Auschwitz all’ombra della croce

Auschwitz all’ombra della croce

AUSCHWITZ ALL’OMBRA DELLA CROCE

Di Joseph P. Bellinger[1]

Nel 1984 ebbe luogo un incidente internazionale di rilievo, che mise in discussione tutta la questione riguardante Auschwitz e la persecuzione [degli ebrei]: l’attenzione del mondo si concentrò sulla Polonia quando un gruppo di suore carmelitane annunciarono la decisione di costruire un convento sul terreno dell’ex campo di concentramento. La zona scelta per il convento era attigua all’ex sito di Auschwitz I, dove molti polacchi e russi erano stati imprigionati ed erano morti in gran numero. Quando le suore annunciarono la loro intenzione di offrire preghiere e penitenze in suffragio dei morti, le organizzazioni ebraiche espressero la loro ostilità lanciando una protesta internazionale.

I media riferirono che l’edificio scelto per fungere da sito per il convento, il Theatergebauede [edificio del vecchio teatro] ubicato ad Auschwitz I, era stato utilizzato a suo tempo per ospitare non solo gli averi di quelli che venivano gasati, ma anche i barattoli di Zyklon B, l’insetticida presuntamente utilizzato come agente omicida a Birkenau, distante circa sei chilometri. Secondo lo storico polacco Wladyslaw Bartoszewski, queste accuse erano completamente infondate. Inoltre, i commentatori lamentarono il fatto che le autorità polacche e la Chiesa non avevano consultato la comunità ebraica prima di intraprendere la costruzione di un convento in quel luogo. Tuttavia, non venne mai spiegato in modo soddisfacente perché avrebbero dovuto, più di quanto avrebbero fatto le autorità ebraiche con la Chiesa se avessero deciso di erigere un piccolo tempio commemorativo nel sito di Birkenau. Nondimeno, la decisione di costruire un convento all’interno del perimetro di Auschwitz spinse Edgar Bronfman, presidente del Congresso Mondiale Ebraico [World Jewish Congress], a visitare nel Dicembre del 1985 il Ministro [polacco] degli affari religiosi.

Le intenzioni delle suore sotto assedio erano nobili e giuste, ma gli ebrei si adombrarono per quella che considerarono un’intrusione nel loro territorio privilegiato, senza considerare poi il fatto che il convento era ubicato sul terreno di Auschwitz I e non a Birkenau, essendo quest’ultima la parte del campo dove gli ebrei e gli zingari venivano principalmente reclusi.

La visita di Bronfman precedette il cosiddetto accordo di Ginevra, in cui le autorità della Chiesa cedettero alle richieste ebraiche di trasferire il convento. Durante il corso di tale incontro, Theo Klein, presidente degli ebrei francesi, dichiarò minacciosamente alla delegazione cattolica appena arrivata che i cattolici avevano solo due possibilità: “o sostenere le suore carmelitane o continuare il dialogo con gli ebrei.” Dialogo in questo caso significava piena arrendevolezza alle richieste unilaterali ebraiche.

Sotto la grande pressione del Congresso Mondiale Ebraico e dei media, la delegazione cattolica si arrese alle richieste ebraiche e accettò di trasferire il convento. Tuttavia, per motivi finanziari e per altre cause di forza maggiore, il convento rimase dov’era per altri due anni. Durante una visita al Museo di Auschwitz del noto attivista ebreo, Serge Klarsfeld, il 23 Marzo 1988, egli notò con malcelata irritazione che il convento non era ancora stato sgombrato. Il viaggio [di Klarsfeld] era stato sponsorizzato dall’onnipresente Congresso Mondiale Ebraico, e Klarsfeld era accompagnato da 140 scolari. Venne detto in seguito che la ragione della visita era educativa, ma nello stesso tempo una delegazione chiese udienza alla sostituta della Madre Superiora, chiedendo perché il convento non era stato trasferito.

Dopo che ella informò i delegati di non essere mai stata informata della decisione di trasferire il convento, gli animi si infiammarono.

Alla fine del Dicembre del 1988, degli esponenti ebrei si riunirono a Parigi per discutere dell’evidente riluttanza della Chiesa a trasferire il convento. Il rabbino Wolfe Kelman, presidente del ramo americano del Congresso Mondiale Ebraico, disse che il fallimento [delle trattative] costituiva una seria rottura dell’accordo di Ginevra, mentre il rabbino Zvi Zakheim, rappresentante degli ebrei ortodossi in seno alla medesima organizzazione, gridò in modo irritante: “Ve lo avevo detto, di non andare dietro ai goym.”

Il Presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Edgar Bronfmann, si lamentò che “la questione non riguarda solo il convento di Auschwitz, ma le più vaste implicazioni del revisionismo storico in cui l’unicità dell’Olocausto e l’assassinio del popolo ebreo vengono soppressi.”

Definendo l’episcopato polacco come “antisemita”, il dr. Gerhard Riegner, un esponente del Congresso Mondiale Ebraico, minacciò di sospendere ogni dialogo tra l’ebraismo mondiale e il Vaticano fino a quando le suore non sarebbero state rimosse dal convento.

