Risposta di Luigi Copertino ad Antonio Caracciolo

Risposta di Luigi Copertino ad Antonio Caracciolo

Riporto qui sotto la risposta di Luigi Copertino (con annesso articolo di Franco Cardini) all’ormai acclarato provocatore Antonio Caracciolo, che lo sta chiamando in causa in questi giorni sul suo blog. Dopo aver seminato zizzania fino a ieri tra i possibili aderenti al comitato nazionale in difesa degli articoli 21 e 33 della Costituzione italiana (progettato in seguito alla mancata conferenza di Teramo del professor Faurisson) adesso Caracciolo sta provando a seminare zizzania tra i collaboratori del sito Effedieffe. Ci riuscirà? Speriamo di no: qualcuno ormai lo sta imparando a conoscere.

Andrea Carancini

Caro Prof. Caracciolo,
mi segnalano il suo commento al mio articolo su Effedieffe. Non sono professore, benché Lei benevolmente mi degna di tale dignità, e quindi capirà se questo povero cristiano non può aspirare alle sue altezze cattedratiche: come è noto da quando il suo esimio collega Odifreddi, alfiere della lotta antioscurantista, lo ha dichiarato urbi et orbi noi cristiani siamo cretini. Vede: non mi importa assolutamente della sua salvezza, nel senso che crede Lei ossia come di chi di tutto farebbe per coartarla alla fede. La sua salvezza è affar suo. Per me pregare per chiunque esso sia è un affidare le cose a Chi può laddove un povero cristiano/cretino non può. Nessuna coartazione né fisica nè psicologica. Constato però, con mia meraviglia, che questo cristiano/cretino può vantare, anche di fronte alla sua Altezza Accademica, qualche aggiornamento storico di maggior consistenza della sua conoscenza in merito. Lei prof. Caracciolo sarà anche un maestro nella sua disciplina ma nelle cose storiche difetta alquanto di appropriate conoscenze tali da permetterle una equilibrata valutazione dei fatti e finisce per indugiare in giudizi di stampo ottocentesco che neanche l’insegnante di scuola media inferiore di mio figlio sosterebbe più. Legga pure, se l’aggrada l’articolo di uno storico degno di tal nome e di tale titolo accademico, sul caso Galileo che le copio più sotto. Capirà la piccineria delle sue capacità di valutazione degli eventi storici. Un’altra cosa: il Cristianesimo non è una “eresia” ebraica (questo è quel che vorrebbero gli ebrei e che credono tutti coloro che non conoscono veramente il Cristianesimo): “prima che Abramo fosse, Io sono” (Gv. 8,58). Questo conferma le sue scarse conoscenze storiche ed aggiunge la scarsità delle sue conoscenze teologiche: eppure l’aver frequentato l’opera di Carl Schmitt avrebbe dovuto perlomeno metterla in contatto con la teologia.
Infine Le ricordo che, oltre ad essere stati entrambi collaboratori della rivista “Pagine Libere” del compianto Ivo Laghi, ci siamo incontrati una volta: in quel di Teramo, nel giugno dell’anno scorso, in occasione del meeting organizzato da Moffa per la costituzione del comitato per la libertà di pensiero.
Constatiamo oltretutto anche una sua scarsa memoria.
La saluto cordialmente.

