Quante falsità su Monaco 1938!

MONACO NON DOVREBBE ESSERE UNA PAROLA COSÌ TABÙ

Di Geoffrey Wheatcroft, 28 Settembre 2008[1]

Nel Settembre di settant’anni fa, il Primo Ministro inglese Neville Chamberlain volava in Germania per incontrare Adolf Hitler una volta, due volte, e poi una terza volta. Il 30 Settembre del 1938, essi pattuirono che la terra di lingua tedesca dei Sudeti dovesse essere ceduta alla Germania. Da allora, il nome di questo accordo di Monaco è stato utilizzato come la suprema maledizione politica.

In verità, la storia di questo accordo è ben diversa da quanto viene presunto abitualmente. Di volta in volta, “Monaco” è stato intenzionalmente frainteso e male interpretato, con conseguenze ripetutamente disastrose.

La crisi georgiana ha fatto gridare una volta di più all’”appeasement” e a “Monaco”. Uno scrittore del Times of London ha detto che il Presidente francese Nicolas Sarkozy è tornato da Mosca “agitando un foglio di carta e acclamando la pace del nostro tempo”, le sfortunate parole usate da Chamberlain al suo ritorno a Londra. L’editorialista del Washington Post Robert Kagan, ha paragonato l’attacco russo alla Georgia alla “Crisi dei Sudeti” del 1938 che portò all’invasione della Cecoslovacchia da parte della Germania nazista. Queste sono solo le ultime di una lunga serie di affermazioni malevole secondo cui ogni compromesso è “un’altra Monaco” – e che si pongono lungo una linea di miserande avventure militari condizionate, per più di 50 anni, dalla paura di emulare Chamberlain.

Quando il Presidente egiziano Gamal Abdel Nasser si impadronì del Canale di Suez nel 1956, i politici londinesi, uno dopo l’altro, rievocavano gli anni ’30. “E’ esattamente quello che subimmo da Mussolini e da Hitler negli anni prima della guerra”, disse il leader del Partito Laburista Hugh Gaitskell. Il Primo Ministro Anthony Eden, che si era dimesso da Ministro degli Esteri nel 1938 per protestare contro l’appeasement anche prima di Monaco, fu preso dalla paura di essere visto come un altro Chamberlain. Eden intraprese una sciocca spedizione militare che si trasformò in un’umiliazione nazionale e stroncò la sua carriera.

Sebbene il complotto di Suez venisse ostacolato dal Presidente Dwight D. Eisenhower (che chiese a Eden, “Anthony, sei andato via di testa?”), non tutti gli americani erano d’accordo con Ike. Il leader della maggioranza in Senato gli disse che doveva far sapere agli inglesi che “essi hanno il nostro sostegno morale a entrare [in guerra]”. Dieci anni dopo, quel senatore – Lyndon B. Johnson, diventato Presidente – imparò a proprie spese che entrare può essere più facile che uscire, e divenne un’altra vittima del “complesso di Monaco”.

Uno dei suoi consiglieri più importanti era il generale Curtis Lemay, che aveva detto rabbiosamente al Presidente John F. Kennedy che rifiutare di muovere guerra a Cuba durante la crisi dei missili dell’Ottobre del 1962 “era brutto quasi quanto l’accordo di Monaco”. Ancora spaventato dall’ombra di Monaco, Johnson avrebbe intensificato la guerra in Indocina per mostrare che non era “un Chamberlain”.

Neppure il Presidente Clinton voleva essere un altro Chamberlain. Bombardò la Serbia nel 1999 e riflettè: “E se qualcuno avesse ascoltato Winston Churchill e avesse affrontato Hitler prima?”.

E, naturalmente, l’attuale amministrazione ha sfruttato senza fine la retorica di Monaco. L’ex Ministro della Difesa Donald H. Rumsfeld ha paragonato gli oppositori alla guerra in Iraq agli antichi negoziatori, e nel Maggio scorso, il Presidente Bush ha deriso l’idea di negoziare con i terroristi: “Abbiamo già sentito questa sciocca illusione. Mentre i carri armati nazisti entravano in Polonia nel 1939, un senatore americano dichiarò: “Signore, se solo avessi potuto parlare con Hitler, tutto questo poteva essere evitato””. Così Saddam Hussein era un altro Hitler, Bush è un altro Churchill (in ogni caso tiene un busto di Churchill nella Casa Bianca), e non vi devono essere più monachisti. Oggi vediamo i risultati.

A parte le loro tristi conseguenze, tutte queste rievocazioni di Monaco iniziano a riscrivere la storia. Chamberlain era un leader democratico che sapeva che la maggioranza del suo popolo non voleva, comprensibilmente, entrare in guerra nel 1938, solo venti anni dopo un’altra guerra terribile, nella quale 750.000 inglesi erano rimasti uccisi.

Oltre a ciò, Chamberlain non era certo il solo a pensare che si trattasse di una rivendicazione seria. La sola cosa esatta del curioso paragone di Kagan è che gli abitanti della regione georgiana separatista dell’Ossezia del Sud oggi non vogliono essere governati dalla Georgia più di quanto i tedeschi dei Sudeti volessero essere governati dai Cechi 70 anni fa.

