Austin App su Dachau

NESSUN GASATO A DACHAU[1]

Di Austin J. App, 5 Aprile 1961[2]

Inquirer
400 N. Broad St., Philadelphia, Pa.

Al Direttore:

Bob Considine nella sua terza serie sull’”Orrore e morte a Dachau” (5 Aprile) cita il Vescovo Ausiliario di Monaco, Johann Neuhaeusler. In essa Considine cita un personaggio che dice che “ci manderanno a calci nella camera a gas”, dando la solita impressione che a Dachau vennero gasate migliaia di persone.

Anni addietro, il 27 Agosto del 1949, il Vescovo Neuhaeusler in un’intervista che mi concesse a Monaco mise in chiaro che nessuno è mai stato gasato a Dachau. Egli lo affermò anche nel suo opuscolo: “So war es in Dachau” (G. Manz AG., Monaco, 72 pagine, marchi 2.50).

In realtà sembra che tra il 1933 e il 1945 sperimentarono Dachau un totale di 206.000 prigionieri, alcuni dei quali erano politici ma vi furono anche molti veri criminali. Di questi un massimo di 27.000 non ne uscì vivo, alcuni vennero messi a morte, altri morirono per altre cause, in maggioranza di tifo, che grosso modo corrisponde ai prigionieri americani di guerra che vennero messi a morte o che morirono durante la Guerra Civile nel campo per prigionieri di guerra di Andersonville, sotto gli aupici dei loro compatrioti americani.

In fatto di atrocità, se si è persone d’onore, ci si accerta dei fatti e le atrocità si mettono in prospettiva con quelle di altre nazioni.

Distinti saluti,
Austin J, App, PhD.
[1] Originariamente pubblicato in: Morgenthau Era Letters: 119 Letters to Newspapers and NewsmakersMostly in the Decade from 1941 to 1950 [Lettere dell’era Morgenthau: 119 lettere a giornali e a fabbricanti di notizie – Per la maggior parte nel decennio dal 1941 al 1950], Boniface Press, 1966.
[2] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/viewpoints/vpaadachau.html

One Comment
    • Anonimo
    • 23 Aprile 2009

    Ho avuto mio padre ad Auschwitz, si è salvato per miracolo, non era ebreo ma quello che mi ha raccontato mi è sufficiente per affermare che chi nega l’Olocausto è in malafede oppure sotto gli effetti di droghe o alcool.

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