Luigi Copertino

– L’ “AFFAIRE”-GALILEO –

Un personaggio illustre, un uomo tra i più potenti della terra, una personalità religiosa carismatica e che possiede le prerogative di un capo di stato, che per giunta è personalmente un fine studioso, si appresta a visitare un’istituzione culturale importante sita in una città che per più versi può esser considerata “la sua”. Come si può mai ritenere che qualcosa del genere dia luogo a uno scandalo?
Ma ciò è potuto avvenire a proposito della ventilata visita di papa Benedetto XVI all’Università di Roma 1-“La Sapienza”: il principale Ateneo della città della quale egli è vescovo, in un paese ad almeno formale stragrande maggioranza cattolico. Siamo alla follìa?
Non vale nemmeno la pena di chiedersi incontro a quali brucianti accuse d’intolleranza sarebbe andato incontro chi avesse trovato da eccepire su un’eventuale presenza all’interno della cittadella romana degli studi d’un eventuale Imam o Rabbino. E’ vero, di recente abbiamo visto come un certo imbarazzato vuoto si sia creato attorno al Dalai Lama: lì, però, il contenzioso aperto con il governo cinese forniva un alibi almeno formalmente plausibile. Nel caso del papa, invece, ha funzionato ancora una volta un vecchio meccanismo che ben conosciamo: e secondo il quale quello contro la Chiesa cattolica è rimasto, in tempi di universale tolleranza e di generale political correctness, l’unico pregiudizio legittimo e accettabile. Qualunque credo è degno di rispetto: salvo quello della confessione cattolica, che urta con i sacrosanti principi della laicità del nostro mondo civile.
D’altronde, va detta anche qualcos’altra cosa. A protestare contro la venuta del papa non sono stati solo alcuni studenti, che si potrebbero sospettare di facinorosità e di faziosità politicamente ispirate. Si sono levate anche le voci di decine di studiosi, di scienziati, di professori. Possiamo considerare la cosa un semplice episodio di anticlericalismo, che ci riporterebbe indietro nel tempo fino agli anni tra Otto e Novecento, quelli del carducciano Inno a Satana e dell’ “Asino” di Podrecca?
Che vi sia contraddizione tra la ricerca e il progresso scientifico da una parte, l’etica cattolica dall’altra, ormai non lo si può più dire da molti decenni. Certo, esistono molti problemi. Ma che la Chiesa non abbia mai “ fatto sincera e onorevole ammenda” di episodi come il caso-Galilei, onestamente non si può dire: anche perchè non si tratta, qui come in altre questioni, di “chiedere scusa” (a chi, poi?), bensì di valutare correttamente un modo di pensare e di procedere. Ora, le reiterate, coerenti e decise dichiarazioni di fiducia nella scienza moderna da parte di Giovanni XXIII, di Paolo VI, di Giovanni Paolo II, che l’attuale pontefice ha autorevolmente avallato, non lasciano luogo a dubbi. Proprio a Roma, esiste una Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica ch’è un centro di ricerca scientifica tra i più stimati d’Europa: basterebbe ciò a far comprendere a chiunque quali siano gli effettivi rapporti tra la Chiesa e le scoperte scientifiche moderne, al di là del peraltro legittimo dialogo tra scienza e fede, ciascuna delle due autonoma nella sua sfera. E, proprio come diceva Galileo, tale dialogo è appunto garantito per i cristiani dal Creatore stesso, che ha fondato la Verità tanto nella scrittura quanto nella Natura, e la Verità è una sola, e non può smentire se stessa per quanto gli uomini abbiano difficoltà a penetrarne l’autentico senso.
Molti però ribattono che il problema non è la Chiesa, bensì proprio lui, Joseph Ratzinger: il quale, sullo specifico caso di Galileo, avrebbe mantenuto e manterrebbe qualche riserva e qualche ambiguità. Qui bisogna intenderci bene.
E’ fuor di dubbio che Benedetto XVI non abbia alcuna residua nostalgia per il geocentrismo di aristotelica e tolemaica memoria. E’ non meno dubbio che, in quanto per molti anni responsabile come cardinale dell’istituzione ecclesiastica che ha sostituito il Sant’Uffizio, ma che ne ha anche ereditato mutatis mutandis le funzioni, egli abbia sempre tenuto a sottolineare la legittimità e la correttezza nell’àmbito delle quali quel venerato e temuto organo di controllo ecclesiastico si mosse. E’ necessario pertanto distinguere tra accettazione del magistero scientifico galileiano da una parte, difesa dell’operato del Sant’Uffizio nel quadro e nel contesto di quanto accaduto circa trecentosettantacinque anni fa dall’altra. Il primo fatto, che comporta non tanto una modifica della condanna di allora – che del resto fu piuttosto un rituale di pubblica abiura delle sue tesi, al quale Galileo si sottopose il 22 giugno del 1633 – quanto l’ovvio riconoscimento che i tempi sono mutati e che le verità scientifiche sostenute dallo scienziato fiorentino hanno prevalso, è pacifico: ma nessuno ha mai condannato le visioni scientifiche destituite di fondamento alla luce del progresso; è ovvio che esse fossero legittime nel tempo nel quale vennero espresse. Il che comporta la corretta valutazione dei fatti accaduti, quando e nelle forme in cui appunto accaddero.
