A Gaza nulla di nuovo

LA MORTE LENTA DI GAZA

Di Margaret Kimberley, The Electronic Intifada, 6 Giugno 2008[1]

Ogni pretesa americana di autorevolezza morale diventa oscena alla luce della complicità nel trattamento, barbaro e illegale, dei palestinesi da parte di Israele. Washington dispiega il suo apparato di superpotenza per soffocare il dissenso verso la sua politica mediorientale in Europa e altrove, lasciando l’ex presidente Jimmy Carter e il Premio Nobel Desmond Tutu a difendere in solitudine i diritti umani dei palestinesi. All’orizzonte non c’è nessun cambiamento della politica americana, poiché “il marciume in America trascende l’attuale amministrazione, così come in Israele”. La “mostruosità”, come viene definita da Desmond Tutu, contro 1 milione e 600.000 palestinesi mostra l’ipocrisia delle pretese americane e israeliane di rappresentare la civiltà.

Come reagirebbe il mondo civilizzato se 1 milione e 600.000 persone venissero tenute prigioniere, se fosse loro negato l’accesso al cibo, all’acqua potabile, ai servizi sanitari e all’elettricità? Se a queste stesse persone venisse anche impedito di fuggire dalla loro situazione di oppressione, gli americani e gli europei protesterebbero pubblicamente oppure no?

Eppure quando le suddette persone si trovano a Gaza, e vengono oppresse da Israele, allora il mondo civilizzato non dice e non fa assolutamente nulla. Israele è il cliente numero uno degli Stati Uniti e la paura della potenza americana ha zittito chiunque nel mondo abbia il potere di far cessare quest’atrocità.

Mentre il Tibet e il Darfur sono oggetto di condanne selettive patrocinate da personaggi famosi, non c’è quasi nessuno che prenda pubblicamente posizione a sostegno dei palestinesi, che vivono sotto il pericolo costante di bombardamenti e di cannoneggiamenti indiscriminati, le cui case vengono distrutte dai carri armati israeliani, e a cui viene letteralmente negata una via di scampo dalla loro esistenza infernale. Mentre sputano sangue, Israele continua a costruire insediamenti in quella che di diritto è la terra di Palestina.

Che Washington non intraprenda azioni contro Israele certo non sorprende, ma il silenzio da parte della restante comunità internazionale è l’aspetto più scioccante della violazione continuata dei diritti umani. Carter e Tutu sono i soli, tra i leader internazionali, a condannare apertamente il governo israeliano e il silenzio complice delle altre nazioni.

L’ultima sventura di Gaza è iniziata nel 2006, quando il suo popolo ha votato a favore di un governo guidato da Hamas, il gruppo palestinese che Israele e gli Stati Uniti non gradiscono. Gli Stati Uniti hanno quindi chiesto il blocco contro Gaza, e il resto del cosiddetto Quartetto (l’Unione Europea, la Russia e le Nazioni Unite) si è detto d’accordo. Carter ha rivelato la sgradevole verità dietro questa decisione: “Il documento finale del Quartetto era stato redatto in anticipo a Washington e non venne cambiata neppure una riga”.

Carter ha definito il blocco che ha imprigionato più di un milione di persone “un crimine contro i diritti umani”. Si è appellato agli altri membri del Quartetto affinché rompessero con gli Stati Uniti e imponessero la cessazione del blocco, e ha cercato invano di incoraggiare gli europei a opporsi alla politica americana. “Perché no? Non sono i nostri vassalli e occupano una posizione di uguaglianza con gli Stati Uniti”. A quanto pare Carter ha concesso più credito agli europei di quanto essi non ne concedano a loro stessi. Sembrano essere molto soddisfatti nel comportarsi come gli stati fantoccio dell’America.

L’Arcivescovo Desmond Tutu si è unito a Carter nel chiedere un’azione internazionale per far cessare le sofferenze di Gaza. Egli ha recentemente capeggiato una delegazione per i diritti umani delle Nazioni Unite giunta a Gaza per indagare in modo particolare sulle uccisioni, nel 2006, di 19 membri di una famiglia palestinese le cui case furono distrutte dai missili israeliani nella città di Beit Hanoun.

Il governo israeliano non ha neppure fatto finta di mostrare per Tutu il rispetto che egli riceve in ogni altro luogo del pianeta. Il governo si è infatti rifiutato di concedere a lui e agli altri membri della delegazione il permesso di entrare in Israele, e sono stati quindi costretti a entrare a Gaza passando per l’Egitto. Le conclusioni di Tutu sulla situazione a Gaza sono state inevitabili e ovvie. Tuttavia le sue parole possono suonare eccentriche alle orecchie americane, che non ascoltano mai una critica per il proprio comportamento e per quello di Israele.

“E’ qualcosa che non vorreste augurare al vostro peggiore nemico”, ha detto Tutu. Ha definito la situazione di Gaza “abominevole” e ha condannato la “complicità silenziosa” della comunità internazionale. Ha definito le uccisioni a Beit Hanoun “un massacro” e in una dichiarazione diplomatica ha detto che le spiegazioni di Israele sulle uccisioni “difettano di responsabilità”.

La situazione a Gaza è naturalmente il risultato del sostegno degli Stati Uniti a Israele. In passato questo sostegno era almeno tacitamente criticato dalla comunità internazionale, ma ora viene accettato praticamente allo stesso modo in cui sono state accettate tutte le aggressioni statunitensi.

Gli Stati Uniti sono temuti come un bullo nel cortile di casa e le nazioni europee hanno deciso di stare zitte e di far fare a Bush i propri comodi. Jimmy Carter ha detto che non dovrebbero essere “supine” ma esse lo sono, e così vivacchiano nell’acquiescenza e nell’inerzia lasciando che il tempo che manca al Gennaio del 2009 [quando entrerà in carica il nuovo presidente degli Stati Uniti ] si esaurisca in attesa di un trattamento migliore.

Non lo avranno. Il marciume in America trascende quest’amministrazione, così come il marciume in Israele. Il primo ministro israeliano Ehud Olmert potrà essere costretto a dimettersi perché è stato colto in flagrante a prendere bustarelle da un ricco americano. La politica estera americana non cambierà con la nuova amministrazione. Solo Carter e Tutu avranno qualcosa da dire sui crimini commessi a Gaza, ma né l’uno né l’altro stanno al potere, così le loro parole non avranno alcun seguito. Gli abitanti di Gaza non hanno nulla da attendersi tranne più sofferenze, più Beit Hanoun e più silenzio dal resto del mondo.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article9598.shtml

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