La cura dell’acqua

La cura dell’acqua

Il testo che segue è molto interessante ma non è completamente onesto. L’articolista parla in termini corretti delle mene imperialiste degli Stati Uniti e delle brutalità che ad esse si accompagnarono nella guerra contro gli insorgenti filippini alla fine dell’ottocento. Tuttavia verso la fine dell’articolo l’autore, forse imbarazzato dalle atrocità ivi descritte, ha cercato in qualche modo di sminuire l’inchiesta giornalistica di Herbert Welsh definendola “eccentrica” (idiosyncratic), e mettendo tra virgolette la parola cruelties (crudeltà), che in realtà è l’espressione minima per definire il comportamento dei torturatori americani. Detto questo l’articolo, ripeto, è interessante e merita di essere letto.

Andrea Carancini

LA CURA DELL’ACQUA

Di Paul Kramer, 25 Febbraio 2008[1]

Molti americani rimasero sconcertati dalla notizia, nel 1902, che i soldati degli Stati Uniti torturavano gli abitanti delle Filippine con l’acqua. Gli Stati Uniti, per tutta la durata della loro manifestazione come potenza mondiale, avevano espresso parole di liberazione, emancipazione e libertà. Questo fu il linguaggio che, associato all’espansione militare e alle ambizioni commerciali, aveva aiutato a sferrare due guerre assai differenti. La prima era stata nel 1898, contro la Spagna, il cui impero residuo si stava sgretolando di fronte alle rivolte popolari in due delle sue colonie, Cuba e le Filippine. La breve campagna militare venne raccontata al pubblico americano in termini di libertà e di onore nazionale (la nave da guerra Maine era misteriosamente affondata nel porto dell’Avana), piuttosto che di zucchero e di basi navali, ed ebbe come esito una Cuba formalmente indipendente.

Gli americani non avevano agito da liberatori. Il commercio crescente nell’Asia Orientale aveva suggerito agli imperialisti che le Filippine, la più grande colonia della Spagna, poteva fungere da efficace gradino verso i mercati cinesi. I piani navali americani includevano preparativi per un attacco contro la marina spagnola in caso di guerra, e condussero ad una vittoria decisiva contro la flotta spagnola nella Baia di Manila nel Maggio del 1898. Poco dopo, il Commodoro George Dewey riportò in patria il rivoluzionario filippino esiliato Emilio Aguinaldo. Aguinaldo sconfisse le forze spagnole di terra, dichiarò in Giugno l’indipendenza delle Filippine, e organizzò un governo guidato dall’elite filippina.

Durante i successivi sei mesi, divenne chiaro che la visione degli americani e quella dei filippini sul futuro delle isole erano incompatibili. Le forze statunitensi strapparono Manila alla Spagna – impedendo alle truppe del loro apparente alleato Aguinaldo di entrare in città – e il Presidente William McKinley rifiutò di riconoscere le richieste d’indipendenza filippine, spingendo i suoi negoziatori a esigere che la Spagna cedesse la sovranità delle isole agli Stati Uniti, mentre parlava contestualmente del bisogno dei filippini di un’”assimilazione benevola”. Aguinaldo e alcuni suoi consiglieri, che avevano guardato agli Stati Uniti come ad una repubblica-modello e avevano accolto i suoi soldati come liberatori, diventarono sempre più sospettosi delle motivazioni americane. Quando, dopo un periodo di tensioni crescenti, una sentinella statunitense aprì il fuoco contro dei soldati filippini fuori Manila – nel Febbraio del 1899 – scoppiò la seconda guerra, solo pochi giorni prima che il Senato ratificasse un trattato con la Spagna assicurandosi la sovranità sulle isole in cambio di venti milioni di dollari. Nei tre anni successivi, le truppe statunitensi intrapresero una guerra per “liberare” la popolazione delle isole dal regime che Aguinaldo aveva costituito. Il conflittò costò la vita a centinaia di migliaia di filippini e a circa quattromila soldati statunitensi.

