Per non dimenticare Rachel Corrie

Per non dimenticare Rachel Corrie



IL DIRITTO DI RACHEL CORRIE AD AVERE GIUSTIZIA

Di Tom Wright e Therese Saliba, The Electronic Intifada, 20 Marzo 2008[1]

L’oscurità è infinita
Mentre lascio il limitare della cortina
E’ piena di osservatori
Giudici silenziosi

Rachel Corrie – quando aveva 11 anni

Mentre il loro aereo atterrava recentemente a Tel Aviv, Cindy e Craig Corrie hanno segnato il quinto anno dalla morte della loro figlia. Il 16 Marzo 2003, Rachel Corrie, 23 anni, venne schiacciata a morte sotto un bulldozer israeliano. I Corrie si trovano a poca distanza da Gaza, dove Rachel venne uccisa, e dove nelle ultime settimane appena trascorse un’incursione militare israeliana ha ucciso oltre 100 palestinesi, inclusi molte donne e bambini.

Questa settimana, i Corrie sono venuti in Israele per assistere alla prima rappresentazione in lingua araba dell’acclamato monologo My Name is Rachel Corrie. Per quanto la sua storia fosse avvincente – una pacifista americana uccisa mentre cercava di bloccare la demolizione della casa della famiglia palestinese che la stava ospitando, uccisa dall’esercito del più importante alleato regionale del proprio governo – la storia di Rachel avrebbe potuto scomparire rapidamente, assorbita dal ciclo settimanale delle notizie proprio tre giorni prima dell’operazione “Shock and Awe” dell’attacco americano all’Iraq. Ma l’istinto della sua famiglia, anche nelle prime ore del dolore e dello smarrimento, fu imperioso: “dobbiamo diffondere le sue parole”. I messaggi di posta elettronica che Rachel aveva inviato a casa durante il mese da lei passato nella città di confine di Rafah nella Striscia di Gaza, come volontaria del Movimento di Solidarietà Internazionale (ISM), avevano appassionato e commosso la sua famiglia e gli amici. Avendo lasciato la propria vita confortevole nella sua città di Olympia, Washington, ella stava seduta fumando fino a tardi nel corso della notte, raccontando le scene da “altro mondo” di violenza e di distruzione dell’occupazione militare intorno a lei.

Dall’abitudine di Rachel, sin dall’infanzia, di tenere un diario e di scrivere poesie, i suoi genitori la conoscevano per essere una promettente scrittrice di talento e di grande originalità, ed essi intuirono che i suoi dispacci da Gaza meritavano un pubblico più vasto. I redattori del Guardian di Londra la pensavano allo stesso modo, e dissero ai Corrie che le parole di Rachel “coinvolgevano i lettori nelle vicende dell’occupazione più di qualsiasi cosa avessero letto da molto tempo”. I Corrie concessero al giornale londinese il permesso di pubblicare quasi tutte le email e tuttavia, per quanto ne sapevano, nessun giornale americano le prese in considerazione.

Da qui, gli scritti di Rachel giunsero all’attenzione dell’attore inglese Alan Rickman (meglio conosciuto come lo “Snape” dei film di Harry Potter), la cui collaborazione con Katherine Viner del Guardian portò al lavoro teatrale My Name is Rachel Corrie, prodotto dal Royal Court Theater di Londra. Questo progetto, che nacque e crebbe a Londra, raggiunse in seguito un pubblico più vasto negli Stati Uniti e nel resto del mondo.

Nei giorni successivi alla morte di Rachel, tutto il mondo dei Corrie venne rovesciato. Poco avvezzi alle questioni mediorientali, essi si ritrovarono “catapultati nel mezzo di un conflitto e di una controversia internazionale”. Tornarono a Olympia, Washington, e si immersero nel lavoro, dalle campagne di “base” all’attività nazionale e internazionale in favore della pace tra Israele e la Palestina. Fu l’inizio di un percorso.