La tensione continuò ad aumentare tra il Congresso Mondiale Ebraico e la controparte cattolica, accusata dagli ebrei di tirarla per le lunghe.

Il 30 Maggio 1989, 300 donne in rappresentanza dell’Organizzazione Sionista Internazionale delle Donne inscenò una rumorosa manifestazione davanti al convento, agitando cartelli aggressivi e bandiere israeliane, e gridando slogan provocatori.

Sulla scia di numerosi incidenti spiacevoli provocati da forze ostili non meglio identificate fuori del convento, le suore iniziarono a ricevere minacce di morte anonime. Temendo per la loro sicurezza, le suore installarono delle serrature di sicurezza per scoraggiare gli intrusi.

Il tentativo di Giovanni Paolo II di controbilanciare le critiche ebraiche beatificando Edith Stein [dal 1998, Santa Teresa Benedetta della Croce] si rivelò una cantonata colossale, perché la Chiesa non riuscì a capire che per gli ebrei ortodossi, Edith Stein aveva cessato di esistere nel momento in cui si era convertita al cattolicesimo romano. La Stein è stata variamente descritta come una filosofa ebrea, una convertita alla fede cattolica, una suora carmelitana, e una martire di Auschwitz, ma agli occhi degli ebrei ortodossi ella era già morta prima che mettesse piede ad Auschwitz.

Il 14 Luglio 1989, un rabbino alquanto turbolento di New York, Avraham Weiss, intraprese dei preparativi per provocare un incidente internazionale. Accompagnato da un gruppo di sei uomini con le stesse idee, Weiss partì per la Polonia per dare vita ad uno scontro con le ignare e inermi suore.

Una volta arrivati ad Auschwitz, gli intrusi, indossando uniformi a strisce da detenuti, scavalcarono il cancello, entrando illegalmente, e iniziarono a battere rumorosamente sulle porte e sulle finestre del convento, urlando contro le suore che stavano dentro. I resoconti di quello che accadde subito dopo variano, ma il disegno premeditato di spaventare le suore fu così efficace che un gruppo di preoccupati lavoratori polacchi ritenne opportuno accorrere a difesa delle suore e cacciare gli intrusi buttando loro addosso secchi d’acqua e accompagnandoli fuori del convento.

Due giorni più tardi, Weiss e i suoi accoliti, inscenarono una dimostrazione di fronte alla residenza dell’arcivescovo di Cracovia, attaccando il seguente messaggio sul portone d’ingresso:

“Caro Cardinale Macharski, noi veniamo in pace ma allo stesso tempo non abbiamo paura…Come ebrei orgogliosi annunciamo: smettete di pregare per gli ebrei che vennero uccisi nella Shoah, lasciateli riposare in pace come ebrei.”

Per il vice-cancelliere della curia di Cracovia, padre Jan Dyduch, la dichiarazione delle proprie intenzioni pacifiche – da parte dei protestatari – suonò insincera. Dyduch fece amaramente notare che “la popolazione locale è stata offesa dal comportamento dei manifestanti”, che avevano maltrattato le suore.

In seguito, in quello stesso mese, gruppi di ebrei continuarono a inasprire il problema: 100 ebrei, in rappresentanza dell’Unione degli studenti del Belgio e del Congresso Mondiale Ebraico, sfilarono intorno al perimetro esterno di Auschwitz I, suonando degli shofar[2] come gesto simbolico per evocare il crollo delle mura del convento.

Gli abitanti locali di Oswiecim (Auschwitz) organizzarono una contro-dimostrazione durante la quale diedero sfogo alla loro rabbia per quella che consideravano un’interferenza ebraica negli affari polacchi. I seguenti sono esempi significativi dei tipici commenti espressi dalla cittadinanza locale quando gli eventi ebbero luogo:

“Se voi andaste nel loro paese ed entraste in una sinagoga senza cappello comportandovi nel modo in cui loro si comportano qui, vi ucciderebbero sul posto, senza neppure fare domande.”

“Quella troupe televisiva è probabilmente anch’essa ebrea. Perché non fanno vedere quello che fanno a casa loro? Essi uccidono proprio come Hitler, stanno combattendo una guerra.”

“Le sorelle pregano per tutti coloro che vennero uccisi nel campo dai tedeschi. Anche per i crumiri. Che cosa vogliono questi?”

In realtà, il dibattito riguardante la reazione negativa degli ebrei alle preghiere cristiane ad Auschwitz era sconcertante per i cristiani di tutte le confessioni. Pochi cristiani riuscirono a capire la durezza con cui gli ebrei in generale rispondevano alle preghiere cristiane.

A questo riguardo, le allocuzioni di Giovanni Paolo II, che probabilmente fece più di qualunque altro Papa dei tempi moderni per promuovere il dialogo e migliorare i rapporti con l’ebraismo mondiale, erano letteralmente impregnate di nobili espressioni quali “riconciliazione, perdono reciproco per gli errori passati”, arrivando al punto di definire gli ebrei quali “i nostri fratelli maggiori nella fede”; ma, come lo scrittore Wladyslaw Bartoszewski fa notare,

“…pochi ebrei considerano il cristianesimo come una religione che condivide il loro retaggio”.