Nel 1633, al tempo del celebre processo che condusse alla forzata abiura delle sue tesi scientifiche, l’allora sessantanovenne scienziato fiorentino vedeva il suo lavoro avversato non solo dalle autorità del Sant’Uffizio, ma da quelle di tutto il mondo scientifico del suo tempo. I professori luterani dell’Università di Tubinga, fieri antipapisti, brindarono lieti alla notizia della sua abdicazione. La comunità scientifica di allora, pur attraversata da fieri contrasti politici e religiosi, rimase nel suo complesso graniticamente ferma sulle sue posizioni geocentriche aristoteliche e tolemaiche, secondo le quali la terra era ferma al centro dell’universo e il sole le girava attorno. L’eliocentrismo sostenuto da Nicolò Copernico, che gli studi e le scoperte di Galileo confermavano, sarebbe stato accettato – e al tempo stesso superato, perchè molti erano gli errori sui quali a sua volta poggiava – solo molto più tardi, dopo le ricerche di Keplero e di Newton.
Ma il papa sa bene, e dovrebbero saperlo anche i suoi illustri contestatori, che l’episodio del processo a Galileo non può essere appiattito sul comodo schema del duello tra libertà e repressione e tra scienza e superstizione: anzi, presenta ancora molti lati problematici. Pietro Redondi, nel suo studio su Galileo eretico pubblicato nel 1683, ha sostenuto che lo scritto galileiano che aveva condotto all’incriminazione dello scienziato, Il Saggiatore del 1623 (che era comunque provvisto d’imprimatur, sia pur ottenuto in non chiare circostanze), non fu condannato per il suo eliocentrismo, bensì per le sue implicazioni atomistiche le quali, entrando nel delicato campo della struttura intima della materia, rischiavano di determinare un approccio ereticale al dogma della transubstanziazione e contestare pertanto la dottrina del miracolo eucaristico. E’ anche emerso da attenti studi che a determinare la condanna di cui Galileo fu oggetto concorse molto non tanto la sostanza delle sue affermazioni, quanto il modo per certi versi ambiguo, per altri presuntuoso con cui egli le difese. Sta di fatto che sia l’eliocentrismo sia l’atomismo, pur non venendo accettati dalla Chiesa del tempo né in genere dalla scienza ancora aristotelica, erano sostenuti anche da altri scienziati che facevano peraltro professione di fede cattolica – un esempio per tutti: Pierre Gassendi, vissuto tra 1592 e 1655 – e che non venero mai disturbati. L’accanimento contro Galileo, dunque, se e nella misura in cui ci fu, non dipese tanto dalle sue tesi scientifiche quanto dal suo generale atteggiamento, sul quale si continua a discutere. Certo, come non comprendere le sue paure, le sue esitazioni, le sue ambiguità? Il fatto è comunque che ci furono. Il Precetto del 1616 vietava di propagandare in alcun modo le tesi di Copernico: Galileo lo conosceva ed era forse riuscito comunque ad ottenere nel 1623, con una specie di raggiro, l’imprimatur all’opera che poi gli venne rimproverata, Il Saggiatore. Sapeva bene a che cosa avrebbe potuto andar incontro: sapeva di star nella sostanza disubbidendo, anche se al processo cercò di intorbidire le acque. Oggi tutto ciò è del tutto comprensibile ed egli si propone come un martire della verità scientifica e del progresso: ma che, allora, il suo comportamento non potesse che venir sanzionato dal Sant’Uffizio è non meno pacifico. Papa Ratzinger non sostiene alcuna tesi passatista o antiscientifica: si limita a tutelare la correttezza giuridica ed etiche del verdetto emesso allora, secondo le regole e nell’àmbito dei contesti giuridico, ecclesiale e scientifico del tempo. Ciò è storicamente parlando ineccepibile: ma gli illustri professori che lo accusano conoscono in modo sufficiente la storia del Seicento, quella della Chiesa e quella del diritto ecclesiastico e canonico?
Giorgio de Santillana ha suggerito, nel suo Processo a Galileo, che la vera ragione della condanna risiedesse nel fatto che il fiorentino aveva fatto conoscere nel Saggiatore le sue tesi esponendole in un modo semplice e accessibile – e per giunta nel volgare italico anziché in latino -, il che ai nostri tempi sarebbe ovvio ma ai suoi non lo era affatto: significava praticamente saltar a piè pari la fase del controllo delle autorità gerarchiche. la paura della chiesa era che si potesse in qualche modo riprodurre, in un altro contesto, quel ch’era avvenuto all’inizio del XVI secolo con la propagazione delle traduzioni volgari della Scrittura. C’erano quindi preoccupazioni dogmatiche e disciplinari, di forma e di prudenza, che ispiravano le scelte del Sant’Uffizio: è pleonastico che oggi le cose stiano del tutto altrimenti, ma sarebbe antistorico non riconoscere la fondatezza di quelle preoccupazioni dal punto di vista della Chiesa nel contesto del XVII secolo. Oltretutto, una quisquilia: ce lo vogliamo ricordare o no che l’anno 1633 cadeva nel pieno di quella “guerra dei Trent’Anni” (tra 1618 e 1648) che fu una delle conseguenze della Riforma e della controriforma e che costituì l’episodio culminante della “guerra di religione” che infuriò nell’Europa cinque-seicentesca? E’ chiaro che di fronte a Galileo la Chiesa intendesse tutelare il proprio potere: ma si può seriamente ipotizzare che potesse reagire altrimenti?
Franco Cardini

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