
Gian Pio Mattogno
A PROPOSITO DI SIONISMO, ANTISIONISMO E ANTIFASCISMO.
NOTE STORICO-BIBLIOGRAFICHE
Leggiamo su byoblu.com che il giornalista e analista geopolitico Alberto Fazolo ha pubblicato un volume sulla storia controversa della Brigata Ebraica dal 1944 ad oggi.
L’autore dimostrerebbe che la Brigata Ebraica in realtà era interessata esclusivamente all’occupazione della Palestina storica.
Alla domanda sulla ragione di questa inchiesta, Fazolo risponde che sostiene la lotta decoloniale palestinese e chiede agli ebrei antisionisti di impegnarsi per la liberazione della Palestina e forse dell’intera umanità, perché «credo ancora nel valore dell’antifascismo».
Tutto bello, tutto giusto. Ma che diamine c’entra il «valore dell’antifascismo» con la lotta contro il sionismo?
Forse i Fazolo e compagnia cantando credono che dichiarandosi ad ogni pie’ sospinto fieramente “antifa” e affibbiando a vanvera, a destra e a manca, etichette di “fascismo”, questo li mette al riparo da ciò che più temono, e cioè dall’infamante accusa di antisemitismo?
Evidentemente certi attuali fieri antisionisti hanno dimenticato che “antifascismo” è storicamente sinonimo di filosionismo.
In un articolo apparso su «La Difesa della Razza» (Come l’Inghilterra ha favorito l’immigrazione clandestina dei giudei in Palestina, N. 10, 1942, pp.17-18), esprimendo la posizione ufficiale del Fascismo sulla questione del Sionismo, Franco Catalano avanzava tra l’altro l’ipotesi che l’immigrazione clandestina degli ebrei in Palestina, sostenuta dagli straricchi finanzieri e banchieri anglo-americani, non fosse che il preludio ad un’invasione vera e propria a discapito della popolazione araba, e che il vero scopo della costituzione di uno Stato ebraico in Palestina consisteva indubbiamente nel «creare un centro internazionale di dominio sui popoli non ebraici».
Questo fosco presagio che uno stato ebraico sarebbe divenuto l’avamposto in Medio Oriente del sistema di dominio giudeo-plutocratico internazionale (oggi a guida USA) purtroppo è diventato una tragica realtà con la proclamazione nel 1948 dell’entità pirata criminale sionista (Cfr. i numerosi scritti alla voce Zionism in: islam-radio.net).
Sul sionismo e la questione palestinese, e sulle complicità filosioniste dell’antifascistissimo governo britannico, esiste tutta una letteratura che qui non è possibile neppure sfiorare.
Ai nostri fini è più utile fornire qualche indicazione bibliografica su come alcuni autori nazional-socialisti e fascisti hanno affrontato il problema del sionismo e sul rapporto che i due regimi ebbero col sionismo.
Circa l’atteggiamento del nazional-socialismo nei confronti del sionismo, da parte di qualcuno (K. Polkehn, The secret Contacts: Zionism and Nazi Germany, 1933-1941, «Journal of Palestine Studies» 5 (1976), pp. 54-82; L. Brenner, Zionism in the Age of the Dictators. A Reapparaisal, 1983; 51 Documents: Zionist Collaboration with the Nazis edited by Lenni Brenner, 2002), è stata propagandata la bufala di una collusione, se non addirittura di una vera e propria complicità, tra le autorità tedesche e quelle sioniste ‒ tesi stranamente ripresa, almeno in parte, da Mark Weber, Le IIIe Reich et le sionisme, Paris, 1993, che però parla solo di «collaborazione attiva».
In particolare, le tesi di Brenner sono state duramente attaccate come «menzogna antisemita» (?) tra gli altri da Paul Bogdanor, An Antisemite Hoax: Lenni Brenner on Zionist “Collaboration” With the Nazis, «Fathom», Summer 2016, il quale sostiene che in realtà non vi fu alcun vero accordo tra il governo nazional-socialista e le autorità sioniste.