A sottolineare le differenze fondamentali tra cristiani ed ebrei fu il rabbino di Londra Jeffrey Cohen, che descrisse il tentativo del Papa di fare paragoni tra la cristianità e il giudaismo come “particolarmente offensivo”. Ad irritare maggiormente Cohen fu la dichiarazione del Papa che una nuova alleanza era stata stabilita tra i cristiani e Dio come frutto del sacrificio redentore di Gesù Cristo, cosa che Cohen considerò – alla luce dell’Olocausto – come “un’oscenità e un insulto di proporzioni massime”.

Forse i più illuminanti di tutti furono i commenti della Madre Superiora del convento carmelitano, suor Teresa che, quando era bambina, aveva rischiato la vita per procurare cibo agli ebrei affamati del ghetto di Varsavia. In un’intervista concessa a Francis Winarz, un ufficiale in pensione dell’aviazione americana di origini polacche, suor Teresa espresse sbalordimento e perplessità per il fatto che gli ebrei avevano reagito così violentemente alla presenza di un convento poiché “le suore hanno offerto preghiere anche per le vittime ebree di Auschwitz.”

Suor Teresa si rammaricò del fatto che gli ebrei stavano creando tali problemi per la Polonia in un’epoca in cui il paese stava cercando di diventare nuovamente democratico. Ella si indignò per le accuse di antisemitismo rivolte ai polacchi e disse che “Israele riceve tre miliardi di dollari dagli Stati Uniti solo perché sta costruendo un paese democratico; tuttavia la stampa quotidiana riporta in dettaglio come gli israeliani maltrattano gli arabi. E’ difficile trovare antisemiti più grossi.”

In conclusione, suor Teresa descrisse il regime comunista postbellico in Polonia come totalmente dominato dagli ebrei, che avevano devastato il paese, chiuso le chiese e tentato di introdurre l’ateismo in Polonia.

Alan Dershowitz, tipicamente, snobbò le osservazioni della suora dipingendola come una “irriducibile antisemita”, che doveva “pregare per la propria anima fanatica”.

Era completamente sfuggito ai cristiani il fatto, semplice ma scoraggiante, che l’ebraismo ortodosso aborre le preghiere offerte a Gesù Cristo, le cui chiese, altari, santi e martiri rappresentano per costoro una rancida idolatria, non più efficace delle preghiere a Zeus, Atena, Baal, Budda, o a qualunque altro essere umano con pretese di divinità.

A parte le obiezioni politiche degli ebrei alla presenza di un convento nel perimetro di Auschwitz, la loro avversione teologica era di fondamentale importanza e un fattore primario nella loro determinazione di sfrattare le suore dall’edificio.

In seguito all’incidente di Weiss, molti commentatori ebrei sfruttarono pienamente l’opportunità di attaccare non solo la Chiesa cattolica ma anche il popolo polacco. Inevitabilmente, e a dispetto delle schiaccianti prove contrarie, il verdetto prevalente dei media fu prevedibile: l’espulsione di Weiss e dei suoi accoliti costituiva un atto di “antisemitismo”.

I giornali polacchi esaminarono l’incidente da un’angolazione differente e descrissero gli ebrei di New York responsabili dell’irruzione nel convento come “aggressori”, colpevoli di avere inscenato una “provocazione organizzata” portando cartelli e gridando alle suore di sgombrare il convento immediatamente.

Peter Simple, un giornalista che scrive per il Daily Telegraph, si unì al coro di quelli che criticavano Weiss e opinò:

“Alcune delle espressioni di questi attivisti ebrei sono terrificanti nel loro fanatismo e nella loro facinorosa sete di vendetta. Le proteste contro le suore continueranno fino a quando queste saranno scacciate, dice Eli Steinberg, del Congresso Mondiale Ebraico di New York…questi fanatici ebrei, nel loro estremismo, sembrano quasi essere riusciti a persuadere sé stessi che gli ebrei furono il solo popolo che venne massacrato nella seconda guerra mondiale.”

Il cardinale Franciszek Macharski, arcivescovo di Cracovia, si trovava in evidente accordo con la valutazione suddetta, e rilasciò una dichiarazione in cui descrisse gli eventi relativi alla controversia montante come “una violenta campagna di accuse e diffamazioni, e un’aggressione – non solo verbale – offensiva, che risuonava fino ad Auschwitz…”

Macharski attribuì la responsabilità specifica per lo scontro in atto a “certi circoli ebraici occidentali” – un’ovvia allusione ad organizzazioni ebraiche quali l’AntiDefamation League [Lega anti-diffamazione] of B’nai B’rith, il Centro Simon Wiesenthal e l’onnipresente Congresso Mondiale Ebraico.

Le forze ebraiche contrattaccarono definendo il convento come una sgradita “intrusione” in quello che esse consideravano un luogo strettamente ebraico, poiché “la maggioranza delle vittime del campo erano ebree e Auschwitz è il luogo più simbolico dell’Olocausto nazista, in cui vennero uccisi sei milioni di ebrei.”