Durante il primo anno di guerra, notizie di atrocità compiute dalle forze statunitensi – villaggi messi a fuoco, prigionieri uccisi – iniziarono ad apparire sui giornali americani. Sebbene l’esercito statunitense censurasse i cablogrammi, i messaggi attraversarono il Pacifico tramite la posta, che non era censurata. Vi furono dei soldati che, nelle loro lettere alle famiglie, scrissero di violenze estreme compiute contro i filippini, insieme alle lamentele sul tempo, sul cibo, e sui loro ufficiali; e alcune di queste lettere vennero pubblicate sui giornali. Una lettera di A. F. Miller, del 32° reggimento volontari della fanteria, pubblicata sul World-Herald di Omaha nel Maggio del 1900, parlava di come il reparto di Miller scoprisse armi nascoste sottoponendo i prigionieri a quella che egli ed altri chiamavano la “cura dell’acqua”. “Ora, questo è il modo con cui facciamo loro fare la cura dell’acqua”, egli spiegò. “Li facciamo stendere sulla schiena, con un uomo ritto in piedi su ogni mano e su ogni piede, poi gli mettiamo un bastone in bocca e versiamo un secchio d’acqua in bocca e nel naso, e se non si arrendono versiamo un altro secchio. Si gonfiano come rospi. Vi dico che è una tortura terribile.”

Una volta, qualcuno – un pacifista, si sospetta – inviò questi ritagli di giornale a degli editori antimperialisti del Nordest. Ma questi critici della guerra furono all’inizio titubanti sul loro utilizzo. Si trattava di materiale difficile da verificare, e avrebbe esposto, così si temeva, gli editori all’accusa di antiamericanismo. Questo fu vero specialmente quando la politica imperialista entrò in ballo nelle elezioni presidenziali del 1900. Mentre il candidato democratico, William Jennings Bryan, si scontrava con il presidente il carica sulla questione dell’imperialismo, che i democratici definirono “questione d’importanza capitale”, i critici della guerra dovevano difendere sé stessi dalle accuse di aver proditoriamente ispirato i rivoltosi, di aver prolungato il conflitto, e di aver tradito i soldati americani. Ma, dopo che McKinley ottenne il secondo mandato, i critici potevano pensare di aver poco da perdere.

Infine, i dissidenti oltraggiati – il più importante dei quali era l’inflessibile riformatore [protestante] di Philadelphia Herbert Welsh – riuscirono a far venire alla luce le atrocità statunitensi. Welsh, che discendeva da una ricca famiglia di mercanti, poteva sembrare un improbabile investigatore di violenze militari ai margini dell’impero. I suoi principali antagonisti erano stati in precedenza i boss di partito di Philadelphia, le cui sordide macchinazioni erano state abbondantemente descritte nel serio settimanale, venuto dal nulla, di Welsh: City and State. Tuttavia egli era stato anche il fondatore del movimento per i diritti degli indiani, che cercava di ridurre la violenza e le truffe dei bianchi perseguendo al contempo la “civilizzazione” dei nativi americani mediante il cristianesimo, il conferimento della cittadinanza americana, e la proprietà individuale della terra. Un’urgente sollecitudine contro lo spargimento di sangue e la corruzione ai confini della nazione fu forse quello che attirò l’interesse di Welsh dai Dakota all’Asia sudorientale. Egli era stato inizialmente scettico sui resoconti dei comportamenti riprovevoli delle truppe statunitensi. Ma dalla fine del 1901, messo di fronte a quelle che considerò prove “schiaccianti”, Welsh emerse come un attivista risoluto in favore della denuncia e della punizione delle atrocità, conducendo un’indagine assai eccentrica fuori dei suoi uffici di Philadelphia. In quanto persona che “professa di credere nel Vangelo di Cristo”, egli dichiarò che si sentiva obbligato a condannare “le crudeltà e la barbarie che erano state perpetrate sotto la nostra bandiera nelle Filippine”. Solo il vigoroso perseguimento della giustizia poteva restaurare “il credito della nazione americana agli occhi del mondo civilizzato”. Dall’inizio del 1902, tre assistenti di Welsh si misero a rintracciare i soldati di ritorno in patria per ottenerne la testimonianza, e le “crudeltà” filippine iniziarono ad incalzare i boss di partito di Philadelphia dalle pagine di City and State.
[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.newyorker.com/reporting/2008/02/25/080225fa_fact_kramer

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Recent Posts

Jacob Cohen ebreo revisionista

MAROCCO: JACOB COHEN EX COMPAGNO DI STRADA DI A. SORAL CADE NEL NEGAZIONISMO[1] A metà gennaio davanti al "Lawyer's club" di Rabat Jacob Cohen ha relativizzato il numero dei “6 milioni di ...

Read More
Sponsor