Egli cita tra gli altri il rabbino Joachim Prinz, che nel 1937, dopo la sua fuga dalla Germania, scrisse che i sionisti credevano nella remota possibilità di salvare gli ebrei tedeschi, ma che l’atteggiamento del governo tedesco verso i sionisti era solo una facciata, che di fatto i sionisti erano trattati duramente e che i funzionari sionisti erano spesso convocati ed esaminati dalla Gestapo in termini non molto amichevoli. In breve, soggiungeva Prinz, «l’apparente atteggiamento filosionista del governo tedesco non è l’espressione di una cooperazione tra le due parti, né dovrebbe essere confuso con essa».
Alla base di tale collusione vi sarebbe, oltre ad una comunanza di ideali razzisti, l’accordo Haavara (Trasferimento) stipulato tra le due parti nell’agosto del 1933, che consentiva agli ebrei tedeschi di emigrare in Palestina (tra il 1933 e il 1941 si trasferirono in Palestina circa 60.000 ebrei tedeschi).
Ma, come rileva Rainer Schulze, professore di storia europea moderna (Università di Essex), questo accordo «non significa che i nazisti siano mai stati sionisti», e il solo fatto che si trattasse di un meccanismo per aiutare gli ebrei tedeschi a trasferirsi in Palestina non implica che fosse “sionista”. Ciascuna delle controparti ne vedeva i benefici potenziali: per la Federazione sionista era un modo di salvare gli ebrei «dagli artigli di un regime sempre più ostile e per attirarli in Palestina», mentre per i tedeschi era un modo per sbarazzarsi della presenza degli ebrei nel proprio territorio.
L’Haavara Agreement «è il primo esempio di un programma nazista di ricollocazione organizzata degli ebrei». In quello stesso periodo, continua Schulze, gli ebrei venivano sempre più emarginati e privati dei loro diritti. Le politiche dei nazisti «non assomigliano in nessun modo al sionismo» (R. Schulze, Hitler and Zionism: Why the Haavara Agreement does not mean the Nazi were Zionists, «Independent», Tuesday 03 May 2016).
Solo apparentemente, scrive da parte sua Terry Tastard, Ph.D. in Holocaust Story, la Germania nazista accettò di lavorare coi sionisti in Palestina per facilitarvi l’emigrazione ebraica. Agli ebrei fu permesso di perdere solo una parte delle loro ricchezze. Oltre ad altre detrazioni, doveva essere pagata una Reichsfluchtsteur, o tassa di partenza. Gli ebrei che trasferivano il loro denaro dovettero cedere tra i due terzi e i tre quarti del capitale, che veniva depositato in un conto speciale ed era utilizzato per acquistare in Germania i beni che venivano inviati in Palestina (T. Tastard, Was Hitler Really a Zionist?, providencemag.com).
In realtà, come rileva il prof. Jeffrey Herf, docente di storia alla University of Maryland-College Park, «in primo luogo, Hitler disprezzava il sionismo. In effetti, ridicolizzava l’idea perché era convinto che gli ebrei sarebbero stati incapaci di fondare e poi difendere uno stato. Cosa ancora più importante, lui e il suo governo consideravano la prospettiva di uno stato ebraico come parte della più ampia cospirazione ebraica internazionale che la sua fervida immaginazione presentava come una terribile minaccia per la Germania. Mentre (dopo averli derubati della maggior parte dei loro beni) i nazisti permisero ad alcuni ebrei tedeschi di lasciare il paese negli anni ’30 per recarsi in Palestina, quella politica era principalmente guidata dal desiderio di far uscire gli ebrei dalla Germania, piuttosto che di costruire uno stato ebraico in Palestina. Verso la fine degli anni ’30 il Gran Muftì di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini, che in seguito collaborò coi nazisti nella Berlino degli anni di guerra, aveva informato i diplomatici tedeschi di stanza a Gerusalemme che l’ingresso degli ebrei in Palestina stava facendo irritare gli arabi locali».
E in un impetuoso e delirante fremito olocaustico Herf non può trattenersi dal concludere che, per ragioni personali, nel 1941 i nazisti bloccarono l’emigrazione ebraica «al fine di perseguire il loro obiettivo di sterminare gli ebrei d’Europa» (J. Herf, Hitler and Nazi’s Anti-Zionism, Middle East Forum, meforum.org).