La ricerca delle responsabilità

La famiglia avrebbe voluto l’aiuto del proprio governo nel compito penoso di assicurare il ritorno del corpo di Rachel, come pure nell’accertare le responsabilità e nell’ottenere i dovuti risarcimenti. Secondo il Dipartimento di Stato americano, il giorno successivo alla morte di Rachel, il Primo Ministro israeliano Ariel Sharon promise al Presidente Bush un’indagine “attenta, credibile e trasparente”. Il portavoce del Dipartimento di Stato Richard Boucher assicurò: “Quando siamo di fronte alla morte di un cittadino americano, vogliamo che venga pienamente indagata. Questa è una delle nostre responsabilità cruciali all’estero per scoprire quello che è successo in situazioni come questa.” Il deputato Brian Baird, il cui distretto include la città natale di Rachel, Olympia, presentò la Risoluzione n°111 chiedendo al governo americano un’indagine approfondita sulla sua morte.

Quando dei funzionari israeliani dissero che prima di restituire il corpo sarebbe stata eseguita un’autopsia, la famiglia Corrie insistette che fosse presente un funzionario dell’ambasciata americana. Essi chiesero anche che non venisse eseguita da nessuno che fosse legato all’esercito israeliano poiché, dopo tutto, si trattava delle stesse persone che l’avevano uccisa. Anche un tribunale israeliano ordinò che fosse presente come testimone un funzionario americano, e con questo accordo i Corrie acconsentirono. Non è stato se non nel 2007 che la famiglia ha appreso che le proprie richieste, insieme all’ordine del tribunale, non erano state ottemperate. Sebbene il Dipartimento di Stato sapeva da quattro anni che nessun americano era stato presente, i Corrie sono riusciti a scoprirlo solo mediante una legge denominata Freedom of Information Act. Inoltre l’autopsia è stata eseguita proprio da personale dell’esercito israeliano.

I risultati dell’indagine israeliana vennero annunciati nel Maggio del 2003. Testimoni oculari avevano riferito che Rachel era chiaramente visibile, ad altezza d’uomo, ai due guidatori del bulldozer Caterpillar D 9, cosa sicuramente plausibile considerato il giubbotto antiproiettile da lei indossato, e il contesto carico di tensione a causa delle schermaglie con i pacifisti durante quella giornata (Un soldato, riferendosi ai pacifisti, quel giorno disse: “Questi stranieri dovrebbero essere affrontati e il loro ingresso nella Striscia di Gaza proibito. Inoltre, le regole d’ingaggio devono dichiarare (illeggibile) che ogni persona adulta dovrebbe essere uccisa “). Ma il rapporto militare ha semplicemente dichiarato che essi non l’hanno vista.

Il caso venne chiuso e non venne formulata nessuna accusa. Il rapporto non venne rilasciato neppure al governo degli Stati Uniti, i cui miliardi di annuale munificenza permettono di classificare Israele come il più grande beneficiario degli aiuti americani. Pressato dai Corrie, il capo di stato maggiore dell’ex Segretario di Stato Colin Powell, Lawrence Wilkerson, riconobbe che riguardo al rapporto dell’esercito israeliano, “La vostra domanda fondamentale, tuttavia, è valida, vale a dire se noi riteniamo oppure no che quel rapporto rifletta un’indagine “attenta, credibile e trasparente”. Posso rispondere alla vostra domanda in modo inequivocabile. No, non lo riteniamo tale.” Ma il governo degli Stati Uniti rinunciò a condurre proprie indagini, e affermò che non poteva costringere gli israeliani a fornire un’inchiesta “attenta, credibile e trasparente”. La risoluzione del deputato Baird, che chiedeva un’indagine, raccolse 77 adesioni, e tuttavia venne bloccata in commissione quello stesso anno senza essere esaminata.