La controversia raggiunse il suo amaro culmine quando il cardinale Jozef Glemp, il primate cattolico della Polonia, parlò dell’irruzione illegale [nel convento] come di “un’offesa a tutti i polacchi e una minaccia alla sovranità polacca.”

Il primo ministro d’Israele, Yitzhak Shamir, rispose alla dichiarazione del cardinale Glemp rimarcando rozzamente che i polacchi “succhiano l’antisemitismo nel latte della madre.”

In un’omelia altamente controversa tenuta il 26 Agosto del 1989, nel monastero Jasna Góra a Czêstochowa, il cardinale Glemp accusò gli ebrei di complicità nell’indurre i contadini polacchi a bere, di diffondere il comunismo e di collaborazionismo con i nazisti. Gli animi ebraici si infiammarono quando egli lamentò il controllo ebraico sui media finalizzato a fomentare sentimenti anti-polacchi.

Riferendosi in particolare agli avvenimenti che avevano scatenato il furore internazionale, il cardinale Glemp asserì:

“Di recente, un gruppo di sette ebrei provenienti da New York ha attaccato il convento di Auschwitz. E’ vero che le suore non sono state uccise e che il convento non è stato distrutto (perché costoro sono stati tenuti a freno) – ma non consideriamoli degli eroi…Distinguiamo tra Oswiecim-Auschwitz, dove morirono soprattutto polacchi e persone di altre nazioni, e Brzezinska-Birkenau – distante pochi chilometri – dove la maggior parte delle vittime furono ebree. Distinguiamo poi tra il piano secolare e quello teologico. Lasciamo che la nuova dottrina sulla presenza o sull’assenza di Dio al posto del sacrificio venga spiegata e resa chiara a tutti quelli che credono in Dio, e non facciamola diventare uno strumento politico nelle mani delle persone, in particolare dei non credenti.”

Le legittime preoccupazioni del cardinale per l’incolumità delle suore alla mercè di assalitori sconosciuti e imprevedibili erano pienamente giustificate, come pure la preoccupazione dei soccorritori di prevenire ogni possibile scoppio di violenza o imprevedibili atti di vandalismo contro il convento. Sebbene i dimostranti dissero in seguito che le loro intenzioni erano state interamente pacifiche, era impossibile per i soccorritori indovinare tali intenzioni.

I critici insoddisfatti, pieni di risentimento, accusarono il cardinale di complottare per restaurare il primato della Chiesa cattolica in Polonia e trovarono da ridire sulla sua opposizione contro l’accordo di Ginevra firmato nel 1986 e nel 1987 dagli ebrei e da membri del clero cattolico, e riguardante il trasferimento del convento carmelitano. Questi critici lamentarono, in modo decisamente ingiustificato, che il convento violava la dichiarazione delle Nazioni Unite che definiva Auschwitz un “monumento internazionale del martirio”, senza rispondere pertanto alla domanda: i morti non ebrei di Auschwitz sono meno titolati degli ebrei nel meritare lo status di martiri?

Mentre queste questioni venivano dibattute dalla stampa internazionale, Avraham Weiss fece causa al cardinale presso un tribunale polacco, ma la corte stabilì che Glemp aveva tutto il diritto di parlare a difesa delle suore, i cui diritti erano stati violati dal raid illegale del rabbino. Scontento del verdetto, Weiss intentò un’altra causa per diffamazione a New York dopo essersi consultato con il controverso avvocato Alan Dershowitz, in un tentativo di “accertare quali mosse legali potessero essere intraprese contro Glemp per le sue affermazioni.” I cattolici videro nella risposta di Weiss una provocazione premeditata volta a perseguitare il prelato. Dershowitz, d’altro canto, accusò il tribunale polacco di aver emesso “una sentenza molto unilaterale”, e di aver applicato in favore del cardinale un doppio metro di giudizio.

Quando il cardinale visitò in seguito gli Stati Uniti, Weiss tentò ripetutamente di citarlo in giudizio, ma alla fine non riuscì a convincere la corte che gli ufficiali giudiziari avevano agito correttamente.

Il processo venne tenuto dal giudice Patterson, che concluse – dopo un’udienza durata un’intera giornata in un tribunale di Manhattan – che i due ufficiali giudiziari del rabbino Weiss – Aline Frisch e Renee Lewis – avevano deliberatamente reso false dichiarazioni alla corte. Anche Alan Dershowitz si prese un duro rimprovero dal giudice, che fece notare le contraddizioni delle sue dichiarazioni alla corte e quelle dei commenti pubblicati nella sua autobiografia, “Chutzpah”.

In un sorprendente atto di Chutzpah [faccia tosta], Dershowitz borbottò la minaccia che il cardinale sarebbe stato citato in giudizio se e quando fosse ritornato negli Stati Uniti, a meno che non facesse le proprie scuse a Weiss per averlo molestato.

