Lettera aperta a Nadine Gordimer

Lettera aperta a Nadine Gordimer

NADINE GORDIMER: PRENDI POSIZIONE ANCHE CONTRO L’APARTHEID D’ISRAELE

Di Haider Eid, 25 Aprile 2008[1]

Gentile signora Gordimer,

Sono un docente universitario palestinese che vive a Gaza. Si dà il caso che abbia anche la cittadinanza sudafricana grazie al mio matrimonio con una cittadina di quell’amato paese. Ho trascorso più di cinque anni a Johannesburg, la città in cui mi sono laureato e dove ho insegnato sia nelle università tradizionalmente frequentate dai neri che in quelle frequentate dai bianchi. Nell’università di Vista, a Soweto, ho tenuto corsi sui Suoi romanzi anti-apartheid My Son’s Story [La storia di mio figlio], July’s People [Il popolo di Luglio] e The Late Bourgeois World [Il mondo del borghese defunto]. Tengo corsi sugli stessi romanzi, oltre che sul romanzo The Pick Up [L’aggancio] e sulle Selected Stories [Storie scelte], ai miei studenti palestinesi di Gaza, all’università di Al-Aqsa. Il corso è intitolato: “Resistenza, razzismo e xenofobia”. Ho scelto deliberatamente di tenere corsi sui Suoi romanzi perché, essendo Ella una scrittrice anti-apartheid, ha sfidato gli stereotipi razzisti invocando la resistenza contro tutte le forme di oppressione. Il Suo sostegno alle sanzioni contro l’apartheid in Sudafrica ha impressionato, per non dire di più, i miei studenti di Gaza.

La notizia costituita dalla Sua consapevole decisione di prendere parte alle celebrazioni per il 60° anniversario della fondazione dello stato d’Israele, ci ha raggiunto – come studenti e cittadini di Gaza – sia come una dolorosa sorpresa che come un esempio lampante di ipocrita doppio metro intellettuale di giudizio. I miei studenti, traumatizzati psicologicamente ed emotivamente, e mostrando già i primi segni di denutrizione in conseguenza della politica di genocidio attuata dal paese la cui nascita Ella sta per celebrare, chiedono una spiegazione.

Si pongono pieni di meraviglia, come pure il sottoscritto, la seguente questione: come può esserLe sfuggita l’opinione dell’Arcivescovo Desmond Tutu secondo cui le condizioni della Palestina occupata da Israele sono peggiori di quelle dell’apartheid [sudafricano]? Si domandano: come può Ella ignorare il rapporto imparziale e penetrante dell’osservatore delle Nazioni Unite per i diritti umani John Dugard sulla situazione terribile dei diritti umani nei territori occupati? E’ possibile che ignori gli scritti del ministro del Sudafrica Ronnie Kasrils susseguenti alla sua ultima visita a Gaza e in Cisgiordania? Proprio come Lei, questi tre uomini da me citati, tutti sudafricani, si sono distinti nella lotta contro il razzismo e contro l’apartheid. Le parole di Dugard sulla Palestina sono assai significative: “Certamente ho un senso di deja vu…La cosa triste è che Israele non vuole assolutamente imparare dal precedente del Sudafrica”. In un articolo intitolato: “Apartheid: Israele ha scelto quello che il Sudafrica ha abbandonato”, Dugard ha osservato che la situazione dei diritti umani nei territori occupati continua a peggiorare e ha definito tali condizioni “intollerabili, spaventose, e tragiche per i palestinesi comuni”. E’ significativo il fatto che Dugard abbia fatto dei paragoni scioccanti tra la situazione in Palestina e il Vostro Sudafrica sotto l’apartheid: “Molti aspetti dell’occupazione israeliana superano quelli del regime dell’apartheid. La distruzione su vasta scala, da parte d’Israele, delle case palestinesi, la distruzione delle terre agricole, le incursioni militari e gli omicidi mirati dei palestinesi oltrepassano ogni pratica analoga nel Sudafrica dell’apartheid”.

Inoltre, nella sua dichiarazione finale, il forum delle associazioni non governative del Convegno Mondiale contro il Razzismo (tenutosi a Durban nel 2001) ha affermato che: “Dichiariamo che Israele è uno stato razzista, fondato sull’apartheid, in cui il marchio dell’apartheid in quanto crimine contro l’umanità è caratterizzato dalla separazione e dalla segregazione, dagli espropri, dalle restrizioni sui terreni, dalla snazionalizzazione, dalla “bantustanizzazione” e dagli atti inumani”.

Ella conosce senza dubbio i profondi legami d’Israele con il Sudafrica dell’apartheid, quando lo stato ebraico, rompendo l’embargo internazionale, rifornì il Sudafrica di armi per centinaia di milioni di dollari. Il Sudafrica dell’apartheid faceva affidamento sull’Israele dell’apartheid per convincere i governi occidentali ad abolire l’embargo. Signora Gordimer: come si è relazionata con Israele in quel periodo e qual’era la Sua posizione riguardo a quei paesi e a quegli individui che non sostenevano la politica dell’isolamento applicata al Sudafrica? Ella sarà stata sicuramente critica nei confronti della politica di “coinvolgimento costruttivo” guidata dall’allora primo ministro inglese Margaret Thatcher e dal presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan al culmine di quella lotta, negli anni ’80. Ed oggi, inspiegabilmente, Ella si è unita ai nemici delle sanzioni.

L’eminente studioso palestinese Edward Said, che Le offrì [a suo tempo] la sua amicizia, sarebbe costernato dalla Sua decisione. Egli La presentava come un modello di quelli che definì “gli intellettuali di opposizione”. Aveva la forte convinzione che, riguardo ad Israele, “ci vogliono solo pochi spiriti coraggiosi che parlino e che incomincino a sfidare uno status quo che peggiora e che diventa ogni giorno più subdolo”. Ancora non sapeva che Ella si sarebbe dimenticata degli oppressi della Palestina.

I miei studenti infreddoliti e affamati, si sono divisi in due gruppi: un gruppo è irremovibile nel credere che Ella, come molti dei Suoi personaggi coraggiosi, riconsidererà la Sua partecipazione ad un festival israeliano finalizzato a celebrare l’annientamento della Palestina e dei palestinesi. L’altro gruppo crede che Ella ha già passato il guado dalla parte dell’oppressore, rinnegando ogni parola scritta in passato. Aspettiamo tutti la Sua prossima mossa.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article9488.shtml

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