A Gaza uccidono anche gli alberi

A Gaza uccidono anche gli alberi

AVEVO PAURA CHE AVREBBERO DISTRUTTO I NOSTRI ALBERI

Di Eva Bartlett, dai territori occupati della Striscia di Gaza, 12 Dicembre 2008[1]

Leila indicò verso un albero solitario e una piccola casa su un crinale sopra quello che sembrava essere un terreno sgombro. “Questo era un grande campo”, disse, “pieno di alberi di limetta, di guava e di aranci. Li hanno distrutti, hanno ucciso gli alberi”, spiega, riferendosi alle invasioni israeliane nel corso degli anni. “Pochi giorni dopo aver appreso che i suoi alberi erano stati distrutti, l’uomo che possedeva e custodiva gli alberi è morto”.

Inizia a parlare dell’ultima invasione su vasta scala di Israele, alla fine di Febbraio e nella prima settimana di Marzo, che Israele ha soprannominato “Caldo Inverno”. Durante l’invasione le forze israeliane hanno ucciso almeno 120 palestinesi, e ferito altre centinaia. E’ stata l’invasione durante la quale il vice-Ministro della Difesa israeliano Matan Vilnai ha minacciato i palestinesi di Gaza di un altro “olocausto”, come risposta al lancio, dalla Striscia verso Israele, di razzi fatti in casa.

La casa della famiglia di Leila a Jabaliya, nella parte settentrionale della Striscia di Gaza, si è trovata nel mezzo del massacro. I soldati israeliani se ne sono impadroniti, usando la stanza del piano superiore che sovrasta la strada principale come postazione per i cecchini, da cui bersagliare la gente sottostante. La famiglia è stata rinchiusa in una stanza, sotto la minaccia delle armi, per tre giorni, come spesso è solito fare l’esercito quando invade le zone palestinesi. “Non potevamo cucinare, né scaldare il latte per il mio piccolo, né lavarci per le nostre preghiere. I soldati dicevano che potevamo solo andare al bagno, da soli, ma mi sono rifiutata. Sono una donna, non voglio stare da sola con i soldati”, spiega. Leila dice che le donne si sono lamentate che i soldati non permettevano loro di chiudere la porta quando usavano il gabinetto”.

I soldati israeliani hanno scattato foto umilianti come trofeo ad uno dei suoi fratelli, Ahmad, così come fecero vergognosamente i soldati americani con i loro prigionieri di Abu Ghraib. “E’ stato bendato e ammanettato, con le braccia dietro la schiena e le gambe legate, in mutande. I soldati hanno posato a turno con lui. Uno gli ha messo un vaso di fiori di plastica sulla testa. Un altro voleva soffocarlo. Tutti volevano il proprio turno”.

Leila parla di come sono rimasti tagliati fuori dal mondo esterno, senza avere idea di cosa stesse avvenendo persino nella strada di fronte, senza sapere dove o come stavano i membri della propria famiglia allargata, di quanto brutta fosse l’invasione o quanto a lungo sarebbe durata. Sorprendentemente, quando parla di quando si sente arrivare uno di quei massicci bulldozer israeliani – quelli progettati per distruggere gli edifici – che passano rombando, la sua più grande preoccupazione non era per la propria casa. “Avevo paura che distruggessero i nostri alberi”, dice, riferendosi agli alberi dei limoni, degli aranci, delle guave, degli olivi, delle prugne e dei datteri.

Descrive il rumore e la potenza dei bulldozer. “Qualche volta, quando riuscivamo a guardare i bulldozer che si muovevano per la strada, vedevamo le case tremare e ondeggiare, vibrando all’incedere delle macchine”.

Stando sul balcone che sormonta il campo distrutto, Leila torna all’invasione.

“Stavamo preparando la colazione. Un drone israeliano volava sopra di noi, come pure degli elicotteri. C’erano molti, molti carri armati nel campo dietro la nostra casa. Lungo quel campo [indicando verso l’albero solitario] c’erano due ragazzi alti, di età scolare, che camminavano verso quell’albero. Noi stavamo qui sul balcone, in questo punto, urlando, urlando ai ragazzi, perché il drone e gli elicotteri sopra di noi stavano lanciando dei missili nella nostra zona. Improvvisamente, uno ha colpito i ragazzi, e abbiamo visto le braccia e le gambe esplodere nell’aria. E’ stato terribile, terribile. Alcuni ragazzi della zona hanno iniziato a cercare di recuperare i frammenti dei corpi che stavano sparsi dappertutto. C’è voluto molto tempo per raccogliere tutti i frammenti.

Come quasi tutti a Gaza, Leila conosce fin troppo bene i droni mortali che occupano lo spazio aereo di Gaza. “Quando i droni esplodono i missili, non puoi scappare. Sono molto precisi. Prima scattano una foto, poi inquadrano il bersaglio e poi sparano. Accade tutto molto velocemente. Quando sono gli elicotteri a bombardare, almeno li puoi vedere e prevedere dove spareranno, puoi correre 10 o 15 metri lontano, o forse puoi scappare”.

La sua famiglia ha visto molta violenza, in particolare durante quella settimana di massacri.

“In un altro incidente, un’ambulanza si stava avvicinando alla stessa zona dell’albero”, spiega, di nuovo facendo gesti oltre la propria casa. “L’ambulanza era diretta oltre l’albero, cercando di portarsi dove i feriti avevano bisogno di cure. Anche se l’ambulanza era chiaramente e visibilmente un veicolo di assistenza medica, gli israeliani l’hanno bombardata. Allora è venuto un uomo che stava lì vicino ad aiutare il conducente e anche lui è stato colpito da un missile”.

I palestinesi di Gaza non sono diventati insensibili ai continui massacri; al contrario, ogni uccisione aggrava i traumi già esistenti. “Il mio fratello più giovane, Saed, stava camminando non molto lontano dalla zona che sta lì [indica di nuovo l’albero solitario] quando ha visto un gruppo di giovani, teenager, colpiti e uccisi da un missile. Sebbene questa sia la nostra vita, è rimasto scioccato. Non si può concentrare, non può studiare”.

E un albero solitario sta ancora lì dove la terra è macchiata di sangue.

In questo articolo sono stati utilizzati degli pseudonimi per proteggere l’incolumità delle famiglie coinvolte.

Eva Bartlett è un’attivista canadese dei diritti umani e una freelancer che ha trascorso otto mesi del 2007 vivendo in Cisgiordania e quattro mesi al Cairo e al valico di Rafah. Attualmente vive a Gaza, dopo il terzo tentativo coronato da successo del movimento Free Gaza di rompere l’assedio di Gaza.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article10022.shtml .

One Comment
    • Riko
    • 14 Dicembre 2008

    Nice blog

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    Thanks

    Rispondi

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