Nel corso di un’intervista tenuta ad Albany, New York, il rabbino Weiss, a quanto pare agendo d’accordo con il suo legale, accusò irresponsabilmente il Vaticano di volere l’erezione del convento di Auschwitz come parte di un “programma nascosto” volto a “cristianizzare” l’Olocausto, mentre Dershowitz gli faceva eco definendo il cardinale un “fanatico”.

David Scott, un giornalista che scriveva per il settimanale cattolico Our Sunday Visitor [L’ospite della nostra Domenica] capì rapidamente il contrasto tra i cristiani e gli ebrei riguardo al cardinale Glemp, scrivendo:

“Il vescovo Hubbard di Albany, come altri leader ecclesiastici americani, ha dato il benvenuto al cardinale Glemp accogliendolo come il leader coraggioso dell’opposizione del suo paese al “comunismo senza dio” e del trionfo polacco sulla “tirannia e l’oppressione”.

Per contrasto, Scott attirò l’attenzione sul fatto che “Seymour Reich rassegnò le dimissioni da capo del Comitato Ebraico Internazionale [International Jewish Committee] per le relazioni interreligiose a causa di questi contrasti. Egli disse che i leader ebrei non si sarebbero dovuti incontrare con il cardinale fino a quando il prelato non avesse ritrattato le proprie offese antisemite e avesse chiesto scusa.

Dopo lunghe sedute di “dialogo” con ebrei e prelati cattolici, il cardinale Glemp cedette alle pressioni e venne indotto a rilasciare una dichiarazione contraria alla sua stessa scienza ed esperienza. Un comunicato ufficiale frutto di queste riunioni rivelò tranquillamente che i commenti del cardinale “erano basati per molti aspetti su informazioni erronee”. Curiosamente, non venne mai fornita nessuna ulteriore informazione, a parte un riferimento piuttosto ambiguo all’annuario ebraico americano del 1991, secondo cui il cardinale “può essere stato influenzato dal coinvolgimento di un uomo d’affari tedesco occidentale, Zygmund Nissenbaum, che si incontrò con Glemp alla metà di Settembre e che, presuntamente, si offrì di aiutare a pagare il trasferimento del convento.”

Glemp venne successivamente richiamato in Vaticano e ricevette istruzioni per trasferire il convento fuori dei confini di Auschwitz. Roma locuta, causa finita. Roma aveva parlato, fine della discussione. Il blitz dei media aveva avuto successo.

L’umiliazione e le concessioni sotto pressione fatte dal cardinale Glemp alleviarono solo temporaneamente la tensione nelle relazioni tra ebrei, polacchi e cattolici e la controversia di Auschwitz scoppiò nuovamente nel 1995, quando un gruppo di boyscout polacchi piantarono innocentemente una croce sul terreno di Auschwitz I. Ancora una volta, i soliti gruppi ebraici balzarono in prima linea, lanciando alte grida dalle colonne della stampa mondiale.

Apparve un articolo sulla National Review che arrivò ad affermare:

“…L’opinione ebraica vede Auschwitz in tutta la sua terribile ambiguità, come un luogo precipuamente ebraico, dove una presenza cattolica sarebbe stridente come una yeshiva[3] nel santuario di Nostra Signora di Czestochowa.”

Il tentativo di forzare un paragone tra Auschwitz e il Santuario di Czestochowa era improprio, irriverente e irrilevante, per la semplice ragione che il Santuario non ha mai funto da campo di concentramento. Né la mal concepita analogia prendeva in considerazione i tre milioni di polacchi che si ritiene morirono durante la seconda guerra mondiale, né quelle persone di nazionalità polacca che soccombettero ad Auschwitz.

Descrivendo gli ebrei come i “martiri principali” di Auschwitz la National Review e pubblicazioni analoghe aprirono un vaso di Pandora di errori statistici che erano stati in precedenza rilevati dai revisionisti e implicitamente riconosciuti dal curatore del museo di Auschwitz Jerry Wrobleski, il quale, nel 1992, abbassò ufficialmente il tasso di mortalità di Auschwitz da quattro milioni [di morti] a “circa” un milione e mezzo.

Le cifre rivedute dei morti sarebbero state scritte in 18 lingue e installate vicino al monumento principale di Auschwitz-Birkenau. La nuova iscrizione recitava:

“Questo luogo rimanga per l’eternità come un grido di disperazione, e come un monito all’umanità. Circa un milione e mezzo di uomini, donne, bambini, e neonati, principalmente ebrei da differenti paesi d’Europa, vennero uccisi qui. Il mondo stava in silenzio. Auschwitz-Birkenau, 1945.”

Secondo un articolo pubblicato dal Centro Wiesenthal,

“Questo nuovo testo sostituirà la vecchia targa, che recitava: “Questo è il luogo del martirio e della morte di quattro milioni di vittime uccise dal genocidio nazista, 1940-1945.””

La singolare esegesi del Centro Wiesenthal rispetto a questa drastica riduzione del totale delle vittime fu alquanto deludente. “In realtà”, essi asserirono, “la cifra dei “4 milioni” fu opera delle autorità comuniste postbelliche che cercarono di attenuare l’unicità dell’esperienza ebraica durante l’Olocausto.”