I Corrie insistettero. Passarono circa due anni prima di avere un contatto al Dipartimento della Giustizia, e di riuscire a incontrarsi con il Procuratore di Seattle, John McKay. Egli spiegò che uno degli elementi necessari per poter aprire un procedimento penale era una dichiarazione del Procuratore Generale degli Stati Uniti che l’uccisione era stata attuata per “costringere, intimidire o per vendicarsi di una popolazione civile o di un governo”. Questa legge contro il terrorismo venne utilizzata contro l’Indonesia, quando l’FBI indagò sull’uccisione di un cittadino americano, Rick Spier. Cindy ha spiegato quello che McKay le disse: “Vi darò tutto il tempo di cui avete bisogno, ma vi dico subito che nessun Procuratore Generale del passato, del presente e del futuro presenterà mai dichiarazioni contro Israele”. “Forse questa è la cosa che mi ha scioccato di più”, ella ha detto. “Non potevo credere che McKay fosse così esplicito. Ero ammutolita.”

Il 17 Marzo 2005, la famiglia si incontrò con Barry Sabin, capo della sezione antiterrorismo al Dipartimento della Giustizia. Sabin disse loro che le leggi penali applicabili potevano essere applicate contro un militare di un paese straniero e che l’uccisione di Rachel poteva rientrare nei criteri di “costringere, intimidire o vendicarsi”, se c’erano prove adeguate in merito.

I Corrie dissero che tali prove erano abbondanti, citando l’uccisione di Rachel e due altri osservatori internazionali per i diritti umani che avevano controllato il comportamento dell’esercito israeliano in un periodo di sette settimane a Rafah, i quali avevano documentato la demolizione di abitazioni civili al confine tra Gaza e l’Egitto. Essi [i Corrie] indicarono l’intimidazione degli osservatori internazionali e dei lavoratori municipali palestinesi che cercavano di riparare i pozzi d’acqua distrutti dagli israeliani a Rafah; infine, la demolizione indiscriminata di abitazioni civili a Rafah costituiva in sé stessa la prova delle dette intimidazioni e coercizioni. Ma, facendo eco al procuratore McKay, Sabin disse loro che non ci sarebbe stata indagine senza la possibilità di procedere a delle incriminazioni, per la qual cosa era necessaria la dichiarazione del Procuratore Generale.

La famiglia si incontrò ancora una volta con i funzionari del Dipartimento della Giustizia Sabin e Michael Mullaney, più di un anno dopo, quando essi vennero debitamente informati che la sola legge applicabile era il Titolo 18, 2332, che richiedeva che l’uccisione di Rachel venisse catalogata come “un attacco serio e violento contro un cittadino americano o contro gli interessi americani”. Ma la giustizia non avrebbe intrapreso un’indagine in base al Titolo 18 perché, come Mullaney spiegò, essi avrebbero dovuto attenersi alla funzione originale attribuita dal Congresso a quella legge, il che significava che essa si applicava solamente agli attacchi “terroristici” contro cittadini americani.

Cindy racconta che “Feci la domanda due volte: state dicendo che non importa quante prove vi portiamo ma non ci sarà mai un’indagine sull’uccisione di Rachel?” E Barry Sabin disse: “Non ho mai detto mai, ma la risposta è no”. E nostra figlia Sarah disse: “Anche se possiamo dimostrare l’intenzione [omicida]?” Ed egli annuì. Sabin suggerì che le vie legali non erano il mezzo per risolvere il problema. Egli suggerì alla famiglia che forse il monologo, My Name is Rachel Corrie, era il modo migliore per affrontare la questione.