In un’intervista al «Times of Israel» (21 June 2016), il prof. Colin Shindler, della facoltà di studi orientali dell’Università di Londra, ha dichiarato che «in pratica i nazisti fin dall’inizio degli anni ’20 avevano una duplice politica. Da un lato si opponevano ideologicamente al sionismo e all’idea stessa di una patria ebraica, poiché credevano che questa sarebbe stata un’altra base storica per gli ebrei per radunarsi e gestire la loro cospirazione mondiale, e dall’altro volevano disperatamente che gli ebrei della Germania se ne andassero via» (J. Frazer, Top historians take down Ken Livingstone’s claim that “Hitler supported Zionism”, timeofisrael.com).
Come sottolinea anche il prof. Lars Fischer, docente al King’s College di Londra e alla University of Cambridge, nonché segretario della British Association for Jewish Studies, secondo i tedeschi quella sionista era una politica imperialistica ebraica, il cui obiettivo specifico era il dominio mondiale del giudaismo internazionale (L. Fischer, The Nazi Invention of Anti-Imperialism Antizionist, «The Tel Aviv Review Books, Winter 2024).
L’autore cita tra l’altro un editoriale di Walter Freund apparso sulla prima pagina del «Völkischer Beobachter» (4 luglio 1944), intitolato I pericoli del sionismo, che esprimeva la posizione ufficiale del governo:
«Non ha forse l’ebraismo il diritto di invocare uno stato tutto suo, proprio come tutte le nazioni della terra? (…) La risposta a questa domanda spesso sentita non può che essere un inequivocabile “no” (…) Gli ebrei vogliono semplicemente creare uno stato centrale da cui poi governare e sfruttare il mondo non ebraico».
Lo stesso anno fu sottoposto all’esame dell’ufficio di Goebbels da parte del giurista Wolf Meyer-Christian un memorandum di undici pagine, dove si invocava una più incisiva battaglia antiebraica nella quale il sionismo, coi suoi leader, i suoi programmi, le sue ideologie, le sue aspirazioni e la sua prassi, doveva figurare come il nemico principale da combattere.
Il punto centrale della battaglia doveva essere la denuncia del sionismo come un progetto concepito al fine di «creare una base per l’imperialismo globale da cui rafforzare il potere ebraico nel resto del mondo». «In un certo senso – scrive Max Weinreich, I professori di Hitler. Il ruolo dell’Università nei crimini contro gli ebrei, Milano 2003, p. 268 ‒ il memorandum ritornava su quel tema, in quanto intendeva dimostrare che il sionismo era il più pericoloso di tutti i movimenti ebraici e che l’Agenzia ebraica per la Palestina era in realtà un governo ebraico mondiale che mirava a conquistare il dominio del mondo».
I suggerimenti di Meyer-Christian circa un’intensificazione della propaganda antiebraica nella direzione dell’antisionismo, aggiunge Weinreich, furono accolti con favore, come mostrano le citazioni su autorevoli giornali e riviste, tra cui «Weltkampf», 1944, che alle pp. 149-152 contiene, allegata al memorandum, una tavola cronologica della storia del sionismo col titolo: Hauptdaten der zionistischen Politik (pp. 337-338 n.).
Lo stesso Meyer-Christian aveva dedicato alla questione sionista due interi capitoli del suo libro L’alleanza anglo-giudaica. Lo sviluppo e l’azione del dominio capitalista sul mondo, Roma, 1941, pp. 112-255.
«È sorprendente nella politica giudaica della Palestina – scrive ‒ il fatto che fin dal principio essa venne orientata verso l’Inghilterra. L’attesa che proprio l’Inghilterra avrebbe realizzato lo Stato giudaico, forgiò definitivamente i rapporti tra eminenti statisti inglesi e singoli giudei potenti in una lega tra il giudaismo mondiale e il comando inglese. Considerare le singole tappe di questo sviluppo, è cosa straordinariamente istruttiva» (p. 117).