Sfortunatamente, il Centro omise di identificare queste presunte autorità comuniste per nome. Né fornì una spiegazione ragionevole del perché tali autorità avrebbero dovuto cercare di attenuare l’unicità dell’Olocausto ebraico. E’ assai significativo il fatto che il Centro non riuscì a fornire prove convincenti per confutare la deduzione che le perdite ebraiche erano sempre state incluse nella cifra dei quattro milioni, le cui origini possono essere rintracciate meticolosamente nelle fonti contemporanee durante la guerra, piuttosto che dopo.

Inoltre, i dati storici relativi al numero totale dei morti ad Auschwitz non sono mai stati coerenti e gli storici non sono riusciti a mettersi d’accordo su una cifra definitiva. In pratica, la controversia rimane irrisolta ed è prevedibile che il numero totale delle vittime diminuisca alla luce di nuove ricerche.

Mentre la campagna orchestrata per aggredire la Chiesa cattolica prendeva slancio, diversi giornalisti ebrei decisamente perturbatori si aggregarono agli assalitori cercando di fomentare il disprezzo contro la Chiesa paragonando l’immagine della croce cristiana con la svastica nazista. Ma nel 1995, Leon Wieseltier, uno scrittore del New York Times, giudicò che “l’ombra della croce ad Auschwitz era, con tutto il rispetto, ripugnante” e dichiarò irresponsabilmente che “l’Olocausto venne perpetrato da cristiani che si definivano cristiani”.

Tuttavia, durante e prima dello scoppio della guerra in Europa nel 1939, i propagandisti ebrei avevano dipinto la svastica come un crocifisso sul quale Gesù Cristo era stato appeso per ottenere il sostegno dei cristiani.

Tempora mutantur, nos et mutantamur in illis.

Perciò, le organizzazioni ebraiche stavano mandando un messaggio subliminale ai sopravvissuti non ebrei, e alle loro famiglie, consistente nel fatto che le vite dei loro cari erano di minor valore delle vite degli ebrei: negando così la loro stessa umanità. In pratica, alle vittime non ebree del nazionalsocialismo veniva detto non di “salire sui posti in fondo del bus”, ma di uscirne totalmente. Rigettando le vittime non ebree di Auschwitz, i sostenitori dell’esclusivismo ebraico stavano in realtà dicendo che,

“Non ci importa quale altro bus prenderete, o dove lo prenderete, ma una cosa è certa: voi non prenderete questo bus, che è stato riservato ai soli ebrei.”

Come se volesse sottolineare questo punto, il rabbino Martin Hier del Centro Simon Wiesenthal volò a Roma per fare pressioni sul Vaticano affinché si sottomettesse alle richieste ebraiche, dicendo loro:

“Ad Auschwitz la Chiesa sta rivendicando il proprio diritto esclusivo su un simbolo che non le appartiene. Ci sono altri campi da rivendicare per Cristo, ma questo non è uno di quelli…”

Jack Reich, un sedicente sopravvissuto di Auschwitz, calunniò pubblicamente la Chiesa cattolica quando disse:

Non c’erano vescovi o suore a pregare con le loro croci per i miei cari quando venivano umiliati, affamati e uccisi. Questa non è nient’altro che una dissacrazione di quello che è stato soprattutto un massacro di ebrei.”

Lo storico inglese “ufficiale” dell’Olocausto Martin Gilbert fece eco a queste affermazioni dicendo che “quello che la Chiesa cattolica sta facendo è scandaloso e grottesco.”

Nel suo periodico illustrato, Response, il Centro Wiesenthal giudicò che “la chiesa ubicata sul terreno dell’ex campo di sterminio di Birkenau è offensiva per gli ebrei.”

Senza usare mezzi termini, il rabbino Hier, decano del Centro, si lamentò:

“Innalzare una croce torreggiante sopra le famiglie delle vittime che vengono in pellegrinaggio in questo luogo è una provocazione gratuita. La chiesa di Birkenau è anche più offensiva del convento di Auschwitz perché Birkenau è il più grande cimitero ebraico del mondo.”[4]

Gli ingiustificabili tentativi messi all’opera dalle organizzazioni ebraiche per equiparare o correlare la persecuzione razziale degli ebrei da parte dei nazisti con il presunto “antisemitismo” della Chiesa cattolica e della cristianità in generale non è solo ingiustificabile, insincero e intellettualmente disonesto, ma tradisce anche un’ignoranza abissale della teologia cristiana e di duemila anni di interrelazione ebraico-cristiana storicamente documentata.

Sfortunatamente, la controversia sulla croce ri-esplose nel 1998, quando i sopravvissuti del campo polacco, insieme alle loro famiglie e a vari nazionalisti polacchi, si unirono temporaneamente sotto la leadership di Kzimierz Switon. Sfidando apertamente la messa al bando delle croci, essi ne piantarono duecento sul terreno di Auschwitz I tra lo sbalordimento del mondo intero. Switon e i suoi sostenitori annunciarono la loro intenzione di non lasciare il campo fino a quando dei rappresentanti della Chiesa cattolica non avessero fornito loro una garanzia scritta che le croci non sarebbero state rimosse.