Il caterpillarla questione della responsabilità

Pesando, con la sua armatura, più di 60 tonnellate, il bulldozer Caterpillar D 9 che uccise Rachel Corrie è costruito per demolire una casa in cemento armato in pochi minuti. Più di 70.000 palestinesi hanno visto le proprie case distrutte dall’esercito israeliano da quando l’occupazione è iniziata, e circa 1.600 di queste case sono state demolite nella sola Rafah, tra il 2000 e il 2004. La distruzione di interi quartieri in base a pretesti quantomeno deboli, ha attirato da molto tempo la condanna delle più importanti organizzazioni per i diritti umani e i manager della Caterpillar Corporation possono difficilmente reclamare la propria innocenza riguardo a tale controversia. I gruppi in favore dei diritti umani hanno passato gli ultimi vent’anni a riempire le cassette delle lettere della Caterpillar con appelli sulle gravi violazioni della quarta Convenzione di Ginevra, senza esito.

Nell’Aprile del 2002, la casa di Mahmud Omar Al Sho’bi venne ridotta in macerie in piena notte, senza preavviso, nella città di Nablus in Cisgiordania. A morire all’interno di essa furono suo padre Umar, le sue sorelle Fatima e Abir, suo fratello Samir e sua cognata in cinta Cabila, e i loro tre figli, Anas, Azzam e Abdallah, rispettivamente di 4, 7 e 9 anni.

Nel 2005, i Corrie si unirono a Mahmud e ad altre quattro famiglie palestinesi come querelanti in una importante causa contro la Caterpillar.

La querela accusava [la Caterpillar] non solo di morti inique, di danno pubblico e di negligenza ma [asseriva] anche che la Caterpillar aveva violato il diritto internazionale e la legge federale vendendo i bulldozer all’esercito israeliano nonostante fosse a conoscenza del loro utilizzo premeditato e illegale. Così facendo, affermava la querela, la Caterpillar si era resa complice di favoreggiamento in crimini di guerra quali la punizione collettiva e la distruzione di proprietà civili.

Il giudice Franklin D. Burgess del Distretto Occidentale del Tribunale di Washington respinse l’istanza senza permettere la valutazione degli argomenti, sia scritti che orali. Il suo giudizio includeva l’inquietante interpretazione che una compagnia non può essere ritenuta responsabile della vendita dei suoi prodotti in base alla mera conoscenza che essi aiuteranno l’esecuzione di crimini di guerra – a meno che non ci sia una reale volontà che i detti crimini vengano commessi. E’ difficile immaginare una causa contro gli atti illeciti di una compagnia che possa superare un ostacolo di questo genere.
I Corrie e i loro alleati fecero allora appello alla Nona Circoscrizione. Appena prima che la corte si riunisse per prendere la propria decisione, il governo si intromise pesantemente nella causa con una tardiva dichiarazione [detta “amicus brief”] in favore della Caterpillar e contro i querelanti. Nella dichiarazione, dapprima il governo si abbassò ad argomentare che non avrebbe dovuto esservi responsabilità per aver aiutato e favorito la violazione dei diritti umani in base alle leggi pertinenti al procedimento in corso, vale a dire l’Alien Torts Statute [legge sulle malversazioni all’estero] del 1789, e il Torture Victims Protection Act [legge per la protezione delle vittime della tortura] del 1992 (queste leggi fanno parte della base giuridica che permette il ricorso dei cittadini ai tribunali americani nei processi per violazione dei diritti umani).

Quindi, nella stessa dichiarazione, il governo asserì (senza fornire le prove) di aver rimborsato Israele per il costo dei bulldozer. Perciò, così veniva argomentato, ritenere responsabile la compagnia significava coinvolgere la stessa politica estera americana nelle accuse. Essendo la politica estera in gran parte prerogativa dell’Esecutivo, il tribunale mancava di giurisdizione. Dare seguito alla causa avrebbe costituito una rottura del principio di separazione dei poteri.

Incredibilmente, la Nona Circoscrizione fece proprio questo argomento di “politica estera” e, nel Settembre 2007, rifiutò di dar corso alla causa.