L’autore ripercorre le tappe di questo sviluppo, a partire da Moses Montefiore, l’uomo celebrato dagli ebrei come il vero creatore del movimento sionista, per via dell’influenza decisiva che seppe esercitare sul governo inglese, fino a Theodor Herzl e alla dichiarazione Balfour, non a caso contenuta in una lettera inviata a “Lord Rothschild”. Egli denuncia quella che definisce «la sanguinosa via verso lo Stato giudaico» e la «meta finale sionista»: ottenere con ogni mezzo la maggioranza giudaica in Palestina al fine di costituirvi uno stato assolutamente giudaico dopo aver cacciato gli autoctoni.
Ma già nel 1936, in un altro autorevole periodico nazional-socialista, che in quell’anno ebbe una tiratura di un milione di copie ed era diffusissimo fra la popolazione tedesca, il sionismo era visto come parte del complotto ebraico internazionale per dominare il mondo (Arno Schickendanz, Der Zionismus, «Der Schulungsbrief», 3 Avril 1936, pp. 149-150. Trad. ingl. in: German Propaganda Archive, calvin.edu).
Gli osservatori e gli autori gentili che considerano il sionismo politico solo come un tentativo di “rinnovamento nazionale”, scrive Schickendanz, sono in errore, in quanto esso è piuttosto uno sforzo «per stabilire una leadership ebraica unificata e un dominio ebraico sul mondo».
Nell’ideologia del sionismo politico «la Palestina ha svolto il ruolo di una parte indispensabile della profezia, proprio come certe regole sono la garanzia del successo nelle cerimonie magiche dei popoli primitivi. Il sionismo politico non ha mai pensato che la Palestina dovesse essere la destinazione di tutti gli ebrei, ma piuttosto vuole semplicemente fare della Palestina il centro della politica mondiale ebraica».
Il pensiero dei precursori del sionismo e dei sionisti (Moses Hess, Achad Haam, Theodor Herzl, Max Nordau) è analizzato da H. Riecke, Judentum und Zionismus. Der Judenstaatsgedanke und sein Versagen, Z.f.P. 30 (1940), pp. 342-363.
Sulle radici messianico-imperialistiche del sionismo vedi G.P. Mattogno, I fondamenti teologici dell’imperialismo sionista, «Eurasia» 3/2014, dove sono riportati e commentati numerosi testi della tradizione giudaica rabbinico-talmudica, i quali rivelano senza il minimo dubbio, in una prospettiva messianico-imperialistica, la pervicace volontà di dominio mondiale degli ebrei e di asservimento al “popolo eletto” di tutti i popoli della terra, ai quali è riservato un destino un destino di morte e distruzione se avranno l’ardire di opporsi alla sovranità universale di Israele e del suo Dio.
Per ciò che concerne l’Italia, V. Pinto, L’Italia fascista e la “questione palestinese”, «Contemporanea» 6 (2003), pp. 95-96, osserva che non è stata sottolineata abbastanza «l’importanza della percezione del legame che univa il sionismo all’ebraismo mondiale. Era pregiudizio diffuso abbastanza, in Italia come nella stessa Gran Bretagna, che dietro il sionismo si celasse la “potenza” mondiale dell’ebraismo, in special modo il capitale finanziario americano. Opinione, questa, puntellata dagli stessi sionisti. Da un esame sommario della pubblicistica italiana dell’epoca, confermato, peraltro, dalla stessa opinione personale di Mussolini, emerge con chiarezza l’insistenza, a volte ossessiva, circa tale legame».
Si veda anche dello stesso: Sionismo e “movimento ebraico”. La percezione del nazionalismo ebraico nelle carte della Direzione Generale della Pubblica Sicurezza conservate nell’Archivio Centrale dello Stato (1927-1939), «La Rassegna Mensile di Israel» 66 (2000), pp. 37-62.
Sul Mussolini non ancora antisemita che non aveva nascosto le sue antipatie per il movimento sionista cfr. G. Preziosi, Giudaismo, bolscevismo, plutocrazia, massoneria, Milano, 1944. (Nuova edizione ampliata). In particolare: 2. Mussolini e l’ebraismo prima della Marcia su Roma, pp. 65-82; 8. Il sionismo e l’internazionale ebraica, pp. 137-143; 9. “Sotto il dominio ebraico la Palestina sarà non più simbolo di pace ma terra di guerra e di sangue”, pp. 145-162.