Le vigili organizzazioni ebraiche, capeggiate da elite come quella costituita dal Centro Simon Wiesenthal, intervennero immediatamente, orchestrando una serie di rumorose proteste pubbliche e private, attentamente inscenate, che denunciavano il “sacrilegio”, mentre l’irrefrenabile rabbino Weiss salmodiava in stile vampiresco che “gli ebrei non avrebbero negoziato all’ombra della croce.”

Alla fine il gruppo di Switon non riuscì a raggiungere il suo obbiettivo e, quando le croci vennero rimosse, manifestò la propria delusione per quello che venne percepito come il tradimento della Chiesa del popolo polacco.

Questi nazionalisti polacchi erano dolorosamente consapevoli del fatto che durante l’occupazione sovietica della Polonia durante la seconda guerra mondiale, oltre un milione e mezzo di polacchi etnici vennero deportati in Unione Sovietica, tra cui oltre 250.000 bambini di età inferiore ai 14 anni. Del suddetto milione e mezzo, oltre mezzo milione venne inviato nelle galere e nei campi di concentramento, da cui la maggior parte non ritornarono più, e la stragrande maggioranza di queste vittime erano cattolici. A inasprire questa questione c’era il fatto che un numero significativo di ebrei avevano attivamente collaborato con i sovietici nella loro oppressione della popolazione polacca.

Questo fatto venne in seguito riconosciuto e confermato da due storici ebrei, che osservarono che “i giovani ebrei e il proletariato esercitarono un ruolo importante nell’apparato repressivo, e attuarono la “lotta di classe” direttamente in primo luogo contro i polacchi con “intransigenza rivoluzionaria.”

Un testimone ebreo di questi tragici eventi osservò in seguito,

“Il benvenuto esteso ai bolscevichi era soprattutto una dimostrazione di identità separata, di essere diversi da quelli contro cui i sovietici stavano combattendo una guerra – dai polacchi – un rifiuto a essere identificati con lo stato polacco. Non dobbiamo pretendere di non capire tutto ciò, o non riusciremo ad ammettere che questo fu il risultato della nostra politica.”

Sviluppando questo punto di vista, Aleksandr Smolar, presidente della Fondazione Stefan Batory, ha affermato che,

“In nessun altro paese europeo durante la guerra ci fu un conflitto di interessi e di idee così drammatico tra gli ebrei e la nazione in cui vivevano, come durante l’occupazione sovietica degli anni 1939-1941. Altrove gli ebrei avevano interessi divergenti rispetto a una parte della società che li circondava, ma in un quadro di solidarietà complessiva e di relazione con il resto della società. Nella Polonia orientale, tuttavia, furono gli ebrei a essere percepiti come collaborazionisti.”

Perciò, le legittime preoccupazioni del popolo polacco vennero assolutamente ignorate dai gruppi ebraici critici verso i polacchi e la Chiesa cattolica, come pure dagli stessi rappresentanti del Vaticano.

Vantandosi del ruolo eccezionale avuto dalla propria organizzazione nell’aver provocato l’escalation della controversia di Auschwitz, il Centro Wiesenthal proclamò,

“Durante i due decenni passati, il Centro è stato in prima linea nella battaglia contro i negazionisti dell’Olocausto – un movimento guidato da antisemiti professionisti e da pseudo-intellettuali. Ma cosa accade quando degli estremisti, inclusi i membri di un’istituzione importante – in questo caso la Chiesa cattolica polacca – decidono di monopolizzare la memoria e di riscrivere la storia per seguire i propri programmi teologici e nazionalisti? La dichiarazione delle Nazioni Unite del 1992 che designava il sito di Auschwitz-Birkenau come “integro”, non significa nulla per quelli che cercano di assumere il controllo postumo del più grande cimitero ebraico del mondo…”

Non solo il Centro Wiesenthal insinuava irresponsabilmente un’affinità esistenziale tra la Chiesa cattolica e i “negazionisti dell’Olocausto”, ma le sue accuse sarcastiche costituirono un atto di incredibile, egoista elitarismo alla luce del fatto che, riguardo ad Auschwitz, nessun altro gruppo, nazione, o organizzazione ha mai cercato di “monopolizzare la memoria e riscrivere la storia” o di “assumere il controllo postumo” in modo più risoluto di quelle agenzie ebraiche impegnate così attivamente nel mantenere e salvaguardare gelosamente il loro predominio su Auschwitz. Anche concedendo il fatto che ad Auschwitz morirono più ebrei che non ebrei tutto ciò non sminuisce in alcun modo il diritto delle vittime non ebree di rivendicare uno status uguale a quello degli ebrei. E’ palesemente ingiusto che un gruppo di vittime si arroghi un privilegio esclusivo nei riguardi di un campo di concentramento dove ebrei e non ebrei morirono allo stesso modo in gran numero. Nella morte tutti gli uomini sono uguali. Inoltre, persino a Birkenau, gli ebrei hanno il dovere di condividere le loro memorie con gli zingari, che vennero parimenti seppelliti in quel sottocampo. Come gli analisti polacchi hanno fatto rapidamente notare, se è un diritto di esclusiva quello che le organizzazioni ebraiche stanno chiedendo, i loro sforzi sarebbero meglio diretti se venissero concentrati su Treblinka, Sobibor, Belzec e Chelmno, poiché sono questi ad essere noti come campi esclusivamente “ebraici”.