Le ricusazioni del genere “politica estera”, basate sulla dottrina della cosiddetta “questione politica”, arrivano davanti ai tribunali, ma di solito vengono rigettate, spiega Maria LaHood, procuratrice presso il Centro per i Diritti Costituzionali, e capo del team di legali [della querela]. Non è il genere di controversia che si ritiene possa implicare un autentico “conflitto di poteri”, ella argomenta. “In questo caso abbiamo delle parti in causa costituite da privati che citano la Caterpillar per crimini di guerra e altre violazioni e, abbastanza fuori luogo, abbiamo la possibilità che gli Stati Uniti abbiano pagato i bulldozer. Quello che è’ stato finora sottaciuto è che è un abuso parlare di “questione politica”. Noi presumiamo che vi siano state violazioni del diritto internazionale. Questo è quanto la corte deve giudicare. Estendiamo questo argomento alle sue conseguenze logiche: voi fate causa alle compagnie, a funzionari stranieri, a governi stranieri, e ogni volta può trattarsi di un soggetto che riceve aiuti dal governo degli Stati Uniti, questo in qualche modo interferisce con la politica estera degli Stati Uniti? Questo proprio non può essere.”

I querelanti ora stanno aspettando una risposta alla loro istanza per un riesame dell’appello.

La portata della vicenda di Rachel

Nel caso di Rachel, tutti e tre i rami del governo americano hanno preso posizione – contro di lei, e a favore dell’impunità di Israele e della compagnia. I Corrie non sono scoraggiati. “Il senso d’impotenza all’interno del governo su tutta questa questione, dopo cinque anni dall’inizio del caso di Rachel”, dice Cindy, “indica il bisogno da parte della gente, al livello di base, di trovare altri canali, altri modi di tenere aperta la comunicazione, di costruire quelle relazioni che dovranno infine portare a qualche cambiamento nel mondo”.

I genitori di Rachel, insieme a molti attivisti della società civile, hanno fondato la Rachel Corrie Foundation for Peace & Justice e l’OlympiaRafah Sister City Project (ORSCP), iniziative locali per intraprendere scambi e progetti con i palestinesi. Con Gaza sotto assedio, e Hamas definita un’”organizzazione terrorista”, l’ORSCP si trova ad affrontare ostacoli finanziari, e i rappresentanti di parte sia americana che palestinese devono fronteggiare la difficoltà di entrare e uscire da Gaza. Cindy afferma che queste difficoltà estreme “rendono della massima importanza il continuare a cercare di fare il [nostro] lavoro. Proprio perché è così dura è fondamentale per noi non tirarci indietro dicendo che è troppo dura”.

Tuttavia anche a livello locale, il governo è un ostacolo da superare. Il consiglio comunale di Olympia ha rifiutato il gemellaggio ufficiale delle due città nell’Aprile del 2007 dopo una campagna condotta da attivisti locali. A dispetto di un largo sostegno popolare, e dell’appoggio dell’associazione Sister Cities International, il consiglio comunale ha contrastato l’iniziativa, rimettendosi all’opinione di coloro che considerano i palestinesi come “terroristi” e il progetto come “foriero di divisioni”. Come ha scritto un organizzatore da Portland: “Se la città di Rachel Corrie non ottiene un riconoscimento ufficiale, allora chi può ottenerlo?” Tuttavia, il progetto di gemellaggio Olympia-Rafah non verrà abbandonato. Il mese scorso, due rappresentanti locali del comitato sono andati a Rafah a verificare le condizioni [di vita] sotto l’assedio e la breccia temporanea del muro di confine, e per offrire dei modesti aiuti economici attraverso il commercio equo e solidale dei ricami palestinesi, persino mentre la gente imprigionata a Rafah è priva di generi di prima necessità, quali cotone, latte in polvere e medicinali, per non parlare del cibo, dell’acqua e dell’elettricità.

