Le notti d’inferno di Gaza

Le notti d’inferno di Gaza

LA NOTTE PIU’ LUNGA DELLA MIA VITA

Di Safa Joudeh, dalla Striscia di Gaza occupata, 28 Dicembre 2008[1]

Questo è un aggiornamento di quello che sta succedendo qui dove mi trovo, la seconda notte dei raid aerei (e navali) di Israele su Gaza.

Sono le una e trenta del mattino, ma sembra come se il sole fosse già alto. Nelle ultime ore vi sono stati bombardamenti aerei pesanti e simultanei su Gaza City e sulla zona settentrionale della Striscia di Gaza. Sembra la notte più lunga della mia vita. Nella mia zona è iniziata con il bombardamento delle officine (ubicate di solito al piano terra degli edifici residenziali abitati da famiglie private), dei garage e dei magazzini di una delle aree più popolose di Gaza City: “Askoola”.

Circa un’ora fa, hanno bombardato l’Università Islamica, distruggendo l’edificio dei laboratori. Come ho già detto in un precedente resoconto, casa mia è vicina all’università. Abbiamo sentito la prima esplosione, le finestre hanno tremato, i muri hanno tremato e il mio cuore era come se mi uscisse letteralmente fuori di bocca. I miei genitori, i miei fratelli e i miei cugini, che stanno con noi perché la loro casa è stata danneggiata il primo giorno dei raid, stavano cercando di dormire. Siamo tutti corsi verso il lato della casa più lontano dai bombardamenti. Hala, la mia sorella di 11 anni, è rimasta immobile e abbiamo dovuto trascinarla nell’altra stanza. Ho ancora i segni sulla spalla da quando Aya, il mio cugino di 13 anni, si è aggrappato a me durante le successive quattro esplosioni, una più violenta e paralizzante dell’altra. Guardando fuori della finestra qualche istante dopo, il cielo notturno era diventato color grigio sporco a causa del fumo.

Le navi da guerra israeliane hanno colpito qualche istante fa l’unico porto di Gaza; sono stati esplosi 15 missili, che hanno distrutto barche e parti del porto. Questi sono solo i resoconti radiofonici iniziali. Non sappiamo quale sia l’entità dei danni. Sappiamo che l’industria del pesce da cui dipendono direttamente o indirettamente migliaia di famiglie non costituisce una minaccia per la sicurezza israeliana. Il cronista della radio ha iniziato a contare le esplosioni: penso che abbia perso il conto dopo le prime sei. Fino ad ora abbiamo sentito altri tre scoppi. “Sono terrorizzata dai fischi”, ho detto a mia sorella, riferendomi al suono che il missile fa prima di colpire. Questi momenti in cui ci si domanda dove andrà a cadere sono angosciosi. Quando i fischi e le esplosioni sono finiti il cronista ha annunciato che era stato bombardato il mercato del pesce (vuoto, naturalmente).

Abbiamo appena sentito che quattro sorelle della famiglia Balousha sono state uccise in un attacco che ha bersagliato la moschea vicino alla loro casa nella zona nord della Striscia.

Sapete cosa mi preoccupa, più dei botti e degli scoppi, del fumo, delle sirene delle ambulanze e dei fischi? Il suono costante, sinistro, esasperante e monotono degli elicotteri Apache sopra di noi che mi ronza in testa giorno e notte. E’ come se sentissi cose, che non sento, ma che sento.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article10065.shtml

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