Similmente, le lamentele ebraiche secondo cui i polacchi e la Chiesa cattolica furono in qualche modo manchevoli nel loro avvertito dovere di salvarli [gli ebrei] durante la guerra non possono essere sostenute o convalidate né da un punto di vista storico né da un punto di vista morale, perché i cattolici polacchi morirono in numero uguale o superiore a quello dei cittadini ebrei che vivevano in Polonia in quel tempo. Sia che le vittime venissero gasate o fatte morire di fame, fucilate o fatte lavorare fino a provocarne la morte, il risultato finale rimane lo stesso. Considerando tutti i fatti conosciuti, non è quindi ragionevole sollevare interrogativi pertinenti al silenzio dei leader ebrei all’epoca dei fatti?

E’ irragionevole chiedere perché influenti leader ebrei non accorsero in aiuto dei cattolici polacchi o almeno non pubblicizzarono, protestarono o attirarono l’attenzione sui maltrattamenti subiti da questi ultimi per mano dei comunisti? Inoltre, il primo dovere del Papa non è quello di prendersi cura dei bisogni spirituali e temporali del proprio gregge.

Presi tra due fuochi, i polacchi soffrirono sia ad opera dei nazisti che dei sovietici, e il loro stato di servitù sotto la tirannia durò per decenni dopo la guerra. Similmente, la Chiesa non ha né colpa né responsabilità per la persecuzione nazista degli ebrei, poiché i due Papi dell’epoca, Pio XI e Pio XII, condannarono le misure antiebraiche prese dai nazisti in numerose occasioni. Come lo scrittore – ed ex console – Pinchas E. Lapide osserva, la Chiesa cattolica riuscì a salvare più ebrei durante tutta la guerra di ogni altra organizzazione, incluse le organizzazioni ebraiche. Non ci sono assolutamente giustificazioni di sorta per le critiche ebraiche riguardo al ruolo presuntamente inattivo avuto dal Vaticano o da Papa Pio XII durante la guerra. A parte marciare su Berlino alla testa delle proprie guardie svizzere e arrestare il più potente dittatore del mondo, i critici ebrei non realistici non hanno mai spiegato in modo soddisfacente cosa si aspettavano che il Papa facesse, considerando i margini limitati di manovra che aveva. Inoltre, il Vaticano non poteva impedire l’arresto di Maximilian Kolbe né la deportazione di Edith Stein. Né gli stessi polacchi né alcuno dei pontefici e dei vescovi della Cristianità si trovavano in una posizione tale da poter liberare i paesi occupati dal potere draconiano di Hitler e Stalin. Alla luce del fatto che il Papa non poteva salvare i suoi stessi correligionari, come possono i critici ebrei aspettarsi che fosse in suo potere salvare gli ebrei d’Europa dalle grinfie della Gestapo?

Nei cinquant’anni trascorsi, i Papi in successione hanno, nei termini più accorati, ripetutamente diretto l’attenzione del mondo sul fatto che dieci milioni di nascituri sono stati uccisi come risultato dell’aborto legalizzato, facendo appello ai governi per abrogare le leggi in questione, e tuttavia nessuna nazione ha risposto ai moniti papali in termini positivi. Senza considerare le opinioni espresse col senno di poi dai soliti critici, un annuncio pubblico del Papa Pio XII rispetto alla persecuzione della Germania nazista degli ebrei si sarebbe risolta in un nulla di fatto.

Perciò, i rumorosi e irritanti attivisti ebrei che rivendicano il diritto esclusivo sull’intero complesso di Auschwitz non agiscono solo in senso simbolico ma anche letterale. Sfrattando e allontanando tutti gli ex detenuti non ebrei dai luoghi in questione e cancellando la loro memoria, le organizzazioni ebraiche, a prescindere dalle loro intenzioni, relegano tutti gli altri morti nella spazzatura della storia. Per gli imbonitori dell’industria dell’Olocausto, le sofferenze patite dalle vittime non ebree di Auschwitz diventano solo una nota a piè di pagina di minore importanza.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/newrevoices/nrbelling/nrbelcross.html
[2] Nota del traduttore: lo shofar è un piccolo corno di montone utilizzato come strumento musicale. Viene utilizzato durante alcune funzioni religiose ebraiche, in particolare durante lo Yom Kippur.
[3] Nota del traduttore: la yeshiva è una scuola per lo studio della Torah.
[4] Nota del traduttore: in realtà alla fine del 2005 la chiesa di Birkenau era ancora al suo posto, come dimostra una delle foto consultabili all’indirizzo seguente: http://www.scrapbookpages.com/Poland/Crosses/Crosses.html

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