Preziosi scrive profeticamente che, con la minacciata costituzione di una sede nazionale del popolo israelitico in Palestina, con la complicità dell’Inghilterra, «si va delineando una nuova e più dura oppressione di quella che fu l’oppressione turca» (p. 149).
Per contro, il Duce manifestò apertamente simpatie per la causa araba in Palestina, finanziando per quasi due anni l’intifada palestinese contro il dominio coloniale britannico e versando al Gran Mufti di Gerusalemme la somma di 138.000 sterline.
Carlo Cecchelli, La questione ebraica e il sionismo, Roma, 1939, pubblicato con l’imprimatur dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista, afferma che l’ideale giudaico è il dominio mondiale, per realizzare il quale ogni mezzo è buono, dal pacifismo oltranzista all’acuire i dissidi fra nazione e nazione, affinché, dopo una conflagrazione universale, i giudei possano sollevare il capo ed imporsi ad una umanità spossata e livellata.
Altri scritti antisionisti apparsi sulla «Difesa della Razza»: A. Mezio, Gli ebrei contro il sionismo, n. 2, 1938, pp. 43-44; T. Salvotti, Capi sionisti, n. 23, 1939, pp. 15-17; B. Giannetti, Sionismo e sionisti, n. 23, 1940, pp. 17-21; A. Mezio, L’utopia sionista, n. 24, 1940, pp. 27-28; C. Calosso, L’utopia sionista, n. 17, 1941, pp. 18-21; G. Savelli, Nasce la Repubblica sionista, n. 4, 1942, pp. 12-13; Id., Sionismo di guerra, n. 21, 1942, pp. 12-13. Si veda anche: M. Cassiano, La Palestina: intricato problema, «Lo Stato», 1938, pp. 623-629.
Segnaliamo infine alcuni articoli antisionisti sul Gran Mufti di Palestina apparsi nella rivista «Oriente Moderno»: M. Vella, Mohammed Amin El-Huseini Gran “Mufti” di Palestina, n. 11, 1942, pp. 445-450; Dichiarazioni del Gran “Mufti” di Palestina nel XXV anniversario della Dichiarazione Balfour, ivi, pp. 452-453; Discorso del Gran “Mufti” di Palestina per la commemorazione dei martiri della causa araba, ivi, p.453; Dichiarazioni del Gran “Mufti” di Palestina sul nazionalismo arabo e l’avvenire dei paesi arabi, n. 1, Gennaio 1943, pp. 2-4 («Il sionismo è un pericolo mortale che minaccia non soltanto gli Arabi della Palestina, ma tutto il mondo arabo e tutto il Vicino Oriente», p. 3); Discorso del Gran “Mufti” di Palestina all’inaugurazione dell’Istituto Islamico di Berlino, ivi, p. 4; Discorso del Gran “Mufti” di Palestina nel XIII anniversario della condanna a morte di patrioti arabi della Palestina, n. 7, Luglio 1943, pp. 275-278:
«Che cosa rimarrebbe agli Arabi se la Palestina diventasse ebraica e se la mano giudaica si estendesse a tutta la penisola araba? Quale ambizione è più smodata di quella degli Ebrei? La strana mentalità ebraica di eccessivo egoismo, di smodata ambizione e di speculazione su tutte le risorse mondiali è propria degli ebrei stessi (…) Si sono arricchiti provocando la povertà dei popoli, si sono impadroniti del benessere a disagio del mondo, mediante i complotti e gli intrighi da essi creati. Hanno corrotto la moralità e la fede e si sono impadroniti della vita economica e della propaganda politica dominando gli interessi dei popoli e le fonti di vita del mondo» (p. 277).
Cfr. Alle origini della questione palestinese. Le battaglie di Mohammed Amin El-Huseini, Gran Mufti di Gerusalemme, nelle pagine di «Oriente Moderno» (1940-1943), andreacarancini.it.
A riprova della continuità nei secoli dell’idea messianico-imperialistica e della volontà di dominio universale giudaico, ci limitiamo a riportare solo un recente esempio emblematico, il quale conferma la giustezza delle accuse fasciste e nazional-socialiste contro il sionismo, attualmente avamposto in Medio Oriente dell’imperialismo giudeo-pedo-plutocratico americano (sistema Epstein) e centro sub-imperialista (imperialismo per conto di terzi) della politica mondiale ebraica.