Se tutte le strade ufficiali sono state chiuse alla causa di Rachel e al bisogno di giustizia, la forza delle sue parole si è dimostrata indomabile a dispetto degli sforzi di tacitarle. E se, come il funzionario del Dipartimento della Giustizia Barry Sabin ha affermato, il monologo è in realtà il modo migliore per ricordare l’uccisione di Rachel, allora tale opera è un atto d’accusa contro l’esercito israeliano per l’omicidio deliberato di Rachel, come pure per l’attacco furibondo contro la capacità dei palestinesi di sopravvivere. My Name is Rachel Corrie, che viene inaugurata questa settimana a Haifa, in arabo, sta raggiungendo un uditorio internazionale. Dalle città di Lima, Montreal, Atene, New York, Des Moines, Seattle, e molte di più, e con spettacoli rappresentati o previsti per l’Europa, e in Sud Africa, in Australia, persino in Islanda, la storia di Rachel continua ad avere quello che Cindy descrive come “un impatto inaspettato”. In diverse città americane, vi sono dei teatri che si sono tirati indietro a causa delle pressioni politiche. “Se le persone non hanno dimestichezza con la politica”, afferma Craig, “possono essere prevenute e facilmente inpaurite dalle pressioni”. Tuttavia vi sono degli artisti e degli attivisti che, offesi dalla censura e dall’imposizione del silenzio, trovano di solito dei modi fantasiosi per mettere in scena il dramma, suscitando anche più attenzione per la storia di Rachel.

Inoltre, questo mese ha visto la diffusione di Let Me Stand Alone: The Journals of Rachel Corrie, un’importante pubblicazione edita da Norton. Qui, come nel dramma, Rachel diventa più di un simbolo politico. Come spiega Cindy: “Qualche volta viene demonizzata; qualche volta viene esaltata, ma per lei è possibile avere un impatto maggiore se le persone la considerano come un essere umano”. La bellezza austera degli scritti e degli sketch di Rachel, e le sue osservazioni incisive sui rapporti personali e globali, dai 10 anni di età fino alla giovane maturità, mostrano una giovane donna che è profondamente premurosa, creativa, stravagante, più matura della propria età, tutt’altro che ingenua. “La gente accusa Rachel di essere ingenua, cosa che naturalmente non era”, dice Craig. “Sebbene possa essere stata ingenua quanto alle [eventuali] pressioni degli Stati Uniti su Israele”. Fino al giorno della sua morte, Rachel lavorò instancabilmente, stabilendo relazioni con gli attivisti palestinesi e israeliani, impegnandosi in azioni dirette, ed elaborando strategie basate sul consenso popolare per fermare la “distruzione massiccia di abitazioni civili” a Rafah. In un comunicato stampa del Marzo 2003, ella scrive: “Possiamo soltanto immaginare cosa significa per i palestinesi vivere qui, la maggior parte dei quali sono già una o due volte profughi, per i quali questo non è un incubo, ma una realtà costante, da cui nessuna immunità internazionale può proteggerli, e da cui non hanno i mezzi economici per fuggire”.

Oggi, i Corrie condividono il senso di urgenza di Rachel, anche quando essi additano l’ipocrisia del governo americano, i superpoteri internazionali, che accampano [una presunta] impotenza e declinano le proprie responsabilità per il caso di Rachel e per la causa della giustizia in favore dei palestinesi. Come Craig dice, “Abbiamo il privilegio di sederci e di discutere su tutto ciò, e tuttavia proviamo una crescente insofferenza. Vogliamo portare a casa il messaggio di Rachel che abbiamo una responsabilità da adempiere”.

Tom Wright ha diretto il documentario, Checkpoint: The Palestinians after Oslo, ed è stato membro fondatore dell’Olympia-Rafah Sister City Project [il progetto di gemellaggio fra le città di Olympia e Rafah]. Therese Saliba è docente di Femminismo Internazionale e di Studi sul Medio Oriente all’Evergreen State College di Olympia ed è membro della Fondazione Rachel Corrie per la Pace e la Giustizia.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://electronicintifada.net/v2/article9408.shtml

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