dalla propaganda della SDC. Mamdani sostiene che buona parte di tale propaganda era volta a screditare l’AU per screditare il concetto di “soluzione africana di un problema africano”. Lo scopo era quello di ridicolizzare le forze dell’AU e di portarle sotto il comando occidentale. In un editoriale “op-ed”[3] del Washington Post, significativamente intitolato “Smettete di salvare l’Africa”, Iweala si chiede: “Come mai un ex diplomatico americano di medio livello riceve più attenzione per le sue pagliacciate da cowboy in Sudan dei numerosi paesi dell’Unione Africana che hanno inviato cibo e truppe e hanno speso molto tempo per negoziare un accordo tra tutte le parti in causa di questa crisi?”.

Il recente procedimento di accusa del Tribunale Penale Internazionale ha ulteriormente radicalizzato il governo di Khartoum nel suo atteggiamento di sfida. Le incriminazioni durante un conflitto in corso possono solo esasperare le cose, a detta di Mamdani. Soprattutto quando l’ente giudicante è dimostrabilmente fazioso. Il modello dei tribunali internazionali dovrebbe essere quello della Commissione per la Verità e la Riconciliazione del Sudafrica post-apartheid, piuttosto che quello di Norimberga – la giustizia dei sopravvissuti piuttosto che quella dei vincitori. Il benessere delle popolazioni ancora in vita non deve essere subordinato all’imperativo di punire i singoli perpetratori. Mamdani offre un tagliente esempio di critica quando parla del “Nuovo Ordine Umanitario”, che ha soppiantato il colonialismo tradizionale e ha trasformato la questione dei diritti umani in un nuovo pretesto per gli interventi. La “comunità internazionale”, che secondo Mamdani non è nient’altro che il “nome di battaglia delle potenze occidentali dopo la Guerra Fredda”, ha creato “un sistema biforcato in cui la sovranità dello stato è in vigore in gran parte del pianeta ma viene sospesa in un numero sempre maggiore di paesi dell’Africa e del Medio Oriente”, riducendo i cittadini al rango di “minori” in “un’operazione di soccorso internazionale senza limiti”.

Sembra che l’Amministrazione di Obama abbia operato un taglio rispetto all’approccio del suo predecessore e abbia ordinato una revisione della sua politica in Sudan. Scott Gration, il nuovo inviato, ha già visitato Khartoum e il Darfur, come pure John Kerry, presidente della Commissione Esteri del Senato americano. Nel caso dell’Amministrazione Bush, la SDC era riuscita a mobilitare il Congresso contro il Dipartimento di Stato, che stava cercando una soluzione politica – improntata all’accordo basato sulla condivisione dei poteri – che aveva posto fine all’annoso conflitto nel sud. Rimane da vedere quanto l’Amministrazione di Obama sarà in grado di resistere alla formidabile attività di lobby della SDC. Mentre Mamdani sostiene che lo scopo della SDC è di indurre il governo americano a intervenire militarmente in Sudan, appare chiaro che il vero interesse dello zoccolo duro dell’organizzazione è di perpetuare il conflitto in modo da continuare a usare l’immagine degli arabi come perpetratori per stornare l’attenzione dalla realtà regionale degli arabi in quanto vittime.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article10581.shtml
[2] Lungo dibattito pubblico, specialmente all’università (spesso in forma di protesta civile) con una serie di interventi da parte di esperti, generalmente su argomenti politici, sociali o di attualità
[3] L’oped è la pagina dei commenti dei quotidiani americani.

3 Comments
    • Andrea
    • 15 Giugno 2009

    "’immagine degli arabi come perpetratori per stornare l’attenzione dalla realtà regionale degli arabi in quanto vittime": ma certo, strano però che ca. il 90% dei conflitti del mondo stranamente accade in zone musulmane

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    • Anonimo
    • 16 Giugno 2009

    Da 4 mesi era in atto una operazione di monitoraggio e successiva delazione condotta da un gruppo denominatosi « Contro i siti antisemiti in Italia – Da diffondere», allestito dall’agenzia sionista «In difesa di Israele», attiva nella sistematica diffamazione di ogni voce critica verso l'entità sionista di Palestina .
    Tale iniziativa sembra sospesa,almeno ufficialmente, ma ormai la rete è stata attivata e nulla dice che non continui la sua opera di SCHEDATURA delle voci politicamente scorrette,tipiche quelle dei REVISIONISTI.
    Oggi è in atto, su vari siti – blog, revisionisti, una massiccia presenza di agenti provocatori che giornalmente,più volte al giorno, cercano di distrarre e deviare l'attenzione dei lettori.
    Dopo l'utilizzo di semiologi , cardiologi come mezzo di “contrasto” alla diffusione delle tesi revisioniste , tali semi-dilettanti allo sbaraglio sono stati sostituiti ed ora viene utilizzata la “carne da macello” comune ( o meno) .

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  1. ringrazio per il puntuale ottimo lavoro.Lo sto ospitando da oggi 19 giugno in cartesensibili di cui lascio il link. Serve che ci siano sguardi attenti.fernanda

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