Mentre è dolorosamente vero che il risentimento dei tedeschi verso il “trattato schiavista di Versailles”, seguito alla prima guerra mondiale, aiutò a portare Hitler al potere, c’è un’altra scomoda verità: tra le due guerre, i liberali inglesi e americani ritenevano in modo quasi unanime che l’accordo posteriore al 1918 era ingiusto. H. N. Brailsford, il principale commentatore inglese di sinistra degli affari esteri, aveva scritto nel 1920 che, di tutte le modifiche dei confini operate dal trattato di Versailles, “l’offesa peggiore era l’assoggettamento di oltre tre milioni di tedeschi al dominio Ceco”. L’esperienza sembrava mostrare che il nazionalismo era la forza dominante dell’epoca e che doveva essere placato – o “appeased”, una parola usata per la prima volta, va ricordato, da coloro che sostenevano questa soluzione.

E’ vero che Churchill condannò l’accordo di Monaco in un discorso altisonante: “Questo è solo il primo sorso, il primo assaggio amaro di un calice amaro che ci verrà offerto anno dopo anno a meno che, con una suprema riscossa di salute morale e di vigore marziale, non ci rialzeremo di nuovo combattendo per la libertà come ai vecchi tempi”. Ma parlava come qualcuno che non era toccato da nessuna forma di condiscendenza verso l’autodeterminazione nazionale.

Come ha detto il blogger Andrew Sullivan, ogni repubblicano oggi vuole essere un Churchill. Ma dovrebbero esaminare il suo curriculum più attentamente. Pochi anni prima, Churchill aveva rotto con i Conservatori (e con l’opinione pubblica più illuminata) per la sua opposizione a ogni forma di autogoverno dell’India: non aveva tempo per gli indiani (e in seguito per gli egiziani) che combattevano la loro “battaglia per la libertà”. Churchill era un realpolitiker che credeva nell’imperialismo e nelle sfere d’influenza – proprio quelle cose che oggi Bush e i neoconservatori professano di aborrire.

E soprattutto gli americani dovrebbero fermarsi prima di rievocare Monaco. Dopo il 1918, gli Stati Uniti si erano ritirati dal mondo, con il Congresso che sbatteva la porta agli immigrati (anche agli ebrei disperati che fuggivano dall’Europa nazista) e si rifiutava di far parte della nuova Società delle Nazioni (un fatto di cui Bush non sembra essere consapevole quando parla in modo sprezzante della Società). Nel 1932, quando Franklin D. Roosevelt fu eletto Presidente, i democratici erano isolazionisti almeno quanto i repubblicani, e ancora nell’autunno del 1940 Roosevelt stava ancora facendo campagna per un terzo mandato elettorale sulla base della promessa chiara di tenere fuori gli Stati Uniti da ogni guerra straniera. Questo aiuta a spiegare il perché egli inviò un telegramma con scritto “bravo” a Chamberlain quando il suo collega inglese ritornò dall’incontro con Hitler, per poi dire all’ambasciatore americano a Roma: “Non sono affatto deluso del risultato finale”.

Nessun americano importante propugnava la resistenza militare a Hitler negli anni ’30, e un intervento del genere non sarebbe stato comunque possibile. Nel Settembre del 1939, l’esercito americano era più piccolo dell’esercito del Belgio, e come la prima seria battuta d’arresto in Nord-Africa, nel 1942-43, avrebbe mostrato, non era pronto per seri combattimenti anche dopo che gli Stati Uniti erano entrati nella mischia.

Vi sono anche altre parole di Churchill ad essere citate troppo raramente. Provengono da uno dei discorsi più belli e commoventi – sebbene tra i meno conosciuti – da lui tenuti, rendendo omaggio a Chamberlain dopo la sua morte, provocata dal cancro nel Novembre del 1940. Il destino di Chamberlain era stato quello di “essere deluso nelle proprie speranze, e di essere ingannato e imbrogliato da un uomo malvagio”, disse Churchill. “Ma quali erano queste speranze nelle quali fu deluso?…Esse rientravano negli istinti più nobili e benigni del cuore umano – l’amore della pace, lo sforzo per la pace, la lotta per la pace, il perseguimento della pace, anche con grandi rischi, e certamente il totale disprezzo per la popolarità e il clamore”.

Nel suo inchino alla memoria di Chamberlain, Churchill mostrò una magnanimità e una saggezza che altri non ebbero. “Anni lunghi, duri e pericolosi ci aspettano”, continuò, “Ma almeno entreremo in essi uniti e con il cuore pulito”.

Mai, neppure una volta, Churchill propugnò la guerra preventiva, e riconobbe sempre che le democrazie devono ricorrere alle armi solo come ultimo rimedio.[2] Forse bisognerebbe chiedere ai candidati presidenziali se gli Stati Uniti sono entrati nella guerra in Iraq “uniti e con il cuore pulito”. Questa potrebbe essere la vera “lezione di Monaco”.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2008/09/26/AR2008092602835_pf.html
[2] Nota del traduttore: non è vero. E’ l’unico (serio) errore di un articolo altrimenti pregevole. Churchill era un guerrafondaio, come scrisse Harry Elmer Barnes: http://ita.vho.org/024Winston_Churchill_omaggio.htm.

One Comment
  1. Bello.

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