L’autorevolissimo Rabbi Ovadia Yosef, leader dell’ebraismo sefardita, rabbino capo di Israele e capo spirituale del partito Shas, morto nel 2013, la cui memoria fu celebrata anche dai principali rappresentanti delle comunità ebraiche italiane (cfr. G.P. Mattogno, La polemica contro il Talmud nella Germania nazional-socialista. Rassegna storico-bibliografica, Effepi, Genova, 2023, pp. 151-153), nel sermone dello Shabbath del 16 ottobre 2010 ebbe a dichiarare testualmente:
«I goyim sono nati per servire noi [ebrei]. Diversamente, non hanno posto nel mondo; [esistono] solo per servire il popolo d’Israele (…) In Israele la morte non ha potere su di loro (…) Certo, come tutti anche i gentili dovranno morire, ma Dio li farà vivere a lungo. Perché? Immaginate che l’asino di uno muoia; questi perderà tutti i suoi soldi. È il suo servitore (…) Ecco perché ha una vita lunga, per lavorare bene al servizio dell’ebreo. Perché sono necessari i gentili? Essi lavoreranno, dissoderanno terre, mieteranno. Quanto a noi, ce ne staremo seduti come un effendi [funzionario del Sultano dell’Impero Ottomano] e mangeremo. Questa è la ragione per la quale furono creati i gentili» (Yosef: Gentiles exist only to serve the Jews, «Jerusalem Post», Oct. 18, 2010).
Questa è la verità storica.
Tutto il resto è fuffa “antifa”.
A proposito di quest’ultimo articolo di Gian Pio Mattogno. Anche questo è un articolo pregevole (gli articoli di Gian Pio sono tutti pregevoli) ma ci tengo a precisare di non essere del tutto d’accordo con le tesi espresse dall’autore. Anche il sottoscritto, infatti, si professa non solo antisionista ma anche antifascista: come cattolico, non posso certo approvare le dottrine razziste espresse a suo tempo dal fascismo e dal nazismo. Detto questo, buona lettura a tutti!
https://contropiano.org/interventi/2024/06/10/la-colonizzazione-nazi-sionista-britannica-della-palestina-0173298
https://www.amazon.it/Asse-Roma-Berlino-Tel-Aviv-Andrea-Giacobazzi/dp/8884742560
Questo libro fornisce fatti, dati e documenti tanto importanti quanto ignorati nello studio della seconda guerra mondiale e, in particolare, nell’analisi degli intensi rapporti che hanno coinvolto diverse organizzazioni ebraiche (religiose, non religiose, socialiste, nazionaliste, sioniste, sioniste-revisioniste) e le gerarchie politiche dell’Italia di Mussolini e della Germania di Hitler: la presenza massiccia di ebrei tra i dirigenti dello stato fascista, il caso del giornale ebraico-fascista La Nostra Bandiera, gli intensi scambi tra i dirigenti sionisti e l’Italia di quegli anni in campo economico e politico, il rapporto privilegiato dei sionisti-revisionisti di Jabotinsky considerati i “fascisti del sionismo” e le organizzazioni di regime, l’esistenza di gruppi organizzati di ebrei “assimilati” favorevoli all’instaurazione del nazionalsocialismo, la consistente presenza di esponenti di origine ebraica nelle forze armate e negli apparati di potere tedeschi, le fonti finanziarie del regime hitleriano, i forti legami e gli importanti accordi “nazi-sionisti” tra cui l’Haavara (per il trasferimento delle proprietà ebraiche in Palestina) e gli Umschulungsläger (campi di addestramento per i pionieri sionisti presenti in Germania), le collaborazioni con i sionisti-revisionisti e in particolare la proposta di alleanza di guerra avanzata dal Lehi al Terzo Reich in cambio di aiuto per la creazione dello stato ebraico. Questo lavoro è il risultato di quasi due anni di studi. In esso sono riportate decine di estratti di giornali dell’epoca e diversi documenti inediti trovati dall’autore nelle sue ricerche in archivi storici italiani e israeliani. I testi citati nella bibliografia sono in larga parte di autori di origine ebraica.